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‘Ndrangheta in Val d’Aosta: occhi puntati sui Nirta

La Direzione distrettuale antimafia di Torino sta indagando su infiltrazioni della ’ndrangheta in Valle d’Aosta. Indagini che sono concentrate sulla famiglia Nirta, già in passato oggetto di provvedimenti giudiziari. La notizia – citata nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del pm Pasquale Longarini e del commerciante Gerardo Cuomo – è stata confermata da fonti investigative ed è coperta dal più stretto riserbo.

Tra i personaggi controllati dalla Dda c’era lo stesso Cuomo, titolare del Caseificio valdostano e definito «soggetto di interesse investigativo»nell’ordinanza, il quale «in occasione di plurimi servizi di osservazione era stato visto incontrare presso la sua azienda Giuseppe Nirta, pluripregiudicato, tra l’altro per reati in materia di stupefacenti, “dominus” effettivo della ditta spagnola Flos Florum sl, con la quale il caseificio valdostano aveva intrapreso rapporti commerciali».

(fonte)

‘Ndrangheta, colpo ai Cerra-Torcasio-Gualtieri di Lamezia: i fatti e i nomi

Maxi-blitz dei carabinieri in Calabria e in diverse località italiane. Smantellate tre piazze di spaccio gestite direttamente dai clan lametini. Gli indagati sono oltre 70

Erano tre le piazza di spaccio direttamente gestite dal clan di Lamezia Cerra-Torcasio-Gualtieri e per la quale sono state arrestate 47 persone (­24 in carcere e 23 ai domiciliari) questa mattina dai militari del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Catanzaro unitamente a quelli della Compagnia di Lamezia Terme. La prima nel centro cittadino in località Trempa, la seconda in località Capizzaglie e la terza a Ciampa di cavallo. Le sostanze stupefacenti raggiungevano la città della piana seguendo i canali della Puglia e dell’Albania per l’approvvigionamento della marjuana mentre dalla costa ionica reggina proveniva la cocaina e l’eroina. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal Gip del Tribunale di Catanzaro Carlo Saverio Ferraro su richiesta dei sostituti procuratori Elio Romano e Fabiana Rapino. I 47 indagati sono ritenuti affiliati alla cosca ‘ndranghetista Cerra – Torcasio – Gualtieri attiva nella piana di Lamezia e ritenuti responsabili di associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti con l’aggravante delle finalità mafiose. Complessivamente sono oltre 70 gli indagati.

“Dionisio”. L’operazione è stata convenzionalmente denominata dai carabinieri “Dionisio” ed è un costola di due precedenti inchieste “Chimera 1” e “Chimera 2”, con la quale si era appurata l’esistenza della cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri. Il procuratore della Repubblica, Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa ha chiarito come si tratta di un’indagine completa sotto il profilo probatorio. “Ho apprezzato la maniacalità con la quale i carabinieri hanno costruito in maniera sistematica rendendo granitiche le prove”. “Siamo davanti ad una cosca pericolosa – ha aggiunto il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri – perché l’indagine prende avvio dalle dichiarazioni di un testimone di giustizia tossicodipendente, minacciato da soggetti che dovevano recuperare somme di denaro”. Ulteriori riscontri sono arrivati anche da alcuni collaboratori di giustizia, consentendo di completare “uno spaccato importante, perché dal territorio sono stati tirati fuori soggetti che costituivano pericolo costante per la sicurezza dell’area”.

Nomi. Le persone coinvolte nell’operazione sono accusate di associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, con l’aggravante delle finalità mafiose. Tra di loro ci sono anche il capo storico Nino Cerra, 69 anni, il nipote omonimo, Nino Cerra, 26 anni, Pasquale Torcasio, 48 anni, oltre ad esponenti di spicco del clan Gualtieri. Nel blitz è coinvolto anche Sebastiano Strangio, 31 anni, elemento di spicco dei clan del Reggino.

In carcere. I 24 provvedimenti di custodia cautelare in carcere riguardano: Nino Cerra, 69 anni; Vincenzo Torcasio, 37 anni; Pasquale Torcasio, 38; Pasquale Torcasio, 37; Antonio Gualtieri, Cesare Gualtieri, 39; Pasquale Carnovale; Cesare Gualtieri, 48; Nicola Gualtieri, 25; Sebastiano Strangio; Danilo Torcasio; Francesco Tropea; Luca Torcasio; Giuseppe Gullo; Peppino Festante; Ivan Matti Altadonna; Silvia Mascaro; Teresa Estino; Antonio Torcasio; Maria Pia Renda; Roberto De Fazio; Salvatore Fiorino; Pasquale Gullo; Gaetano Larosa.

Ai domiciliari. In 23 sono invece finiti agli arresti domiciliari. Si tratta di Giuseppe Dattilo; Stefano Frangipane; Concetto Pasquale Franceschi; Franco Franceschi; Antonio Franceschi; Antonio Salatino; Pasquale Salatino; Antonio De Fazio; Aurelio Scalise; Lorenzo Cosentino; Vincenzo Ammendola; Francesco Genchi; Eljon Hoxhaj; Carmela Profeta; Angela Patruno; Maurizio De Fazio; Pasquale Tedesco; Giovanni Pujia; Antonio Grande; Angela Gatto; Luciano Torcasio; Antonio Gatto; Danilo Fiumara.

