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La relazione annuale della DNA: le mafie sono in ottima salute

NO-MAFIAAl Nord, e in particolare a Milano, la ‘ndrangheta ha conquistato una posizione di “predominio, a discapito di altre compagini associative, come quella di origine siciliana”. Cosa nostra mantiene il cervello a Palermo. L’ndrangheta si è specializzata in appalti pubblici, entrando nel privato laddove esiste una partnership pubblico-privato. Gioia Tauro è il porto di approdo della cocaina. Bologna è entrata a far parte dell’elenco delle “terre di mafia”. A Roma proliferano le mafie autoctone, come quella di Carminati. Mentre è in corso una indagine sul “protocollo fantasma”, sull’ipotesi che alcuni magistrati siano da anni spiati per conto di una misteriosa entità.

Sono, questi, i punti salienti della Relazione annuale presentata oggi al Senato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, alla presenza del presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. “Il tema dell’immigrazione clandestina – ha detto Roberti – si incrocia con il tema del terrorismo internazionale. L’immigrazione clandestina può alimentare, finanziarie il terrorismo internazionale, questo è un rischio concreto e tangibile”. Nella relazione di Roberti non compare mai la parola “politica”, neppure nel capitolo dedicato alla trattativa Stato-Mafia, né allorquando si parla della banda Carminati, entrata in Campidoglio proprio grazie ai contatti con la politica.

Expo 2015. Importante per Roberti l’obbligo di iscrizione delle imprese operanti in determinati settori ritenuti particolarmente a rischio di infiltrazioni mafiose, in una white list di “elenchi dei fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa”.

Mafia. L’arresto dei suoi capi, dice Roberti, non le impedisce di esistere. L’assenza di leader carimatici in stato di libertà non ha portato a una guerra di mafia. Anzi, al contrario sta tentando di ricostituire il mandamento centrale, il cui capo risulta tutt’ora Totò Riina. Sono false le analisi che teorizzano una sorta di “balcanizzazione” dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra e un suo inarrestabile declino. Si conferma invece che la città di Palermo è e rimane il luogo in cui l’organizzazione criminale esprime al massimo la propria vitalità, la sua struttura sopravvive anche in assenza di importanti capi riconosciuti in stato di libertà. L’assenza, in Cosa Nostra palermitana, di personaggi di particolare carisma criminale in stato di libertà, seppure latitanti, non ha riproposto la violenta contrapposizione interna tra famiglie e mandamenti del passato. Cosa nostra rinnova l’interesse per il traffico di stupefacenti e per la gestione dei “giochi” sia di natura legale che illegale.

La cattura di Matteo Messina Denaro resta una priorità (foto: l’identikit). Mentre Salvatore Riina, del tutto inaspettatamente, osserva Roberti, ha preso a parlare apertamente, intrattenendo il compagno di detenzione sui più disparati temi: dalla sua storia criminale, all’ideazione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, a quelle commesse nel 1993/94 nel continente, al processo cosiddetto “Trattativa” in corso avanti la Corte d’Assise di Palermo, alle reiterate minacce di morte rivolte al magistrato Di Matteo.

Protocollo Fantasma. Altro procedimento che merita menzione riguarda quello inerente il cosiddetto “Protocollo fantasma”. Trattasi di un esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Dda di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla Storia del contrasto giudiziario a Cosa Nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine.

‘Ndrangheta. La ‘ndrangheta è amministrata da una sorta di “consiglio di amministrazione della holding” che elegge il suo “Presidente”. Del resto era difficilmente ipotizzabile che ad amministrare centinaia di milioni di euro, a governare dinamiche economiche, lecite ed illecite, in decine di comparti diversi e che attraversano, non solo l’Italia, ma buona parte del pianeta (dall’Australia al Sud America, dall’Europa al Nord America passando per tutti i possibili paradisi fiscali ), potesse essere questione affidata allo spontaneismo anarcoide di gruppi criminali disseminati e slegati, di decine e decine di cosche e locali, sorta di piccole monadi auto-referenziali.

Le cosche operanti nella città di Reggio Calabria, la particolare capacità della ‘ndrangheta cittadina di inserirsi nella gestione delle cd società miste  –  pubblico/privato  –  attraverso cui vengono forniti i principali servizi pubblici alla cittadinanza. In particolare, attraverso una serie concatenata di prestanomi, la ‘ndrangheta ha il controllo totale delle quote di spettanza del partner privato e, attraverso la sua capacità collusiva ed intimidatoria, riesce a condizionare la parte pubblica.

Gioia Tauro. La ‘ndrangheta ha il controllo controllo totalizzante del Porto di Gioia Tauro, ove attraverso una penetrante azione collusiva, gli ‘ndranghetisti riescono a godere di ampi, continui, si direbbe inesauribili, appoggi interni. Il Porto di Gioia Tauro è divenuta la vera porta d’ingresso della cocaina in Italia. Sul punto basterà osservare che nel solo periodo di riferimento (Giugno 2012-Luglio 2013) quasi la metà della cocaina sequestrata in Italia (circa 1600 kg su circa 3700 complessivi ) è stata intercettata a Gioia Tauro.

Bologna “Terra di Mafia”. Quanto al distretto di Bologna, l’imponente attività di indagine durata oltre due anni ha consentito di accertare la esistenza di un potere criminale di matrice ‘ndranghetista, la cui espansione si è appurato andare al di là di ogni pessimistica previsione, con coinvolgimenti di apparati politici, economici ed istituzionali. A tal livello che oggi, quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, oggi può ben definirsi “Terra di mafia” nel senso pieno della espressione.

