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Messina

Eccoli i migliori /3

La sottosegretaria alla Cultura che non legge libri, quello all’Interno che rivendica i decreti Sicurezza e quello all’Istruzione che scambia Topolino per Dante. Ecco a voi la pattuglia delle nuove nomine leghiste

Ormai frugare tra l’elenco dei migliori nel governo dei migliori rischia di diventare una rubrica quotidiana ma ci tocca e lo facciamo. Ieri c’è stata una sorta di presentazione alla stampa dei sottosegretari leghisti, capeggiati da un Salvini euforico che nel frattempo continua indisturbato a fare opposizione al governo di cui fa parte, come se nulla fosse, portando avanti la sua prevedibilissima strategia che continuerà irresponsabilmente a usurare il governo per non farsi usurare troppo da Giorgia Meloni. Anche questo purtroppo è uno dei tanti nodi di un governo che tiene dentro quasi tutti e quindi lascia la libertà di non tenere dentro praticamente nessuno a livello di responsabilità.

C’era ovviamente Lucia Borgonzoni, di cui tanto si sta scrivendo e si sta parlando in queste ore, quella che è diventata sottosegretaria alla Cultura e che candidamente ammette di non leggere libri. Meglio: nel luglio 2018 ammise di averne letto uno in tre anni e probabilmente con questa media è risultata la più assidua lettrice di tutto il suo partito e per questo è stata messa lì. Del resto il mondo della cultura, già in sofferenza acuta per la pandemia, ormai è pronto a tutto: per loro la prima ondata non è mai finita.

C’era Stefania Pucciarelli, andata al ministero della Difesa, già presidente della commissione Diritti umani del Senato, già travolta dalle polemiche per un like lasciato a un commento pubblicato sulle sue pagine social e nel quale si inneggiava ai forni crematori per i migranti che richiedevano una casa popolare. Ieri ha detto di non avere fatto altri errori facendo intendere di sentirsi assolta. A posto così. Del resto per loro il razzismo è un problema solo se sbrodola in giro, mica se si porta con fierezza.

Viceministro delle Infrastrutture e trasporti è Alessandro Morelli, quello che si definisce “aperturista” perché vuole riaprire tutto ma non si capisce bene come vorrebbe fermare il contagio, ex direttore de La Padania e de Il Populista: si ritroverà a lavorare a fianco a fianco con Teresa Bellanova (un’altra grande esperta di infrastrutture, immagino) e ha già rilanciato l’idea del ponte sullo stretto di Messina. «Noi abbiamo utilizzato per tanto tempo lo slogan delle ruspe, oggi le ruspe servono per costruire», ha detto ieri. Che ridere, eh?

Nicola Molteni è sottosegretario al ministero dell’Interno. Ieri ha detto: «Rivendico i decreti Sicurezza con orgoglio e dignità perché sono stati strumenti di legalità e di civiltà». Vedrete che (brutte) sorprese in tema di solidarietà.

Sottosegretario all’Istruzione è Rossano Sasso. Sasso nel 2018 partecipò a un flash mob contro i migranti a Castellaneta Marina. Una ragazza era stata violentata e il nuovo sottosegretario aveva già trovato il colpevole, uno straniero definito un «bastardo irregolare sul nostro territorio». Peccato che sia stato assolto con formula piena. Per non farsi mancare niente pochi giorni fa era convinto di citare Dante scrivendo una frase di una versione della Divina Commedia a fumetti apparsa su Topolino. All’istruzione, per capirsi. «Può capitare, è stato uno scivolone, sono sincero non sapevo che si trattasse di Topolino – ha detto ieri – vorrà dire che dovrò approfondire i miei studi classici e se mi sentisse il mio professore del liceo mi tirerebbe le orecchie».

Sottosegretario all’Economia è Claudio Durigon, il padre di Quota 100 nonché il cantore della Flat tax, a proposito di equità fiscale, che quando serve diventa addirittura “progressiva”. «Sappiamo che questo è un governo tecnico e non politico», ha detto ieri. Chissà come se la rideva intanto sotto i baffi.

Buona fortuna e buon venerdì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Femminicidio: Marianna uccisa 12 volte prima di essere uccisa davvero

“Mi ha minacciato con un coltello, non so più che devo fare: aiutatemi”. Diceva così Marianna Manduca quando implorava di essere ascoltata dalla Procura di Caltagirone, terrorizzata da un marito vigliacchetto e violento come ne leggiamo troppi nelle cronache italiane.

Dodici denunce. Dodici volte Marianna ha chiesto aiuto a un Paese che continua a derubricare i segnali di femminicidio a piccole beghe famigliari che non meritano attenzione, contribuendo al senso di impunità dei maschi che si arrogano il diritto di ritenere le proprie compagne proprietà private a cui dare un senso con le botte e con la morte.

Io non so nemmeno se si riesce a scrivere con che sguardo una donna possa uscire dalla caserma per la dodicesima volta. Non so nemmeno immaginare dove finisca la sfiducia e dove inizi la paura per chi poi alla fine di coltellate ci è morta davvero: il marito Saverio Nolfo l’ha uccisa con sei coltellate al petto e all’addome il 4 ottobre del 2007 a Palagonia.

La procura di Caltagirone per la morte di Marianna è stata condannata dalla corte d’Appello di Messina: hanno riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, e riconoscendo l’inerzia dei magistrati dopo una lunga trafila giudiziaria.

Dopo dodici volte insomma Marianna è morta per davvero. E dodici anni dopo le hanno chiesto scusa.

Perché non basta quasi mai solo un assassino per compiere un femminicidio.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

Operazione “Dominio”: i fatti, i nomi e le facce

Vasta operazione del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza che ha portato, alle prime luci dell’alba, all’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere, oltre a tre provvedimenti di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. emesse dal G.I.P del Tribunale di Messina, Monia DE FRANCESCO, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Messina. Nella rete degli inquirenti figure note e meno note, protagonisti da anni della storia che lega la mafia con il territorio messinese. Con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso sono stati tratti in arresto Domenico LA VALLE, Paolo DE DOMENICO. Francesco LAGANA’, Antonino SCIMONE. Alfredo TROVATO, Salvatore TROVATO e Giovanni MEGNA, tutti appartenenti al clan “Mangialupi”, operante nella zona sud di Messina.