L’ELENCO COMPLETO DEI 77 INDAGATI

1) CERRA Nino, inteso “il vecchio” e -Zu’ Nino” di Lamezia Terme (detenuto)
2) CERRA Nino, classe 1991, di Lamezia Terme (detenuto)
3) TORCASIO Pasquale, classe 1969 di Lamezia Terme (detenuto)
4) TORCASIO Vincenzo, cl 1980, di Lamezia Terme (detenuto)
5) TORCASIO Domenico, inteso “U’ Mongolo”, “Mico e Micariellu” di Lamezia Terme (detenuto);
6) TORCASIO Alessandro, classe ’86 di Lamezia Terme (detenuto);
7) TORCASIO Pasquale, inteso “Carra’” e “Cicciobello”, di Lamezia Terme (detenuto)
8) GUALTIERI Emilio Francesco, alias “cinque lire”, “U’ russu”, di Lamezia Terme (detenuto)
9) GUALTIERI Federico, inteso “U’ Zuppariellu” di Lamezia Terme (detenuto)
10) GUALTIERI Antonio, classe ’79 di Lamezia Terme (detenuto)
11) GUALTIERI Francesco, clsse ’74, di Lamezia Terme (detenuto);
12) GUALTIERI Nicola, inteso “Nicolino”, di Lamezia Terme
13) ARIOSTA Stefano, di Lamezia Terme
14) GUALTIERI Cesarino, inteso “Ibiza Verde” di Lamezia Terme
15) RAINIERI Giuseppe, di Lamezia Terme (detenuto);
16) RAINIERI Ottorino, di Lamezia Terme (detenuto);
17) MURACA Gennaro, di Lamezia Terme (detenuto)
18) CIMINO Luciano, di Lamezia Terme (detenuto)
19) VILLELLA Antonio, inteso “Crozza, di Lamezia Terme (detenuto);
20) CARNOVALE Pasquale, di Lamezia Terme (detenuto);
21) PAONE Paolo, di Lamezia Terme (detenuto);
22) PARADISO Angelo Francesco inteso “Ciccia e Ciccuzzu” di Lamezia Terme (detenuto);
23) PARADISO Antonio, alias “Zu Toto di Lamezia Terme (detenuto);
24) CRAPELLA Massimo, di Lamezia Terme (detenuto);
25) GUALTIERI Cesare, alias “U’ Bruitu”, Pazzu -, di Lamezia Terme (detenuto);
26) GUALTIERI Nicola, inteso Bomboletto, di Lamezia Terme (detenuto);
27) GUALTIERI Cesare, classe 1978, di Lamezia Terme (detenuto)
28) FESTANTE Peppino, di Lamezia Terme (detenuto)
29) RENDA Maria Pia, di Lamezia Terme
30) DE FAZIO Roberto, inteso “lo svizzero”, di Lamezia Terme;
31) BONADIO Pasquale, di Platania;
32) STRANGIO Sebastiano, di Bovalino
33) TORCASIO Danilo, inteso “u’ culiellaro”, di Lamezia Terme (detenuto)
34) TORCASIO Luca, inteso cultellaro”, di Lamezia Terme;
35) MASCARO Silvia, di Lamezia Terme;
36) TORCASIO Antonio, di Lamezia Terme;
37) ESTINO Teresa, di Lamezia Terme;
38) TROPEA Francesco, di Lamezia Terme (detenuto);
39) MERCURI Antonello, di Lamezia Terme;
40) BUBBA Massimo, di Maida;
41) MATTI ALTADONNA Ivan, di Lamezia Terme;
42) GULLO Pasquale, di Lamezia Terme (detenuto);
43) GULLO Giuseppe, inteso “Pino” o “Pinuzzo” di Lamezia Terme (ai domiciliari);
44) GULLO Antonio, di Lamezia Terme.
45) FRANCESCHI Rosario, di Lamezia Terme (attualmente ai domiciliari);
46) FRANCESCHI Concetto Pasquale, di Lamezia Terme;
47) FRANCESCHI Franco, alias “lo sfregiato”, di Lamezia Terme;
48) FRANCESCHI Antonio,di Lamezia Terme;
49) DATTILO Giuseppe, alias “Cabrini”, di Lamezia Terme;
50) FIORINO Salvatore, alias “U’ Maruzzaru” di Lamezia Terme (ai domiciliari)
51) FRANGIONE Stefano, di Lamezia Terme;
52) CRISTIANO Pasquale, inteso “chiattilla”, di Lamezia Terme;
53) GRILLO Vincenzo, di Lamezia Terme;
54) FIUMARA Danilo, di Lamezia Terme;
55) TORCASIO Saverio, classe 75, di Lamezia Terme;
56) GRANDE Antonio, di Lamezia Terme;
57) TORCASIO Ugo, di Lamezia Terme
58) BARRESI Vincenzo, di Lamezia Terme;
59) CALIGIURI Pasquale, di Lamezia Terme;
60) SALATINO Antonio, di Lamezia Terme;
61) SALATINO Pasquale, di Lamezia Terme;
62) DE FAZIO Antonio, di Lamezia Terme;
63) SCALISE Aurelio, di Pianopoli;
64) COSENTINO Lorenzo, di Feroleto Antico
65) AMMENDOLA Vincenzo, di Lamezia Terme;
66) GENCHI Francesco, di Paolo del Colle;
67. HOXHAJ Eljon, (albanese);
68) PROFETA Carmela, di Bari;
69) PATRUNO Angela, di Bari;
70) DE FAZIO Maurizio, di San Pietro a Maida;
71) TEDESCO Pasquale, di San Pietro a Maida
72) PUJIA Giovanni, di Lamezia Terme;
73) LAROSA Gaetano, di Lamezia Terme (detenuto);
74) GATTO Angela, di Lamezia Terme
75) TORCASIO Luciano, di Lamezia Terme;
76) GATTO Antonio, di Lamezia Terme
77) CALIDONNA Roberto, di Lamezia Terme (detenuto).

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‘Ndrangheta: così hanno preso Antonino Pesce

Nelle prime ore di oggi 29 gennaio 2017, in Gioia Tauro (RC), i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria unitamente a quelli della locale Compagnia Carabinieri, collaborati da militari dello Squadrone Cacciatori Calabria, hanno tratto in arresto, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria su conforme richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, Pesce Antonino, 34 anni, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Prevenuto, latitante dal luglio 2016 quando si era sottratto ad un provvedimento di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “Vulcano”, condotta dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza reggina, veniva individuato all’interno di un’abitazione sita nella zona marina del comune della piana, al termine di minuziosa attività d’indagine condotta dalla Stazione Carabinieri di Gioia Tauro, supportata dalla Compagnia, unitamente al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia.

In particolare attraverso attività tecnica e l’imprescindibile patrimonio informativo della Stazione Carabinieri, si è riuscito ad individuare la presenza del latitante nell’abitazione ove si era recato verosimilmente per incontrare la compagna ed i figli. Il prevenuto, all’atto dell’irruzione dei militari, ha tentato di disfarsi, lanciandola dalla finestra dell’abitazione, di una pistola, poi prontamente recuperata dagli operanti. L’arma è risultata essere una pistola semiautomatica in ottimo stato e perfettamente efficiente, completa di caricatore e relativo munizionamento, provento di furto perpetrato in Civitanova Marche (MC) nel 2015. Successivamente non ha opposto ulteriore resistenza. Il Pesce è ritenuto, anche a seguito dello stato di detenzione di altri familiari, il reggente dell’omonima cosca, nonché colui che si occupava dell’approvvigionamento delle risorse finanziarie, principalmente gestendo l’attività di importazione di cocaina dal Sudamerica e curando l’esfiltrazione della stessa laddove importata da altri e stoccata in container sbarcati al porto di Gioia Tauro, amministrando tali risorse finanziarie e distribuendole ai vertici della cosca detenuti ed ai loro familiari. Inoltre lo stesso curava i rapporti con le altre cosche in particolare quella dei Bellocco e dei Molè, più in generale svolgendo le funzioni di organizzatore e promotore della cosca. Medesimo contesto veniva tratto in arresto per il reato di favoreggiamento personale Belcastro Tonino, di anni 53, nullafacente, già noto FF.OO., proprietario dell’abitazione ed ivi presente all’atto dell’irruzione dei Carabinieri. Gli arrestati, al termine delle formalità di rito, sono stati associati presso la casa circondariale di Palmi.

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‘Ndrangheta, operazione Provvidenza contro i Piromalli: i fatti, le facce, i nomi

I particolari dell’operazione Provvidenza coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Colpita una delle cosche calabresi più potenti con ramificazioni a Milano e negli Usa

Associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, intestazione fittizia di beni, autoriciclaggio ed altri reati aggravati dalle finalità mafiose. Sono le accuse di cui devono rispondere, a vario titolo, le trentatrè persone fermate nell’ambito del blitz messo a segno all’alba di oggi dai carabinieri del Ros. Nell’ambito dell’operazione, condotta in tre regioni (oltre la Calabria anche la Basilicata e la Lombardia) sono stati sequestrati beni per un valore di circa 40 milioni di euro.

L’egemonia dei Piromalli. Al centro delle indagini, coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria, c’è il potente clan dei Piromalli di Gioia Tauro. Gli investigatori del Ros ritengono di aver documentato le dinamiche associative e gli assetti mafiosi della cosca, accertandone l’ormai definitivo e incontrastato dominio sul locale di Gioia Tauro e l’egemonia sull’intero mandamento tirrenico, assicurata anche dai rapporti di interazione con le più qualificate articolazioni ndranghetiste della piana di Gioia Tauro. Sul fronte economico, è stata evidenziata la penetrazione della cosca nel tessuto economico e sociale dell’area gioiese e la sua capacità di esercitare un radicale controllo degli apparati imprenditoriali, con specifico riferimento al settore agro-alimentare. L’attività è riuscita inoltre a delineare il quadro degli interessi illeciti gestiti in ambito nazionale e transnazionale dal sodalizio indagato, verificando la disponibilità di ingenti risorse finanziarie reimpiegate in numerose iniziative imprenditoriali e commerciali nel nord-italia e negli Stati Uniti.

