Che bella legge elettorale
(Mauro Biani, al solito)
(Mauro Biani, al solito)
Certo che Cofferati è proprio strano: è rimasto nel PD mentre si demoliva l’articolo 18 (per cui con il governo Berlusconi lui stesso aveva portato due milioni di persone in piazza) e se ne esce per le primarie (per carità, gestite in modo schifoso). E’ che ogni tanto (forse sono ingenuo io) mi sfugge la bilancia dei pesi, dei valori e delle misure.
33 fiducie in 300 giorni. Il Parlamento è solo un fiducificio e Renzi dichiara a Radio 105 che le fiducia aumenteranno anche in futuro.
Ha ragione Pippo:
Proprio come gli insicuri, che non vogliono mai ascoltare nessuno, ma hanno sempre bisogno di chiedere un’attestazione di fiducia.
La Regione Abruzzo (guidata dal PD) impugna il decreto “Sblocca Italia” (preparato dal PD). La notizia è qui.
Se il Pdl trema, anche il Pd non è messo tanto bene. L’ex vice capo di gabinetto di Walter Veltroni, Luca Odevaine (arrestato per corruzione aggravata), si faceva versare le tangenti su conti segreti di moglie e figlio. E il capo della segreteria del sindaco Ignazio Marino, Mattia Stella, (non indagato) oltre a essere stato più volte tirato in ballo da Salvatore Buzzi nelle intercettazioni, c’era stato tranquillamente a cena.
Luca Odevaine – membro del Coordinamento nazionale sull’accoglienza profughi – preferiva incassare le mazzette sui conti correnti bancari dei parenti. A partire da quello dell’ex moglie venezuelana Lozada Hernandez Nitza del Valle per passare poi a quello del figlio Thomas Edinson Enrique Lozada. Considerato «il moltiplicatore dei profughi da destinare al centro di Buzzi» per fargli guadagnare di più, Odevaine è stato anche consigliere del ministro dei Beni Culturali Giovanna Melandri.
Secondo la procura e i carabinieri del Ros il sodalizio con Buzzi si ritroverebbe nelle forti pressioni per trasferire i migranti in altre strutture parallele: per questo sarebbe stato pagato mensilmente con i 5 mila euro. Le ha provate tutte, Odevaine, per aggirare i controlli: chiamava la tangente «affitto» e la voleva depositata su conti non a lui direttamente riconducibili.
Il 15 febbraio 2013 spedisce un sms a Salvatore Buzzi: «Salve, buongiorno. Puoi verificarmi gli affitti, per piacere. Sono un po’ in difficoltà. Grazie, un abbraccio…». La ricompensa, in passato pagata con bonifico sul conto dell’ex moglie venezuelana, doveva finire nelle mani del figlio Thomas. Ma un intoppo ha creato confusione. Odevaine incalza dunque Buzzi: «No, se so’ sbagliati, hanno mandato… purtroppo m’hanno fatto un bordello i tuoi, l’hanno mandato al… al vecchio conto».
La sua preoccupazione è che l’ex moglie ora non gli consegni il denaro ricevuto per errore: «Eh, no, m’ha bruciato, chiaramente, quella, figurati, che so’ arrivati… col cazzo che me li dà, però va be’…». Buzzi cerca allora di calmarlo, spiegando che si è trattato della svista di una collaboratrice «…Sandra gliel’ha ridato, se so’ sbagliati loro, hanno… ce… ce l’avevano quello… quello buono di iban, no? Quello di, di… di Thomas, e però per… si vede che per errore, in automatico… l’hanno mandato a quell’altro di prima…».
Destinata a scatenare nuove polemiche è invece la cena tra Buzzi e Mattia Stella. L’uomo vicinissimo a Marino non è indagato ma dalle intercettazioni dei carabinieri del Ros, agli ordini del generale Mario Parente e il colonnello Stefano Russo, emerge che «i rapporti con la nuova amministrazione comunale da parte di Buzzi sono costituiti da una relazione con il capo della segreteria del sindaco, Mattia Stella, che s’intrecciano con quelli con Mirko Coratti (Pd, presidente del consiglio comunale, dimessosi dopo essere stato indagato per corruzione aggravata e illecito finanziamento ndr), massimamente in relazione alla questione Ama.
Eloquente nel senso della costruzione di un rapporto privilegiato con Stella è la conversazione nella quale Buzzi chiamava Carlo Guarany, lo informava che prima sarebbe andato in Ama e successivamente sarebbe andato presso il Gabinetto per incontrare Mattia. Conversazione nella quale Guarany diceva che occorreva “valorizzare” Mattia e “legarlo” di più a loro».
Non sono indagati e minacciano querele anche i deputati Pd Micaela Campana e Umberto Marroni, sollecitati da Buzzi per ottenere un’interrogazione parlamentare sull’appalto su un centro rifugiati bloccato da un giudice del Tar del Lazio. E se la Campana saluta Buzzi, via sms, con «Bacio grande capo», Umberto Marroni, alle 18.31 del 20 marzo scorso gli inviava il seguente sms: «Ho parlato con Micaela meniamo». E, in riferimento alla stesura del testo, precisava «La sta preparando Micaela».