Altre quattordici persone sono state arrestate per reati quali traffico di stupefacenti, estorsione. furti, rapine e detenzione illegale di armi. Figura cardine dell’indagine Domenico LA VALLE, titolare di un’attività commerciale nel quartiere a ridosso dello stadio di calcio “G. Celeste”, che è stato coinvolto sin dagli anni ’80 in alcuni procedimenti penali che lo indicavano come imprenditore strettamente collegato ad esponenti della nota cosca TROVATO – clan “Mangialupi’, anche se lo stesso a suo tempo non è stato condannato per le ipotesi contestate.

Le complesse attività d’indagine dei finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Messina. protrattesi per due anni. hanno permesso di “leggere” e di avere una visione completa di tutte le operazioni commerciali, finanziarie ed imprenditoriali che hanno visto, negli ultimi trent’anni. al centro la figura del LA VALLE, contornato da taluni suoi familiari e da una fitta rete di fidati collaboratori, consentendo di delineare il ruolo apicale assunto all’interno del citato sodalizio mafioso. Sulla scorta del materiale probatorio è emerso come tale soggetto sia stato colui il quale. dopo la disgregazione dell’originaria compagine associativa per via della carcerazione dei capi e del percorso di collaborazione con la giustizia intrapreso da altri affiliati, abbia, di fatto, assunto un controllo pressoché esclusivo delle attività illegali della cosca. costituendone il punto di riferimento “imprenditoriale”, facendo da contraltare al ruolo “operativo” ricoperto dai fratelli TROVATO.

Nel corso dell’indagine è risultato come il LA VALLE, avvalendosi dell’apporto qualificato di uomini di sua fiducia quali Paolo DE DOMENICO e Francesco LAGANÀ gestisse numerose attività economiche, rappresentate da diverse società di noleggio di apparecchi da gioco e scommesse, da una sala giochi, da un distributore di carburanti, da una rivendita di generi di monopolio e come avesse la disponibilità di numerosi immobili, tutti formalmente intestati a familiari (quali la moglie Grazia MEGNA) e a terze persone compiacenti, tra cui Antonino SCIMONE, Giancarlo MERCIECA e Francesco BENANTI, al fine di scongiurare il rischio di essere colpito da provvedimenti giudiziari di sequestro e confisca. Gli interessi illeciti nel lucroso settore del noleggio e della gestione di centinaia di apparecchi da gioco da parte di ditte a lui riconducibili hanno fatto assumere nel tempo una notevole posizione nel mercato di Messina e provincia, consentendo al LA VALLE di accumulare ingenti somme di denaro “in nero”, messe a disposizione della cosca di appartenenza per le più disparate finalità illecite.

In proposito, le Fiamme Gialle durante le investigazioni hanno sequestrato 159 di tali macchine e 369 schede elettroniche, la metà delle quali, a seguito di perizie effettuate da consulente tecnico della Procura, sono risultate essere state alterate per ridurre le probabilità di vincita. L’ufficio all’interno del distributore di carburante posto nelle immediate adiacenze del bar di proprietà costituiva una vera e propria “cassa continua” dell’organizzazione. A dimostrazione della notevole liquidità raccolta con la fiorente gestione delle attività illecite nel settore delle videoslot è significativo che nel corso di una perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza, all’interno di una botola ubicata nella cabina del distributore, siano stati sottoposti a sequestro oltre 140 mila euro in contanti. In tale circostanza, è stato rinvenuto anche un “libro mastro” ove erano annotati, con cadenza mensile, i guadagni, pari ad oltre 1.800.000 euro, che la cosca era riuscita ad incassare, in contanti, in circa sei anni, attraverso l’attività di noleggio di una parte degli apparecchi illegali. In un’altra circostanza Alfredo TROVATO si rivolgeva a Francesco LAGANÀ chiedendogli 10.000 euro in contanti in brevissimo tempo.

La consegna avveniva dopo pochi minuti previa interlocuzione con il LA VALLE che, dopo avere chiesto a LAGANÀ se i soldi servissero a TROVATO ordinava di dare immediatamente il contante richiesto. La “base operativa” dell’organizzazione era costituita da un bar di proprietà, luogo ritenuto sicuro per lo svolgimento di affari illeciti, riunioni e rapporti riservati tra l’indagato e soggetti pregiudicati per reati associativi di stampo mafioso ed in materia di stupefacenti (quali i fratelli Alfredo e Salvatore TROVATO e Giovanni ASPRI, fratello di Benedetto – detenuto), tutti soggetti posti al vertice o comunque riconducibili storicamente al gruppo mafioso operante nel quartiere MANGIALUPI. Tali incontri e rapporti sono stati ampiamente documentati dagli uomini delle Fiamme Gialle attraverso complesse attività di intercettazione e di osservazione. In particolare, attraverso minuziose attività investigative è stato ricostruito il metodo mafioso posto in essere dagli indagati nella gestione di controversie di varia natura e dei proventi illeciti, nonché le violente modalità con cui gli associati operavano il capillare controllo del territorio per la gestione delle attività economiche di pertinenza, territorio sottoposto ad un incondizionato “dominio” (da qui il nome dell’operazione). Significativi sono risultati alcuni episodi:

 in un caso è stato appurato come, una volta acquisito il controllo delle zone di influenza mediante l’installazione di videoslot in svariati locali della città e della provincia, il gruppo si sia preoccupato di garantire che nessuno interferisse con le attività di gioco e scommesse. Più in dettaglio, presso alcuni esercizi commerciali ove erano installati propri apparecchi, ignoti si erano introdotti nei locali al fine di scassinare le macchine ed impossessarsi del denaro al loro interno. L’attività investigativa ha consentito di accertare come Domenico LA VALLE, unitamente a Alfredo e Salvatore TROVATO, con la complicità di Francesco LAGANÀ, Antonino SCIMONE e Paolo DE DOMENICO, facendo leva sulla forza intimidatrice promanante dal vincolo associativo e sulla conseguente condizione di assoggettamento, fosse riuscito agevolmente ad individuare gli autori materiali dei delitti e a farsi restituire, in breve tempo, i proventi dei furti;

 in un secondo caso la violenza e la caratura criminale degli indagati, nonché la loro volontà di ribadire la propria egemonia nel settore del gioco d’azzardo rafforzando il “prestigio” dell’organizzazione, si sono manifestati in occasione di un brutale pestaggio posto in essere ai danni di un cittadino extracomunitario, reo solo di avere conseguito una consistente vincita giocando con le macchinette riconducibili al clan che, in conseguenza di ciò, stava perdendo del denaro,

 in un terzo caso è stata registrata una conversazione tra Domenico LA VALLE, Alfredo TROVATO e Giovanni ASPRI nel corso della quale i primi due, al fine di vendicare un torto subito dall’ASPRI, lo invitavano più volte, in modo perentorio a punire l’umiliazione ricevuta, gambizzando il soggetto che si era macchiato di tale affronto.

