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Politica

La fuga dalla politica

La “fuga dalla politica”, come viene definita dall’élite dirigenziale e politica, può essere un segno che rivela la crescente riluttanza delle persone a partecipare al sistema politico nelle vesti di consumatori di spettacoli prefabbricati. Può non denotare affatto, in altre parole, un ritiro dalla politica, ma annunciare le fasi iniziali di una rivolta politica generale.

(Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, 1979, lo potete comprare qui)

Viva la Rai

Anche per la Rai il futuro sarà per la prossima volta, quindi. E sarebbe fin troppo facile andare a ripescare le promesse non mantenute: anche su questo ritorniamo al vento freddo della delusione. «Fuori i partiti dalla Rai!» è l’urlo con cui ciclicamente il salvatore di turno ammaestra il popolino con la stessa retorica di cho invece vorrebbe chiuderla, la Rai. Frasi fatte, propaganda fritta, come questa:

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Oppure i soliti proclami, roba così:

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Quello che sappiamo oggi della Rai è che Bianca Berlinguer (non certo renziana) sia stata rimossa per lasciare il posto a quello stesso Luca Mazzà che sbatté la porta a Ballarò non concordando con la linea “troppo antirenziana” del programma. In tempi di servitù l’autonomia di pensiero è un pericolo, del resto. Da sempre. Servono analisi? E allora oggi vale la pena riprendere le parole di Enrico Mentana che dice:

«Questa storia del cambio di direttori nei tg Rai è tristissima e pacchiana insieme. È chiaro che l’obiettivo era rimuovere Bianca Berlinguer dal tg3. Ed è chiaro che i top manager Rai questo obiettivo proprio non se lo erano prefisso, tanto è vero che poche settimane fa sono stati presentati i palinsesti della nuova stagione, senza tenere conto di un possibile spazio “risarcitorio” per lei. Insomma, l’ordine è venuto improvviso e da fuori. In vista del referendum? Direi proprio di… sì. Ma per non farla troppo evidente si è pensato di non sostituire solo lei. Quindi via anche Masi dal tg2, così, per compagnia, per dimostrare alla Commissione di Vigilanza che non è un fatto personale, e politico. Una foglia di Fico, insomma. Quelli dell’opposizione strepiteranno per il colpo contro i sostenitori del no referendario, quelli della maggioranza diranno che la Berlinguer era lì da 7 anni e cambiarla non è un delitto, e nessuno si filerà il povero Masi, danno collaterale di una guerra politica, che conferma al di là di ogni sarcasmo che tutti noi paghiamo la Rai nella bolletta della luce, ma le mani sull’interruttore sono sempre le stesse.»

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Il teatro Biondo. Stinto.

A Palermo un teatro gestito da uomini di cultura: Roberto Alajmo e Emma Dante (che per il Teatro Biondo tra le altre cose si occupa anche della scuola del teatro) non sono semplicemente teatranti ma sono completamente artisti. Per questo il Teatro Biondo negli ultimi anni ha avuto in mente un’idea culturale diversamente dai troppi teatri italiani sempre più impegnati a coccolare il potere.

Io devo dire ammettere di non amare i circuiti teatrali nostrani e, di rimando, non sono amato: ogni volta che mi sono avvicinato a quel mondo ho avuto la sensazione di avere ritirato il numero per accodarmi in attesa di qualche ostico certificato. Il teatro italiano (quello minuscolo) è un pranzo di gala in cui si servono solo gli avanzi dei palazzi anche se tutti fingono di apprezzarne la cucina. E devo dire che al Teatro Biondo, come spesso succede, in cartellone non ci sono mai nemmeno entrato: ho calcato il palco circa un anno fa per una serata di vicinanza agli amici di Addiopizzo e Nino Di Matteo. Gratis. Pensa te. Il professionismo dell’antimafia tira brutti scherzi, eh.

Però quel teatro (e la chiacchierata con Roberto, il direttore) mi ha lasciato la meravigliosa sensazione di avere visitato un luogo vivo. E mi confortava sapere che Emma avesse trovato una casa nella sua città dopo avere conquistato cuori dappertutto. Le riconciliazioni sono un bene prezioso.

E invece no. Il sindaco di Palermo, come succede spesso quando la politica tocca il teatro, ha pensato bene di calpestare il palco della politica triturando i palchi faticosamente tenuti in vita e così alla fine Roberto e Emma hanno deciso di dimettersi (ne trovate notizia qui).

