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‘Ndrangheta: il pentito Andrea Mantella parla dei legami tra i clan di Vibo e Lauerana

Un articolo importante di Giuseppe Baglivo per Zoom24:

Ci sono anche le dichiarazioni del vibonese Andrea Mantella, esponente di spicco del clan Lo Bianco di Vibo Valentia che da qualche mese ha iniziato a collaborare con la giustizia, a sostegno dell’impalcatura accusatoria messa in piedi dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Gaetano Paci e dal pm antimafia Giulia Pantano contro la consorteria dei Ferrentino e dei Chindamo di Laureana di Borrello colpite duramente giovedì dall’operazione denominata “Lex” che ha interessato pure il clan dei Lamari. Sono gli stessi magistrati a spiegare nel loro provvedimento di fermo che il collaboratore di giustizia vibonese, ex intraneo alla cosca Lo Bianco di Vibo Valentia, nell’anno 2006 aveva costituito un autonomo sodalizio mafioso nella città di Vibo Valentia, scisso da quello originario dei Lo Bianco, a base prevalentemente familiare e con omonima denominazione, vale a dire quella di “‘ndrina Mantella”. Ad avviso dei magistrati della Dda di Reggio Calabria, Andrea Mantella nella sua qualità di capo clan ha conosciuto molti esponenti delle altre articolazioni territoriali della ‘ndrangheta, sia da soggetto libero che da detenuto.

Mantella
Andrea Mantella

Mantella e Alessandro Ferrentino. In un recentissimo interrogatorio reso il 26 settembre scorso, Andrea Mantella racconta di aver conosciuto, e fatto amicizia durante un comune periodo di detenzione a Spoleto, il 43enne Alessandro Ferrentino di Laureana di Borrello, indicato come “capo indiscusso dell’omonima cosca di ‘ndrangheta Ferrentino-Chindamo, all’epoca detenuto per l’omicidio volontario” di Pietro Morfei, il boss di Monsoreto di Dinami ucciso la sera del 17 luglio 1998 ed erroneamente indicato da Mantella come “Morfea Peppe”. Alessandro Ferrentino avrebbe raggiunto nella ‘ndrangheta la dote del “vangelo”.

Secondo quanto appreso da Andrea Mantella, a causa dell’assenza forzosa di Alessandro Ferrentino sul territorio di Laureana di Borrello, il comando della cosca sarebbe stato assunto dal di lui fratello, sulla cui figura aggiungeva che si trattava di persona che faceva la spola con il Nord Italia anche per i traffici di droga. Pure dal carcere, tuttavia, per il tramite del fratello che regolarmente si recava a fargli visita e lo manteneva economicamente, Ferrentino Alessandro “nipote del noto Giosuè Chindamo”, avrebbe dato disposizioni continuando a “comandare” il suo gruppo mafioso, servendosi del congiunto che, dopo il suo arresto, avrebbe preso le redini dell’organizzazione, dedita prevalentemente ad estorsioni e traffici di armi e sostanze stupefacenti, sia di cannabis che cocaina. Su Laureana i Chindamo-Ferrentino, alleandosi al clan dei Lamari, ad avviso di Andrea Mantella (ma ciò risulta anche dalle sentenze definitive relative alle operazioni antimafia “Tirreno” e “Piano Verde”), avrebbero soppiantato nel potere mafioso la famiglia dei Cutellè.

Carmelo Lo Bianco
Carmelo Lo Bianco

Andrea Mantella ed i Lo Bianco. Andrea Mantella ai magistrati della Dda di Reggio Calabria si qualifica come “imprenditore agricolo” e soggetto che aveva il “monopolio delle carni a Vibo Valentia”. Spiega quindi di aver fatto parte della cosca Lo Bianco di Vibo Valentia, clan “satellite” della potente famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi e Nicotera, avendo raggiunto il grado mafioso di “Trequartino”. “Successivamente ho fondato nel 2006 una mia ‘ndrina – rimarca il collaboratore di giustizia – per l’appunto la ‘ndrina Mantella”, un sodalizio mafioso autonomo a base prevalentemente familiare che “tuttavia è stato stroncato dopo qualche anno”. Il motivo della frizione fra Andrea Mantella e i Lo Bianco era dettato dal fatto che il futuro collaboratore di giustizia non avrebbe tollerato lo strapotere mafioso dei Mancuso anche sulla città di Vibo, con i Lo Bianco che consegnavano loro gran parte dei proventi illeciti delle attività delittuose su Vibo. “Rappresento inoltre – ha fatto mettere a verbale Mantella ai magistrati della Dda di Reggio – che sono stato un killer dei Lo Bianco, avendo commesso nel loro interesse, come diretto esecutore materiale, parecchi omicidi. 

Paolo D'Elia
Paolo D’Elia

paolo-lo-bianco
Paolo Lo Bianco

Il controllo sulla città di Vibo ed i legami con il reggino. Il verbale non omissato da parte della Dda di Reggio Calabria permette per la prima volta di apprendere diversi particolari in ordine ad alcune dichiarazioni rese Andrea Mantella che invece i magistrati della Dda di Catanzaro hanno inteso al momento “omissare” per non compromettere le indagini in corso. Si apprende così che l’autonomo gruppo mafioso fondato da Andrea Mantella sarebbe stato “composto da circa 13 persone” e, ad avviso del pentito, sino al giorno della sua collaborazione tale sodalizio avrebbe “dominato incontrastato su Vibo Valentia”. “Dopo il mio avvento mafioso in autonomia rispetto alla ‘ndrina dei Lo Bianco – dichiara Mantella – la città di Vibo Valentia era sotto di me e del mio gruppo, esercitando noi ogni forma di potere mafioso, tramite estorsioni, controllo dei lavori pubblici e droga”. Quindi l’indicazione da parte di Andrea Mantella dei suoi rapporti intessuti con altri sodalizi mafiosi come i Piromalli ed i Molè di Gioia Tauro, i cui esponenti sarebbe andato a trovare direttamente a Gioia Tauro tramite Paolino Lo Bianco(figlio del defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto “Piccinni”) e Paolino D’Elia, oggi 87enne, nativo di Seminara ma negli anni ’80 trasferitosi nel Vibonese per sfuggire ad una faida dopo essere stato gravemente ferito in un agguato mafioso a Seminara.

pistola e soldi

Si tratta dello stesso Paolo D’Elia, oggi imputato a Vibo per usura in un processo istruito dalla Dda di Catanzaro, che avrebbe svolto il ruolo di “paciere” – per come emerso nell’inchiesta “Nuova Alba” – fra le opposte articolazioni del clan Lo Bianco guidate dagli omonimi cugini Carmelo Lo Bianco, l’uno detto “Piccinni”, l’altro “Sicarro”. Gli stessi Mancuso, secondo il Ros, avrebbero tenuto in gran considerazione Paolo D’Elia indicandolo quale esponente autorevole della massoneria deviata ed autore, negli anni, di alleanze con altre famiglie mafiose come gli Alvaro di Sinopoli, i De Stefano di Reggio Calabria ed i Molè di Gioia Tauro.

francesco-pesce

Andrea Mantella racconta inoltre di aver avuto rapporti pure con i clan di San Luca, con i Pesce di Rosarno ed in particolare con Francesco Pesce, detto “Testuni” (in foto a sinistra), figlio dello storico boss Antonino Pesce, ed anche con Rocco Bellocco, sempre di Rosarno.