Anche soggetti estranei alla compagine criminale, persone comuni, che però evidentemente conoscevano la caratura ed il peso del LA VALLE e dei suoi sodali, si sono affidati a lui per ottenere in qualche modo “giustizia”.

E’ il caso di una persona che aveva subito il furto del proprio cane da caccia di valore e aveva richiesto l’intervento in “soccorso” di Domenico LA VALLE e di Alfredo TROVATO, grazie ai quali è poi effettivamente riuscito non solo a rientrare in possesso dell’animale, ma anche ricevere le scuse dall’autore del furto. Nel corso delle investigazioni sono stati accertati anche numerosi casi di furto, di illecita detenzione di armi, nonché plurime cessioni di sostanze stupefacenti e reiterate violazioni della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, attraverso la cui ricostruzione si è pervenuti all’arresto anche di Alberto ALLERUZZO, Francesco ALLERUZZO, Angelo ASPRI, Giovanni ASPRI, Carmelo BOMBACI, Nunzio CORRIDORE, Santo CORRIDORE, Francesco CRUPI, Domenico GALTIERI, Giuseppe GIUNTA, Daniele MAZZA, Francesco RUSSO, Gaetano RUSSO e Mario SCHEPISI. A seguito dell’accurata ricostruzione patrimoniale degli interessi imprenditoriali del LA VALLE, contestualmente all’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare, sono stati apposti i sigilli a tre società operanti nel settore del noleggio di centinaia di apparecchiature da gioco e scommesse, a diciotto immobili, tra cui una lussuosa villa con piscina ubicata nella zona tirrenica ed un prestigioso appartamento con attico a Messina, a una rivendita di generi di monopolio e ad un’imbarcazione tipo gommone, per un valore complessivo di dieci milioni di euro.

(da La Gazzetta del Sud)

NOMI COGNOMI E INFAMI sbarca (finalmente) in Sicilia

“NOMI, COGNOMI E INFAMI” SBARCA IN SICILIA

Domani 23 novembre inizia il tour di presentazione del libro “Nomi, cognomi e infami” di Giulio Cavalli (Ed. Ambiente collana Verdenero) in Sicilia.

Martedì 23 novembre alle h18:00 sarà a Catania presso la Libreria Cavallotto in Viale Ionio 32. Parteciperanno i ragazzi di Addio Pizzo.

Mercoledì 24 novembre alle h19:00 la presentazione avverrà a Messina presso il Circolo Pickwick in via Ghibellina 32. Interverranno Guglielmo Pispisa e Alessio Caspanello.

Infine, giovedì 25 alle h18:00 Giulio Cavalli presenterà il suo libro presso la libreria S.F.Flaccovio di Palermo. Interverranno Chicco Alfano (in rappresentanza dell’Associazione Nazionale Familiari vittime di mafia) e I.M.D. della Squadra Catturandi di Palermo.

OPERAZIONE "COMPENDIUM" CONTRO COSCA GELA; 41 ORDINI CUSTODIA CONTROLLAVANO APPALTI, PIZZO E TRAFFICO DROGA ANCHE AL NORD

gelaLa polizia sta eseguendo 41 ordini di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti della cosca mafiosa degli Emmanuello di Gela, nell’ambito di una vasta operazione antimafia tra la Sicilia, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e la Toscana. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, su richiesta della Dda nissena. Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa finalizzata al controllo illecito degli appalti e dei subappalti, intermediazione abusiva di manodopera, traffico di stupefacenti, ricettazione, estorsione, danneggiamenti, riciclaggio di denaro sporco, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni. Tra le armi (pistole, fucili ed esplosivo) sequestrati dagli uomini della squadra mobile di Caltanissetta, del commissariato di Gela e delle altre questure che hanno partecipato all’operazione denominata «Compendium», c’è anche una colt calibro 45 che, secondo una perizia balistica, sarebbe stata usata in due omicidi compiuti a Gela, durante la guerra di mafia: quello di Antonio Meroni, nell’89, e quello di Francesco Dammaggio, nel febbraio del 91. La cosca Emmanuello aveva messo in piedi al Nord una ramificata organizzazione, con base a Parma, che controllava imprese, appalti e manodopera in cinque regioni. Tre suoi esponenti si erano persino candidati nella lista Udeur-Popolari alle elezioni comunali di Parma, il 27 e 28 maggio del 2007, senza però essere eletti. L’inchiesta si è avvalsa della collaborazione di una donna tedesca, ex convivente di uno dei fratelli Emmanuello, Alessandro. Una conferenza stampa è stata convocata dagli inquirenti in mattinata nella questura di Caltanissetta.

Sono 40 le ordinanze di custodia cautelare eseguite fino ad ora in tutta Italia dalla polizia, nell’ambito dell’operazione «Compendium» contro la cosca mafiosa degli Emmanuello di Gela (Caltanissetta). Uno solo degli indagati, infatti, è riuscito a sfuggire alla cattura. Questi i nomi degli arrestati. Carmelo Alabiso, 32 anni di Gela detto «u Mongolo»; Nunzio Alabiso, 30 anni di Gela ma residente a Varano Melegari (Parma); Francesco Aprile, 63 anni, di Niscemi detto «u Vecchiu»; Rocco Ascia, di 34 anni, Giuseppe Salvatore Bevilacqua, di 42, Giuseppe Billizzi, di 37, Massimo Carmelo Billizzi, di 34, Maurizio Bugio, di 39, Emanuele Caltagirone, di 33, Marco Gino Carfà, di 31, tutti di Gela; Rosario Cascino, 43 anni, nato a Gela e residente a San Zeno Naviglio (Brescia); Angelo Eugenio Di Bartolo, 32 anni nato a Gela e residente a Parma; Gianfranco Di Natale, 36 anni di Gela; Andrea Frecentese, 33 anni di Pordenone; Raimondo Gambino, 25 anni, Gianluca Gammino, di 35 e Salvatore Gravagna, di 27, tutti di Gela; Claudio Infuso, 31 anni nato a Gela e residente a Parma; Fabio Infuso, 37 anni di Gela; 39 anni di Gela ma residente a Parma; Nunzio Mirko Licata inteso Barboncino, 32 anni di Gela ma emigrato a Ghedi (Brescia); Claudio Lo Vivo 34 anni di Gela ma domiciliato a Pordenone; Crocifisso Lo Vivo, 44 anni di Gela; Marco Maganuco, 33 anni, Francesco Martines di 26, e Sandro Vissuto, di 21 anni, tutti di Gela; Claudio Parisi, 54 anni, domiciliato a Genova; Gianluca Pellegrino, 25 anni e Alessandro Piscopo, di 35, e Giuseppe Piscopo, di 33, tutti di Gela; Tommaso Placenti, 33 anni di Gela ma residente a Parma; Paolo Portelli, 41 anni di Gela; Bruno Salvatore Quattrocchi, 30 anni, di Gela, Nunzio Quattrocchi 34 anni di Gela residente a Sesto Fiorentino; Calogero Sanfilippo, 34 anni di Mazzarino; Gabriele Giacomo Stanzà, 39 anni nato a Capizzi (Messina) e residente a Valguarnera (Enna); Salvatore Terlati, 35 anni di Gela inteso «Ciap Ciap», Daniele Turco, 40 anni, Francesco Vella, di 34 anni e Domenico Vullo, di 33, anche loro di Gela.

