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Quarto Oggiaro e i Tatone: un arresto

Il solito, puntuale, Davide Milosa:

benfante-640“Lui voleva prendersi il giro”. L’intercettazione è breve ma decisiva per comprendere il movente di tre omicidi che tra il 27 e il 31 ottobre 2013 hanno riportato il quartiere milanese di Quarto Oggiaro agli anni Ottanta, quando le cosche regolavano i propri conti per strada. E così, poco dopo le due del pomeriggio di oggi, gli uomini della squadra Mobile coordinati da Alessandro Giuliano hanno arrestato l’autore materiale di tutte e tre le esecuzioni, incastrato dalle testimonianze e dal suo cellulare. Nell’ambiente criminale lo chiamano Nino Palermo, per l’anagrafe è Antonino Benfante nato nel capoluogo siciliano nel 1963. Lui ha sparato agli orti di via Vialaba uccidendo primaPaolo Simone e poi Emanuele Tatone. Ed è sempre Benfante che tre giorni dopo gira in scooter le strade del quartiere alla caccia di Pasquale Tatone. Lo troverà poco dopo le dieci e trenta di un mercoledì di campionato fermo con la sua auto all’angolo tra via Trilussa e via Pascarella. Tre colpi di fucile e il secondo dei quattro fratelli Tatone muore sul colpo.

L’INTERCETTAZIONE DECISIVA DALLA FAMIGLIA TATONE
Quaranta giorni dopo, l’arresto. Gli agenti oggi hanno bussato al suo appartamento in via Lessona 1. In casa c’era solo lui. Nino Palermo non ha opposto resistenza. Si è fatto una doccia. Solo si è limitato a dire: “Quando uscirò di galera, qualcuno la pagherà”. Quindi si è chiuso in un ostinato mutismo. Lo stesso tenuto davanti al dottor Giuliano, il giorno dopo l’omicidio di Pasquale Tatone, quando viene accompagnato in questura e sentito a sommarie informazioni. In quel frangente dice di non conoscere i Tatone. Il nome di Benfante inizia a circolare già domenica 27 ottobre. Da poche ore una pistola a tamburo calibro 38 ha già ucciso nella boscaglia degli orti. Il primo a essere colpito è Paolo Simone, un piccolo pregiudicato della Comasina, quindi tocca a Emanuele Tatone, freddato con un colpo alla testa dentro ai rovi del boschetto. Solo il tempo di rimettere assieme i pezzi dell’esecuzione, e mercoledì 31 ottobre muore Pasquale Tatone. S’inizia a parlare di faida. Ma il termine, si è capitato oggi, risulta improprio. L’obiettivo di Benfante era uno solo: prendersi la piazza di spaccio.

LA SFIDA ALLA POLIZIA E IL CONTROLLO DELLO SPACCIO
All’alba di giovedì primo novembre (a poche ore dal terzo omicidio) Nino Palermo viene portato prima in Questura e poi in Procura. Sarà interrogato per dodici ore e sottoposto al guanto di paraffina per individuare tracce di polvere da sparo. Tutto inutile. In serata Benfante rientra nella sua casa di Quarto Oggiaro e qui resta fino a oggi pomeriggio. Cosa fa? Conduce la vita di sempre. Gira per il quartiere in scooter e quando va a piedi si accompagna sempre con il figlioletto di tre anni. Sa di essere intercettato e pedinato. Si diverte anche. Ferma le volanti e dice: “Se volete interrogarmi io sono sempre qua”. E ancora: “E’ inutile che seguite la mia macchina, l’ho venduta quattro giorni fa”. Fa di più: torna in piazza e inizia ad arruolare i cavalli dei Tatone. “Da oggi – dice – tu stai sotto di me”.

I LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA DEL CLAN FLACHI
Nel frattempo, le indagini corrono veloci. Il timore, infatti, è di ritrovarsi con un quarto morto per strada. Tanto più che Palermo ha uno spessore criminale di tutto rispetto: nel 1994 viene arrestato per traffico di droga nell’inchiesta dell’antimafia milanese. L’indagine Terra bruciata fotografa gli interessi del superboss Biagio Crisafulli, alias dentino, proprio a Quarto Oggiaro. Benfante è un suo luogotenente. In via Pascarella gestisce i soldi dell’eroina. In quegli anni, poi, viene accusato di tentato omicidio. Proverà a uccidere proprio Pasquale Tatone, che, pur ferito, si salverà. Nel 2012, poi, finisce indagato per una tentata estorsione a un imprenditore di Novate Milanese. Benfante fa batteria con gli uomini dei Flachi, potente cosca della ‘ndrangheta.