Il fronte calabrese. L’indagine, che ha preso le mosse dagli esiti delle operazioni “Cent’anni di storia”, “Maestro”, “Mediterraneo” e “Mammasantissima”, ha accertato la peculiare strutturazione dell’organizzazione, imperniata su una base operativa nella piana di Gioia tauro e su un’emanazione economico-imprenditoriale attiva a Milano, controllate dal principale esponente della cosca, Antonio Piromalli classe ‘72 (figlio di uno degli esponenti storici, Giuseppe Piromalli, classe ’45), da molti anni residente nel capoluogo lombardo. Sul fronte calabrese, le basi operative dell’organizzazione sono state individuate a Gioia Tauro negli uffici della società edile di Pasquale Guerrisi, uomo di fiducia di Antonio Piromalli, e nel casolare di campagna Girolamo e Teodoro Mazzaferro, cugini di Giuseppe Piromalli cl’45, ove veniva documentata la costante presenza di esponenti apicali della ‘ndrangheta reggina. In particolare, Girolamo Mazzaferro e Pasquale Guerrisi costituivano l’interfaccia calabrese di Antonio Piromalli, per conto del quale, in aderenza alle direttive che provenivano dal capoluogo lombardo, curavano il complesso degli affari illeciti della cosca, garantendone la leadership sull’intero mandamento tirrenico.

Le ramificazioni. I collegamenti con la propaggine milanese erano infatti assicurati da Francesco Cordì e Francesco Sciacca, cognati del Piromalli, anche attraverso un sistema di comunicazioni basato sui cosiddetti pizzini, che il Guerrisi aveva il compito di ricevere e instradare ai destinatari finali.
Girolamo Mazzaferro, esponente storico della cosca, era stato affidato il compito di: dirimere i contrasti sorti tra gli affiliati alla cosca e costituire altresì un punto di riferimento per risolvere controversie o problematiche anche in ambito non prettamente criminale; gestire, unitamente al fratello mazzaferro teodoro, le operazioni immobiliari e di compravendita di terreni, in molti casi estorti con il ricorso all’intimidazione mafiosa o come contropartita per i prestiti erogati a tasso usurario; prendere decisioni per la conduzione delle attività illecite della cosca, con particolare riferimento al traffico di stupefacenti, pianificando altresì agguati o azioni intimidatorie nei confronti delle compagini criminali che andavano ad interferire sul controllo delle banchine e dei piazzali dello scalo portuale.

 

I contrasti con i Molè. In relazione a tale ultimo aspetto, le indagini hanno dato conto dei rapporti contrastati tra i Piromalli e Domenico Stanganelli, già organico alla cosca Molè, per il controllo di alcuni gruppi specializzati nella gestione e fuoriuscita delle partite di cocaina dal porto di Gioia Tauro. Il dissidio aveva fatto registrare due attentati a colpi di arma da fuoco all’indirizzo di Gaetano Tomaselli e Giuseppe Antonio Trimboli, entrambi contigui alla cosca Piromalli e dipendenti della società Mct di Gioia Tauro, attiva nelle operazioni di transhipment all’interno dello scalo portuale. In tale contesto, si accertava come i vertici dell’organizzazione, tra cui Girolamo Mazzaferro e Francesco Cordi’, avessero costituito un gruppo di fuoco, pianificando l’omicidio di Michele Zito, braccio destro di Stanganelli, individuato quale esecutore materiale dell’azione intimidatoria. l’evento, ad ogni modo, veniva scongiurato grazie ad una serie di servizi predisposti sul territorio dalle forze di polizia e per l’intervenuta carcerazione dello stesso Zito.

I nomi. Queste le persone coinvolte nell’inchiesta: Francesco Sciacca, 49 anni di Gioia Tauro; Alessandro Pronesti, 39 anni di Gioia Tauro;  Antonio Piromalli, 45 anni di Milano; Loredana Sciacca,45 anni di Milano; Giovanni Scibilia, 46 anni di Cusano Milanino; Carmela Sciacca, di 48 anni di Cusano Milanino; Rocco Saccà, 63 anni di Milano; Nicola Rucireta, 45 anni di Pisticci (Mt);  Paolo Vincenzo D’Elia, 88 anni di Palmi (residente a Filogaso); Michele D’Agostino, 43 anni di Rizziconi; Francesco Trunfio, 36 anni di Gioia Tauro; Giuseppe Barbaro, 35 anni di Gioia Tauro; Domenico Barbaro di 37 anni di Gioia Tauro; Grazia Piromalli di 38 anni di Gioia Tauro; Francesco Cordì, 40 anni di Gioia Tauro; Domenico Stanganelli, 40 anni di Gioia Tauro;  Rocco Dato, 41 anni di Gioia Tauro; Teodoro Mazzaferro, 42 anni di Gioia Tauro; Amedeo Fumo, 43 anni di Gioia Tauro; Pasquale Guerrisi, 44 anni di Gioia Tauro; Pietro Gallo, detto “Pierone”, 49 anni di Gioia Tauro; Annunziata Sciacca, 49 anni  di Gioia Tauro; Carmelo Bagalà, 25 anni di Gioia Tauro; Vincenzo Bagalà, 53 anni di Gioia Tauro;  Maria Martino, 63 anni di Villa San Giovanni; Teodoro Mazzaferro, detto “Teo”, 42 anni di Gioia Tauro; Girolamo Mazzaferro, 82 anni di Gioia Tauro; Giuseppe Gangemi, 66 anni di Gioia Tauro;  Giovanni Sergio, 30 anni di Sinopoli; Carmine Alvaro, 49 anni di Sinopoli; Francesco Arcuri 48 anni di Rizziconi.

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‘Ndrangheta, il pentito Patania: «Ho assoldato io i killer per uccidere Scrugli»

Vasvi Beluli e Arben Ibrahimi, i killer venuti dall’ex Jugoslavia, sono stati assoldati da Giuseppe Patania per vendicare la morte del padre, Fortunato Patania, e uccidere Francesco Scrugli, esponente di spicco dei “Piscopisani” ed indicato come uno dei responsabili di quell’agguato. E’ questo l’aspetto principale emerso nel corso dell’udienza del processo antimafia denominato “Romanzo criminale” contro il clan dei Patania di Stefanaconi.

La confessione. Giuseppe Patania, detto Pino, ha risposto alle domande del pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Andrea Mancuso, autoaccusandosi di aver assoldato i due killer macedoni per compiere l’omicidio di Francesco Scrugli avvenuto nel marzo del 2012 a Vibo Marina. “Ho assoldato Vasvi Beluli e Arben Ibrahimi – ha sostenuto – per uccidere Scrugli. Un omicidio che ho organizzato insieme a Daniele Bono. La mia famiglia e i miei fratelli non erano al corrente”. Oltre al collaboratore di giustizia Daniele Bono, nella sua confessione, Giuseppe Patania ha anche chiamato in causa un altro killer, il sardo Mauro Uras. Secondo quanto dichiarato, Patania avrebbe quindi agito per vendicare l’omicidio di suo padre. “Ero lì, al distributore di benzina, nella Vallata del Mesima, quel giorno che hanno ammazzato mio padre e tra i killer ho riconosciuto Scrugli”. Pino Patania ha quindi dichiarato di essersi recato personalmente a Roma per prendere i due killer e portarli in Calabria. A loro avrebbe quindi consegnato le armi, una pistola calibro 9 ed una calibro 45. “Sono stato io ad andare a prendere i due killer a Roma ed ho consegnato loro 10 mila euro la mattina dopo l’omicidio”