Nell’ambito dell’operazione la Squadra mobile di Caltanissetta e gli uomini del Commissariato di Gela hanno anche trovato un arsenale vero e proprio, Tra le armi rinvenute ci sono pistole, fucili e persino esplosivo. Sequestrata anche una colt calibro 45 che, secondo una perizia balistica eseguita dalla Polizia, sarebbe stata usata in due omicidi compiuti a Gela durante la guerra di mafia. In particolare, l’omicidio di Antonio Meroni, nell’89, e quello di Francesco Dammaggio, nel febbraio del 91.

Il clan Emmanuello era in possesso di una grande quantità di armi e munizioni. Durante le varie perquisizioni sono stati sequestrati un fucile a canne mozze, mezzo chilo di esplosivo, una decina di pistole e numerose munizioni. Dalle perizie balistiche, una delle pistole è risultata già usata in due omicidi di mafia, quello di Antonio Meroni, nell’89, e quello di Francesco Dammaggio, nel ’91. Ma nelle attività illecite c’era spazio anche per le ricettazioni. I malviventi rubavano ciclomotori da rivendere o da restituire agli stessi proprietari dietro pagamento di riscatto. Come covo usavano una vecchia casa del centro storico, dove nascondevano i proventi dei vari furti e dove si riunivano per programmare la loro attività criminale. L’organizzazione mafiosa non tralasciava alcun affare. Nei suoi traffici illeciti c’erano spazio anche per la ricettazione di reperti archeologici di età greca, tra cui un vaso e delle monete, definite di rilevante interesse storico-culturale.

CODICE DEONTOLOGICO PARTITI A GELA

«Un codice di autoregolamentazione e deontologico dei partiti a Gela in vista delle prossime elezioni contro la mafia». A suggerirlo  è stato il procuratore aggiunto della Dda di Caltanissetta, Domenico Gozzo. Il pubblico ministero parlando della «eccessiva drammatizzazione della situazione gelese al punto da proporre il ritorno dell’esercito in città» ha ribadito «il ruolo naturale ed insostituibile nella lotta alla mafia delle forze dell’ordine e della magistratura». Gozzo ha detto: «non condivido la battaglia e la contrapposizione politica tra destra e sinistra sul fronte della lotta alla mafia, piuttosto sarebbe opportuno che in vista delle prossime amministrative tutti si mettano d’accordo per tempo sull’azione politica contro la mafia».

LUMIA (PD), STRAORDINARIO COLPO A CLAN

«Un’importante operazione, un colpo straordinario inferto al clan Emanuello e alle sua rete di collusioni con i sistemi imprenditoriale e politico ramificati in tutta Italia». Così il senatore Giuseppe Lumia, componente del Pd in Commissione antimafia, commenta le 41 ordinanze di custodia cautelare eseguite nell’ambito dell’operazione Compendium della Dda della Procura di Caltanissetta. «Nessuno si illuda che a Gela l’azione antimafia si sia esaurita – aggiunge l’esponente del Pd – il cammino avviato dall’ex sindaco Rosario Crocetta e delle associazioni antiracket andrà avanti con maggiore intensità e determinazione. Non bisogna abbassare la guardia perchè le nuove leve sono pronte a prendere il posto dei capi colpiti duramente, in quest’ultimo periodo, dalle forze dell’ordine e dalla magistratura»

Radio Mafiopoli 28 – Lo strano caso dell’ingegnere Lo Verde

Alla fine ce l’hanno insegnato loro che il trucco sta tutto nel leggere i segnali. Sarà per questo, forse, che a qualcuno fa tanto comodo farceli arrivare sempre spaiati i segnali convincendoci poi che siano i modi dell’informazione.

C’era una volta l’Italia dell’ingegnere Lo verde. Non è l’inizio dell’ennesima fiction sugli ingegneri in corsia o una puntata di Fantozzi che latita tutti, l’ingegnere Lo verde è una delle chiavi di quel bordo scivoloso del 1992 su cui a Mafiopoli si è costruita la seconda repubblica. Una repubblica a forma di buccia di banana. L’ingegnere Lo verde telefonava abitualmente a don Vito Ciancimino, e questo sarebbe di per sé abbastanza normale. Ciancimino era il re Mida ingegneristico di Palermo, l’unico uomo che riusciva anche per un vaso di gerani a farsi dare l’abitabilità. Quell’artista futurista incompreso che aveva buttato giù dei vecchiardi e inutili palazzi liberty per sostituirli con delle belle case a forma di pacco, molto meno ricchione. Molto più moderne e meno ricchione. Anzi Vito Bros Ciancimino si incontrava con un certa regolarità presso la sua abitazione Roma con l’ingegnere Lo Verde. E tutti e due sul tappeto della sala progettavano con i mattoncini del lego un’Italia a forma di sbriciola. Chissà che ridere. Ma c’è un però. Dietro le spoglie del metafisico ingegnere Lo Verde c’era una temibile prostata con attaccato Binnu Provenzano tutto intorno. La prostata più ricercata d’Italia. Quella che si dice un prostata latitante (e qui i doppi sensi si sprecherebbero). Ci raccontano di questi amplessi adulteri e furtivi nel processo Gotha a Palermo, di cui a Mafiopoli nessuno parla perché sono tutti impegnati a recensire l’ultimo modello di bambola gonfiabile del re. Le malelingue (che a Mafiopoli sono necessarie come il buco in fondo alla schiena) dicono che non si può dare credito ad un testimone solo perché è omonimo Ciancimino di Don Vito Bros, e solo perché suo figlio, e solo perché ha pianto a lungo mentre l’ingegnere Lo Verde gli rubava la gru dei Playmobil con la cicoria tra gli infissi dei denti. “Del resto – dice il principe cacchiavellico durante l’inaugurazione del ponte da Messina a Pattaya – solo con una libera circolazione di soldi, papelli e di persone si può affermare di essere un popolo libero! E giù un applauso scrosciante come lo sciacquone del cesso.