E tutti i grandi protagonisti della scena italiana rimarranno ammansiti sperando di ottenere comunque una data nel prossimo cartellone. Se appoggiate l’orecchio non sentite mica il mare: c’è tutta la timidezza di un corpo culturale disgregato.

Nessun Paese è un’isola

Per provare a suggerire nuovi sguardi il nostro Stefano Catone (elemento insostituibile in Possibile su diritti e immigrazione) sta lavorando a (come lo descrive lui stesso) «un lavoro di analisi e decostruzione dei luoghi comuni e della propaganda riguardante i flussi migratori e l’accoglienza». Ecco la presentazione del progetto:

“I famosi 35 euro al giorno regalati agli immigrati, che in realtà sono destinati agli italiani che se ne occupano.

La profugopoli sbattuta in prima pagina, senza considerare che i cattivi esempi – che vanno spazzati via – in realtà nascondano modelli virtuosi e efficaci.

È, come sempre, la logica dell’emergenza quella da superare.

È, come sempre, la storia e la vocazione del nostro Paese: una “quasi isola” in mezzo al Mediterraneo, orientata in senso meridiano, naturale collegamento tra un Nord più ricco di noi e un Sud che sta molto peggio di noi.

L’accoglienza può essere fatta bene. Possono essere valorizzati gli interventi di qualità, possono essere eliminate le distorsioni e spese bene le risorse, a favore dei rifugiati ma anche delle comunità che li ospitano. Vale soprattutto per le zone periferiche del paese, attraversate da passaggi di persone che probabilmente in quelle zone non si fermeranno.

In questo viaggio, curato da Stefano Catone, ci guidano Luca Ciabarri (antropologo) ed Elly Schlein (parlamentare europea) offrendo uno sguardo internazionale e più precisamente europeo al fenomeno, lo stesso Stefano Catone e Marco Omizzolo (sociologo) con due inchieste sulle potenzialità del sistema di accoglienza italiano, Daniela Di Capua(direttrice SPRAR) intervistata da Erika Capasso sulla rete SPRAR e Giulia Capitani (OXFAM) sul sistema hotspot. Ascolteremo le testimonianze del comitato Possibile di Udine sulla rotta balcanica, i volontari del centro Baobab di Roma e di Welcome Refugees, Paolo Naso sui canali umanitari attivati da Mediterranean Hope. Chiudono Fabrizio Gatti e la sua vita da migrante e Riccardo Staglianò sul sistema dei media. A Giuseppe Civati sono lasciate le conclusioni e l’impegno a tradurre in politica tutto questo.

Perché sostenerci. Perché la prossima pagina tocca scriverla a tutti noi che che ci reputiamo costruttori di pace, inclusione e convivenza.

Perché non è il tempo della paura, ma è il tempo di guardarci negli occhi e dire che un mondo migliore è possibile, ma per costruirlo possiamo contare solo sulle nostre forze. Spiegando, raccontando, mettendo in pratica e diffondendo gli esempi virtuosi, costruendo una cultura dell’accoglienza.

Venite con noi, mettiamoci in cammino”.

Il crowdfunding del progetto, se volete contribuire, è qui.

Quelli chiusi e quelli aperti

L’Economist propone in copertina un editoriale che propone una chiave di lettura sullo scenario politico internazionale. Chiuso contro aperto: secondo il giornale londinese le due macrocategorie della politica oggi si possono dividere tra chi vuole (ancora) muri e chi invece immagina un continuo processo di allargamento. Negli USA le due fazioni sarebbero rappresentate da Trump e Clinton mentre, scrive l’Economist, in Europa

«I politici in ascesa sono quelli che sostengono che il mondo è un posto cattivo e minaccioso e che le nazioni più sagge dovrebbero costruire muri per tenerlo fuori […] Partiti europei populisti e autoritari, sia di destra che di sinistra, oggi godono del doppio dei consensi su cui potevano contare all’inizio degli anni Duemila».

Chiusi-aperti

A parte il manicheismo della categorizzazione c’è però un aspetto che vale la pena sottolineare: nell’editoriale si dice che per sconfiggere i “costruttori di muri” (che sarebbe forse meglio definire più “evocatori di muri”) serve «una retorica più energica, politiche più coraggiose e tattiche più astute» che è in fondo quello che da un po’ di tempo cerco di scrivere: esiste una timidezza a sinistra che non può non essere scambiata per un goffo tentativo di autopreservazione e poco più. Se davvero Sanders negli USA è riusciti ad apparire rivoluzionario e nuovo riproponendo gli stessi temi che poco fa erano considerati stantii forse significa che i temi, i “nostri” temi, sono straordinariamente moderni. Questa è l’occasione da non perdere. Questa.