Killer-pentiti. Che i Patania avessero assoldato i killer venuti dall’ex Jugoslavia per sparare contro i “Piscopisani” nell’ambito della cruenta faida che ha insanguinato il Vibonese a cavallo tra il 2011 ed il 2012, era un fatto già noto. Il particolare era emerso, infatti, nel corso delle deposizioni di Vasvi Beluli e Arben Ibrahimi che oggi sono collaboratori di giustizia e che da pentiti hanno raccontato la faida e gli omicidi commessi nei minimi dettagli. Nel corso del loro esame si è appreso che i Patania avrebbero promesso ai due killer-pentiti sino a 10mila euro per compiere gli agguati nel Vibonese contro il clan dei Piscopisani e altri gruppi mafiosi di Stefanaconi. Fatti di sangue commessi nel 2012 anche con carabine di precisione piazzate in un immobile a pochi metri dalla Questura di Vibo Valentia.
L’esame di Salvatore e Nazzareno Patania. Nell’udienza di oggi, oltre a Giuseppe Patania, hanno chiesto ed ottenuto di essere sottoposti ad esame da parte del pm Andrea Mancuso anche gli altri due suoi fratelli, Salvatore e Nazzareno Patania. Dalla loro deposizione è emerso in particolare il rapporto difficile che entrambi avevano con la collaboratrice di giustizia Loredana Patania. “E’ mia cugina – ha detto Salvatore Patania in aula – ma non ho mai avuto un bel rapporto con lei e non mi sono mai interessato di lei, neanche dopo l’omicidio di suo marito, Giuseppe Matina”. Sulla stessa posizione il fratello Nazzareno che, al contrario di Salvatore, ha confermato la presenza della collaboratrice di giustizia a casa della madre dei Patania, Giuseppina Iacopetta, dopo l’agguato che costò la vita a Matina. “E’ stata a casa di mia madre per dieci o quindici giorni”.  I rapporti con Loredana Patania non erano buoni. “Non mi piaceva il suo carattere – ha affermato Nazzareno Patania – e per questo non siamo andati neanche al suo matrimonio”. E che la pentita avesse frequentato per un periodo la casa di Giuseppina Iacopetta è stato confermato in aula da Pino Patania. “Dopo l’omicidio – ha spiegato – è rimasta a casa mia per una decina di giorni, poi io sono partito per portare il fratello a Milano e quando sono rientrato lei era a casa di mia madre dove è rimasta per altri dieci o quindici giorni prima di ripartire per la Lombardia”.
Gli imputati. Ad essere accusati del reato di associazione mafiosa sono: Giuseppina Iacopetta, ritenuta al vertice della cosca dopo l’uccisione del marito, Fortunato Patania, freddato nel settembre 2011 durante la faida con i Piscopisani; i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. L’ex maresciallo dei carabinieri, già alla guida della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, è invece accusato di falso e concorso esterno in associazione mafiosa. Tale ultimo reato viene contestato anche a don Salvatore Santaguida, parroco di  Stefanaconi.

 

(Mimmo Famularo per Zoom24)

‘Ndrangheta: il pentito Mantella racconta l’asse Vibo-Lamezia

Gettano un fascio di luce anche sulle dinamiche criminali sviluppatesi negli ultimi anni sull’asse Vibo-Lamezia Terme le ultime dichiarazioni del pentito vibonese Andrea Mantella. Verbali del tutto inediti, depositati nel procedimento nato dall’operazione antimafia denominata “Andromeda” contro i clan lametini. E’ dinanzi al pm della Dda Elio Romano, affiancato da alcuni investigatori della Squadra Mobile di Catanzaro, che il nuovo collaboratore di giustizia mette a verbale dichiarazioni pesanti che vanno ad “irrobustire” l’impalcatura accusatoria nei confronti delle cosche di Lamezia Terme.

“Già dalla fine degli anni ’90 – ha spiegato l’ex esponente di vertice del clan Lo Bianco di Vibo – durante la mia permanenza nel carcere di Siano, ho conosciuto vari elementi della cosca Iannazzo e nello specifico Francesco Iannazzo, detto “Cafarone”, Giovannino Iannazzo, Pietro Iannazzo, già presidente del Sambiase-calcio, Gino Daponte e Peppino Daponte”. Secondo Andrea Mantella, i Daponte di Sambiase sarebbero stati “da sempre vicini alla cosca Iannazzo”, la consorteria storica del Lametino ritenuta la più potente e quella più legata ai clan vibonesi ed in particolare ai Mancuso di Limbadi e Nicotera. “Una volta uscito dal carcere – ha riferito Mantella – ho conosciuto anche Antonio Davoli con il quale ho intrattenuto rapporti diretti. Gli incontri, con una cadenza di almeno due volte al mese, avvenivano presso l’abitazione di Domenico Bonavota a Sant’Onofrio”. Ad avviso del collaboratore di giustizia vibonese, in tali incontri Antonio Davoli sarebbe intervenuto “in rappresentanza della cosca Iannazzo ed in particolare di Vincenzino Iannazzo”, quest’ultimo ritenuto al vertice dell’omonimo clan di Sambiase.

I legami fra i Iannazzo ed i Vallelunga. Andrea Mantella ricorda quindi di aver incontrato Antonio Davoli anche in alcune proprietà del boss Damiano Vallelunga (foto a destra), ubicate in contrada Ninfo a Serra San Bruno. A convocare Mantella nell’abitazione del boss dei “Viperari” delle Serre, Damiano Vallelunga (poi ucciso nei pressi del santuario di Riace nel settembre 2009), sarebbe stato – a detta dello stesso collaboratore – Domenico Bonavota. “Gli incontri erano stati richiesti – sottolinea Mantella – in quanto la cosca Iannazzo aveva saputo che io ero stato delegato a compiere degli omicidi a Lamezia Terme”. Alla presenza del boss Damiano Vallelunga, Andrea Mantella avrebbe quindi confermato di essere stato avvicinato dalla cosca Giampà di Lamezia Terme, ed in particolare da Vincenzo Bonaddio, per procedere all’eliminazione di Gennaro Pulice (pure lui ora collaboratore di giustizia) e Bruno Gagliardi di Sambiase “che pretendevano di effettuare estorsioni nella zona di Nicastro di competenza della cosca Giampà”.

Gli scambi di favori fra i clan ed i lavori sull’A3. Mantella riferisce poi che dopo la morte del proprio cognato Pasquale Giampà (alias “Boccaccio”) di Lamezia Terme, in varie circostanze i vibonesi avrebbero rifornito di armi i clan lametini. In particolare, lo stesso Mantella avrebbe ceduto diverse armi ad elementi di spicco del clan Giampà di Lamezia Terme. “La cosca Iannazzo – riferisce infine Mantella – aveva inoltre grossi interessi economici con riferimento alle imprese che effettuavano i lavori di ammodernamento dell’autostrada nella zona di loro competenza. In particolare, i Iannazzo gestivano direttamente i lavori che ricadevano nei territori comunali di San Mango d’Aquino, Nocera Terinese, Falerna, Gizzeria, Maida e la zona della Sir sino ai confini con Acconia di Curinga”.

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‘Ndrangheta, preso Laudonio, che con la mafia insozzava (anche) l’arte

Gianluca Laudonio

Gianluca Landonio, 60 anni, latitante da luglio, è stato arrestato a Barcellona ieri sera intorno poco prima delle dieci di era. L’uomo era evaso dai domiciliari e dall’affidamento ai servizi sociali e deve scontare una condanna ad 11 anni in seguito all’inchiesta “Metallica” eseguita dalla Dda di Milano. Secondo gli inquirenti il suo compito sarebbe stato quello di riciclare il denaro della ‘ndrangheta investendo in opere d’arte.

Landonio è stato individuato dalla Sezione Catturandi dei Carabinieri del capoluogo lombardo insieme alle forze speciali spagnole (la Udev, Unidad de Delincuencia especializada y violenta di Madrid e la Udico – Unidad de droga y crimine organizado di Barcellona).

Il 60enne è figlio di Sergio (80 anni), altro personaggio considerato il rappresentante della ‘ndrangheta nel milanese. Da sempre gli interessi della famiglia sarebbero stati quelli del riciclaggio dei proventi dell’attività criminale in opere di alto valore artistico: artisti come Guttuso, Modigliani, Arman, Schifano, sono solo alcuni di quelli “trattati” (anche se non tutti originali e alcuni risalenti alle “scuole” di questi artisti) dal clan ramificato a Milano.

Durante l’operazione “Metallica”, scattate nel 2008 ed in cui furono coinvolti sia il padre che lo stesso Landonio, gli furoo eseguite decine di arresti con accuse che spaziavano dall’impiego di denaro di provenienza illecita, al concorso esterno fino all‘associazione di stampo mafioso. Ben cinquantuno, poi, i quadri che furono recuperati e del valore di oltre sessanta milioni di euro.