CIMICI IN CARCERE: IL COLLOQUIO TRA I DUE FRATELLI
Le ambientali messe in casa di Benfante però non danno risultati. Si registrano commenti neutri del tipo “ti ha chiamato la polizia”. Qualcosa si intuisce ma è ancora troppo poco. Si ottiene di più ascoltando i familiari dei Tatone. E’ da loro che arriva l’indicazione diretta su Benfante e sul motivo degli omicidi. Le cimici vengono messe anche in carcere dove Nicola Tatone deve scontare molti anni per droga. Subito dopo il duplice omicidio, Pasquale lo va a trovare. I due, però, bisbigliano. Non si capisce granché.

IL RACCONTO DELLA COMPAGNA TRASFERITA IN LOCALITA’ PROTETTA
L’accelerazione che ha prodotto l’ordinanza d’arresto firmata dal giudice Andrea Salemme, arriva solo dieci giorni fa, quando la squadra Mobile aiutata dagli uomini del commissariato di Quarto Oggiaro, mettono in fila dichiarazioni e confidenze del quartiere. Tra queste quella ritenuta decisiva viene messa a verbale dalla sua compagna subito trasferita in una località protetta assieme al figlio. Radio quartiere racconta altro: poche ore dopo il duplice omicidio, Benfante incontra Pasquale Tatone che in quel momento ancora non sa della morte del fratello. Nino Palermo gli racconta che Emanuele è venuto da lui per chiedergli una pistola, ma che lui ha negato. Quindi aggiunge: “Emanuele aveva un occhio nero”. In questo modo Benfante fa filtrare l’idea che l’omicidio sia legato a una banale lite. Non sarà così, perché i familiari all’obitorio si accorgono che di quell’occhio pesto non c’è traccia. Cosa ha raccontato allora Benfante?

IL CELLULARE DEL KILLER SUL LUOGO DEL DUPLICE OMICIDIO
Parole e racconti che la polizia raccoglie con estrema difficoltà. Chi sa non vuole comparire. Alla fine, però, gli investigatori ricostruiscono le ore precedenti il duplice omicidio che avviene verso le 11 e 30 di mattina. Un’ora prima Benfante si trova in un bar di via Lopez assieme a Emanuele Tatone e Paolo Simone. I tre, poi, escono. Palermo in scooter e gli altri in auto. Le telecamere li riprendono mentre vanno verso gli orti. Durante il primo interrogatorio, il presunto killer sosterrà di essere tornato a casa verso le 10 e 45. In realtà il suo cellulare a quell’ora aggancia la cella degli orti di via Vialba tra Quarto Oggiaro e Novate milanese. E poi c’è il racconto della madre dei Tatone che conferma il rapporto quotidiano tra Benfante e Tatone. Del resto già nel settembre 2013, il killer viene controllato in auto con Pasquale Tatone. Il fermo gli vale un mese di galera. Il 23 ottobre la scarcerazione, quattro giorni dopo i primi due morti. L’analisi delle telecamere risulta decisiva sul terzo omicidio. A fornire indizi importanti è quella del comune posta all’angolo tra via De Roberto e via Pascarella. I fotogrammi riprendono uno scooter che fa inversione di marcia e punta verso l’auto parcheggiata di Pasquale Tatone.

LE INDAGINI: ALTRE DUE PERSONE NEL MIRINO
Tutto finito, dunque? Non ancora. Le indagini, infatti, proseguono. Nel mirino degli investigatori ci sono altre due persone che in qualche modo avrebbero dato appoggio a Benfante. In serata, poi, gli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro con l’aiuto dei pompieri hanno scavato per ore attorno agli orti di via Vilaba alla ricerca delle armi usate da Nino Palermo.

Per svuotare il silenzio intorno a Lino Romano

«Spenti i riflettori, sono spariti tutti. Quelli che dicevano “staremo sempre accanto a te”, pure i professionisti dell’antimafia. Sono rimasta da sola, con il mio dolore, le mie ansie, la mia famiglia e quella di Lino».

imageParla Rosanna Ferrigno, la fidanzata di Lino Romano, vittima innocente di camorra ucciso con quattordici colpi di pistola proprio mentre usciva da casa di Rosanna, sua promessa sposa, a Marianella, periferia nord di Napoli. In un’intervista racconta di tutte le difficoltà che ha vissuto e sta vivendo dopo la morte di Lino ma soprattutto lancia un’accusa precisa e circostanziata con questo “sono spariti tutti”.