(link)
Ha poco da lamentarsi l’onorevole del PD Micaela Campana che protesta per i possibili fraintendimenti del suo sms a Salvatore Buzzi, uomo coinvolto in pieno nell’inchiesta Mafia Capitale. Chiede che non siano estrapolate le frasi in modo che possano essere fraintese ma a leggere bene l’ordinanza (che abbiamo pubblicata per intero qui) c’è qualcosa di peggio del “bacio virtuale” via sms:
La sera del 20.03.2014, Salvatore BUZZI riceveva notizia del fatto che l’interrogazione, proposta dai parlamentari del PD da lui definiti “amici miei”, a breve sarebbe stata presentata. Già alle ore 18.31, Umberto MARRONI (deputato PD, ndr) gli inviava un SMS recante il testo: “Ho parlato con Micaela meniamo” e, in riferimento alla stesura del testo, precisava “La sta preparando Micaela”.
[…]
Infine, alle ore 21.03, riceveva l’attesa notizia proprio da Micaela CAMPANA, la quale inviava al BUZZI il seguente SMS: “Parlato con segretario ministro. Mi ha buttato giu due righe per evitare il fatto che mi bloccano l’interrogazione perche non c’e ancora procedimento. Domani mattina ti chiamo e ti dico. Bacio grande capo”.
Alle ore 15.49 del 21.03.2014, Salvatore BUZZI riceveva un SMS dal BARBIERI (assistente dell’onorevole Campana, ndr), che lo informava di un “rigetto” dell’interrogazione per difetto di presupposti, avendo come esclusivo fondamento le notizie di stampa: “Buongiorno mica (Micaela, ndr) aveva depositato interrogazione, ma l’ufficio responsabile ce l’ha rigettata perche non era congrua essendo basata solo su articoli di giornali, ora l’ufficio ce la riscrive affinche non venga rigettata ma ci vorra qualche giorno. Simone”.
Io, fossi in lei, penserei bene anche all’opportunità di dimettermi. Sul serio.
Sono quasi due giorni che ripenso alla dichiarazione di Renzi secondo cui l’aumento dell’astensione è un fatto “secondario”. Mi è capitato anche di leggere in giro le centinaia di analisi che proliferano sui siti e nei social e come ogni elezione sembra che abbiano vinto tutti o perso tutti, tanto alla fine ci dicono che è la stessa storia. Se non ricordo male anche qualche Ministro disse, non molto tempo fa, che le proteste dei lavoratori e della FIOM, sono rappresentative semplicemente di interessi “particolari” e non di tutti i cittadini. Sulle vicende di Tor Sapienza qualche solone del Partito Democratico ebbe a dire che si trattava di vicende “periferiche”, disse così, nel senso di periferia rispetto alle questione importanti. Del resto erano casi particolari e minoranza anche gli esodati, non so se ve ne ricordate, quando si disse che semplicemente si erano sbagliati di qualche migliaio. In fondo anche la vicenda di Di Matteo e del processo sulla “trattativa” è qualcosa che interessa solo a quelli del “settore” (che poi mi dico che settore è? Quello della verità e giustizia? E’ quindi un campo solo per hobbisti?) e le misure anticorruzione sono un compitino dato per le vacanze al buon Raffaele Cantone, parafulmine contro le critiche.
E allora è proprio vero che gli interessi dei pochi sono diventati secondari, ha ragione Renzi. E alla fine dei diritti degli altri ci si interessa solo nei ritagli di tempo e con la dovuta sufficienza. E a quelli che cercano la “sinistra” basterebbe guardare in quel sottoscala lì, quello delle cose “da riprendere se c’è tempo” del circo paninaro e democratico di governo.
Il sempre lucido Marco Damilano scrive perfettamente quello che in molti pensano. Solo che lui trova le parole giuste:
Era da anni che non si vedeva uno spettacolo del genere. Un sindaco scelto con le primarie e poi eletto dai cittadini viene sbugiardato da una segreteria di partito che vorrebbe imporgli i nomi degli assessori. Dettano legge ras e capetti di corrente che non sono stati votati da nessuno (anzi, molti di loro hanno perso le primarie per cui hanno gareggiato) o hanno conquistato un posto con la riffa delle preferenze. Non per cambiare la città, sia chiaro, o per rovesciare il sindaco ma ammettendo le loro responsabilità. No, si chiede il commissariamento, togliere potere al sindaco incontrollabile e restituirli al partito, anzi, al Partito, cone se esistesse ancora quello con la maiuscola. Dimenticando che Marino fu scelto da Goffredo Bettini e poi eletto sindaco in un momento in cui l’intera segreteria cittadina era dimissionaria, la dirigenza si era volatilizzata e nessuno voleva metterci la faccia. Era la primavera del 2013, Grillo era ancora fortissimo e faceva paura, Alfio Marchini stava macinando voti, all’epoca i coraggiosissimi dirigenti del Pd romano che oggi reclamano le dimissioni si nascosero dietro la figura del chirurgo. Quello che oggi gli viene imputato, di essere un alieno estraneo alla città, un anno e mezzo fa sembrò essere il suo punto di forza. Se Marino avesse vinto, avrebbe trascinato anche il Pd. Se avesse perso, sarebbe stata unicamente colpa sua.