Il clan di riferimento dell’orma ex latitante era quello di Giuseppe Onorato, detto “don Pepè”, storico rappresentante della ‘ndrangheta del nord, con interessi nel riciclaggio, nell’estorsione e nel recupero crediti. A sua volta il clan è fatto risalire al mandamento del quartiere Gallina di Reggio Calabria.

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‘Ndrangheta, operazione “Conquista”: decapitato il clan Bonavota

Un’operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia è in corso a Vibo e Roma per l’esecuzione di un provvedimento di fermo a carico di sei esponenti della cosca di ‘ndrangheta dei “Bonavota”, con conseguente azzeramento dei vertici del gruppo criminale. Le indagini sono state condotte dai carabinieri del Reparto operativo e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. I sei sono ritenuti responsabili in concorso, a vario titolo, di omicidio; detenzione e porto di armi comuni e da guerra; danneggiamento; estorsione continuata ed aggravata dal metodo mafioso. Le indagini hanno consentito di individuare presunti mandanti ed esecutori materiali di due omicidi avvenuti nel vibonese nel 2004.

 

I NOMI

Pasquale Bonavota, Domenico Bonavota, Nicola Bonavota, Domenico Febbraro, Giuseppe Lopreiato e Onofrio Barbieri, le persone fermate nell’ambito dell’operazione “Conquista”. Tra le sei persone raggiunte dai provvedimenti ci sarebbero mandanti ed esecutori di due omicidi compiuti nel vibonese nel 2004 e di altrettanti episodi di danneggiamento, a colpi di armi da fuoco, ai danni delle aziende dell’imprenditore Filippo Callipo avvenuti nel 2004 e nel 2016.

Secondo gli investigatori, infatti, è stata fatta luce su dinamiche criminali, coincidenti con l’ascesa della famiglia dei Bonavota, da cui sono scaturiti i due gravi fatti di sangue del vibonese. Ma anche, sono stati individuati mandanti ed esecutori materiali, riconducibili alla famiglia dei ‘Bonavota’, dei danneggiamenti mediante esplosione di colpi di arma da fuoco avvenuti a Maierato nel 2004 all’azienda ‘Callipo Conserve Alimentari S.p.a.’ e nel 2016 al complesso residenziale ‘Popilia Country Resort’. I particolari dell’inchiesta sono stati resi noti nel corso di una conferenza cui hanno partecipato il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, l’aggiunto Giovanni Bombardieri, il comandante regionale dell’Arma gen. Andrea Rispoli, il comandante provinciale dei carabinieri di Vibo col. Gianfilippo Magro e il cap. Valerio Palmieri.

“Un’operazione importante – ha detto Gratteri – perché banco di prova per le prime dichiarazioni del collaboratore di giustizia Andrea Mantella, un pentito fondamentale”. Proprio Mantella, nelle dichiarazioni rese al pm Camillo Falvo titolare del fascicolo, avrebbe collocato i due omicidi “nella guerra tra cosche per imporre la propria autorità sull’area di Maierato in forte espansione industriale e commerciale”. In quest’ottica devono essere letti, ha spiegato Bombardieri, i due attentati alle aziende dell’imprenditore Pippo Callipo. Prima, nel giugno del 2004 all’azienda Giacinto Callipo Conserve Alimentari e poi, nell’aprile 2016 al complesso residenziale Popilia Country Resort. Il fermo, ha detto ancora Bombardieri, “si è reso necessario per evitare che soggetti pericolosi si dessero alla latitanza”. In alcune intercettazioni, infatti, “è palese la preoccupazione degli affiliati per le dichiarazioni di Mantella”. In una conversazione, intercettata dagli inquirenti, un esponente del clan Bonavota rivela: “Micu se ne va… non subito… appena è pronto”. Sospetti che si sono rivelati fondati questa mattina al momento del blitz. Due degli indagati, infatti, già da alcuni mesi non facevano ritorno alle proprie abitazioni e venivano ospitati da alcuni conoscenti. Oltre alle persone raggiunte dal fermo sono state arrestate altre due persone trovate con documenti falsi e una pistola.

Indagato anche avvocato 

C’è anche un avvocato tra le persone indagate in stato di libertà nell’inchiesta “Conquista”. In particolare il legale, Giuseppe Di Renzo, del foro di Vibo, indagato per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato una cosca di ‘ndrangheta, è accusato di aver portato fuori dal carcere un pizzino di Andrea Mantella, al vertice della cosca Lo Bianco e ora collaboratore di giustizia, destinato a un imprenditore proprietario di un mattatoio nelle cui vicinanze venne ucciso, il 4 maggio 2004, Raffaele Cracolici. Proprio grazie a quella testimonianza Mantella evitò l’arresto. Con l’operazione di oggi gli inquirenti ritengono di aver fatto piena luce su quel fatto di sangue, commissionato dalla famiglia Bonavota per eliminare quello che ritenevano di ostacolo all’espansione territoriale sulla zona industriale della cittadina di Maierato. Nel provvedimento di fermo viene poi contestato un secondo omicidio quello di Domenico Di Leo, avvenuto il 12 luglio 2004, a Sant’Onofrio.

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Ci sono anche un avvocato, un parente di Andrea Mantella (attuale collaboratore di giustizia) ed un imprenditore fra gli indagati dell’operazione antimafia denominata “Conquista” contro il clan Bonavota di Sant’Onofrio. In particolare Andrea Mantella, all’epoca detenuto ed accusato di essere stato uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Raffaele Cracolici, alias “Lele Palermo”, il boss di Maierato ucciso il 4 maggio del 2004 a Pizzo Calabro, avrebbe consegnato dal carcere un “pizzino” ad un avvocato.

Mantella
Andrea Mantella

Il legale a sua volta avrebbe portato il “pizzino” ad un parente di Andrea Mantella il quale l’avrebbe infine consegnato al titolare di un mattatoio avente sede nella stessa zona del territorio comunale di Pizzo dove è stato ucciso Raffaele Cracolici. L’imprenditore ha poi testimoniato a favore di Andrea Mantella in ordine alla circostanza che all’ora del delitto il futuro collaboratore di giustizia sarebbe stato presente nel suo mattatoio. Anche in virtù di tale testimonianza, Andrea Mantella – unitamente a Francesco Scrugli – è stato prosciolto nel 2009 dall’omicidio di Raffaele Cracolici, nonostante le indagini dei carabinieri basate pure sull’esame dei tabulati telefonici (era stata rilevata la presenza del cellulare di Mantella sul luogo del delitto) e sulle dichiarazioni del pentito Francesco Michienzi di Acconia di Curinga. In particolare, il titolare del mattatoio venne sentito per delle dichiarazioni difensive raccolte dal legale di Andrea Mantella che anche grazie a tale testimonianza ottenne l’annullamento dell’ordinanza a sua carico. L’avvocato è indagato per tale sua attività di “messaggero” della volontà di Andrea Mantella. Lo stesso collaboratore di giustizia ha anche spiegato agli inquirenti di non aver svelato all’avvocato il contenuto del “pizzino”. Il legale è comunque indagato per la trasmissione all’esterno del biglietto da parte del detenuto, con la consegna ad un soggetto – parente di Mantella – vicino ad ambienti criminali affinchè si adoperasse per creare un alibi falso in favore dello stesso Andrea Mantella.

AGGIORNAMENTO. Ecco il nome del legale. Si tratta dell’avvocato Giuseppe Di Renzo del foro di Vibo Valentia, accusato del reato di favoreggiamento personale aggravato dalle finalità mafiose. Il legale, su richiesta di Andrea Mantella, è accusato di aver violato i doveri derivanti dall’esercizio della professione e la disciplina prevista dall’ordinamento penitenziario a seguito del colloquio del 5 novembre del 2007 tenuto nel carcere di Palmi. In particolare, seconco le indagini della Dda di Catanzaro e dei carabinieri di Vibo, avrebbe portato fuori dall’istituto di pena la missiva di Andrea Mantella contenente l’indicazione a Francesco Lo Bianco (cl. ’70) di Vibo Valentia (altro indagato per il medesimo reato) di contatttare Antonio Falbo (altro indagato) al fine di fargli riferire circostanze false in relazione alla ragione per la quale il suo cellulare agganciava la cella di Francavilla Angitola Stazione il giorno dell’omicidio di Raffaele Cracolici (4 maggio 2004) ed anche nei giorni precedenti in cui venivano eseguiti i soprannomi in modo da scagionarlo dal delitto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’avvocato Giuseppe Di Renzo avrebbe redatto il verbale di assunzione ad informazioni nei confronti di Antonio Falbo, atto che verrà depositato al Tribunale del Riesame il 12 dicembre 2007, unitamente all’istanza di Riesame e sulla base del quale sarà scarcerato Andrea Mantella.