Intanto le forze dell’ordine (nonostante sia in discussione nel parlamento mafiopolitano di provvedere ad una loro veloce sostituzione con le nuove “truppe di Barbarossa” che finalmente risolveranno una volta per tutte il problema dei gattini sugli alberi) hanno arrestato prima “Cicciotto ‘e Mezzanotte” Raffaele Bidognetti figlio del boss Francesco, Bidet-Gnetti se ne stava mellifluo in quel di Castel Volturno, assorto a finire una partita al cubo di Rubik iniziata nel 1986.

Passa il tempo di uno starnuto e nella settimana del “gomorra libera tutti” viene arrestato Diana, nonostante il cognome, un bel ragazzone di 54 anni masculo al 100%. Dicevano che si fosse trasferito al nord e invece Raffaele Diana detto anche Rafilotto o 2 Cavalli se ne stava a Casal di Principe. Ma siccome è scaltro come una faina latitava in via Torino per confondere le indagini che però non si sono confuse. Sul comodino tenve in bella vista i vangeli, il libro di Padre Pio, la bibbia di Riina ‘u Curtu e gli scritti apocrifi de “Il Padrino”. Il cubo di Rubik no, l’aveva sparato dopo 13 anni che non riusciva a finire il lato rosso. Diana è accusato, tra l’altro, di danno morale alla regione Emilia Romagna per aver fatto sparare il 7 maggio 2007 a Giuseppe Pagano in quel di Riolo di Castelfranco Emilia. Un danno morale incalcolabile per una regione dov’era appena stato messo per iscritto che la mafia non esiste. L’azienda turistica si costituirà presto parte civile. Il ministro alla Sensazione della Sicurezza esulta trionfante in conferenza stampa, poi qualcuno gli sussurra all’orecchio che il sindaco di Castel Volturno Francesco Nuzzo si dimette perche “troppo solo di fronte alla camorra””. Il ministro si scurisce in volto, interrompe il party per un secondo e ordina di spedire anche a lui una bambola di lattice. Bum bum.

Oliviero Toscani, assessore all’omino del cervello del sindaco Sgarbi di Salemi, mette in vendita accendini e magliettine del nuovo marchio brevettato M.a.f.i.a. Qualcuno giù a Mafiopoli si indigna, lui risponde che crea più danni il Grande Fratello. La vecchia storia dell’asino che dice cornuto al bue. Intanto il sindaco Sgarbi dichiara di essere stato minacciato. Sì, dal buongusto.

Ad alcuni amici dei Lo Piccolo per gli amici Lo Pippolo sono stati sequestrati 300 milioni di euro. Nel carcere duro si è passati dal proverbiale champagne per le gemelle Kessler di Cosa Nostra a del più modesto Pinot in offerta.

Intanto, dopo il terremoto abruzzese, in molti con faccia immacolata promettono che nella ricostruzione non arriverà la mafia da sempre esperta nel demolire le ricostruzioni. Errore. Loro ci sono già. Non è mica vero che nel 1999 proprio qui ad Avezzano era stato arrestato Giovanni Spera figlio del boss Benedetto Spera Bel Rosso di Sera? Non è mica vero che, guarda un po’, il Giovannino lavorava nel calcestruzzo? Non è mica vero quel che si dice che i latitanti mafiosi svernino nelle coste adriatiche quando d’inverno le città si svuotano e tranquillizzano? A Mafiopoli la frase “non arriverà la mafia” ormai suona più o meno come “arriverà Babbo Natale”. Amen.

Il senatore Lumia ha ricordato che l’investigatore che “Emanuele Basile è stato un grande servitore dello stato”. In parlamento durante l’applauso tutti a cercare su google.

Per una prevedibile settimana, alla “memoria corta”.

FONTI

http://www.ansa.it/site/notizie/regioni/emiliaromagna/news/2009-05-04_104358329.html

http://napoli.repubblica.it/dettaglio/Camorra-colpo-ai-Casalesi-preso-in-bunker-il-boss-Diana/1627486

http://www.rassegna.it/articoli/2009/04/30/46463/labruzzo-rischia-tra-mafia-e-camorra

http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_27/castevolturno_sindaco_dimissioni_7bde7e28-3355-11de-b34f-00144f02aabc.shtml

http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/italia/news/2009-05-04_104363612.html

http://www.ansa.it/site/notizie/regioni/sicilia/news/2009-05-05_105353144.html

http://www.libero-news.it/adnkronos/view/112105

http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=116991

Logiche di un potere siciliano. L’Arra di Felice Crosta.

di Carlo Ruta

L’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque ha dettato regole e mosso fiumi di denaro, lungo tutto il perimetro degli Ato. Di emergenza in emergenza, in più occasioni è finita sotto accusa. L’Ars ne ha deciso quindi, nel dicembre 2008, lo scioglimento. Eppure continua a esistere e a reggere i giochi. Lo farà per tutto il 2009. Ma nelle sedi della Regione tante cose vanno muovendosi perché la decisione venga revocata.