I Lo Bianco e le “proiezioni” delle dichiarazioni di Mantella. E’ il traffico di droga quello che potrebbe aprire scenari del tutto inediti sull’asse Vibo-Laureana di Borrello. Andrea Mantella indica in particolare un personaggio del clan Lo Bianco, dedito a compiere usura, danneggiamenti ed estorsioni, il quale avrebbe stretto solidi rapporti in carcere con diversi componenti dei clan mafiosi di Laureana di Borrello. Altri elementi del clan Lo Bianco-Barba, indicato da Mantella come un unico sodalizio criminale, sarebbero stati inoltre particolarmente attivi nel settore del traffico di stupefacenti. Droga che Andrea Mantella spiega che veniva indicata dai mafiosi con i termini di “shweeps”, “stoccafisso” oppure “ciciorfa”. “Spesso poi – conclude Mantella – per indicare la ndrangheta noi utilizzavamo in gergo pure il termine di “pisella”. 

Operazione “Lex”: la ‘ndrangheta da Reggio Calabria, Roma, Monza, Pavia fino a Varese. Ecco gli arrestati.

Alle prime luci dell’alba di oggi, nelle province di Reggio Calabria, Roma, Milano, Vibo Valentia, Pavia, Varese, Como, Monza-Brianza e Cagliari, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, collaborati in fase esecutiva dai militari dello Squadrone Eliportato Cacciatori, della Compagnia Speciale del G.O.C., da unità cinofile e dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia, nonché da quelli dei Comandi Provinciali territorialmente competenti, hanno dato esecuzione al provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria,  nei confronti di 41 indagati (36  in carcere e 5 agli arresti domiciliari), ritenuti, a vario titolo, gravemente indiziati dei delitti di associazione mafiosa in relazione al sodalizio ‘ndranghetista nella sua articolazione territoriale denominata Locale di Laureana di Borrello – formata dalle famiglie “Ferrentino-Chindamo” e “Lamari” – operante nel comune di Laureana di Borrello e comuni limitrofi con ramificazioni in tutta la provincia reggina ed in altre province, concorso esterno in associazione mafiosa,  porto e detenzione di armi comuni da sparo, importazione e cessione di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, estorsione, lesioni personali gravi, frode sportiva, intestazione fittizia di beni, incendio, danneggiamento, violenza privata,  con l’aggravante, per tutti i delitti, dell’agevolazione  delle attività dell’associazione  mafiosa.

L’indagine trae origine da una serie di episodi criminosi, registrati sul territorio della municipalità di Laureana di Borrello (RC) e zone limitrofe a partire dal mese di giugno del 2014, sintomatici dell’operatività di un sodalizio criminale attivo in quell’area ed in grado di esercitare un controllo di tipo mafioso sull’intera comunità. Di qui l’avvio della complessa attività d’indagine, svolta dai militari della Compagnia di Gioia Tauro sotto il costante coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia, sviluppata secondo metodologie di tipo tradizionale e attraverso una rilevante mole di attività tecnica, che si è giovata anche delle propalazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia. In particolare, è stata acclarata l’appartenenza di molti degli odierni fermati, anche con ruoli di vertice, alle cosche “FERRENTINO-CHINDAMO” e “LAMARI” quali articolazioni autonome, talvolta alleate e talvolta in aperta conflittualità, dell’associazione per delinquere di tipo ‘ndranghetistico  nota come “Locale di Laureana di Borrello” del Mandamento Tirrenico, operante nel territorio di quel comune e delle municipalità limitrofe, con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre province del Nord Italia e segnatamente Milano, Varese, Pavia e Como.

Nel corso delle indagini è stato quindi possibile cogliere le modalità con le quali la Cosca, avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo, riusciva a controllare e a sfruttare le risorse economiche della zona mediante il compimento di una serie indeterminata di delitti riguardanti le armi, il patrimonio, la vita e l’incolumità individuale, il commercio di sostanze stupefacenti. Sono state, inoltre, documentate molteplici condotte, da parte della Locale di ‘ndrangheta, tese ad influenzare l’ordinario andamento delle istituzioni comunali,  e, in particolare, le condotte di alcuni componenti dell’amministrazione della municipalità pre-aspromontana per l’aggiudicazione di appalti pubblici in favore delle aziende mafiose di riferimento della cosca. Emblematica la posizione  dell’assessore al “verde pubblico, agricoltura, manutenzione, tradizione, servizio idrico, servizi demografici, viabilità, fiera ed artigianato” del Comune di Laureana di Borrello, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa,  perché – pur non facendo parte stabilmente della Locale in argomento – forniva un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo alla ‘ndrina CHINDAMO-FERRENTINO, come referente politico del sodalizio. Numerosi poi sono stati gli efferati episodi delittuosi censiti e perseguiti, quali atti intimidatori, danneggiamenti, incendi ed estorsioni. In taluni casi, infatti, alcuni cittadini sono stati vittime di atti ritorsivi, perpetrati in maniera cruenta attraverso l’esplosione di colpi di arma da fuoco e/o incendi, che hanno riguardato beni mobili ed immobili di loro proprietà e che, in una circostanza, hanno visto un collaboratore scolastico divenire vittima di un “pestaggio”, da parte di alcuni soggetti appartenenti alla cosca, per il sol fatto di aver rimproverato un “rampollo” minorenne riconducibile alla ‘ndrina CHINDAMO-FERRENTINO. In un altro caso, invece, un imprenditore, risultato poi essere vicino alla Cosca rivale dei LAMARI, è stato sequestrato per alcune ore da appartenenti alla Cosca FERRENTINO per costringerlo a continuare la gestione fittizia di un’impresa edile, ubicata a Voghera, in nome e per conto del sodalizio.

È stato, inoltre, documentato come la principale fonte di guadagno della cosca fosse rappresentata dal traffico internazionale di sostanze stupefacenti avente, quale canale di approvvigionamento, le tratte che dall’India e dalla Colombia portano al Porto di Gioia Tauro dove, con le compiacenze di soggetti vicini alle cosche operanti in quello scalo, venivano fatti passare, ben occultati in cargo contenenti riso, ingenti quantitativi di droga. Il tutto grazie alla copertura di un società, la Ditta di import-export “United Seed’s Keepers” s.r.l. con sede a Milano e Roma, interamente controllata da imprenditori prestanome della consorteria mafiosa.
Diverse, peraltro, sono state le ipotesi di intestazione fittizia riscontrate con riferimento a numerose attività commerciali, tra le quali spiccano ben 2 imprese edili ed una società, attiva nel Porto di Gioia Tauro, di import/export, e di alcuni immobili in Lombardia, nonché l’infiltrazione della famiglia LAMARI nella gestione della “Polisportiva Laureanese”, inserita nel Campionato di Promozione, girone “B”, con episodi di “combine” dei risultati di almeno due incontri di calcio mediante minacce aggravate dalla metodologia mafiosa.
L’attività d’indagine ha evidenziato come la Locale, con la forza promanante dal vincolo mafioso, ha assoggettato la popolazione del centro pre aspromontano che viveva asfitticamente sotto la coltre del potere mafioso, che non dava tregua. A Laureana di Borrello, in particolare, l’autonomia imprenditoriale era azzerata non esistendo settore economico, e non, che non incontrasse “l’interesse” delle ‘ndrine.
Persino il mondo del calcio è controllato dalle ‘ndrine, che gestistocono la locale squadra calcistica e, attraverso le combine di partite con dirigenze di altre squadre della medesima categoria, falsano i risultati.
Anche nella politica cittadina della municipalità di Laureana di Borrello, le due ‘ndrine hanno dei referenti mafiosi che consentono loro l’aggiudicazione di appalti.

L’attività ha permesso nel tempo di procedere già all’arresto di 5 persone, al sequestro di oltre 2 kg di sostanza stupefacente del tipo marijuana nonché 3 pistole, 1 fucile, centinaia di munizioni di vario calibro e quasi 02 kg di polvere da sparo.