Francesco Lo Bianco, ad avviso della Dda (pm Camillo Falvo), dopo aver appreso il contenuto della missiva a lui consegnata dall’avvocato Di Renzo, avrebbe riportato ad Antonio Falbo quello che lo stesso avrebbe dovuto riferire in ordine alle ragioni di Andrea Mantella sul posto. Antonio Falbo avrebbe invece riferito falsamente all’avvocato Di Renzo, nel verbale di informazioni difensive, che nel periodo aprile-maggio 2004 Andrea Mantella si sarebbe recato nella sua azienda ubicata nella zona dove è stata agganciato il telefonino di Mantella alla cella telefonica di Francavilla Angitola.

Così facendo, tutti gli indagati sono accusati di aver aiutato Andrea Mantella – autore materiale dell’omicidio di Raffaele Cracolici – ad eludere le investigazioni, tanto che lo stesso dopo essere stato arrestato il 19 novembre 2007, veniva scarcerato dal Tdl il 28 gennaio 2008.

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Vibo: il funerale del boss Carmelo Lo Bianco è privato. Ma il consenso è pubblico.

Si sono svolti all’alba, in forma strettamente privata, con la sola partecipazione dei congiunti più stretti e il divieto di cortei con autovetture o persone, i funerali di Carmelo Lo Bianco, detto “Sicarro”, deceduto venerdì sera all’età di 71 anni nell’ospedale di Catanzaro dove si trovava ricoverato da qualche settimana per problemi cardiaci. A seguire il corteo dei soli familiari del boss, i poliziotti della Questura di Vibo chiamati a garantire l’ordine e la sicurezza pubblica così come disposto dal questore di Vibo Valentia, Filippo Bonfiglio. Carmelo Lo Bianco stava scontando ai “domiciliari” per motivi di salute una condanna definitiva a 10 anni di reclusione per associazione mafiosa rimediata nel processo nato dall’operazione “Nuova Alba” scattata nel febbraio 2007 contro la quasi totalità dei componenti del clan Lo Bianco, da oltre 30 anni egemoni nella città di Vibo Valentia.

Nel 2005, Carmelo Lo Bianco era finito anche nell’inchiesta “Ricatto” dell’allora pm della Procura di Vibo Valentia, Giuseppe Lombardo (oggi pm di punta della Dda di Reggio Calabria), e dell’allora comandante della Stazione di carabinieri di Vibo, Nazzareno Lopreiato. Carmelo Lo Bianco era accusato di concussione per aver chiesto ad un imprenditore di Pizzo Calabro, in concorso con un impiegato dell’Asp di Vibo, delle somme di denaro ed una barca in cambio dello sblocco delle liquidazioni per dei lavori effettuati in alcuni ospedali dell’Azienda sanitaria vibonese. Il Tribunale di Vibo nel 2009 riqualificò per Lo Bianco il reato di concussione in quello più grave di estorsione, disponendo la trasmissione degli atti alla Procura di Vibo affinchè esercitasse nuovamente l’azione penale. Trasferito però il pm Fabrizio Garofalo (nel frattempo subentrato al pm Giuseppe Lombardo nella titolarità del processo “Ricatto”), la Procura di Vibo non ha più esercitato l’azione penale nei confronti di Carmelo Lo Bianco, con il fascicolo lasciato a “dormire” in qualche cassetto della Procura.

Il preoccupante consenso sociale del boss a Vibo Valentia. Fanno discutere, invece, o almeno dovrebbero far discutere se a Vibo Valentia esistesse una società civile degna di tal nome, le esternazioni di diverse persone che – anche attraverso l’uso dei social network – alla notizia della morte di “Sicarro” si sono affrettate a rendere pubbliche le loro condoglianze per la scomparsa del boss, esaltandone le doti di “uomo di rispetto” con anto di “carisma” ed “educazione”. Eppure Carmelo Lo Bianco, alias “Sicarro”, oltre che del grave reato di aver diretto e promosso un’associazione mafiosa (cercando di mantenere ben ferme le distanze dal clan Mancuso di Limbadi), è stato riconosciuto colpevole di uno dei reati più odiosi che possa esistere: il sequestro di persona. O meglio: il riciclaggio di denaro proveniente da ben due sequestri di persona compiuti a metà anni ’80 in provincia di Reggio Calabria. Nonostante ciò, in molti non hanno inteso prendere le distanze dal personaggio, segno del consenso sociale di cui – purtroppo – godeva il boss in alcune fasce della popolazione, diretta conseguenza della deriva socio-culturale in cui da oltre 30 anni è sprofondata la città di Vibo Valentia, incapace di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, complice soprattutto la quasi totale assenza di una classe politica locale che – specie negli ultimi anni – non ha trovato di meglio che spalancare le porte di partiti e movimenti pure ai mafiosi, arrivando addirittura a celebrare personalità politiche che con la mafia per anni hanno camminato “a braccetto”.

(di Giuseppe Baglivo, fonte)

‘Ndrangheta, operazione ‘Ecosistema’: i fatti e i nomi

Alle prime luci dell’alba, nella Provincia di Reggio Calabria, il personale del Comando Provinciale Carabinieri, ha dato esecuzione al provvedimento cautelare emesso dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta di questa Procura Distrettuale Antimafia, nei confronti di 18 indagati (5 OCC in carcere – di cui 3 già detenuti – , 9 OCC agli AA.DD. e 4 obblighi di presentazione alla P.G.) localmente legati ad ambienti dell’imprenditoria, della politica e della ‘ndrangheta nelle sue articolazioni territoriali denominate “cosca IAMONTE” e “cosca PAVIGLIANITI”, ritenuti responsabili, a vario titolo, di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, turbata libertà degli incanti, violenza privata, estorsione, illecita concorrenza con minaccia o violenza, tutte ipotesi aggravate dall’aver agito con modalità mafiose e per agevolare la cosca di riferimento, falsa testimonianza, corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, detenzione e porto illegale in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi comuni da sparo. L’odierna misura cautelare costituisce esito di un articolato impegno investigativo coordinato da questa Procura e condotto dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Reggio Calabria, avviato nel 2014 quale approfondimento delle risultanze assunte nell’ambito delle operazioni cc.dd. “ADA” e “ULTIMA SPIAGGIA” condotte nei confronti delle articolazioni territoriali della ‘ndrangheta facenti capo alle famiglie IAMONTE e PAVIGLIANITI, operanti nei comuni di Melito di Porto Salvo, San Lorenzo (RC), Bagaladi (RC) e Condofuri (RC).