Camorra. La Camorra non è un’entità assimilabile dal punto di vista delle forme di manifestazione né a Cosa Nostra né alla ‘ndrangheta. Va ribadita, forse in modo ancor più accentuato, la caratteristica propensione delle aggregazioni camorristiche alla contrapposizione, talvolta, passando con eccessiva disinvoltura, da situazioni di alleanza a situazioni di contrasto violento. La Camorra si dedica alle agenzie di scommesse che  – per la sua peculiare ramificazione territoriale (che può corrispondere alla dislocazione delle singole agenzie di una determinata società di raccolta di scommesse sportive), oltre che per la stretta relazione con il gioco on-line, per sua natura, dematerializzato – spesso implica il coinvolgimento di più di un sodalizio criminale. Su questo terreno spesso si formano e consolidano alleanze o, viceversa, si consumano sanguinose rotture.

Mafia Capitale. Le organizzazioni mafiose autoctone nel distretto di Roma. Se sul territorio laziale sono dunque presenti le articolazioni di tutte le organizzazioni mafiose tradizionali, che si dedicano al riciclaggio e al reinvestimento dei capitali illecitamente accumulati, vi è poi un altro fenomeno, del tutto peculiare alla realtà della Capitale, rappresentato da organizzazioni che sono state qualificate dalla Dda come associazioni di stampo mafioso ma che non fanno riferimento ai sodalizi tradizionali del sud Italia, essendo, per così dire, autoctone.

In una città come Roma, una città di servizi e di attività terziarie, gli affari più lucrosi si fanno appunto attraverso l’acquisizione e il controllo di tali servizi e attività, e dunque attraverso l’infiltrazione sistematica nei settori economici e commerciali e nei servizi pubblici, e dunque negli appalti pubblici. L’associazione capeggiata da Massimo Carminati si dedica ad attività prettamente criminali quali l’usura, le estorsioni, il commercio di armi, ma soprattutto si dedica all’acquisizione di appalti in variegati settori in favore delle società controllate dall’organizzazione.

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A Carini arrestate le donne del boss

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I carabinieri di Carini hanno eseguito un’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Palermo, Lorenzo Jannelli, che ha dato un altro colpo alla mafia e al clan di Pipitone: in manette 5 persone dopo le indagini condotte dai magistrati della Dda palermitana.

Per il boss Angelo Antonino Pipitone Angelo, 72 anni, già al carcere Pagliarelli dallo scorso 25 settembre, è in atto una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere. Disposti gli arresti anche per la moglie Franca Pellerito, 66 anni, e le figlie Epifania di 35 e Graziella di 44 anni, e anche per Angela Conigliaro di 45 anni, già finita sotto arresto a settembre per essere intestataria di un’azienda riconducibile al boss di Carini.

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Peppino Impastato, Ponteranica: buone notizie

Dopo le mobilitazioni degli anni scorsi per l’infelice tentativo di rimozione della memoria di Peppino Impastato (trovate il nostro appello qui) finalmente arriva una buona notizia:

impastatoPonteranica non dimentica. Non dimentica Peppino Impastato e la battaglia antimafia. Così, sei anni dopo la polemica con l’allora sindaco Cristiano Aldegani, sei anni dopo le manifestazioni, sei anni dopo essere balzata agli onori delle cronache per la rimozione della targa dalla biblioteca, targa dedicata al simbolo dell’impegno per la legalità… torna sul luogo del “delitto”.

E lo fa con la decisione di intitolare a Peppino Impastato e a tutte le vittime della mafia il Centro Vivace, quello spazio di aggregazione in cui si ritrovano i giovani della zona per fare e ascoltare musica e che ha rischiato qualche mese fa di essere demolito.

L’annuncio della decisione arriva da Carlo Colombi, consigliere della maggioranza: “Dopo una fase di ascolto e riflessione comune la scelta di una nuova intitolazione a ‘Peppino Impastato e a tutte le vittime delle mafie’ è ricaduta sul Centro Vivace”.

La cerimonia di intitolazione è prevista per il 6 giugno con la “festa della legalità” e sarà accompagnata da una serie di eventi che iniziano sabato 21 febbraio (ore 20.30) con il gruppo Amici della Valle del Marro che presenta: “Storie di mafia e antimafia dal sud al Nord” e “Resistere alle mafie è possibile!”.

(fonte)

Con le slot la ‘ndrangheta si mangia Roma

E’ terra loro il Lazio. Il luogo discreto dove investire, gonfiando a dismisura la cassa dei clan. Il ritiro strategico, la retrovia da usare per riorganizzarsi, per poi tornare nella Piana di Gioia Tauro, più forti di prima.

Questo era il piano di Girolamo Molè, detto Momo, il capocosca che dal carcere ordinava agli affiliati le strategie dopo l’omicidio per faida di Rocco Molè. Quella morte la chiamava “lo schiaffo”, un affronto da restituire al momento opportuno. Con pazienza, chiudendosi a riccio, mettendo al sicuro i ventenni, eredi della ndrina. E investendo, ripulendo i soldi dove è possibile diventare invisibili, sapendo che “la potenza militare della famiglia è direttamente rapportata a quella economica”. Puntando direttamente sul business sicuro dei locali e, soprattutto, delle slot machine. Macchine in grado di macinare utili presentabili, puliti, non tracciabili. Un asse Gioia Tauro – Roma mantenuto in piedi anche grazie ad una rete di telecamere, in grado di mostrare in tempo reale agli uomini della Ndrina cosa avveniva nei locali controllati.