I destinatari del provvedimento di fermo, eseguito nel corso dell’odierna operazione, sono stati i seguenti:

 

1) FERRENTINO MARCO, classe ’80 ;

2) PETTÉ TIZIANA, classe ’81;

3) BIELOVA ALLA, classe ’89;

4) FERRENTINO ALESSIO, alias “u stuccaru”, classe ‘78;

5) FERRENTINO FRANCESCO alias “u zassu”, classe ‘90;

6) DI GIGLIO ANTONINO alias “u liraru”, classe ‘75;

7) FERRENTINO ALESSIO , classe ‘84;

8) DI MASI GIUSEPPE , classe ‘88;

9) PITITTO GIUSEPPE, classe ’75;

10) SIGNORELLO JOSE’, classe ’87;

11)  SIBIO GIOVANNI, classe ’89;

12)  MONEA SALVATORE, classe ’74;

13)  LAMANNA FRANCESCO, classe ’86;

14)  LAMANNA ANTONELLO,  classe ’75;

15)  PIROMALLI VINCENZO, classe ’69;

16)  BEVILACQUA MARIO, classe ’72;

17)  ASCHEI FABIO,  classe ’61;

18)  PETTÈ PASQUALE,  classe ’67;

19)  DI MASI PASQUALE, classe ’86;

20)  PRESTIA FRANCESCO,  classe ’76;

21)  TARANTINO FRANCESCO, classe ’76;

22)  PANIGO MARINA, classe ’59;

23)  MEZZASALMA FABIO, classe ’63;

24)  MARAFIOTI ALBINO, classe ’85;

25)  FERRARI GIORGIA, classe ’95;

26)  SALVO ISABELLA, classe ’69;

27)  FREITAS DE SIQUEIRA DIEGO,  classe ’86;

28)  CHINDAMO ALBERTO, classe ’88;

29)  LAMARI VINCENZO alias Enzo, classe ’68;

30)  LAMARI ANGELO, classe ’67;

31)  LAMARI MATTIA, classe ’97;

32)  MASTROIANNI FABIO, classe ’87;

33)  PAPANDREA NATALE, classe ’91;

34)  NAPOLI CLAUDIO, classe ’76;

35)  PROSSOMARITI ANDREA, classe ’73;

36)  LAINÀ VINCENZO, classe ’63;

37)  CIANCIO FRANCESCO ANTONIO, classe ’95;

38)  OPPEDISANO MAURIZIO, classe ’81;

39)  ZITO FELICE,  classe ’91;

40)  MANDAGLIO ANDREA,  classe ’95;

41)  MANDAGLIO GIOVANNI, classe ’93

Dei predetti FERRARI Giorgia, SALVO Isabella, MANDAGLIO Andrea, MANDAGLIO Giovanni e ZITO Felice sono stati posti agli arresti domiciliari.

Nel medesimo contesto sono stati disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia Reggina diversi sequestri preventivi, finalizzati alla confisca, di una serie di società e beni immobili ritenuti riconducibili direttamente o indirettamente, per il tramite di intestatari fittizi, alle Cosche Lamari e Chindamo – Ferrentino.

In particolare, sono stati sottoposti a sequestro in via d’urgenza:

–          Dimasi Costruzioni di Giuseppe Dimasi (Voghera);

–          Dima Costruzioni S.r.l. di Lamanna Francesco(Voghera);

–          Dimafer di Ferrentino Francesco(Voghera);

–          Ditta di import-export “United Seed’s Keepers” s.r.l. con sede a Milano e Roma;

–          Ditta Di.Gi. lavori edili di Digiglio Antonino “u liraru”;

–          Ditta N.P. Lavori e Costruzini snc di Napoli Claudio e Prossomariti Andrea;

–          Azienda “Demetra“ srl con sede in Laureana di Borrello;

–          Attività commerciale “Il Quadrifoglio”di proprietà di Brogna Francesco nelle due sedi di Laureana di Borrello e Feroleto della Chiesa;

–          Società Polisportiva Laureanese calcio;

–          Edicola di Pititto Giuseppe in Vibo Valentia;

–          Garage adibito alla vendita di Pesce Stocco di Ferrentino Alessio.

 

L’operazione odierna ha visto l’impiego complessivo di circa 300 militari in tutta la penisola, con perquisizioni che hanno interessato diverse abitazioni ed immobili considerati depositi di armi e droga della consorteria laueranese, nonché lo studio legale, con sede a Milano, di un noto penalista ritenuto vicino alla cosca.

A Corsico in Consiglio Comunale urlano i servetti della ‘ndrangheta

Guardate questo video:

A parlare è Maria Ferrucci, ex sindaco di Corsico, da sempre in prima linea nella lotta alla ‘Ndrangheta. Tra Corsico e Buccinasco la cosca Barbaro-Papalia da anni infesta il territorio e tutti sparpagliati operano i loro piccoli soldati che vigliacchi provano a interferire nel tessuto imprenditoriale, politico e sociale. Nella seduta di consiglio comunale si discute un’interpellanza urgente presentata dalla minoranza (di cui la Ferrucci fa parte) per chiedere lumi al sindaco Filippo Ferrante sulla “sagra dello stocco di Mammola” che un consorzio calabrese avrebbe voluto celebrare in piazza con tanto di patrocinio del comune: sul manifesto della manifestazione oltre ai nomi del sindaco e di un suo assessore compare un referente per informazioni e prenotazioni, Vincenzo Musitano. Peccato che (come scrive bene Davide Milosa qui) «Vincenzo Musitano sia il marito di Elisabetta Perre, figlia di Giuseppe Perre detto ‘u Maistru, padrino della ’ndrangheta di Platì. A questo va aggiunto che il fratello di Vincenzo, Antonio Musitano ha alle spalle 18 anni di carcere per i suoi legami con la coscaBarbaro-Papalia insediata nei comuni di Corsico e Buccinasco. Oggi la Perre è titolare del negozio Musipane, distributore ufficiale dello stocco di Mammola. Qui al 12 di via Montello fino al 2006 c’era un circolo di caccia e pesca definito dalla Procura l’ufficio della ’ndrangheta nel Nord Italia.»

Il sindaco (pensa te) si è distratto e non se n’è accorto e così quando la stampa locale (e poi nazionale) ha cominciato a rumoreggiare lui si è limitato a balbettare qualche flaccida scusa per poi sospendere l’iniziativa. Arriviamo quindi alla seduta comunale in cui le opposizioni chiedono conto di un patrocinio piuttosto inopportuno: la Ferrucci comincia a leggere il testo dell’interpellanza fino al punto in cui dichiara (lo dicono le Procure) che Corsico è “città infiltrata dalla ‘ndrangheta”. Scoppia il pandemonio. Gente che urla, minacce, insulti. Il presidente del Consiglio Comunale è costretto a interrompere la seduta e chiede ai vigili di allontanare alcune persone, qualcuno dai banchi della minoranza chiede che vengano identificati i disturbatori e l’ex sindaca chiede che vengano chiamati i carabinieri. Scrive sempre Milosa: «Chi è tra il pubblico resta scioccato. È il caso di M.R. che spiega: “Due persone adulte stavano dietro di me, e rivolte alla Ferrucci hanno detto: quella va bruciata con la benzina”. E ancora: “Un’altra persona faceva il segno del tagliare la gola”. Gli amici dei boss in aula si sono portati anche la claque costituita da un gruppo di minorenni.»