Ci vorrebbe un giorno lungo un’epoca per raccontare e ricordare tutti i buoni di questa nostra lunghissima storia di mafie e di antimafia, seduti su un gradino come facevano quegli anziani che ti facevano il “riassunto delle puntate precedenti” dall’inizio del mondo fino a quel minuto lì seduti sul gradino ma la storia di Lino Romano morto per sbaglio ha un prima e un dopo: lo scambio di persona e gli spari che lo uccidono è il prima, il dopo lo scriviamo (anche) noi. E che il “dopo” sia assenza e silenzio non se lo merita Rosanna e non se lo merita Lino.

Oggi sarebbe bello prendersi un minuto, nella vita o nel lavoro, con i colleghi o con i parenti e gli amici per parlare di questo ragazzo morto per sbaglio e trovare una risposta, un modo di essere carezza per i sopravvissuti di questa storia. Una campagna affettiva e di memoria, tutti insieme.

Nulla più che un pio desiderio

“I mafiosi non sono solo i Riina o i Provenzano. I soggetti collusi con la mafia sono ovunque, sono nelle istituzioni pubbliche, siedono anche in Parlamento. In mancanza di sanzioni, ma soprattutto in assenza di una autoregolamentazione deontologica, la responsabilità politica rimarrà impunita, nulla più che un pio desiderio, con la conseguenza che si è arrivati a candidare e fare eleggere a Palermo, politici sotto processo per concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, come Marcello Dell’Utri e Calogero Lo Giudice”

Così il presidente del Tribunale di Palermo, Leonardo Guarnotta, al convegno ‘La mafia non è solo un problema meridionale’, organizzato dall’associazione Espressione Libre.

Piemonte e ‘ndrangheta: la sentenza Minotauro

Raccontata da Attilio Occhipinti per generazionezero.org:

Puntuale alle 17 arriva il momento del giudizio. Oltre alla Regione Piemonte, alla Provincia di Torino e alle altre amministrazioni comunali costituitesi parti civili vi è anche don Luigi Ciotti. Sono 36 gli imputati condannati, circa la metà di loro è stata assolta. Questo è, in estrema sintesi, il bilancio di un processo che ha smascherato udienza dopo udienza il gioco della ‘ndrangheta in Piemonte.
L’operazione nata nel 2006 ha portato, nell’estate del 2011, all’arresto di 146 persone. Le indagini hanno portato alla luce il regno della malavita di stampo calabrese nel territorio piemontese, che, attraverso il favore di una certa politica piegata alla causa criminale, ha potuto godere di diversi privilegi. Il sequestro di milioni di euro di beni tra terreni, appartamenti e altri immobili, il giro degli stupefacenti, quello delle estorsioni, senza tralasciare quello del gioco d’azzardo, la speculazione attorno all’edilizia, di cui, tra l’altro, il collaboratore di giustizia Rocco Varacalli aveva parlato nel programma Presa Diretta. Tutto questo è Minotauro.
Dopo il comune di Bardonecchia, sciolto per mafia nel 1995, i comuni di Leini e Rivarolo sono “saltati” nel 2012 durante il corso delle indagini. A questo proposito, tornando alla sentenza, da segnalare le condanne di 10 anni per Nevio Coral, ex sindaco di Leini, e di 2 anni (più 600 euro di multa) ad Antonino Battaglia, ex segretario del comune di Rivarolo. Invece, per l’eurodeputato Fabrizio Bertot (PdL), ex sindaco di Rivarolo, è stata disposta la trasmissione degli atti in procura, affinché si indaghi per voto di scambio. La condanna più lunga, 21 anni e 6 mesi (più 4mila euro di multa), è stata invece inflitta a Vincenzo Argirò, considerato uno dei capi del Crimine (per questo e altri termini si veda il glossario) del capoluogo piemontese, mentre Salvatore Demasi, secondo la Procura capo locale di Rivoli, è stato condannato a 14 anni (3 in libertà vigilata).