Essere le riforme, ad esempio

Ha ragione Pippo quando scrive che il primo appello di passione politica lo dobbiamo rivolgere ai noi stessi. Ieri di fronte a una piazza bellissima a Lavagna (città appena decapitata da un’inchiesta di mafia) abbiamo avuto l’ennesima prova di una voglia di politica che non si esaurisce ma piuttosto rischia di essere spenta. Spenta come si spengono le speranze tradite quando appassiscono per stanchezza.

Eppure basta una scintilla, un’occasione per stare insieme come accade in questo nostro tuo per il Paese, per riattivare l’intelligenza civile, la partecipazione e la capacità di progettazione. Anche ieri, con Luca e Pippo, ho avuto la sensazione di avere avuto il privilegio di fare un giro nel retropalco e scoprire che nonostante la sconcertante commedia che va in scena dietro le quinte c’è una vitalità piena. Tocca solo portarla in scena.

Sostituire questa blanda e stanca accolita di governanti con questo stesso Paese che si permette di riempire una piazza per discutere di uguaglianza, legalità e Costituzione. Una riunione condominiale politicissima nonostante qualcuno dica che la soluzione sia semplificare l’Italia abbattendo la politica. Siamo noi le riforme migliori da mettere in campo. Credetemi. Ognuno.

#Left cosa ci abbiamo messo dentro

Giochi sporchi è il titolo con cui si apre la copertina di Left questa settimana. Qui trovate il sommario.

Io mi sono occupato di ‘ndrangheta e soprattutto del “corpo riservato” a disposizione tra massoneria, politica, imprenditoriale istituzioni. Abbiamo provato a scavare tra le rivelazioni dei pentiti.

Left lo trovate in edicola o in digitale.

Buina lettura.

Politicamente. Non saprei come non farlo.

Ma cos’è la politica? Dico non nel suo senso letterale, giuridico o così com’è scritto nei libri, no, mi chiedo cos’è la politica, come viene vissuta, che odore ha e quali onde crea quando viene annusata durante un conversazione: che fastidioso calcolo è diventato la politica, incapace di non infeltrire qualsiasi discorso, rapporto o sempre pronta a rendere scivoloso un passaggio. Brutti i tempi in cui l’impegno si riduce a una contrizione interna da smistare tra amici stretti, quel tempo in cui l’insoddisfazione o il dolore stanno solo a suggerire una mezza ispirazione per il prossimo libro mentre tutti giocano a essere impolitici. Ci vorrebbero meno politici, ha detto Renzi lanciando una riforma che è un deserto travestito da semplificazione; meno politici (e meno politica) sono gli elementi ideali per la glaciazione della passione, della fiducia e, appunto, dell’impegno.

Io non so come sia successo che siamo riusciti a sdoganare l’indifferenza, davvero. E sinceramente mi risulta anche difficile immaginare questa nuova classe di operatori culturali equilibristi tra il niente e il nessuno, quegli stessi che sottovoce al telefono in questi mesi mi hanno spiegato some sul prossimo referendum forse, visto il momento, non convenga esporsi troppo. Io no, io non ne sono capace. Ma non solo: sogno un Paese profondamente politico, con tutte le sue differenze e contraddizioni, con gli scontri (politici) che servono per confrontarsi e capire: anelo sempre di più ad avere infinite possibilità di allenare uno sguardo curioso. Io non saprei come non farlo, se non politicamente. Tutto: scrivere, scegliere, frequentare, muovermi nel mondo. Non saprei come farlo.

E non credo al reclutamento, no. Non funziona la propaganda tossica di chi si propone come unica soluzione spendendo quintali di energie unicamente per debellare l’immagine degli altri. Credo, questo sì, che sarebbe un bene per tutti alzare il livello di confronto; credo che bisognerebbe imparare a rispettare gli elettori e gli attivisti che molto spesso (troppo spesso) sono meglio della classe dirigente che esprime il partito in cui si ritrovano impegnati. Succede anche con i governi, troppo spesso, se ci pensate.

Ecco perché mi sono buttato anima e corpo al Tour RiCostituente pensato con Possibile e Pippo Civati (trovate tutto qui): mi sento a casa con chi prende posizione, con chi parteggia. Da sempre, Con chi decide da che parte stare. E auguro a voi di trovare una casa accogliente, allo stesso modo.