Sembra di ripiombare negli anni più neri della Lombardia quando prima dell’operazione Crimine Infinito che con centinaia di arresti certificò la presenza mafiosa si aggiravano indisturbati negazionisti (e mafiosi) a urlare sconcertati contro chiunque provasse a parlare del pericolo ‘ndranghetista. Sembra di ascoltare in lontananza gli stessi unti guappi di cartone che credevano di poter irrompere a un convegno (o a uno spettacolo teatrale) puntando il dito contro chi provasse a raccontare la verità.

No, non si tratta semplicemente, come prova a dire qualcuno, di intemperanze: pezzi di mafia godono ancora di un tale grado di impunità da poter interrompere un momento democratico nell’amministrazione di un comune. Quelli sono i servetti della ‘ndrangheta che credono ancora di poter alzare la voce, sono i fiancheggiatori 2.0 di una mafia vigliacca che silenziosa continua a tenere in mano sacche di Lombardia. Ma soprattutto esistono città (e Corsico non è certo un retrogrado paesino di campagna) che concedono a questi picciotti vigliacchetti la sensazione di poter comandare.

Ed è fango, pelo, paura che mi riporta indietro ai miei periodi più neri. Per questo credo valga la pena di stare vicino a Maria e ai suoi compagni. Ma davvero.

La ‘ndrangheta piemontese trema: “Max il lavandaio” comincia a parlare

«Se iniziassi a collaborare quali vantaggi avrei? Ci sto pensando da un po’…». Con queste poche parole, dopo aver chiesto di essere sentito in procura, Massimiliano Ungaro, «Max il lavandaio», arrestato all’inizio dell’anno in una maxi operazione dei carabinieri contro un gruppo ’ndranghetista specializzato in estorsioni e droga con base nel bar Gran Galà di piazza Sabotino, ha deciso poco più di un mese fa di collaborare con la giustizia.

Da alcune settimane gli investigatori stanno raccogliendo le sue dichiarazioni. Rivelazioni, ad esempio su nuove strutture territoriali della ’ndrangheta, affari illeciti, retroscena di estorsioni e minacce. Prima di finire in carcere Ungaro aveva una doppia vita. La prima come titolare del ristorante «Babylon», di fronte alla porte Palatine e della lavanderia alle spalle della Gran Madre, da qui il suo soprannome. La seconda tutta criminale, anche se incensurato: amico di boss, complice di estorsioni, sospettato in passato di essere un usuraio. Personaggio oscuro: in questa inchiesta, giunta ormai a chiusura, è accusato di essere un «partecipe» dell’associazione mafiosa con a capo la famiglia Crea, già tirata in ballo nell’inchiesta Minotauro di pochi anni fa, che ha svelato le ramificazioni della ’ndrangheta in Torino e in alcuni comuni della cintura. Ungaro è amico fidato di Aldo Crea, fratello di Adolfo, due «padrini» di rango della criminalità radicata da anni in città. Nelle ramificazioni dell’inchiesta Minotauro, i due fratelli erano stati collocati all’interno nella «struttura del Crimine», una sorta di «gruppo» incaricato di «svolgere azioni violente nell’interesse dell’intera compagine», in collegamento con i «locali», le strutture diffuse a livello territoriale. In questo contesto, Ungaro avrebbe svelato l’esistenza di un nuovo «locale» a San Mauro, composto da vari affiliati.

Ma «Max il lavandaio» potrebbe svelare altri segreti. Ad esempio la morte di Paolo Pilla, l’informatico ucciso a Rivalba nell’estate 2011 a colpi di pistola e sepolto nel retro di una villa acquistata all’asta. Pilla era un suo amico e forse aveva condiviso con lui alcuni affari illeciti. Era stato Ungaro ad aiutare l’informatico ad ottenere il mutuo per comprare la villa dove il 2 agosto, tre giorni dopo la sua scomparsa, fu trovato il cadavere. Attorno al corpo furono trovate tre buche abbozzate, la cui utilità non è mai stata decifrata. Ungaro fu interrogato e messo sotto pressione, perché era stato uno degli ultimi a vedere in vita Pilla. «Non so nulla» disse. Ma c’è un’altra storia intrisa di mistero. Il suicidio dell’ex proprietario del «Babylon», Massimiliano Citiulo, trovato impiccato il 2 luglio 2011 nella cantina del ristorante, al tempo conosciuto come «The Club». Citiulo era un commerciante di successo, conosciuto come «Max della Cantinella», il locale di corso Casale di cui era stato proprietario. Per quel gesto si parlò di debiti. Un suicidio misterioso. Chissà se c’è un collegamento tra la morte di Pilla e quella di Citiulo? Ungaro potrebbe saperlo.

(fonte)

Ecco chi sono i “riservati” della ‘ndrangheta

Giù il cappello a Alessia Candito che ha scritto un articolo da tenersi in tasca:

REGGIO CALABRIA Le fonti di conoscenza dei due collaboratori sono diverse, come diversa è la caratura, ma per il giudice entrambi sono assolutamente attendibili e le loro dichiarazioni sono da ritenersi credibili e genuine. I pentiti Nino Lo Giudice e Cosimo Virgiglio, nel corso di interrogatori recentissimi su cui gli approfondimenti sono già in corso, hanno svelato al pm Giuseppe Lombardo i nomi di alcuni degli appartenenti a quella terra di mezzo in cui ‘ndrangheta e massoneria si mischiano per aiutarsi mutuamente.

LE RIVELAZIONI DI CONDELLO Nel suo ultimo interrogatorio, il 21 giugno scorso, Lo Giudice afferma di aver appreso i nomi di alcuni dei componenti della struttura riservata della ‘ndrangheta direttamente da Pasquale Condello, «che mi disse di far parte lui stesso di quel mondo». E il pentito fa i nomi dell’avvocato Antonio Marra, dell’ex sottosegretario Alberto Sarra, di Pasquale Rappoccio, dell’avvocato Giorgio De Stefano, dell’ex antenna dei servizi Giovanni Zumbo, del funzionario regionale Francesco Chirico, cognato di Paolo, Giorgio e Orazio De Stefano e zio del capocrimine Giuseppe, dell’avvocato Paolo Romeo , «di cui – sottolinea Lo Giudice – mi ha parlato anche Cosimo Moschera, che era legato ad Avanguardia Nazionale insieme a Romeo e al marchese Zerbi».

IMPRENDITORI E POLITICI Insieme a questi ci sarebbero anche, secondo quanto il collaboratore ha appreso dal Superboss, nomi noti della ‘ndrangheta reggina come Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri, politici come Giuseppe Scopelliti e i suoi fratelli, Fortunato e Francesco, l’imprenditore Mandaglio, «titolare di un negozio di elettrodomestici in via Possidonea», e diversi legali, Bucca, Scalfari e Calabrese, che – spiega il pentito – «il Condello accostava anche ai servizi di sicurezza». «Anche il dott. Crocè e tale Dominque Suraci – puntualizza a fine interrogatorio il pentito – fanno parte del medesimo contesto massonico: sono soggetti anche questi vicini a Pasquale Condello». Il reggente Domenico Condello, chiamato spesso da Lo Giudice “Gingomma”, gli avrebbe invece parlato di Giuseppe Libri, del sottosegretario Sarra e di un non meglio precisato « dott. Cellini», in passato nominato spesso anche da Paolo Schimizzi.

LE PAROLE DI CHILA’ Altri nomi- aggiunge Lo Giudice – glieli ha rivelati Giovanni Chilà, defunto uomo di vertice del suo stesso clan. Nell’elenco, tornano i nomi di Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri, come di Paolo Romeo e del suo storico collaboratore, l’avvocato Antonio Marra. In più ci sono quelli dell’imprenditore Giovanni Zumbo, rappresentante della Parmalat, Antonino Latella, Carmelo Iamonte, Domenico Libri, Giovanni Alampi, il defunto notaio Marrapodi, Rocco Aquino e l’avvocato Corrado Politi, accostato al clan Tegano, e i fratelli Frascati.