L’operazione del Ros dei carabinieri di martedì mattina ha chiuso tre anni di indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Tutto era partito da un albergo dei castelli romani – a sud della capitale – il Villavecchia, gestito da imprenditori di Colleferro, legati alle famiglie di ‘ndrangheta della piana di Gioia Tauro.

Cinque anni fa il locale fu sequestrato (operazione “Maestro”), mostrando come per la ‘ndrangheta il territorio romano era un territorio strategico. E come le cosche fossero in grado di rendersi invisibili, grazie ad alleanze compiacenti, che passavano attraverso ambienti insospettabili para massonici. Da quel momento i magistrati calabresi non hanno più mollato la presa, coordinandosi con i colleghi romani guidati dal procuratore Giuseppe Pignatone. Hanno seguito i soldi, le aziende controllate attraverso prestanome, ricostruendo con pazienza gli schermi societari e i trucchi contabili. Fermare i soldi era strategico per bloccare l’ala militare, pronta ad agire.

Giuseppe Galluccio era – per la Dda – l’uomo della cosca Molè che aveva in mano i fili degli affari romani, “il vero e proprio braccio operativo nel settore delle slot machine”. Condannato in primo e secondo grado – già nel 1994 gli era stata contestato di essere “intraneo” alla Ndrina dei Molè – è stato recentemente assolto dalla Cassazione “per un mero difetto formale”, una mancata notifica ad un difensore. Dalla sua casa in Calabria gestiva bar, ristoranti e il giro delle slot, utilizzando un sistema di telecamere installate nei locali. Un sistema che, per il Gip, faceva “arrossire le migliori teleassistenze di cui oggi la P.A. dispone”.

La rete delle slot controllata dai Molè è vastissima. Due società coinvolte nelle indagini – la Power Play e la MD Trasporti – avevano, per gli inquirenti, piazzato videopoker in locali a Roma, Latina, Monterotondo, Tivoli, Velletri, Fiumicino e Guidonia. E poi pub, ristoranti, come il “Pozzo dei desideri” di Tivoli. E ancora, imprese sul litorale romano, a Ostia, al centro della recente indagine della procura di Roma “Nuova Alba”, dove si incrociano i destini delle mafie siciliane, campane e della capitale.

Qui Giuseppe Galluccio chiamò Rocco Femia – il boss delle slot a Modena, noto anche per aver minacciato il giornalista dell’Espresso Giovanni Tizian – per risolvere i contrasti che sorgevano nella gestione dei videopoker. Una rete collaudata, solida, attiva sull’intero territorio romano, che si spingeva fino a Terni, con investimenti che stavano entrando anche nel settore della sanità privata.

Intanto la giovane leva della Ndrina di Gioia Tauro cresceva, si preparava a prendere in mano l’organizzazione, lasciata dal “capo carismatico” Girolamo Molè, recluso in carcere. Al figlio Rocco – durante i colloqui – il capo cosca spiegava: “E’ finito di giocare … non esiste il gioco … mi dispiace … mi dispiace ma non c’è gioco … sto puntando tutto su di te (…) siccome c’è questo problema dobbiamo lasciare perdere il giocare … dobbiamo vedere solo la famiglia e basta”. La conferma – per i magistrati – che la cosca di Gioia Tauro – oggi in contrasto con i Piromalli – è più viva che mai. Lanciata verso la conquista economica della capitale.

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Reggia di Carditello e le minacce di cui nessuno parla

L’articolo di Stefania Battistini:

Reale_tenuta_di_Carditello_2010-2Due minacce di morte. Due lettere anonime, nello stesso giorno, inviate allo stesso giornale, Il Mattino di Napoli. Indirizzate all’ex ministro Massimo Bray e alla giornalista Nadia Verdile (nella foto). Le due persone che più di tutti, in questi mesi di silenzio mediatico, hanno combattuto per far tornare la Reggia di Carditello, nel casertano, un bene comune. Secondo la mentalità mafiosa, non deve esserci un presidio dello Stato sulla strada che da San Tammaro porta a Casal di Principe. Sulla via dell’eco-mafia, in Terra dei Fuochi.

È l’ennesima intimidazione a Massimo Bray, che da ministro fece acquisire la Reggia dal Dicastero dei Beni Culturali. Insulti e una croce che parla di condanna a morte. Era già accaduto quando, dopo la caduta del governo Letta, Bray – non più da ministro, ma da appassionato uomo di cultura – aveva continuato a combattere per non far morire il progetto Carditello. Scritto su un foglio, infilato nel suo zaino in circostanze non ancora chiare, un messaggio esplicito: “Non avvicinarti più a Carditello, o sei morto”. Da allora Bray vive sotto scorta, nel silenzio quasi generale della stampa.

L’ex ministro dà fastidio perché con tenacia non smette di battersi affinché si crei una Fondazione, strumento con cui governare la nuova vita della residenza borbonica e riaprirla presto al pubblico. Evidentemente non piace l’idea che, a pochi chilometri dalla terra dei Casalesi, ci sia un luogo della cultura che attiri un via vai di persone.

La stessa ragione per cui è stata minacciata anche la giornalista de Il Mattino, Nadia Verdile, che sulla Reggia ha scritto un libro appassionato e che, in questi mesi, ha denunciato sul suo giornale i continui ritardi sulla Fondazione. “Io sono convinta che il problema sia proprio questo – dice oggi – L’unica cosa rimasta da fare per dare un senso all’acquisto fatto dallo Stato è costituire la Fondazione. Senza questa, Carditello rimane un contenitore vuoto, una bella scatola restaurata. E quelle zone continuano a non avere la presenza né dello Stato, né delle persone”. E così, chi ha bisogno di vivere isolato, libero di poter sversare rifiuti e veleni, continua ad agire indisturbato.