C‘è un soggetto pubblico in Sicilia che evoca emergenze, ma anche torrenti di denaro. È l‘Arra, Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, istituita con decreto del presidente della regione Cuffaro il 28 febbraio 2006. Si tratta di una struttura centralistica, rigidamente verticale, che ha avocato competenze che appartenevano a un pulviscolo di enti territoriali: dai comuni ai consorzi di bonifica, assumendone comunque di nuovi, sulle linee della legge Galli. L’avvento di tale organo ha chiuso in via definitiva la fase, inaugurata dal generale Roberto Jucci, dei commissari regionali per l’emergenza idrica, di cui si erano serviti i passati presidenti. In una situazione che sempre più andava intricandosi, con il mobilitarsi di interessi forti oltre che con la crescita delle problematiche sul terreno, quella esperienza si era dimostrata in effetti debole, necessariamente priva di profilo strategico. E il passaggio, logico e per certi versi necessario, si è dimostrato adeguato alle aspettative. L’Arra, guidata dall’avvocato Felice Crosta su designazione di Cuffaro, ha permesso di convogliare nell’isola fondi europei per miliardi di euro, che non potevano essere utilizzati con la gestione commissariale. Palazzo d’Orleans ha potuto contare, da quel momento, su un braccio operativo coeso, in grado di porsi come interlocutore unico di tutte le parti in gioco, quindi garante di un sistema. In definitiva si è materializzato dal versante pubblico, ad hoc, il collante che occorreva per combinare interessi distanti, passato e presente, tradizioni che non intendono demordere e scommesse sul futuro.

A dispetto dei suoi poteri di mediazione e, almeno in via ufficiale, di intervento specialistico, l’Arra reca un profilo pesante. Come altri organi regionali di recente istituzione è retta infatti da logiche di sottogoverno, tese a garantire la stabilità del personale politico a dispetto degli eventi. In questo senso non differisce tanto dagli enti regionali di un tempo: l’Ems, l’Eas, altri ancora. Si è distinta inoltre, sin dalla nascita, per le spese inusitate del suo funzionamento, a tutti i livelli, a partire comunque dal più elevato. Crosta, che sin dagli esordi la dirige con piglio decisionistico, è risultato il burocrate meglio pagato in Italia, con un compenso complessivo di oltre 500 mila euro l’anno, pari a circa 1500 al giorno. Per contenere lo scandalo che andava montando nel paese, si è adottato un escamotage singolare, inteso a bilanciare di fatto i poteri nell’Agenzia. Nel 2008 è stato posto per legge un tetto di 250 mila euro ai compensi dei burocrati, ma, contestualmente, è stato deciso di affiancare a Crosta tre consiglieri, perché tutti i partiti di governo potessero essere rappresentati. La scelta è caduta quindi su Giuseppe Infurna, ex deputato regionale di An, Rossella Puglisi, già candidata per l’Udc alle politiche del 2008, Guglielmo Scammacca, già assessore regionale ai Lavori Pubblici: quest’ultimo poi sostituito, per riequilibrare le influenze, da Giovanni Cappuzzello, già candidato Mpa alle politiche. Anche tali consiglieri beninteso, sulle cui professionalità e competenze ha dovuto garantire Crosta, non importa con quanta convinzione, godono di compensi annui di 250 mila euro cadauno, per 750 mila complessivi.

Gli stipendi d’oro e gli scambi con i partiti di governo, nel solco appunto di una tradizione, costituiscono tuttavia solo il sintomo di un modo di essere, perché solo nelle politiche sul terreno si sono espresse compiutamente le logiche dell’autorità regionale. Ne sono uscite infatti istituzionalizzate emergenze che prima erano state gestite in modo contingente e tattico, con aggravamenti non da poco. In tema di rifiuti, il caso più rappresentativo è quello dei termovalorizzatori, la cui realizzazione, a dispetto dell’opposizione di intere cittadinanze, era stata assegnata nel 2003 a compagini guidate dal Gruppo Falck e da Waste Italia. Dopo l’annullamento della Corte di Giustizia dell’UE dei due appalti, quando le installazioni erano già in opera, l’Agenzia di Crosta avrebbe potuto agire con determinazione lungo vie alternative, come veniva indicato da tecnici e da estesi movimenti. Invece ha preso tempo e insiste a prenderne, tanto da legittimare l’ipotesi, nell’ambito delle opposizioni politiche e non solo, che si voglia eludere, con dei marchingegni, il divieto dell’Unione Europea, mentre nelle città siciliane incombono emergenze rifiuti di rilievo napoletano e in certi ambienti si insiste a guadagnare con le discariche abusive.

In tale vicenda, che ha visto in palio oltre un miliardo di euro, Felice Crosta, prima da vice commissario per l’emergenza rifiuti, poi da presidente dell’Arra, è andato muovendosi in realtà con spesse motivazioni. Nel 2003 ha siglato personalmente la convenzione con le compagini vincitrici, di cui ha avuto modo di conoscere da vicino caratteri, progetti, apparentamenti. Le anomalie degli appalti che alcuni anni dopo sarebbero state riscontrate in sede comunitaria non poterono essere quindi frutto del caso. Richiamano bensì degli atteggiamenti. E la cosa tanto più appare indicativa, di un clima se non altro, se si tiene conto di alcune realtà economiche incastonate in quelle cordate aggiudicatarie, che reclamano oggi una penale di 200 milioni di euro per l’annullamento degli accordi. Si tratta della Emit, che fa capo alla famiglia Pisante, e della Altecoen, che riconduce al medesimo gruppo oltre che all’imprenditore Pietro Gulino di Enna. La prima risulta presente negli appalti per i termovalorizzatori di Palermo e Casteltermini, sotto la guida della Actelios del gruppo Falck. La seconda figura nel cartello aggiudicatario dell’inceneritore di Augusta, guidato ancora da Actelios, mentre costituisce un pezzo forte del consorzio Sicil Power, che si è aggiudicata l’appalto dell’inceneritore di Messina. A fare la differenza sono comunque due dettagli. Sia i Pisante sia Gulino recano un passato giudiziario importante. I primi, che proprio con l’imprenditore ennese sono stati dentro l’affare dei rifiuti di MessinAmbiente, finito in scandalo con numerosi arresti, risultano inseriti in modo strategico, con presenze quindi a tutto campo, nell’altro ambito interessato dall’Arra: quello dell’acqua. Ebbene, tutto questo, ancora una volta, non può essere considerato casuale. Richiama bensì concertazioni mirate, una macchina in movimento, che trova riscontri proprio nei modi in cui l’Agenzia di Crosta si è posta sul terreno delle risorse idriche.