“LE CONFERME DI FRASCATI E LA CONFESSIONE DI FONTANA” Secondo quanto dichiarato dal collaboratore, sarebbero stati questi ultimi a raccontargli della loro appartenenza a quel mondo, insieme al generale Angiolo Pellegrini, al professore Caratozzolo di Messina e «a tale Sinicropi». «Mi dissero i Frascati – mette a verbale – che con tali soggetti si svolgevano incontri nella villa di Gambarie di Angelo Frascati. Mio padre mi disse anche che il Gen. Pellegrini si era impegnato ad aggiustare la procedura di sequestro degli immobili ai Frascati». Confidenze che gli sono state fatte anche in virtù dei legami di parentela, perché «mio zio Francesco Ficara è parente di Angelo Frascati, in quanto il fratello di questi ha sposato la figlia del Ficara». Il boss Giovanni Fontana gli avrebbe invece rivelato, solo per questione di fiducia, la sua appartenenza alla massoneria. «Ricordo – afferma – che sia lui che Pasquale Condello mi parlarono di tale De Caria, come soggetto a sua volta legato a quel mondo».

AVVOCATI Secondo quanto si legge nelle carte, anche il legale Lorenzo Gatto, per lungo tempo suo difensore, avrebbe confessato al “Nano” la sua appartenenza a quel mondo riservato, dando a Lo Giudice conferma di quanto sostiene di aver appreso da Chilà e Condello, secondo cui il noto avvocato sarebbe un Santista, affiliato da Domenico Libri. Non a caso – ricorda Lo Giudice – «l’Avv. Gatto mi disse che su viale Aldo Moro, vicino ad una palestra, vi era una sala riunioni di questa superloggia massonica. Non sono in grado di indicare, però, il luogo esatto in quanto il Gatto non mi ha fornito indicazioni precise. Ricordo che nei pressi si trova un cinema». Dal legale, Lo Giudice avrebbe appreso dell’appartenenza alla Santa del maresciallo Francesco Spanò, di Logoteta e della sua omonima loggia, di boss come Giuseppe Pelle di San Luca, Giuseppe Libri e Giuseppe De Stefano, dello zio di questi, l’avvocato Giorgio De Stefano, come pure dell’avvocato Aurelio Chizzoniti. «Ricordo che mi fece anche ascoltare una registrazione tra Ugo Marino ed altro soggetto che Gatto diceva essere legati alla massoneria. Anche il reggente di Santa Caterina – ricorda – gli ha parlato di un legale. Si tratta dell’avvocato Tommasini, storico difensore di casa De Stefano, «di cui – dice Lo Giudice – mi aveva parlato anche mio padre». Ma Moschera, aggiunge, aveva parlato anche dei Mammoliti. Dell’avvocato Giglio e del fratello medico, Vincenzo, gliene aveva parlato invece Domenico Gangemi, affiliato ai Lo Giudice, che dei due sapeva anche che «abitano o hanno uno studio in via Melacrinò; gli stessi Giglio – riferisce il Nano – hanno una abitazione anche di fronte alla Regione Calabria.

LA RETE DI LUCIANO Il pentito afferma di aver sempre saputo dell’appartenenza di Paolo Martino, cugino dei De Stefano e loro proconsole in Nord Italia, a tale contesto massonico, al pari di Mario Mesiani Mazzacuva «che aveva parlato con mio padre in mia presenza». In famiglia però, le rivelazioni più importanti gliele avrebbe fatte il fratello, Luciano Lo Giudice. Nomi così importanti da essere coperti da vistosi omissis, cui sopravvive solo un’indicazione. «Tali soggetti si riunivano spesso nel palazzo Upim di Reggio Calabria», meglio noto come palazzo Sarlo. Altre informazioni arriveranno invece a Lo Giudice dall’imprenditore Antonino Spanò. «Mi disse che conosceva appartenenti alla massoneria: mi parlò certamente di Siclari Pietro, che chiamava zio Pietro, che mi disse essere un uomo di …OMISSIS…; questa circostanza mi è stata confermata anche da mio fratello Luciano e dal capitano Spadaro Tracuzzi.

ME LO HA DETTO VIRGIGLIO Molti dei nomi che Lo Giudice ha inserito nel secondo memoriale, inviato durante la sua breve latitanza – chiarisce – gli erano stati riferiti da Cosimo Virgiglio. «Mi ha parlato di Bellocco Umberto, di Pesce Giuseppe e Marcello, dell’imprenditore Mucciola, dei Piromalli, di Morelli, di Quattrone, di Pietro Tripodi – collegato al Chirico ed al Mandaglio –, di Pietro Fuda, dei Cedro, dell’Avv. Politi Corrado, di tale Marrara, di tale Marrari, dei fratelli Labate, del dott. Pulitanò, del notaio Poggio, di Angelo Barillà dirigente della Sisa di Melicucco, nipote di Natale Iamonte. Fra loro c’è anche quello del capitano Spadaro Tracuzzi, condannato anche in appello come uomo al servizio di Luciano Lo Giudice, che – ricorda il Nano – insieme a un uomo dal nome ancora tenuto sotto silenzio «si recavano al porto di Gioia Tauro per collaborare con la CIA, che aveva un ufficio presso quella struttura».

LE RIVELAZIONI DEL MASSONE DEI CLAN E sarà proprio lui a ripeterli, in maniera ordinata e anche molto più circostanziata di Lo Giudice, al pm Lombardo. Insieme a molti altri. Come quello dell’imprenditore Cedro di Gioia Tauro, dei boss Rocco Aquino, Giuseppe Pesce e Pietro Labate, dell’imprenditore Giovanni Zumbo e del «presidente della Camera di Commercio, coso, Dattola, che era nostro fratello».

BARONI DELL’UNIVERSITA’ E DEL CALCIO Del preside, Eugenio Caratozzolo, racconta di averlo incontrato al Rotary, ai tempi in cui era «trampolino di lancio per la massoneria». Un contesto all’epoca frequentato da personaggi del calibro dei professori «Antonio Miceli e Carluccio di Reggio Calabria, il professore di diritto commerciale era all’epoca lui, poi c’era il professore Falzea e il preside, Eugenio Caratozzolo e… e poi veniva… cominciava a venire anche Franco Sensi di Roma, il proprietario della Roma all’epoca». Quella per Virgiglio è stata solo una fase prodromica all’ingresso nel Goi e soprattutto nella sua area più riservata. «nel Goi mi ritrovo Eugenio Caratozzolo, il figlio Marcello e, e, e, lo stesso Franco omissis».

AVVOCATI MESSAGGERI? Fra gli uomini della Santa, Virgiglio indica anche un legale che ha imparato a conoscere bene. Si tratta dell’avvocato Corrado Politi, approdato misteriosamente in carcere proprio quanto Virgiglio stava iniziando a valutare l’ipotesi di una collaborazione. Politi si sarebbe presentato da Virgiglio, affermando «mi ha nominato tua moglie». Una nomina strana, o quantomeno anomala. Non solo per le modalità, ma anche perché il misterioso legale non sarebbe stato infatti uno “specialista” di collaboratori. «Dice: io, vengo, sono amico di questo Pellicano, mi disse». Un nome speso con noncuranza – all’epoca il dottore Pellicano era ancora incensurato, ma già un nome di peso nella loggia reggina – ma che sembra introdurre una conversazione che poco sembra avere a che fare con un mandato difensivo.