Il monitoraggio tecnico di amministratori locali ha indotto a focalizzare l’attenzione verso il settore dell’imprenditoria, in particolare all’indirizzo di AZZARÀ Rosario, imprenditore operante nel settore dei rifiuti con la passione per la politica, titolare della ditta “ASED srl” con sede a Melito Porto Salvo. Il remunerativo settore della raccolta rifiuti è emerso fondarsi su un meccanismo di aggiudicazione degli appalti sulla scorta del quale alcune società, riunitesi in un cartello di imprese, sono riuscite a creare di fatto un regime di monopolio, forti del sostegno derivante dalla criminalità organizzata locale. Ne sono prova i rapporti intrattenuti da AZZARÀ Rosario, a cui si contesta il concorso esterno in associazione mafiosa, con esponenti di primo piano della cosca “IAMONTE”, egemone nel comprensorio di Melito Porto Salvo, che hanno reso possibile, nel corso degli anni, il consolidamento in posizione leaderistica della propria azienda. L’ASED di AZZARÀ Rosario inoltre, ormai affermatasi nel basso ionico reggino, avvalendosi della collaborazione di imprenditori di pari spessore criminale e spregiudicatezza, sarebbe riuscita ad affermarsi anche nei comuni dell’area tirrenica, forte dell’appoggio di CICCONE Carmelo, già amministratore unico della RA.DI.srl,, e dell’alto ionio reggino, tramite la ZETAEMME sas di STRATI Maria Rosa, società che è emerso essere riconducibile a ZOCCOLI Giuseppe Saverio. Il regime di monopolio instaurato da ASED è risultato essere frutto dell’appoggio garantito dalle organizzazioni mafiose che condizionando l’azione amministrativa degli enti locali, sono riuscite a far aggiudicare gli appalti per il conferimento del servizio di raccolta e trasporto rifiuti all’azienda di AZZARÀ. Di contro, AZZARÀ ricompensa la cosca assumendo in azienda il personale segnalatogli oppure, come accertato in alcune circostanze, contribuendo alle spese legali cui i familiari degli affiliati detenuti devono far fronte.

Nel corso dell’attività investigativa è emerso come AZZARÀ Rosario abbia dovuto giustificare la sottrazione di cinquemila euro dai fondi aziendali in quanto corrisposti alla cosca IAMONTE: dall’analisi combinata di intercettazioni telefoniche e ambientali si è potuto acclarare come per giustificare la fuoriuscita della somma di denaro destinata agli affiliati detenuti, AZZARÀ abbia fatto ricorso alla complicità, più o meno consapevole, del personale dipendente. Dalle più recenti acquisizioni investigative si è appreso altresì che AZZARÀ, risultato essere diretta espressione imprenditoriale della cosca IAMONTE, nel momento in cui si “insedia” nel territorio di competenza di un’altra cosca, segnatamente nello specifico la cosca PAVIGLIANITI, sia comunque tenuto a pagare dazio. AZZARÀ, al pari degli altri imprenditori che intervengono nella realizzazione dello stabilimento ASED di contrada Agrifa di San Lorenzo, deve rendere conto alla cosca territorialmente egemone: l’azione estorsiva assume le forme più svariate, dall’imposizione delle forniture e delle assunzioni fino all’esplicita richiesta di esborso di denaro. In sintesi, da un lato i patti corruttivi siglati con gli amministratori infedeli, sotto l’egida di significative entrature nel mondo politico, dall’altro le alleanze strette con le cosche mafiose rappresentano gli ingredienti del successo imprenditoriale di AZZARA’ Rosario, con importanti ricadute in termini di rafforzamento – economico e sociale – della cosca IAMONTE. Questa ambiziosa tesi investigativa si fonda, oltre che sul contenuto delle intercettazioni telefoniche ed ambientali disposte nel presente procedimento, spesso sapientemente incrociate ed interpretate con quelle degli altri – e connessi – diversi procedimenti (ADA, ULTIMA SPIAGGIA), soprattutto sulle dichiarazioni, specifiche, dettagliate e attendibili, rese sul punto da AIELLO Salvatore, oggi collaboratore di giustizia e già direttore della Fata Morgana Spa, società a compartecipazione pubblica costituita per curare nella Provincia di Reggio Calabria lo svolgimento dei servizi di gestione e raccolta dei rifiuti. Salvatore AIELLO, in ragione dello specifico ruolo rivestito e dei rapporti di affari intrattenuti nel settore con i soggetti istituzionali ed i principali imprenditori (tra cui AZZARA’ Rosario), riversa nell’indagine un punto di vista conoscitivo privilegiato e qualificato di straordinario valore indiziario e di altissima efficacia dimostrativa rispetto ai fatti in contestazione. AIELLO Salvatore, come accennato, è riconducibile a FATA MORGANA spa, società avente per oggetto sociale la gestione diretta dei servizi di raccolta, trasporto, recupero, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti, e della quale AIELLO ricopriva l’incarico di direttore tecnico. AIELLO, le cui mire imprenditoriali non si sarebbero concretizzate a causa della ferma opposizione del primo cittadino dell’epoca, il sindaco IARIA Giuseppe, il quale, con il consenso della cosca IAMONTE e la complicità di MAISANO Francesco, avrebbe pilotato le gare a beneficio di ASED, decide di intraprendere un percorso di collaborazione con la magistratura riferendo circostanze che vedono coinvolto AZZARA’ Rosario il quale, sulla scorta di quanto riferito da AIELLO, è da ritenere imprenditore “espressione” della cosca IAMONTE.

L’attività investigativa svolta ha permesso inoltre di documentare almeno due chiari episodi estorsivi, entrambi perpetrati dai PAVIGLIANITI, uno ai danni di AZZARÀ, il quale su richiesta di PAVIGLIANITI Settimo, sarebbe stato costretto ad assumere nella propria azienda PAVIGLIANITI Natale David, figlio di PAVIGLIANITI Angelo, a titolo di ricompensa per la “famiglia” e l’altro episodio che avrebbe visto come vittime TUSCANO Carmelo e suo figlio Francesco, titolari di una ditta di movimento terra di Condofuri, i quali, durante l’esecuzione di alcuni lavori per la realizzazione della nuova sede ASED, sarebbero stati avvicinati da emissari della cosca PAVIGLIANITI ed avrebbero ricevuto una richiesta estorsiva, quantificata in quattromila euro, che hanno dovuto soddisfare su esplicita richiesta di PAVIGLIANITI Natale cl. 1970 al fine di regolarizzare la propria posizione con la cosca. Nel corso dell’indagine è emerso altresì come i PAVIGLIANITI abbiano esercitato la propria influenza anche sulle elezioni comunali del 2014 di San Lorenzo (RC), inducendo anche AZZARÀ Rosario, che inizialmente aveva proposto la propria candidatura, alla rinuncia al progetto politico. Nel corso dell’attività investigativa è stata documentata l’esistenza di una vera e propria organizzazione che annovera tra i propri fini le turbative d’asta, con particolare riferimento al remunerativo settore dei rifiuti, in cui AZZARÀ, forte del sostegno derivato dalle cosche mafiose e degli ottimi rapporti tessuti con gli amministratori pubblici, è in grado di condizionare il regolare svolgimento delle gare d’appalto. I contenuti di alcune conversazioni intercettate confermano come AZZARÀ abbia fatto sistematicamente ricorso a più espedienti per ottenere il favore e la stima di alcuni amministratori comunali che, ricorrendo a somme urgenze o inserendo nel bando clausole ad hoc, hanno poi effettivamente affidato all’ASED srl i servizi di igiene ambientale. AZZARÀ, è risultato incline alla corresponsione di denaro e regalie di vario tipo, a beneficio di quanti, amministratori, dirigenti pubblici o liberi professionisti, gli possano risultare utili ai fini del perseguimento del proprio scopo. Nel corso di alcuni colloqui intercettati all’interno degli uffici dell’ASED è lo stesso AZZARÀ che confida di aver pagato una mazzetta per ricompensare un amministratore comunale al quale riconosceva il merito di aver fatto sì che si aggiudicasse un appalto.