Naturalmente non possiamo citare tutti i condannati, ma abbiamo riportato gli attori più in vista di questo losco giro di affari, favori e corruzione che tiene banco nel nordovest d’Italia. Sono, infatti,  nove le locali ‘ndranghetiste che nel corso di tutti questi mesi sono venute fuori dalle indagini e chissà quante altre ancora ce ne saranno.
Le vicende piemontesi sembrano avvicinarsi più al mito del vaso di Pandora che a quello del Minotauro, ma, mitologia a parte, siamo oramai ben lungi dal credere che il potere mafioso in queste terre sia meno forte di quel che si possa credere. È facile pensare che siamo solo all’inizio.

Se Riina perde la maschera

Abbiamo vissuto due tempi paralleli in questi ultimi anni, accorgendosene poco, sulla proiezione di Totò Riina: da una parte il boss raccontato (a volte anche male inseguendo fascinazioni negative) e dall’altra l’anziano e corto detenuto che ha sempre finto di essere solo anziano e corto. Ora le indiscrezione de Il Fatto Quotidiano sulle intercettazioni catturate durante l’ora d’aria del boss al 41 bis nel carcere di Opera fanno finalmente cadere il velo:

“Questi cornuti… (i pm di Palermo, ndr), se fossi fuori gli macinerei le ossa”. E ancora bisbigliando: “Sono stati capaci di portarsi pure Napolitano”.

Il boss corleonese parla anche dell’ex premier Berlusconi: “A quello carcere non gliene fanno fare… Ci vuole solo che gli concedano la grazia”. E poi, rispondendo agli elogi di Lorusso: “Io sono sempre stato un potentoso deciso, non ho mai perso tempo… e se fossi libero, saprei cosa fare, non perderei un minuto, a questi cornuti gli macinerei le ossa”.

Riina non ha freni con il suo interlocutore arrivando a parlare anche delle stragi del 1992, quelle di Capaci e via d’Amelio: “Quello venne per i tonni – ha detto alludendo a Falcone che nel maggio del ’92 era stato invitato a Favignana ad assistere alla mattanza – e gli ho fatto fare la fine del tonno”.

“U curtu” parla di “segreti fittissimi”, in particolare proprio su Capaci. Cose che “i picciotti di Cosa nostra non dovranno sapere mai”. L’unico ad aver avuto il quadro completo, a suo dire, è stato il pentito Totò Cancemi, ex capomandamento di Porta Nuova, deceduto nel 2011.
Ma è sul processo trattativa Stato-mafia che Riina sfoga la sua rabbia: “Mi fa impazzire. Questi pm mi fanno impazzire”. In particolare rivolge le proprie affermazioni contro il pm Antonino Di Matteo: “Ma che vuole questo? Perché mi guarda? A questo devo fargli fare la fine degli altri. Fa parlare i pentiti, gli tira le cose di bocca è uno troppo accanito”.
Le cimici registrano tutto e dall’altra parte ascolta gli inquirenti della Dia e della Procura di Palermo. Riina è come un fiume in piena e parla anche della strage che ha portato alla morte di Rocco Chinnici nell’83: “A quello l’ho fatto volare in aria, saltò in aria e poi tornò per terra, fece un volo”.

Riina parla delle stragi descrivendosi come il capo dell’organizzazione che sfidò lo Stato, dicendosi rammaricato per non aver potuto proseguire anche se avrebbe agito in maniera diversa rispetto ai suoi “successori”: “Io avrei continuato a fare stragi in Sicilia, piuttosto che queste cose in Continente, cose ambigue… dovevamo continuare qui”.

Ora le domande sono spontanee:

– Perché Riina teme così tanto il processo sulla presunta “trattativa”?

– Quali sono le “cose ambigue” fatte in Continente su cui Riina non era d’accordo?

– Se i pm di Palermo fanno addirittura “parlare i pentiti” chi sono quei pm che non li hanno fatti (o non li fanno) parlare?

– Perché escono queste intercettazioni?

Ecco, sarebbe bello partire da qui.

Il coraggio

Intervento registrato per un incontro a Rescaldina (PV) dal titolo “Il coraggio dell’antimafia”.

Giovedì al Viminale: ‘Fiori dal cemento’

2013_11_18_Fiori_dal_cementoGiovedì 21 novembre, alle 10.30, presso la Sala delle conferenze del Viminale, sarà presentato il cortometraggio “Fiori dal cemento”. Il corto è stato realizzato da un gruppo di giovani scout di San Damiano d’Asti, il Clan Jonathan Livingston, dopo l’esperienza di lavoro su un bene confiscato, dedicato ad Alberto Varone, a Maiano di Sessa Aurunca. Fiori dal cemento racconta la storia di questo imprenditore ucciso dalla camorra per non essersi piegato alle richieste dei clan.