A guardare indietro, era stato minacciato di morte anche Tommaso Cestrone, che per primo aveva scoperto e difeso Carditello. Lui, pastore, come volontario della Protezione Civile, aveva iniziato a fare la gurdiania alla Reggia dopo i furti. Per lui era diventata un’ossessione personale, tanto da passare lì tutte le notti, dentro una roulotte. Ogni giorno su Facebook denunciava i roghi tossici e il continuo sversamento di rifiuti fuori dal real sito. Gli avevano buttato una bomba carta a casa e incendiato la roulotte. In un’intervista a RaiTre aveva detto: “Mi devono ammazzare, per mandarmi via da qui”. È morto, 20 giorni dopo, la notte di Natale. Per un infarto. Eppure – nonostante le minacce subite – non è mai stata disposta un’autopsia. Tommaso, il nostro Angelo di Carditello, è morto per attacco cardiaco, come dice il medico legale, ma in questo territorio avvelenato sarebbe stato meglio averne la certezza.

“Siamo stati lasciati soli in questa battaglia – denuncia oggi Nadia Verdile – come se fosse una questione inter nos. Un fatto campano. Invece è un fatto dell’Italia intera”. Per questo ora c’è bisogno di una risposta compatta e unita in difesa di Massimo Bray e a Nadia Verdile, che in questi mesi – da soli, senza nessun sostegno da parte dei media nazionali – hanno combattuto una battaglia che non può essere personale. “Non mi fermeranno – dice Bray – continuerò a combattere per questo territorio così ricco di bellezze. Non mi faccio spaventare”. Ma ora è dovere di tutti i professionisti dell’informazione non far calare il silenzio sulla Reggia di Carditello, splendore Settecentesco che affaccia sulla discarica di Maruzella (sì, quella aperta durante l’emergenza rifiuti del 2009, con la promessa di chiuderla al più presto e, poi, invece, raddoppiata) e che guarda verso Casal di Principe. Ancora oggi contornata dai rifiuti e sorvolata dai gabbiani delle discariche legali. E deve passare un messaggio chiaro: quel luogo deve essere un presidio dello Stato, deve aprire ai cittadini, ai turisti, agli studiosi. E deve dare lavoro pulito.

Il nostro comandamento zero

«Nessi è il nostro comandamento zero. Prima della Costituzione, del codice della strada, del galateo. Ci sono norme che riguardano noi, il comandamento zero, appunto: fare nesso, cucire i fili con quello che ci sta intorno. E i fili sono i sensori che abbiamo addosso, le nostre sensibilità che ci mettono nella stessa frequenza col mondo esterno. Basta attivarli. Se vogliamo migliorare lo stato delle cose, miglioriamo quello che facciamo noi. Finiamola di andare ai concerti, ammirare le immagini-denuncia della guerra in Vietnam, i volti di Gandhi o Mandela, demandare a poeti, cantanti, attori la solidarietà, le belle parole: De André dimmi, che mi fai sentire buono. Dobbiamo essere noi Gandhi, Mandela, Peppino Impastato contro la mafia ogni giorno. Io devo essere l’intera piazza che protesta contro i femminicidi guardando le mie paure, il lato femminile che ho ucciso. Il mio comportamento è già un voto. La protesta non basta più».

(Alessandro Bergonzoni)

«I napoletani della Tuscolana»

999210Li chiamavano «I napoletani della Tuscolana»: avevano messo su un’organizzazione caratterizzata dall’integrazione tra personaggi di origine campana e noti criminali romani tanto da poter essere considerata una realtà autoctona che si avvaleva però della connotazione camorristica del suo capo, Domenico Pagnozzi, e di alcuni affiliati per poter accrescere la propria forza intimidatrice nella Capitale. I Carabinieri stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 61 persone, a conclusione di un’indagine che ha portato all’individuazione di un’organizzazione per delinquere di matrice camorristica operante nella zona sudest di Roma. Arresti e perquisizioni sono in corso in varie località di Roma e provincia, Frosinone, Viterbo, L’Aquila, Perugia, Ascoli Piceno, Napoli, Caserta, Benevento, Avellino, Bari, Reggio Calabria, Catania e Nuoro. Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, estorsioni, usura, reati contro la persona, riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita, fittizia intestazione di beni, illecita detenzione di armi, illecita concorrenza con violenza e minacce, commessi con l’aggravante delle modalità mafiose e per essere l’associazione armata. E ci sarebbero stati scambi di favori tra l’organizzazione e il clan di Michele Senese per compiere fatti di sangue. È quanto sarebbe emerso dalle indagini, iniziate nel 2009: tra Domenico Pagnozzi e Michele Senese ci sarebbe stato un sodalizio che non si è spezzato negli anni. Quando si dovevano compiere delitti a Roma, secondo gli inquirenti, ci sarebbe stata la «mano d’opera» che arrivava da Napoli e poi spariva dopo l’omicidio.