COLLABORI? RISOLVIAMO IN MODO DIVERSO «Dice: no, io vorrei capire, dice, cosa sta facendo lei, che non fa … e ho detto: e che faccio, dico, sono qua a collaborare, lei l’ha letta la mia ordinanza? – dice Virgiglio, ricordando quel botta e risposta fra lui e il legale –. Sì, l’ho scaricata tutta sul pennino… ah, e mi fa piacere, e che cosa ne dice?.. Mah, la possiamo affrontare in modo diverso». Quale fosse, l’avvocato fa presto a spiegarlo. «Mi raccomando però – rammenta di essersi sentito dire Virgiglio – sua moglie ha paura, dice, non faccia i nomi di certe persone, non faccia i nomi di questo, di quell’altro, mi raccomando, salvi i “nini”».

«SALVA I “NINI”» Un soprannome per il quale il pentito non ha bisogno di spiegazione e che anche al pm sembra cristallino: sono «i giovanotti» della cosca Molè, divenuti nel tempo plenipotenziari reggenti del clan. E sebbene – allo stato – i loro nomi nei verbali siano coperti dagli omissis, nelle ordinanze che negli anni successivi hanno interessato il clan Molè, l’espressione si ripete spesso. E altrettanto spesso indica Antonio Molè “U Iancu”, figlio di Domenico, e il cugino Antonio Molè “U Niru”, figlio di Gioacchino. Quando Virgiglio viene arrestato e inizia a collaborare i due hanno circa vent’anni, ma già mostrano di avere tutte le caratteristiche per rivendicare il ruolo dirigente che era stato dei rispettivi padri. Per questo, probabilmente, andavano salvati. E non da soli.

ISTRUZIONI Questo – dice Virgiglio al pm Lombardo – era palese nelle parole del legale, sebbene da lui non fossero arrivate altre esplicite istruzioni. «Non mi disse i nomi che non … attenzione ai nomi che…fa proprio così», spiega il collaboratore che in quell’occasione dal misterioso avvocato avrebbe ricevuto una missiva. «Dice: questa qui è la lettera di separazione che sua moglie le fa, me l’ha mandata, dice … e in quel momento, dottore, ho dovuto giocare un po’ d’astuzia».

PROFESSIONISTI E POLITICI Virgiglio fa poi i nomi di Franco Labate, «per tanti anni medico al San Pietro di… al carcere, carissimo amico Ciccio Ceraudo, che era il famoso e importantissimo medico di Pisa, dove a tutti i costi dovevano mandare Molè per poi da lì farlo arrivare a Palmi e poi essere a casa»e dell’imprenditore Carlo Montesano, che presiedeva la loggia coperta di Reggio. Ma nel suo elenco ci sono anche i nomi di molti politici, come quello dell’ex governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, associato dal pentito alla presunta loggia riservata gestita dagli avvocati Torchia, «la piccola loggettina di potere». Insieme a lui, compaiono anche Luigi Fedele e Pietro Fuda, protagonisti di un ribaltone politico, cucinato in ambito massonico. Tutti soggetti su cui – adesso – la Dda ha intenzione di approfondire. Anche perché – sottolinea il gip – «le recentissime dichiarazioni dei due collaboratori, pur non del tutto sovrapponibili, evidenziano, affermazioni convergenti sull’esistenza di questo sistema masso-mafioso che si sta procedendo ad esaminare».

Quel «corpo riservato» della ‘ndrangheta che siamo curiosi di conoscere

È un’operazione importante quella che il sostituto procuratore della DDA Giuseppe Lombardo ero ha portato alla richiesta del senatore Antonio Caridi (GAL). Quel “corpo riservato” che è dormiente ma sempre a disposizione della ‘ndrangheta alle bisogna è lo stadio successivo rispetto alle indagini strettamente criminali. Oggi c’è Caridi ma lì tra i politici ci sono anche forze dell’ordine, uomini delle istituzioni e molto altro. È lo stesso corpo riservato che agisce in Lombardia dove (ne stanno parlando di versi pentiti) non bisogna ammazzare nessuno ma delegittimarlo grazie al lavoro dei dormienti. Sono quelli che interessano a me. Sono quelli che mi hanno condizionato la vita più della mafia stessa. E ci arriviamo, prima o poi. Anche dalle mie parti.

Qui c’è il pezzo di Lucio Musolino:

“Senza di noi è inutile che ti metti”. È racchiusa tutta in queste poche parole il rapporto tra ‘ndrangheta e politica. Un rapporto diverso da quello emerso fino a oggi dalle varie indagini. Con l’operazione “Mamma Santissima”, il sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo ha fatto luce sulla struttura segreta di vertice della ‘ndrangheta, quel direttorio che crea i politici, li cresce per farli diventare strumento per le sue finalità economiche e politiche. L’operazione “Mamma santissima”, che ha portato alla richiesta di arresto per il senatore Antonio Caridi (Gal) sul quale si pronuncerà la Giunta per le autorizzazioni, rischia di riscrivere la storia delle cosche calabresi.

L’inchiesta è la naturale prosecuzione dell’operazione “Meta” che nel 2010 ha portato all’arresto dell’ala militare e imprenditoriale della ‘ndrangheta. Incrociando quelle carte con i verbali di alcuni pentiti, lasciati per troppi anni negli archivi della Procura, e i brogliacci di numerose intercettazioni, il pm Lombardo e il maggiore Leandro Piccoli sono riusciti a dimostrare l’esistenza di una struttura direttiva occulta di cui neanche gli affiliati alla ‘ndrangheta erano a conoscenza se non i vertici delle varie famiglie.

I destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Domenico Santoro, infatti, sono i cosiddetti “invisibili”: l’avvocato Paolo Romeo (già in carcere da alcune settimane perché arresto nell’operazione “Fata Morgana”), l’avvocato Giorgio De Stefano (già detenuto perché coinvolto nell’operazione “Sistema Reggio”), l’ex dipendente della Regione Francesco Chirico (cognato del boss Orazio De Stefano), l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra e il senatore Antonio Caridi. Rappresentavano, secondo l’accusa, la struttura occulta che si serve di soggetti “segreti” o “riservati” e che opera in sinergia con l’organo collegiale di vertice denominato “Provincia”.

“Una sorta di mutazione della ‘ndrangheta – il gip riprende nell’ordinanza le considerazione del pm Lombardo – che, certo, resta realtà criminale, ma, proprio per rafforzarsi, per crescere, per aumentare la sua potenza, si evolve, tentando di creare prima e di sfruttare poi circuiti relazionali sempre più estesi e, correlativamente, sempre più riservati”.

I due burattinai erano sempre loro: Paolo Romeo e Giorgio De Stefano che già nel 2012 il colonnello Valerio Giardina aveva definito le vere “menti della ‘ndrangheta” a Reggio Calabria. Stando alle risultanze investigative del Ros, infatti, a partire dal 2002 Paolo Romeo e Giorgio De Stefano hanno avuto un ruolo determinante per la elezione di Giuseppe Scopelliti e Pietro Fudarispettivamente a sindaco di Reggio e presidente della Provincia.

I due avvocati erano riusciti a interferire nella formazione degli organi di governo locale seguendo un progetto di più ampio respiro che puntava alla creazione di politici che poi sarebbero serviti per infiltrare la Regione Calabria ma anche il Parlamento nazionale ed europeo. Tra i momenti chiave di questo connubio tra politica e ‘ndrangheta ci sono le comunali del 2002 con l’elezione di Giuseppe Scopelliti (ex An ed ex Ncd) a sindaco di Reggio che, dimettendosi dall’incarico di assessore regionale, consentì ad Alberto Sarra (primo dei non eletti alle regionali del 2000) di approdare a Palazzo Campanella. L’abitazione e l’ufficio di Scopelliti sono stati perquisiti oggi dal Ros e del Reparto operativo di Reggio, ma gli investigatori non hanno voluto chiarire se il politico, ex presidente della Regione, sia indagato o meno.