In effetti, pure da tale prospettiva sono andati creandosi strani miscugli, largamente condivisi dai potentati regionali. Il momento di avvio, che in qualche modo ha aperto le piste dell’affare siciliano, si è avuto comunque con l’entrata in campo della multinazionale francese Veolia intorno al 2003. Tale società aveva già stretto un patto di ferro con i Pisante, attraverso la condivisione del pacchetto azionario della Siba, che aveva assunto gestioni di acqua e depuratori lungo tutta la penisola. Volgendosi alla Sicilia, recava quindi buone ragioni per fare cordata con l’alleato pugliese, che peraltro, proprio nell’isola recava interessi e referenti. Pure con questi ultimi, beninteso, la multinazionale ha dovuto fare i conti. Si è ritrovata a interloquire infatti con il Gulino di Altecoen e ha dovuto riconoscere spazi di tutto rispetto al nisseno Di Vincenzo. In tali termini si compiva quindi, nel 2004, la maggiore esperienza di privatizzazione dell’acqua nell’isola, con il passaggio degli acquedotti dall’Eas a Sicilacque. E Felice Crosta, nelle vesti allora di commissario straordinario all’emergenza, sul piano strettamente operativo ne è stato l’artefice, per diventarne infine, da plenipotenziario dell’Arra, il garante.

Nell’aprile 2004, Salvatore Cuffaro dichiarava solennemente che la privatizzazione era ormai pressoché fatta e l’emergenza in via di superamento. Ma le aspettative di un iter veloce e confortevole della prima sono durate poco. L’istituzione dell’Agenzia è apparsa la risposta idonea. E in una certa misura lo è stata, se è riuscita, appunto, ad avocare a sé poteri, a stabilire quindi regole e direzioni di marcia in tutto il territorio regionale. Non si è tenuto tuttavia conto di talune situazioni sul terreno, che sono andate facendosi sempre più magmatiche. Non si tratta solo dei ricorsi al Tar, che nella definizione degli appalti sono diventati una consuetudine. Né delle direttive comunitarie, che pure hanno costituito uno scoglio difficile, talora addirittura insuperabile. È maggiormente lungo il perimetro degli Ato che il disegno strategico di Crosta è andato impigliandosi. A partire dagli Ato stessi. Ne sarebbero potuti nascere uno per provincia. Ne sono risultati 27, che contano ben 189 consiglieri d’amministrazione. In sintonia con contraenti privati, sotto comunque le direttive dell’Arra, le autorità di Ambito avrebbero dovuto mettere ordine nei servizi idrici e nel ciclo dei rifiuti, invece su entrambe le linee si è finiti in piena calamità. In ultimo, l’intera macchina degli Ato è entrata in crisi, fino al limite del dissesto, con un indebitamento complessivo di quasi un miliardo di euro, non tanto per le difficoltà economiche degli enti locali di riferimento, pur significative, quanto per i modi in cui ha gestito le proprie economie, a partire dalle spese di funzionamento, che non costituiscono beninteso le maggiori. Alcuni numeri al riguardo sono eloquenti: solo i 189 consiglieri di amministrazione costano ai comuni circa 12 milioni di euro l’anno; una somma analoga viene destinata a incarichi di consulenza; qualche milione viene speso addirittura per le auto blu.

L’Agenzia di Crosta è andata portandosi, come è evidente, su un terreno critico. Alle emergenze che ne hanno garantito la sopravvivenza e il potere, se ne sono aggiunte infatti altre, meno controllabili, tanto più in tempi di recessione. D’altra parte, restano impegnative le pretese del privato, entro cui insistono a influire le ipoteche della tradizione. Garante di un sistema che ha incluso ed escluso, l’Arra ha sempre rispettato i patti con i contraenti, visibili e sottintesi. Ne danno conto i capitoli di spesa della Regione, l’impiego di fondi europei, la concessione a certe condizioni del patrimonio pubblico, la condivisione o la tolleranza di taluni stati di fatto. Con l’apporto decisivo degli Ato e non solo, ha finito quindi con il rendere sistema, più ancora che in passato, lo spreco di risorse. Mentre si consuma allora il fallimento del piano rifiuti, Felice Crosta può trovare confacente siglare un accordo con Actelios e Sicil Power, con cui viene stabilito in 200 milioni di euro la somma che dovrà essere pagata alle medesime a titolo di penale per l’annullamento dell’appalto degli inceneritori: un importo, appunto, che lascia tanto dubitare. A dispetto dell’obbligo di astensione, l’Arra trova altresì confacente proporre nuovi bandi di gara, che violano di fatto l’obbligo di esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia Ue, oltre che i princìpi della libera concorrenza. E ancora, di concerto con la Regione, che intanto ha dovuto farsi carico dei 540 milioni di debiti accumulati dall’Eas, trova congruo che gli indebitamenti degli Ato vengano risanati, come è avvenuto nel caso di Simeto Ambiente, con i fondi delle autonomie locali.

Tutto questo ha recato beninteso dei costi, che possono esporre l’autorità regionale a una serie di pericoli. Alcuni segnali possono persino evocare gli anni dell’Eas di Aristide Gunnella, finiti in scandalo: il crepuscolo cioè di un sistema che nei decenni della Dc aveva espresso i caratteri di un feudo. In tutta la Sicilia è in effetti allarme. Le denunce si moltiplicano. In numerosi centri la protesta, che sempre più riunisce l’intera banda delle emergenze, giunge a coinvolgere sindaci ed esponenti degli stessi partiti che governano la Regione. E dal palazzo liberty da cui muovono Crosta e i suoi commissari ad acta si colgono indizi di tensione, mentre la partita dei termovalorizzatori, sempre più influente e contaminante, rischia di generare ulteriori scoperture. Su tali sfondi trova senso allora la decisione di sciogliere l’Agenzia, presa dall’Ars il 28 novembre 2008, su proposta del consigliere Giuseppe Laccoto del Pd. Il termine delle operazioni di chiusura è stato fissato nel 31 dicembre 2009, dopo cui è prevista l’entrata in funzione di un Dipartimento delle acque e dei rifiuti presso il nuovo assessorato dell’Energia. Ma per il sistema vigente è scoccato realmente l’inizio della fine?