La casa, appunto: ma perché mischiarsi con un simbolo di partito? La banalissima domanda è un’altra delle masturbazioni dei tanti politiconi che fiancheggiano (e per di più servono nel senso di servire) come favoreggiatori esterni. Che schifo il simbolo di partito, mi dicono e poi tutti a correre per uno spettacolino o un’esibizione alla mercé del padrone più conveniente. Ma se compare un simbolo, no, quello no: del resto non si erano mai visti così tanti sostenitori di un segretario di partito (Matteo Renzi, tra le altre cose, è anche questo, eh) che schifano il PD. Ho chiesto io, di persona personalmente, di non essere considerato ospite in una comunità politica in cui mi ritrovo ad operare. Non hai paura che ti associno ad un partito? mi hanno chiesto. E mi sono chiesto se non è proprio questa facile associazione semplicistica ad essere il sintomo di una certa vigliaccheria. Temo il giorno in cui potrei farmi condizionare da interessi corporativi, questo sì ma non temo di influenzare una comunità. Anzi, è la politica, appunto.

In più credo che sia poco chiaro il luogo che Pippo Civati e i suoi hanno voluto costituire: Possibile è un insieme di esperienze che hanno (e anche svolgono) ruoli molto diverse. No, niente reclutamento, mi spiace. In giro per l’Italia ci sono Comitati spontanei che nascono semplicemente riunendo gruppi (a partire da dieci persone, pensa te) con un obiettivo comune e dei valori condivisi. Niente “corpi intermedi” di partito: quelle pieghe in cui si allevano tanti piccoli servitori diligenti. Niente di tutto questo. E pensare che erano in tanti (io incluso) a chiedere a Pippo di uscire da quella destrorsa marmaglia che è diventato questo governo. E ho sempre pensato che chiederglielo equivalesse anche a un certo senso di responsabilità nei suoi confronti. Ma forse sono strano io.

Anzi, avrei voluto che fossimo comitato noi che ci ritroviamo a fine giornata, dopo ore di notizie e scrittura, a discutere di cosa è stato, di solito prima di cena, e di cosa avremmo potuto fare meglio o capire prima. Questo è un Paese pieno di presidi politici che seppur ristretti hanno più dignità e lungimiranza di celebratissimi consigli di amministrazione. Poi mi hanno detto che a Ostia, non lontano da me, c’è un accanito gruppo che cerca di capire la marmaglia di mafia, politica, corruzione e antimafia finta in un lido che è diventato il sacchetto dell’umido della Capitale. E ho pensato che forse sarebbe interessante metterci lì, le mani in pasta. Provare a capire, che è una ginnastica che amo moltissimo.

Ecco, l’augurio è che l’Italia diventi fortemente e appassionatamente politica. Fatelo dove volete, con chi volete, con spirito critico. Iscrivetevi alle associazioni, ai partiti, ai gruppi d’acquisto in cui sentite il profumo di passione. Ma fatelo, senza restare fermi. Se volete provarci qui con noi o capire o parlare, se volete capire se è Possibile allora parliamone. Basta poco. Basta fare un salto qui o, se preferite, scrivere a me, direttamente cliccando qui.

Comprate un cervello gonfiabile per Salvini

Comprate un cervello gonfiabile per Salvini. Ma fate in fretta perché il leader leghista continua a crogiolarsi in un trumpismo provincialotto che condanna la politica italiana al pubblico ludibrio scatenando quattro risate avvinazzate dei suoi seguaci in cambio di qualche offesa sessista o razzista.

La scena in cui Salvini imbraccia una bambola gonfiabile inneggiando alla Boldrini è solo l’ultima di una serie di salivate che continueranno finché sarà convinto che funzionino e che funzioneranno finché questo Paese non riuscirà ad imporre un’etica nella politica. Comprate un cervello gonfiabile a Salvini perché così forse potrà germogliargli il dubbio che tutto questo rimestare merda rende l’Italia un Paese peggiore anche per lui, per i suoi figli. Per tutti. Forse riuscirà a capire una volta per tutte che ogni germe di ignoranza, volgarità e mancanza di rispetto finirà per farsi prato intorno anche a casa sua, alla sua famiglia e ai suoi parenti.

Comprate un cervello gonfiabile a Salvini così riuscirà a capire che l’augurio più grande che possiamo fargli è che l’Italia diventi un Paese così come la racconta lui, tutta bile e sangue, voce grossa e battute grasse e così quando busserà al vetro martoriato non gli apriremo. Lo lasceremo lì.

(scritto per Left Sera, lo trovate qui)