L’affermazione elettorale di Scopelliti, sull’altro candidato Demetrio Naccari Carlizzi, secondo gli inquirenti “va ricondotta, oltre che alla maggiore controllabilità del primo (da parte degli “invisibili”, ndr), agli specifici interessi della criminalità mafiosa anche nei settori dei lavori pubblici in generale, nella gestione dei fondi del Decreto Reggio e nella creazione delle società miste, progetto questo avviato a partire dal 2001”. Ma se Giorgio De Stefano e Paolo Romeo hanno svolto un ruolo di “direzione e coordinamento” della struttura segreta della ‘ndrangheta, il senatore Caridi e l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra non sono da meno.

Per i pm, infatti, sono stati “strumenti, – al pari di altri – che avrebbero permesso ai due (De Stefano e Romeo) di divenire il motore immobile del sistema criminale oggetto di contestazione per riuscire a dirigere le istituzioni locali anche di rilievo costituzionale”. In particolare Alberto Sarra si è avvalso, per sé ed in favore di altri candidati, del sostegno elettorale delle principali cosche di Reggio e della Provincia, argomentano gli inquirenti. Ha, inoltre, agevolato e rafforzato il sistema criminale mafioso gestendo un enorme bacino di voti della ‘ndrangheta da orientare al fine di perfezionare, in proiezione, il programma di Paolo Romeo e Giorgio De Stefano.

Anche il senatore Caridi, stando alla carte dell’inchiesta, è stato appoggiato dalle famiglie mafiose tra cui i Pelle di San Luca con i quali si è incontrato in occasione delle elezioni Regionali del 2010. «Questo lo dovete avvicinare – è un’intercettazione registrata a casa del boss Giuseppe Pelle, oggi latitante – perché questo è un … un assessorato importante per le banche e per tutto! … omissis … l’attività produttiva viene qua a Reggio. A coso … Caridi … Questo qua dovete avvicinare …».

Durante le varie campagne elettorali, Caridi si faceva accompagnare da Francesco Chirico (il cognato del boss Paolo De Stefano) ed era “perfettamente consapevole del fatto che rivolgersi a lui per conseguire aiuto elettorale voleva dire rivolgersi alla ‘ndrangheta di Archi“.

“Il legame di Caridi con la cosca De Stefano, – scrivono i magistrati – aveva fatto sì che il politico venisse appoggiato elettoralmente dalla citata articolazione territoriale della ‘ndrangheta sin dalla prima volta in cui si era candidato”.

La ‘ndrangheta e quello strano suicidio del capo ultrà

Ne scrivono Giustetti e Ricca per Repubblica:

Un’inchiesta che intreccia tifo e malavita organizzata, a Torino, rischia di avere una clamorosa evoluzione dopo che uno dei leader degli ultrà bianconeri si è suicidato, buttandosi da un viadotto dell’autostrada all’indomani del suo interrogatorio come testimone davanti ai pm. La squadra mobile che conduce le indagini non ha dubbi sulla dinamica: Raffaello Bucci, detto Ciccio, quarantenne di San Severo, che da un anno era diventato consulente per la sicurezza della biglietteria Juve, giovedì pomeriggio ha accostato con la sua auto lungo il viadotto dell’autostrada Torino-Savona, e si è buttato. Il giorno prima era stato sentito dal magistrato di Torino Monica Abbatecola come testimone nelle indagini che hanno portato, lunedì scorso, all’arresto di 18 persone accusate di associazione mafiosa. Tra quelli dei presunti boss e malavitosi spicca il nome di Fabio Germani, storico capo ultrà bianconero. E nelle carte dell’indagine compare anche il direttore generale della Juventus, Beppe Marotta, che non è indagato.

La polizia sta cercando di ricostruire tutti i movimenti e i contatti di Raffaello Bucci nelle ultime ore, prima del suicidio. Non è stato trovato né un biglietto né un messaggio e nessuno sa dare una spiegazione al suo gesto. Al contrario, quelli dell’entourage Juve, che lo conoscono, raccontano che era molto gratificato per il nuovo incarico fiduciario che gli era stato dato dai dirigenti della squadra. La sola ombra che segna la sua vita negli ultimi tempi è la scomparsa della madre. Ma gli investigatori sospettano che possa esserci un legame tra la sua morte e la vicenda per la quale è stato convocato in procura. Dal verbale della sua deposizione risultano incertezze e contraddizioni. E non si esclude che qualcuno lo abbia avvicinato per conoscere il contenuto dell’interrogatorio. Forse un incontro così sconvolgente da spingerlo a farla finita.

Il tentativo di infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle tifoserie organizzate era già stato raccontato nell’inchiesta San Michele. E ripreso pochi giorni fa da Roberto Saviano sul suo blog: “Alcuni boss sarebbero partiti in aereo dalla Calabria alla volta di Torino per assistere gratis, allo stadio, il 5 aprile 2006, a Juventus-Arsenal”. “Fummo accolti da un ragazzo che ci consegnò i biglietti in una busta – è scritto nelle carte – non pagammo”. Sette anni dopo, la scena si ripete. Questa volta è il capo ultrà Fabio Germani che ritira il pacco di biglietti alla reception dell’hotel dove la squadra si ritira prima delle partite. Sono per il boss Rocco Dominello, che cerca ticket da rivendere per l’incontro Real Madrid-Juve del 23 ottobre 2013. A farglieli recapitare al Principi di Piemonte è Giuseppe Marotta in persona. Raccomandata la “massima riservatezza”. Qualche tempo dopo, i tre si incontrano in un bar della città. Questa volta Rocco Dominello chiede a Marotta di organizzare un provino per un giovane calciatore figlio dell’amico Umberto Bellocco, del clan di Rosarno. “L’incontro avviene il 15 febbraio 2014 – scrive il gip Stefano Vitelli nell’ordinanza – presso il bar Dezzutto (un tradizionale punto di ritrovo dei dirigenti della squadra, ndr) tra Rocco Dominello, Fabio Germani e Giuseppe Marotta”. E l’appuntamento viene seguito dai poliziotti, che intercettano un giro di email per organizzare il provino. Ma il giovane Bellocco non sarà mai ingaggiato.

Ernesto Fazzalari, preso.

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Buone notizie. Un bel regalo per il mio compleanno.

«Nelle prime ore di oggi 26 giugno 2016, in Molochio (RC) frazione Monte Trepitò, i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria, collaborati da operatori del Gruppo Intervento Speciale e dello Squadrone Cacciatori Calabria, a conclusione di articolata attività d’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia, hanno tratto in arresto, in esecuzione di ordine di carcerazione a seguito di condanna all’ergastolo, FAZZALARI Ernesto, 46 anni, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, porto e detenzione illegale di armi ed altro. Lo stesso è il secondo dei ricercati per importanza e pericolosità dopo Matteo MESSINA DENARO.

Prevenuto, latitante di massima pericolosità inserito nel programma speciale di ricerca, irreperibile dal giugno 1996 allorquando si sottraeva all’arresto nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “TAURUS”, veniva individuato all’interno di un’abitazione in complesso di caseggiati a ridosso di impervia area aspromontana.  Il FAZZALARI, ritenuto elemento di vertice dell’articolazione territoriale della ‘ndrangheta operante prevalentemente in Taurianova, Amato e San Martino di Taurianova e con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre in ambito nazionale, sorpreso nel cuore della notte, non ha opposto resistenza e, subito dopo l’irruzione degli operatori del GIS, forniva le proprie generalità lasciandosi ammanettare.
Nel corso della successiva perquisizione veniva rinvenuta una pistola con il relativo munizionamento, nonché altro materiale ritenuto di interesse e suscettibile di ulteriori approfondimenti investigativi. All’interno dell’abitazione, al momento dell’irruzione, era presente anche una donna, di anni 41, che è stata tratta in arresto per i reati di procurata inosservanza di pena, concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione.