I legami con Carminati

E legami c’erano anche con il gruppo di «Mafia Capitale»: «Si tratta di personaggi che si conoscono, non dal punto di vista personale, e si rispettano con un riconoscimento di ruoli tra capi di gruppi che operano sullo stesso territorio». Lo ha affermato il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, sui rapporti tra il gruppo camorristico sgominato dai Carabinieri nella capitale e il sodalizio capeggiato dall’ex Nar, Massimo Carminati. «Non c’è un tavolo di regia – ha aggiunto Prestipino – ma dalle intercettazioni si capisce che c’è contezza dell’altro e ognuno sa dell’esistenza dell’altro gruppo».

Il «Tulipano» sequestrato

C’è anche il bar Tulipano tra i beni sequestrati nel corso dell’operazione dei carabinieri E’ stato proprio il nome del locale di via del Boschetto, nel cuore del quartiere Monti, a dare il nome all’operazione.

Le attività

L’operazione è scattata a conclusione di un’indagine del Nucleo investigativo del Reparto operativo del Comando provinciale Carabinieri di Roma. Nell’ambito dell’operazione sono in corso sequestri di beni per un valore di circa 10 milioni di euro. I beni sequestrati sono riconducibili ad alcuni dei 61 arrestati. In particolare ci sarebbero numerosi esercizi commerciali e società romane, immobili, ma anche rapporti finanziari e veicoli. Per gli inquirenti il gruppo gestiva lo spaccio di stupefacenti in alcune piazze della periferia della Capitale, come Centocelle, Borghesiana, Pigneto e Torpignattara. Durante le indagini sono emerse inoltre episodi di estorsioni e gravi intimidazioni per imporre il volere del clan e per recuperare crediti usurai anche per conto di terze persone. A quanto emerso, inoltre, l’organizzazione intendeva monopolizzare anche il controllo della distribuzione delle slot machines in molti esercizi commerciali della zona Tuscolana-Cinecittà. «Siamo convinti che il gruppo volesse espandere il proprio raggio di azione soprattutto per quanto riguarda le piazze di spaccio di droga». Lo ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, il generale Salvatore Luongo, durante la conferenza stampa sui 61 arresti.

I boss

L’organizzazione era capeggiata, fino al suo arresto per associazione mafiosa e omicidio, da Domenico Pagnozzi, attualmente detenuto in regime di 41 bis , condannato all’ergastolo per l’omicidio Carlino del 2001 e soprannominato «ice» per i suoi occhi di giaccio. Pagnozzi, detto «o professore», è stato condannato all’ergastolo in primo grado lo scorso ottobre perché ritenuto uno degli autori materiali del boss della banda della Marranella Giuseppe Carlino avvenuto a Torvajanica il 10 settembre del 2001. In un primo momento Pagnozzi venne scagionato per insufficienza di prove poi venne incastrato dalla prova del Dna trovata dagli investigatori su un fazzolettino di carta rinvenuto nell’auto abbandonata dai killer dopo l’omicidio. Carlino venne ucciso, secondo quanto ricostruito dalle indagini, per vendicare la morte di Gennaro Senese, avvenuta alla fine degli anni novanta, e fratello di Michele, quest’ultimo anch’egli condannato all’ergastolo e ritenuto il mandante dell’agguato che doveva ristabilire la supremazia sul territorio romano. Anche Massimiliano Colagrande, uomo vicino all’estrema destra e coinvolto nell’inchiesta «Mafia capitale» è tra i 61 arrestati dell’operazione «Camorra capitale» dei carabinieri del Comando di Roma.

Due in manette a Nuoro

Ci sono anche due cognati residenti a Nuoro fra le 61 persone arrestate nell’ambito della maxi operazione che ha smantellato un’organizzazione di matrice camorristica attiva nell’area sud-est della Capitale. I carabinieri del Comando Provinciale di Roma hanno arrestato Calogero Palumbo, di 54 anni, imprenditore di Cerignola, e il cognato Fabrizio Floris, di 46, camionista di Nuoro. I due sono indagati per traffico di droga.

Le reazioni

Il sottosegretario alla Difesa, Gioacchino Alfano, plaude «all’imponente operazione anticamorra dei carabinieri. Il mio più vivo compiacimento al Comandante Generale dell’Arma e a tutti i Carabinieri che hanno partecipato alle fasi di indagine e alle operazioni di arresto di questi malavitosi che hanno assicurato alla giustizia. E il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: «Desidero ringraziare a nome mio e dell’amministrazione regionale le Forze dell’ordine e la Magistratura per l’ottimo lavoro svolto nella lotta alla criminalità organizzata. Si tratta di un’operazione che dimostra come attuando un ferreo controllo del territorio e indagini scrupolose si possa estirpare il terreno fertile sul quale le organizzazioni mafiose tentano di mettere le radici».

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La sinistra, Mattarella e la minestrina

Nel numero di questa settimana di LEFT (in edicola a partire da ogni sabato) abbiamo voluto vedere “da sinistra” l’elezione del Presidente della Repubblica e i fatti della settimana. Si apre così la mia collaborazione con il settimanale e quindi se cercate LEFT dentro troverete (anche) me. Questo è il mio editoriale di questo numero:

20150130_Left_N42015-800x500Quando ero bambino una volta alla settimana toccava obbligatoriamente la minestrina. Non si sfuggiva: ogni settimana era un supplizio inevitabile condito dall’entusiasmo descrittivo di mia madre che me la impiattava con iperbolici aggettivi ogni settimana nuovi e diversi, eppure ogni settimana era poi sempre solo la solita minestrina. Un mio compagno di giochi, avremo avuto sì e no cinque o sei anni, mi raccontò di essere riuscito a superare la minestra di casa convincendosi che fosse buonissima. «Ma ti piace?», gli chiesi e lui: «No, ma se mi convinco che è buona prima o poi magari la mangio volentieri». Fu così che capii che i problemi sono spesso comuni ma le soluzioni invece sono molto differenti.