L’Arra, espressione del potere regionale, si è resa garante di equilibri delicati, fino a divenire l’emblema, si direbbe il monumento, della privatizzazione in stile siciliano. Non può quindi scomparire senza che se ne avvertano serie risonanze. Crosta in particolare si è assunto l’onere di condurre in porto progetti che restano largamente irrisolti. Esistono servizi idrici da assegnare in aree importanti, come quelle di Messina e Trapani. La problematica dei termovalorizzatori rimane appunto nelle secche. Per tali ragioni, e non solo, è difficile che entro il dicembre 2009 i conti possano essere chiusi. Se da parte dell’opposizione, con un emendamento proposto dallo stesso Laccoto, è stato chiesto quindi di anticipare lo scioglimento dell’Agenzia e il passaggio di consegne, nell’ambito dei partiti di maggioranza si sta operando perché la decisione dell’Ars venga rivista, elusa, fatta decadere. In questa direzione va in particolare la presa di posizione del capogruppo dell’Udc Rudy Maira, secondo cui la professionalità acquisita sul campo dai funzionari dell’Arra non è sostituibile. Il resto, ovviamente, va facendosi in sordina.

Fonte: “L’isola possibile” rivista mensile siciliana allegata a “Il Manifesto”.

Radio Mafiopoli 25 – Il negazionismo certificato e l’antimafia pregiudicata

Buongiorno a tutti. Da oggi Radio Mafiopoli viene trasmessa in video direttamente dal nostro studio, che non è ovale ma fecondo, a tratti spassosamente ovulatorio. Del resto a quanto pare basta spesso una cartellonistica di spalle, anche nella forma di una Disneyland in tetrapak, per arrogarsi il diritto di fare informazione e questo a Mafiopoli non è consentito. Ormai sono anni che il principe Cacchiavellico, monarca despocratico della repubblica di Mafiopoli, sta ripetendo che l’informazione è un’infezione virulenta, contraffatta dalla Cina, che sta uccidendo quella meravigliosa coscienza civile mafiopolitana sempre così delicatamente dormiente, assopita, pressoché comatosa: rivedendo l’ultimo decreto legge sembra che siano in molti tra gli eletti reggipancia del re a volerle staccare la spina. Il lupotto Fini ha dichiarato che “ormai l’informazione mafiopolitana non ha più speranze ed è meglio staccare il sondino”. Poi come al solito è stato sculacciato per avere detto una cosa troppo di sinistra. A Mafiopoli non passa una settimana senza che ci sia una di quelle novità che ti facciano addormentare con quel retrogusto al dixan che è tutto un gioco di scambio di fustini due meglio di uno.
Pino Maniaci è stato denunciato. Il che di per sé non sarebbe nemmeno una notizia buona per il settimanale dell’oratorio. È la sua 270esima denuncia, del resto, e non è un segreto da servizi segreti il fatto che Pino sia l’inventore di un nuovo modello di antimafia: l’antimafia pregiudicata. Questa volta è stato denunciato per abuso di professione, che è una forma particolare di reato esclusiva proprio della legislazione di Mafiopoli: tutti coloro che non si allineano agli albi dei soprusi per professione vengono portati davanti alla santa inquisizione della delazione pubblica. Una volta, nell’era paleomafiusa, la delazione era coltivata al bar insieme alle patatine e ai tramezzini dell’aperitivo, mentre al tavolo si davano lezioni sulla legalità rigorosamente quella degli altri. Ora, purtroppo, a causa della nuova legge delle intercettazioni che rende carta straccia qualsiasi dichiarazione che non sia fatta in una notte di luna piena con una coda di gatto nero e un occhio di topo, i delatori devono prendersi la briga di fare le portinaie per denuncia bollata. Arrivata la denuncia il magistrato, dicono, ha dovuto aprire l’inchiesta. Ci sono cose a Mafiopoli a cui la giustizia non può sfuggire: verificare le mestruazioni delle malelingue, prescrivere Andreotti o fingere di trovare 400.000 trascrizioni secretate dentro il calzino di Genchi nel comodino. “L’informazione deve essere fatta di pregiudizi e non di pregiudicati!” ha urlato il Ministro al Giudizio di Stato durante l’inaugurazione del ponte da Messina all’Expo, “ i pregiudicati stiano al loro posto!” ed è scattato l’applauso alla bouvette del Parlamento. Non tutti hanno applaudito, solo i capigruppo, per tenere libere qualche paio di mani a toccarsi i Maroni, senza nessuna allusione a quelli dell’Interno. E così a Pino ci toccherà portarci le arance e le sigarette. Per il caffè magari chissà si offrirà di portarglielo qualcuno dei Fardazza (soprannominati Vitale, famigliola immafusita di Partinico) o della Bertolino (famosa distilleria di querele al Maniaci e famosa per la sua grappa “Scacciacani” ecocompatibile) , il caffè specialità del posto, detto anche “il caffè alla Sindona”.
Intanto, si sono aperti i balli e scaldati i cotechini per la famosa sagra mafiopolitana della negazione: a Lodi in provincia di Mafiopoli la mafia non esiste, non è mai esistita, e non esisterà. Bum bum. Solo una volta all’anno arriva a Lodi vestita da befana per portare una bara ai bambini che sono stati cattivi. A Parma il prefetto Paolo Scarpis ha dichiarato: “da Saviano solo sparate”. Al verbo sparare Riina ad Opera è corso in mensa a giocare ai pirati mentre gli brillavano gli occhi. A Parma la mafia non c’è. Non c’è mai stata e non ci sarà mai. La Moratti sindachessa di Milano, provincia di Mafiopoli, appena sentite le parole magiche “mafia” e “non c’è” si è illuminata e con il parrucchino in erezione ha convocato una conferenza stampa all’urlo “tana libera tutti!”. Un trionfo. Bum bum. A Genova il questore Parenti dichiara “mafia a Genova? A noi non risulta”, ha ragione al massimo un paio di puttane. A Buccinasco intanto il sindaco Ceresa organizza a sorpresa una giornata contro la mafia, titolo dell’iniziativa: “la storia della mafia dai fasci siciliani ai primi anni 50 quando è stata debellata”.
L’onorevole Fini, promosso proprio in questi giorni a onorevole fermacarte sulla scrivania del Re, ha dichiarato “la mafia è una dittatura!”, soddisfazione inaspettata. Poi ha aggiunto “non votate per chi offre un posto di lavoro”, e il Popolp della Pubertà è sceso sotto il 5%. Poi ha aggiunto “non ci sono mafiosi alla Camera”, e a quel punto sono entrati dei signori con un camice bianco che in camicia di forza l’hanno portato via.
C’è stata davanti alle questure d’Italia una manifestazione di solidarietà verso Gioacchino Genchi. L’avete vista? Ne avete sentito parlare? No. Allora non è vero. Ricredetevi. Alla negaziopolitana.