(fonte)

Ora è sentenza: la ‘ndrangheta esiste

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Ne scrive Attilio Bolzoni per Repubblica:

La mafia non ci sarà ad Ostia – come assicurano i giudici della Corte di Appello di Roma – però, in Calabria, sicuramente la ‘ndrangheta c’è. Detta così potrebbe sembrare anche una banalità, ma per la prima volta — ieri — la Cassazione ha messo il suo bollo sull’esistenza in vita di questa associazione criminale segreta. Una sentenza di ultimo grado attesta che la ‘ndrangheta non è un’invenzione letteraria o giornalistica, è una mafia con i suoi capi e le sue regole, è una mafia pericolosissima che per lungo tempo ha considerato la Calabria il cortile di casa propria.

Se lo ricorderanno i boss di Reggio, e quelli della Piana di Gioia Tauro e gli altri dell’Aspromonte, il 17 giugno del 2016 — un venerdì 17, sarà un caso? — data indimenticabile per la giustizia italiana e anche per loro, i capi di una consorteria di assassini che per decenni è rimasta al riparo, lontana dai riflettori, nascosta, impenetrabile.

La ‘ndrangheta c’è, è una e una sola («Ha una struttura unitaria»), ha un governo («È un vertice collegiale chiamato “la Provincia”») composto da rappresentanti delle «locali» («Le organizzazioni che comandano sul territorio ») di Reggio Calabria, della costa tirrenica e di quella jonica e che ha potere in tutti i luoghi — il mondo intero — dove si è diffusa e radicata. Questa sentenza della Suprema Corte ha un valore che non è eccessivo definire storico. Come quello della Cassazione del 30 gennaio del 1992 sul maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino ad allora c’era una mafia dominante ma per la legge sempre presunta. Così oggi, come un quarto di secolo fa per Cosa Nostra, nel marmo della giurisprudenza viene scolpito il nome ‘ndrangheta.

È il gran finale di una battaglia portata avanti dallo Stato dopo anni di colpevole «dimenticanza» dell’aristocrazia criminale calabrese, un’associazione ritenuta a torto «minore» e che in virtù della scarsa considerazione che godeva negli apparati investigativi-giudiziari — ma anche perché aveva strategicamente scelto di non fare la guerra alle Istituzioni come la Cosa Nostra di Totò Riina in Sicilia — nel cono d’ombra è riuscita a conquistarsi spazio e ricchezza. E, stagione dopo stagione, fama di mafia più ricca e potente d’Europa con ambasciatori e alleati dall’Australia al Venezuela, dal Messico al Portogallo. Naturalmente con una capacità enorme di infiltrazione anche in Italia, soprattutto a Roma, a Milano, in Emilia, in Piemonte.

Una scalata silenziosa fino all’assassinio a Locri nell’ottobre del 2005 del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno e fino alla strage di Duisburg dell’agosto del 2007, sei ragazzi di San Luca uccisi fuori da un ristorante sulle rive del Reno. Da quel momento anche la ‘ndrangheta è diventata un’«emergenza nazionale». Sono cominciate le indagini vere dopo gli anni del «dialogo» e della non belligeranza con le cosche, del quieto vivere. A Reggio è arrivata una squadra di primissima scelta di investigatori dell’Arma dei carabinieri, della polizia e della finanza con il nuovo procuratore Giuseppe Pignatone e il suo vice Michele Prestipino (a loro si sono affiancati nei vari gradi di giudizio i pubblici ministeri Giovanni Musarò e Antonio De Bernardo) che hanno portato in Calabria un «metodo» — collaudato nelle «campagne» di Palermo — che ha rivoluzionato le indagini. Così è nata nel 2008 l’inchiesta «Crimine» fra le procure distrettuali di Reggio Calabria e di Milano e così si è messa la parola fine, con la sentenza della Cassazione di ieri pomeriggio, alle incertezze più o meno interessate sull’esistenza di una ‘ndrangheta come mafia dotata di una sua classe dirigente e con un’ossatura capillare non solo nelle terre di origine ma con presenze significative anche in tutti e cinque i Continenti.

È appena sei anni fa — il 30 marzo del 2010 — che il legislatore ha aggiunto a «Cosa Nostra» e a «Camorra», la parola «’Ndrangheta» fra le pieghe dell’articolo 416 bis, l’associazione di tipo mafioso. È nel 2008 che sono partite le prime indagini che hanno scoperto la realtà di una mafia calabrese, non un insieme di bande slegate una dall’altra ma un’organizzazione unica. È nel luglio del 2010 che sono stati firmati 121 provvedimenti di custodia cautelare contro altrettanti personaggi. I capi di Rosarno e di Gioia Tauro, di Palmi, di Locri, di Platì, di Africo. In primo grado, l’8 marzo del 2012, ne sono stati condannati una novantina e, soprattutto, ha retto l’impianto accusatorio sull’«unitarietà » dell’organizzazione. In secondo grado, il 27 febbraio del 2014, condanne quasi

tutte confermate e tesi dei pm che hanno tenuto al vaglio dei giudici d’Appello. Adesso la Cassazione ha scritto l’ultimo capitolo su una mafia considerata in passato di serie B. E che invece, dopo le stragi siciliane del 1992, ha salvato con le sue trame il sistema criminale italiano.

A proposito: ecco cosa diceva il PD del sindaco di Brescello. Sciolta per mafia.

Coffrini

A futura memoria, anche perché il comune è stato sciolto per mafia, primo in Emilia romagna, un bel record:

«Il Circolo del Partito Democratico di Brescello prende pertanto nettamente le distanze dalle dichiarazioni del primo cittadino fatte nella nota video intervista alla Web-Tv della associazione Cortocircuito, politicamente e culturalmente inaccettabili in relazione al suo ruolo istituzionale, per la sensibilità doverosa, richiesta e necessaria a tutti gli Amministratori PD, come già espresso dalla Federazione Provinciale del Partito Democratico di Reggio Emilia in comunicati precedenti.

Affermiamo tuttavia che siamo pienamente convinti della trasparenza e della piena onestà dell’intero operato politico e istituzionale dell’amministrazione comunale attuale e degli ultimi anni: l’ex Sindaco Giuseppe Vezzani della Lista Civica Pasquino, appoggiata dal Partito Democratico, ha fatto infatti parte del gruppo di lavoro sul tema della legalità istituito dalla amministrazione provinciale, collaborando fattivamente e attivamente al contrasto del fenomeno di infiltrazione mafiosa nelle amministrazioni comunali, siglando un protocollo d’intesa con la Prefettura di Reggio Emilia per la prevenzione dei tentativi d’infiltrazione della criminalità organizzata nel settore degli appalti e concessioni di lavori pubblici, in collaborazione con l’allora prefetto di Reggio Emilia, Antonella De Miro.

Non abbiamo perciò alcun motivo per dubitare dell’onestà del Sindaco Marcello Coffrini, che ribadiamo ha compiuto gravi ingenuità e leggerezze in relazione al suo ruolo di primo cittadino, ma nella cui rettitudine confidiamo pienamente: non sussistono ad oggi atti giudiziari di alcun tipo che possano far pensare a collusioni o infiltrazioni mafiose.» (16-04-2015)