Matteo Renzi, in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, come spesso accade, ha voluto essere la mamma con la minestrina obbligatoria e contemporaneamente l’amichetto furbo che ti aiuta a scamparla, e non stupisce che ci sia riuscito ma atterrisce il come: ha capito che per portare a compimento il proprio processo politico (rivestire di sinistrofila modernità la stantia democristianità) serviva aggiungerci i sapori giusti dell’antimafia, del lutto, della mitezza, di un consono cattolicesimo, e il menù fisso sarebbe stato un successo. E infatti i sempiterni democristiani Fioroni e Rosy Bindi (ma anche qualche forzaitaliota e i nuovicentrodestri) hanno pianto lacrime di gioia sull’elezione di Sergio Mattarella. Dicono che Renzi sia stato bravissimo a trovare un candidato che il centrodestra non poteva non votare, scrivono i giornali in uno spaventoso coro unanime che Renzi ha spaccato il centrodestra, esultano i morotei, esultano i miglioristi, esultano i fanfaniani.

E la sinistra? Non pervenuta: inghiottita nel conformismo del pensiero unico e disarmata dall’odore di incenso. Non sia mai che si parli di un famigliare vittima di mafia uscendo dal pietismo piallante, non sia mai che si metta in discussione un democristiano solo perché democristiano, un cattolico solo perché cattolico, o un politico solo perché riservato: in questo Paese la mediazione al ribasso è una vittoria politica, il servilismo intellettuale un cromosoma trasversale e il dibattito è solo un esercizio stanco da campagna elettorale e così la laicità, la lotta sindacale, i diritti (verrebbe da scrivere: la sinistra) sono stati sospesi per apparecchiare tranquilli al nuovo Presidente.

I resti della “sinistra” (a sinistra del Pd e a sinistra nel Pd) ci dicono che poteva andare peggio, anzi ci invitano a brindare, ad apprezzare l’unità popolare, da Sel addirittura sottolineano che fu quello stesso Mattarella che si dimise per protesta contro Berlusconi e il voto sulla legge Mammì (era il 1990: Matteo Renzi aveva 15 anni, per dire) e che anzi dovremmo tutti concordare sul fatto che l’assenza dal dibattito politico sia un requisito presidenziale obbligatorio. No, scusate, non mi convinco, no: non ha vinto Renzi, ma ha abdicato questa sempre più logora sinistra che non ha gli strumenti culturali per descrivere uno slancio, per riuscire a vivere il momento “politicissimo” delle elezioni presidenziali un po’ più “in alto” di una settenaria riunione condominiale, per raccontare un’altra storia (come si diceva da queste parti prima di diventare tutti così vecchi e fiacchi).

Eravamo ai preliminari con i safari “sinistrosi” tra Syriza e Podemos, ci siamo sorbiti i pavoneggianti delle Leopolde sinistre e ora dovremmo esultare per la minestrina? No, grazie. Grazie, no. Scrive Mark Cirino che «la gente che dorme sotto la coperta del conformismo riposa bene, si fa le sue belle otto ore di sonno, ma fa sogni squallidi». Noi qui facciamo tanto per stare svegli, invece.

Antimafia: la ricetta di Nicola Gratteri

Possiamo dire che finalmente abbiamo raggiunto il bivio: Gratteri ha consegnato le sue proposte per inasprire la lotta alle mafie ora sarà semplice seguire se diventeranno legge.

nicola-gratteriCarcere fino a 30 anni per i capimafia, confisca obbligatoria dei patrimoni, processi più snelli, una nuova agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie guidata da un manager e intercettazioni anche all’estero. E ancora: la riforma della polizia penitenziaria, l’inasprimento delle pene per i reati ambientali e la possibilità di utilizzare agenti dei servizi per infiltrare le cosche. È questo il cuore della relazione di 266 pagine che Nicola Gratteri, coordinatore del gruppo di lavoro per la riforma delle norme contro la criminalità organizzata, ha consegnato al Governo.

Un testo che l’esecutivo è pronto a trasformare in un disegno di legge o addirittura in un decreto. Il documento, depositato all’Ufficio legislativo di Palazzo Chigi e consegnata al sottosegretario Graziano Delrio, ogni tema viene affrontato con alcune pagine di spiegazione generale a cui seguono delle vere e proprie schede operative divise in due parti.

Si parte con l’inasprimento delle pene per i reati previsti dal 416 bis che saranno superiori o equiparate a quelle previste per i narcotrafficanti, arrivando a punire chi dirige un clan, dunque i boss, con pene che vanno fino a 30 anni di reclusione. Aumentata anche la pena minima per gli affiliati semplici da punire con “non meno di 12 anni”.

La nuova norma prevede inoltre la confisca “obbligatoria” dei patrimoni frutto del malaffare, da estendere anche ad eventuali complici e soci. Novità anche sul fronte delle intercettazioni – che potranno essere fatte anche all’estero – e della polizia giudiziaria. In questo senso è previsto, oltre a una più stretta collaborazione con i servizi segreti, l’utilizzo di uomini delle forze dell’ordine da infiltrare nelle cosche con modalità operative nuove (c’è ad esempio la possibilità di portare armi con matricola abrasa).