Le conversazioni telefoniche ed ambientali captate sono esplicative dell’esistenza di un meccanismo sulla base del quale gli imprenditori si spartiscono gli appalti spesso con il beneplacito delle amministrazioni comunali che gli imprenditori ottengono barattando qualche posto di lavoro. Il sostegno di politici, dirigenti pubblici e liberi professionisti corrotti ha consentito a AZZARÀ di creare un canale privilegiato e di stringere rapporti rivelatisi molto proficui in particolare con l’amministrazione provinciale di Reggio Calabria in seno alla quale egli risulta che annoveri molte conoscenze influenti, non ultima quella dell’Ing. BARBARO Carmelo, già responsabile del Settore Ambiente dell’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria nonché abituale componente della commissione giudicatrice istituita presso la Stazione Unica Appaltante Provinciale, competente alla valutazione delle offerte presentate dalle ditte concorrenti alle gare d’appalto. L’attività info-investigativa che ha interessato diversi comuni della provincia reggina ha permesso di addivenire ad alcune conclusioni, supportate da significativi dati oggettivi, in merito all’esistenza di una sorta di circolare rapporto “a tre” tra politica, imprenditoria e cosca mafiosa, in cui la prima in cambio di appoggio concede favori, la seconda cresce grazie all’influenza mafiosa ed alla politica collusa, e la terza rafforza il suo radicamento nel tessuto politico ed economico. Ecco che in tale ottica diviene consuetudine che l’amministratore e/o il funzionario del Comune che garantisce l’affidamento del servizio all’ASED srl segnali ad AZZARÀ Rosario il personale da assumere: dette assunzioni sono da intendersi, alla stregua dell’elargizione di somme di denaro, come il compenso pattuito per l’affidamento del servizio. Il monitoraggio di AZZARÀ Rosario ha evidenziato come l’iter di aggiudicazione degli appalti per la raccolta ed il trasporto rifiuti nei comuni della provincia reggina non sempre sia stato “cristallino” e come gli stessi amministratori comunali che interagiscono con ASED abbiano in più circostanze agito perseguendo interessi personali piuttosto che a tutela della collettività. In tale contesto risultano destinatari di provvedimento cautelare il Sindaco di Bova Marina CRUPI Vincenzo Rosario (AA.DD.), il Vicesindaco del Comune di Brancaleone BENAVOLI Giuseppe (AA.DD.), l’Assessore con delega a “Arredo urbano, ambiente e territorio” del Comune di Brancaleone ZAPPIA Alfredo (AA.DD.), l’ex Sindaco del Comune di Melito Porto Salvo IARIA Giuseppe (AA.DD.), l’Assessore con delega a “Sport, turismo, spettacolo, affari generali e legali, arredo urbano, rapporto con le associazioni e politiche per i gemellaggi” del Comune di Condofuri TRAPANI Salvatore (obbligo di presentazione alla P.G.).

In ordine ai rapporti stretti da AZZARÀ con le singole amministrazioni comunali, nei cui ambiti giurisdizionali l’ASED risulta essersi aggiudicato il servizio di raccolta e trasporto rifiuti, rilevano quelli instaurati rispettivamente presso: – Comune di Bagaladi Gli ottimi rapporti che AZZARÀ risulta aver instaurato con BORRELLO Carmelo, destinatario dell’ordinanza di custodia cautelare che ha interessato la cosca PAVIGLIANITI (“ULTIMA SPIAGGIA”) da cui si evince essere al servizio della cosca e nei giorni scorsi condannato a 12 anni di reclusione, si sono rivelati determinanti nell’aggiudicazione di alcune commesse relativamente ai comuni di Brancaleone e Bagaladi, ove il BORRELLO risulta aver svolto le mansioni di capo area tecnica. L’ASED infatti risulterà aggiudicataria dell’appalto. – Comune di Palizzi Dall’attività di intercettazione è emerso come AZZARA’ Rosario abbia concesso al Sindaco SCERBO Arturo Walter – che la riceveva in ragione dell’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri – l’indebita utilità di poter indicare soggetti da assumere presso la ASED s.r.l., così garantendosi lo stabile asservimento del citato pubblico ufficiale agli interessi propri e della propria azienda, da realizzarsi attraverso l’impegno permanente a compiere od omettere una serie indeterminata di atti ricollegabili alla funzione esercitata (quali ad esempio l’affidamento da parte del Comune di Palizzi di lavori e commesse alla ASED s.r.l.), accordo che non si concretizzava per la contraria volontà dell’AZZARA’ di assumere tale FOTI di Palizzi, indicato dallo SCERBO, perché soggetto considerato non affidabile (la conseguente ipotesi delittuosa di tentata estorsione non consentiva richieste cautelari per i limitati margini edittali). – Comune di Bova Marina CRUPI Vincenzo Rosario, sindaco del Comune di Bova Marina, sulla scorta delle risultanze investigative assunte è ritenuto pienamente inserito nell’eterogeneo sodalizio criminale, oggetto delle indagini, in cui coesistono imprenditori, amministratori comunali, funzionari pubblici ed appartenenti alla ‘ndrangheta con l’unico fine comune di trarre profitto dagli appalti pubblici. Le conversazioni ambientali registrato che coinvolgono CRUPI documentano come egli abbia contribuito attivamente alle turbative d’asta, barattando l’assunzione di parenti ed amici con l’affidamento dei servizi comunali.

Dal contenuto dei dialoghi captati all’interno degli uffici dell’ASED si evince come CRUPI Vincenzo si sia adoperato, ancor prima che il bando di gara venisse pubblicato, affinché il servizio di spazzamento, raccolta, trasporto e conferimento in discarica dei rifiuti nel Comune di Bova Marina, venisse aggiudicato all’ASED srl. Inoltre l’assunzione di tale Demetrio si sarebbe rivelata di primaria importanza in quanto da ricondursi ad un pacchetto di voti che il sindaco CRUPI avrebbe ricevuto da elettori direttamente a lui riconducibili: alle rimostranze sollevate da FAMILIARI Gabriele il quale era consapevole della scarsa produttività di Demetrio, CRUPI avrebbe risposto richiamando, pur se non esplicitamente, il cospicuo numero di voti da lui garantiti. – Comune di Rizziconi AZZARÀ confessa di avere corrisposto la somma di cinque milioni di lire ad un assessore del comune di Rizziconi, successivamente all’aggiudicazione di una gara d’appalto. – Comune di Condofuri L’amministrazione comunale di Condofuri, affida il servizio di pulizia spiaggia ad ASED srl, il cui amministratore, esperto conoscitore delle logiche clientelari, invita FAMILIARI Elio, suo dipendente, a prendere contatti con l’Avvocato TRAPANI Salvatore, assessore del Comune di Condofuri, ed invitarlo presso la loro sede con il pretesto di conoscerlo ed affinché possa indicare i nominativi del personale da assumere. Dall’attività di intercettazione è emerso come AZZARÀ Rosario avrebbe assicurato agli assessori del Comune di Condofuri, BARRECA e TRAPANI l’assunzione di qualche loro amico a titolo di corrispettivo per l’affidamento del servizio di pulizia spiaggia. – Comune di Brancaleone. BENAVOLI Giuseppe e ZAPPIA Alfredo, rispettivamente vicesindaco e assessore po tempore del comune di Brancaleone, risultano essere tra gli amministratori che hanno stretto un patto con AZZARÀ barattando l’affidamento diretto del servizio di raccolta e trasporto rifiuti con l’assunzione in azienda di parenti ed amici. La procedura osservata si presenta, infatti, densa di aspetti oscuri e poco cristallina. Infatti, il servizio era inizialmente svolto dalla Locride Ambiente, società a partecipazione mista con sede legale a Siderno (RC), che però, per ragioni non meglio potute accertare, nella seconda metà dell’anno 2013, avrebbe manifestato la propria intenzione di non voler proseguire il servizio, che viene affidato pertanto all’ASED srl a termine di una procedura che, per quanto in linea con il disposto del codice degli appalti, presenta molti lati oscuri. Inoltre, in contemporanea con la determina che ha affidato il servizio all’ASED, la stessa azienda ha avviato una serie di procedure di assunzione a beneficio di alcuni residenti nel comune di Brancaleone. E’ emerso altresì come MARINO Domenico Giuseppe, assessore all’Ambiente ed al Territorio pro tempore del comune di Brancaleone, abbia esercitato delle pressioni su AZZARÀ Rosario al fine di favorire l’assunzione in ASED di un suo parente, STELLITANO Domenico. Dalle indagini, infine, è emerso che Azzarà costringeva gli operai ad accettare di percepire, a titolo di stipendio, somme di denaro nettamente inferiori rispetto a quanto indicato nella busta paga, sotto minaccia del licenziamento.

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