L’evento sarà l’occasione per illustrare le iniziative che il ministero dell’Interno intende mettere in campo per i beni confiscati, per fare in modo che la loro reimmissione nell’economia legale sia sempre più efficace e produttiva e, soprattutto, serva a costruire esempi positivi di cooperazione e impegno sociale.
Alla presentazione parteciperanno tra gli altri: il presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, il sottosegretario alla Giustizia, Giuseppe Berretta, il direttore dell’Agenzia per i beni confiscati, prefetto Giuseppe Caruso, l’attore Giulio Cavalli, l’avvocato Ilaria Ramoni, autrice di un libro sui beni confiscati.

Concluderà il viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico.

Per partecipare all’evento sarà possibile richiedere l’accredito entro le 13.00 di mercoledì 20 novembre inviando una e-mail all’indirizzo: segreteria.bubbico@interno.it

(link)

Wikimafia

Header_wiki

Un’enciclopedia wiki sulla mafia. Se la condivisione delle informazioni e il “fare rete” sono una delle armi migliori allora una wikimafia è oro. L’hanno fondata due ragazzi giovanissimi (alla faccia di chi ci vuole convincere che non ci sia già una sensibilità e una conoscenza nelle nuove generazioni) e la trovate qui.

Vale la pena metterlo tra i preferiti.

Scrive Pierpaolo Farina:

Il nostro obiettivo con WikiMafia (mio e di Francesco Moiraghi, brillante 18enne co-fondatore) è rendere accessibile a tutti un fenomeno complesso, fornendo una “formazione” antimafiosa di qualità a costo zero per gli utenti. Cosa che è perfettamente coerente con i miei ideali, perché, come diceva Gramsci, “la cultura è lo strumento con cui gli operai possono ribellarsi ai padroni“. Cosa che vale anche per i cittadini nei confronti dei mafiosi che spadroneggiano su interi territori (soprattutto qui al Nord).

Il nuovo numero de I Siciliani giovani

cover-i-siciliani

I Siciliani giovani   novembre 2013

www.isiciliani.it

Gian Carlo Caselli Carcere dramma e vergogna

Nando dalla Chiesa Chi aiuta la mafia al Nord

Giorgio Meletti Intervista a Leo Gullotta

Ricordo di Salvatore Coppola

Giulio Cavalli Uno strano pentito

Ester Castano Sedriano silenzi e grida

Mafie a Roma/ il prossimo libro di PietroOrsatti

Sebastiano Gulisano Mafia Stato Trattative

Carmelo Catania Cattafi I due piatti della bilancia

Aaron Pettinari Addaura

Rocco Lentini La “cupola del bestiame”

Gaetano Alessi Mafia in Emilia Romagna

Redazione Cortocircuito Reggio Emilia

Salvo Catalano Mineo

Alessio Di Florio Schiavi

Bruna Iacopino La mia classe

Antonella Beccaria Mafialeaks

Redazione Wikimafia Wikimafia

Umberto Di Maggio e Fabio Giuliani Start Up

Giovanni Abbagnato Quando la Sicilia fa la cosa giusta

Telejato Aziende sequestrate

Francesco Appari e Giacomo Di Girolamo Trapani

Alessandro Romeo Il giorno dell’alluvione

Carmelo Catania Comune di Falcone

Guglielmo Manenti Micky Muos

Rosaria Forcisi Fotoreportage Augusta sogno industriale

Daniela Sammito Migranti: intervista a Vassallo

Sara Spartà Franca Rame amore e vita

Elio Camilleri I siculo-italiani

Jack Daniel Il senso di reponsabilità

Carlo Gubitosa Un sindaco fedele

Lidia Menapace L’Italia e le “Forze armate”

Riccardo De Gennaro Watergate planetaria

Gapa Messaggio nella bottiglia

Salvo Ognibene La morte oscura di Niky Gatti

Andrea Zolea Ndrangheta in Australia

Arnaldo Capezzuto Don Carmine Schiavone

Paolo Miggiano Ventidue anni

Martina Mazzeo Vedere sentire e parlare

Pippo Teri Un giardino per Lea

Fabio Vita Bitcoin in CIna

Emanuele Midoli Ustica

Antonio Mazzeo Niscemi, Mafia e Muos

L’immagine/ Giambattista Scidà

Giuseppe Fava I lettori dei “Siciliani”

 

EBOOK: Siciliani giovani/ Appunti 1984

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