Sul fronte dei processi, poi, sarà prevista l’uso delle videoconferenze: una novità che farà risparmiare circa 70 milioni l’anno, attualmente spesi per gli trasferimenti dei detenuti. Per snellire i processi la commissione pre- che, ad esempio, le eccezioni preliminari (che di solito occupano due o tre udienze) debbano essere presentate dalle difese una settimana prima della prima udienza in maniera tale da essere valutate per tempo da pm e giudici in anticipo rispetto all’inizio del procedimento.

Niente più carte per i difensori che potranno ritirare tutti gli atti del processo digitalizzati direttamente nelle cancellerie delle procure. La polizia penitenziaria, sgravata di alcune incombenze, avrà compiti nuovi. Dovrà infatti dotarsi di un ufficio scorte per la sicurezza dei palazzi a rischio (tribunali, procure, ecc.) e sarà chiamata ad occuparsi in via esclusiva di pentiti e collaboratori di giustizia.

Sarà riformata anche l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati alle mafie che attualmente si trova a Reggio Calabria. Avrà una sede unica a Roma. Sarà guidata da un manager e dotata di personale selezionato con bandi e concorsi pubblici. Altro settore rivoluzionato sarà quello dei crimini contro l’ambiente, che saranno considerati tutti reati penali puniti con il carcere.

Novità anche sulle intercettazioni. La nuova norma mette sullo stesso piano le intercettazioni svolte per i reati ordinari e quelle per i reati di mafia prolungandone i decreti da 20 a 40 giorni. Ci sarà poi una stretta per la pubblicazione delle intercettazioni. Non sarà più possibile pubblicare quelle che non siano “strettamente legate al capo d’imputazione”. Secondo gli estensori della proposta deve esserci un argine tra ciò che appartiene alla vita privata delle persone indagate e quello che è invece collegato al reato e quindi di interesse pubblico.

(fonte)

L’antimafia felice (e pop)

Questa mattina devo dire di essermi svegliato con il sorriso dopo avere letto il pezzo di Lorenzo Misuraca. Dentro ci sono molti dei concetti sui cui lavoriamo da anni nei teatri, nelle scuole e nelle piazze e soprattutto c’è una maturità della crescita culturale antimafiosa che sarebbe il momento di praticare:

1907288_583075141799653_4646072990074602939_n-e1423119329629Nella rappresentazione mediatica, il militante antimafia è un eroe solitario che combatte contro un clan, spesso capeggiato da un boss, che possiede una forza di intimidazione e di controllo del territorio soverchiante. Lo schema del racconto popolare si ripete anche nella finzione cinematografica (dal commissario Cattani de La Piovra al commissario Scialoja di Romanzo Criminale) e nella riproposizione rimasticata e semplificata di figure di altra complessità quali Peppino Impastato, Pippo Fava, Giovanni Falcone, Don Pino Puglisi, per citarne alcuni. La figura cristologica dell’eroe solitario che va incontro al martirio, consapevolmente, e che lo accetta come un inevitabile prezzo da pagare per il riscatto del “popolo degli onesti” dal “giogo della mafia”.

Eppure quello non sono io. Quegli eroi non siamo noi. La spinta iniziale a elaborare un immaginario antimafia nuovo, o quantomeno differente, nasce da un istintivo sentimento di estraneità al racconto costantemente riproposto della battaglia culturale e della militanza contro le mafie.

L’associazione antimafie daSud si propone da diversi anni di riformulare il racconto di questa parte di storia del Paese. Un lavoro che si sviluppa lungo due linee programmatiche: la ricostruzione dei pezzi mancanti della memoria collettiva dell’antimafia e la dissoluzione della visione binaria e bidimensionale del conflitto tra valori antimafia e disvalori mafiosi.

Il recupero di memoria, messo in atto soprattutto con inchieste giornalistiche su storie di ‘ndrangheta e anti-‘ndrangheta, o attraverso dossier tematici, è profondamente intrecciato con il tema principale che qui si vuole affrontare: la costruzione di un nuovo immaginario antimafia.[1] Perché sono due tracce che si incrociano e avanzano di pari passo? Per spiegarlo in maniera più piana bisogna partire dal primo stereotipo che volevamo abbattere, quello che ci faceva dire con tanta forza “Quelli non siamo noi”. Si tratta della visione eroica della battaglia antimafia.

Al di là di quanto sia aderente alla realtà delle biografie (spesso il quadro è di tutt’altro tipo), il racconto del soldato che da solo lotta contro l’impero del male produce distorsioni e danni alla stessa lotta antimafia. Solitamente, nel racconto mediatico, l’eroe antimafia è un personaggio solitario, tendente alla depressione, e corrisponde a quello che si potrebbe descrivere come un profilo antisociale. A tal punto che la dimensione politica della sua lotta, anche quando è presente (si pensi ai casi di Peppino Impastato e Giuseppe Valarioti, entrambi militanti comunisti), viene del tutto espunta o rappresentata come un di più all’interno della storia.

Al contrario, i rappresentanti della criminalità organizzata sono descritti come una grande famiglia (certo, violenta e spietata, quando è necessario) dove i legami sono forti e stratificati, dove non mancano le occasioni di convivialità (difficile reperire un film sulla mafia che non contenga una scena ambientata in matrimoni, battesimi o serate al nightclub). L’eroe antimafioso si aggira invece solitario per le strade della città, in preda ai demoni dell’ossessione repressiva nei confronti del boss della storia, assediato dalla paura di essere ucciso da un momento all’altro.