Chi guiderà la commissione che dovrà individuare i responsabili del crollo dell’argine del torrente Carrione, a Carrara? Lucio Boggi, consigliere del Pd, ma soprattutto appena citato a giudizio per una storia di appropriazione indebita. Un’inchiesta che non ha niente a che vedere con la manutenzione degli argini, ma riguarda una vicenda legata alla vendita di un’azienda del marmo. Boggi non dà peso al processo (“Non scappo da colpe che non ho”) e la circostanza non sembra scuotere il suo partito. Resta che il consigliere democratico ricoprirà un ruolo delicato nelle prossime settimane: ricostruire – a capo della commissione interna della Provincia – perché l’argine del Carrione ha ceduto dopo pochi anni dalla sua realizzazione. E l’ente che ha affidato i lavori è proprio la Provincia, guidata da poco tempo da Narciso Buffoni (Pd) e commissariata dalla Regione perché non ha speso i soldi destinati alla lotta al dissesto idrogeologico.
Il pm Alberto Dello Iacono ha firmato il decreto di citazione a giudizio – saltando così l’udienza preliminare – per Boggi per una presunta appropriazione indebita in concorso. A processo con il consigliere finirà anche un’imprenditrice di Pietrasanta (Lucca), Arianna Dell’Amico, amministratrice unica della Ari Marmi. Secondo la ricostruzione della Procura i due hanno violato gli accordi di una scrittura privata durante una trattativa di cessione della Ari a due imprenditori, Riccardo e Andrea Ferrari. Quell’intesa – risalente al 2009 – prevedeva che la Dell’Amico cedeva il 100 per cento della Ari Marmi ai Ferrari per 400mila euro. Ma per 4 anni – secondo quella scrittura privata – l’imprenditrice non avrebbe potuto compiere alcun atto amministrativo che riguardasse l’azienda senza il consenso degli acquirenti. Ma – secondo le accuse – gli accordi non vengono rispettati. Anzi, la Dell’Amico e Boggi firmano un secondo accordo. Prima c’è l’imprenditrice cede a Boggi un ramo dell’azienda (già venduta ai Ferrari). Poi, nel luglio 2013, c’è la cessione di tutte le quote a soli 10mila euro. L’accusa sostiene che Boggi fosse a conoscenza dell’atto precedente di vendita, “procurandosi in tal modo un ingiusto profitto con pari danno dei Ferrari”. Il consigliere provinciale, contattato da ilfattoquotidiano.it, si dice “estraneo ai fatti. Parlare di appropriazione indebita – dice – è una calunnia, perché non c’è stato passaggio di denaro e non siamo nemmeno al primo grado di giudizio. La notifica poi non nasce come iniziativa motu proprio della magistratura, bensì ancora una volta prende le mosse dai soliti personaggi con cui ho già avuto a che fare in passato: Ferrari, padre e figlio”.
Sarà Boggi, scelto dal presidente della Provincia Buffoni e che di lavoro fa l’imprenditore nel settore del marmo, il “controllore” della Provincia per i fatti del 5 novembre, quando il Carrione ha sfondato l’argine nuovo (costruito dalla Provincia nel 2007 e certificato nel 2009) provocando l’ennesimo disastro. Quello che in sostanza dovrà analizzare, insieme agli altri 5 componenti della commissione, tutti gli atti amministrativi sui lavori e trovare i responsabili. A partire dalla gara d’appalto fino ad arrivare ai vari collaudi e controlli che gli enti preposti avevano il compito di effettuare. Arrivando poi a stabilire come hanno lavorato gli uffici, se sono state eseguite correttamente tutte le procedure e far scattare, se necessario, eventuali provvedimenti. Si occuperà quindi di individuare il “buco” nelle procedure e nei lavori, nonostante, in qualche modo, anche le cave siano ritenute responsabili dell’esondazione, per la miriade di detriti trovati a valle.
Ma Boggi è noto anche per essere stato accusato negli ultimi anni un politico “collezionista” di conflitti di interessi. E’ per esempio consigliere comunale del Pd – la maggioranza che sostiene il sindaco Angelo Zubbani – e fa parte della commissione marmo, nonostante i suoi legami con il settore. Prima degli accordi con la Ari Marmi, infatti, era già socio di un’altra azienda, la Aleph Escavazioni con la quale estrae nel bacino Sagro, formato da un numero non irrilevante di cave. Nonostante da ormai due anni l’opposizione (e in particolare il Movimento Cinque Stelle) ne chieda le dimissioni dalla commissione, lui non se n’è mai andato. Non solo: nel 2013 è stato anche nominato membro del consiglio di amministrazione della Cassa di Risparmio di Carrara, l’ente tesoriere del Comune (perché tra le tante cose è anche commercialista). Il punto è che nel frattempo era già entrato nella commissione bilancio. Dopo un anno di esposti, interrogazioni e accesi dibattiti in consiglio comunale, Boggi si è arreso alle pressioni della minoranza e ha lasciato il cda della banca.
(fonte)