Nella visione dicotomica di cui si diceva prima, scegliere il “pacchetto-immaginario” antimafia significa accettare di diventare estraneo alla propria comunità, rinunciare cioè a quella rete di relazioni e a quel riconoscimento di prossimità che invece spetta a chi sceglie di stare “dall’altra parte della barricata”. È evidente che in un’ottica di sensibilizzazione, soprattutto presso le fasce giovanili, pre e adolescenziali, questo racconto rischia di essere un formidabile boomerang.

La figura di Roberto Saviano – parliamo qui del personaggio pubblico, non della persona – rientra in pieno in quella visione cristologica dell’eroe antimafia. Il suo racconto è probabile che generi molta stima e poca emulazione tra i giovani. Chi farebbe una scelta netta, se quella scelta comportasse la rinuncia ai piaceri della vita e la condanna alla solitudine?

Il racconto binario mafie/antimafie produce così un meccanismo di delega pericoloso. Al tempo dei social network, dell’iper-informazione, sostenere pubblicamente un “eroe antimafia”, firmando una petizione in suo favore, comprando i suoi prodotti culturali, guardando le sue trasmissioni e condividendone su facebook i contenuti, viene assunto come fosse un impegno antimafia in prima persona. Ma in realtà i cambiamenti prodotti tramite il processo di delega all’eroe sono minimi e finiscono con l’indebolire la partecipazione diretta a vertenze reali sul territorio.

Per prima cosa, bisogna raccontare la complessità del contesto in cui si sviluppa la dinamica mafiosa e il suo contrasto. Dicevamo all’inizio: “quelli non siamo noi”. È questa la frase che chissà quanti ragazzi e ragazze hanno pensato di fronte a “lezioni antimafia” frontali, in cui il relatore descrive una realtà dai tratti netti in cui è quasi impossibile riuscire a identificarsi.

Raccontare le zone grigie, i punti di contatto tra legale e illegale, le faglie del sistema, l’assenza dello Stato, le leggi ingiuste che spingono i territori tra le braccia dei clan. Raccontare questo non poteva che produrre in noi e nella nostra comunicazione uno slittamento semantico centrale nel nostro lavoro.

L’ariete per sconfiggere le mafie non era la legalità, concetto pieno di insidie e con una forza centrifuga che conduce inevitabilmente alla visione dicotomica buoni/cattivi, o eroi/antieroi, bensì la giustizia sociale, che porta con sé il valore principale dei diritti che spettano a individui e comunità.

Un’antimafia che mira alla giustizia sociale, che parte dal racconto della complessità, anche dei lati meno rassicuranti e che di questa complessità si fa carico, non può che essere un’antimafia costruita collettivamente, in grado di coinvolgere strati sociali sempre più ampi e vari. Un’antimafia sociale. Un’antimafia che si pone l’obiettivo di raggiungere cerchie sociali e stili di vita che normalmente non provano alcun interesse per la questione, deve fare i conti con un linguaggio pop.

Mentre infatti nell’antimafia tradizionale il concetto di popolare è rilevabile soprattutto come folklore, come rivisitazione inerte di linguaggi che un tempo riuscivano a connettersi col sentire del tempo, e sono diventati strumento di auto-identificazione di una classe colta, per linguaggio pop abbiamo inteso i linguaggi artistici e creativi in grado di comunicare a ampie fette di popolazione, soprattutto giovanile.

Se appunto un certo tipo di immaginario antimafia rimane legato allo stereotipo folk, come la musica cantautoriale, “d’impegno”, il racconto che ci interessa è quello che passa per le culture metropolitane, come il writing, l’hip hop, il fumetto, in grado di agganciare fasce sociali e generazionali altrimenti precluse. Ma perché l’operazione vada a buon fine allo stile deve corrispondere un’adeguata cura della qualità del prodotto culturale.

E qui si arriva ad un altro punto debole dell’immaginario antimafia tradizionale. Così come altre battaglie che partono dal presupposto del miglioramento sociale, della correzione di storture all’interno di una comunità, sovente anche l’antimafia cade nella trappola di pensare che il messaggio sia il medium. In altre parole, che il presupposto alto valore etico della missione di sensibilizzazione, valga per se stesso come una forma di estetica, di qualità essenziale del prodotto.

Ma qualsiasi messaggio che voglia raggiungere utenti inizialmente non interessati, deve avere alcune caratteristiche basiche che nulla hanno a che fare con il suo valore etico. Deve essere “bello”, cioè qualitativamente valido, e deve essere “seducente” per il destinatario, promettergli qualcosa di cui ha bisogno. Al contrario abbiamo assistito e continuiamo ad assistere in parte a un immaginario antimafia sciatto, in molti casi parrocchiale nel tratteggiare il bene e il male, pervaso da una sottile arroganza del messaggio: questo film, questo libro, questo cantante, questo spettacolo, questo dibattito, è un prodotto antimafia, dunque devi farlo tuo, a prescindere dal fatto che sia noioso, banale, esteticamente rozzo.

Questo messaggio non funziona, o meglio: funziona solo con chi è già da questa parte della barricata e fa un consumo dell’immaginario antimafia in forma prevalentemente identitaria e autoconsolatoria. Ma la priorità è la creazione di una massa critica (intendendo con l’aggettivo non solo un livello quantitativo minimo necessario, ma anche la capacità di affrontare in maniera analitica la presenza delle mafie nei territori e i possibili strumenti di lotta), sempre più ampia, attraverso l’utilizzo consapevole di linguaggi creativi e dell’idea puntuale di società che si vuole veicolare.

([1] Cfr. i due volumi di Danilo Chirico e Alessio Magro, Il caso Valarioti, Round Robin, 2010; Dimenticati, Castelvecchi, 2012.)