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Politica

L’ultima oscenità sull’Ilva

Mi scrive Andrea Maestri, amico e deputato di Possibile:

«L’ultima oscenità politica, giuridica e culturale del PD in materia di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori è andata in scena esattamente in queste ore. Stiamo discutendo l’ennesimo decreto ILVA per il completamento della procedura di cessione dei complessi aziendali del gruppo, e in questo caso il PD introduce, per la prima volta nella storia giuridica del nostro paese, un’area di totale esenzione penale per i soggetti (aggiudicatario, affittuario o acquirente dello stabilimento ILVA e loro delegati) che commettono reati nella fase di esecuzione del Piano ambientale.

Un emendamento, ragionevole e doveroso, sostenuto da tutta l’opposizione, chiedeva di mantenere ferma la responsabilità penale in materia di sicurezza e salute dei lavoratori. Bocciato, coi voti anche della cosiddetta minoranza “laburista” del PD.

Una pagina parlamentare da dimenticare. Anzi no, da incorniciare: per inchiodare questo PD alle sue responsabilità e per ricordare al popolo democratico (e non solo) che questo PD è disposto a sacrificare i principi e i valori più sacri e fondamentali come la responsabilità penale personale, l’obbligo dell’azione penale, la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.»

Se questo è un commissario antimafia: Franco Mirabelli

Ne scrive Vincenzo Iurillo per Il Fatto Quotidiano:

C’è nel Pd di Caserta un commissario che non sa o non si informa. E’ sceso da Milano, ha tra le mani la patata bollente dei dem in terra di camorra, il suo ruolo gli imporrebbe di raccogliere carte, informazioni e in base a quelle orientare, trattare, decidere, per non scivolare nel rischio di collusioni e infiltrazioni. E’ la politica fatta con consapevolezza. E invece no. Franco Mirabelli (nella fotocon Matteo Orfini), commissario dei dem casertani, senatore lombardo e capogruppo Pd in commissione parlamentare antimafia, a “Il Velino” dichiara: “Non mi risulta che Marcello De Rosa e Filippo Fecondo siano indagati”. Liquidando così, nel nulla, le reazioni alla notizia della partecipazione del sindaco di Casapesenna e dell’ex sindaco di Marcianise all’iniziativa referendaria di Maria Elena Boschi, evidenziata da “Il Fatto Quotidiano”.

I due sono indagati di concorso esterno in associazione camorristica. Lo sanno i diretti interessati, lo sanno Il Fatto Quotidiano e le altre testate che hanno pubblicato queste notizie, lo sanno gli iscritti delle sezioni locali, lo sanno tutti su quel territorio. Non lo sa, o dice di non saperlo, Mirabelli. Con una doppia responsabilità. Non solo perché non legge le cronache locali – l’iscrizione di De Rosa sul registro degli indagati fu uno scoop de ‘Il Mattino’, il cui caporedattore centrale è Antonello Velardi, il sindaco Pd di Marcianise – ma perché da componente dell’Antimafia ha poteri e prerogative sconosciute ai giornalisti e ai cittadini comuni: può, ad esempio, sollecitare la presidente Rosy Bindi a scrivere alle Procure per acquisire documenti ostensibili, informative delle forze di polizia giudiziaria, atti di indagine. Tutto ciò che non è coperto da segreto investigativo è acquisibile dalla commissione Antimafia in pochissimi giorni.

Mirabelli potrebbe così ottenere copia il decreto di due pagine del pm Landolfi esibito agli uffici elettorali di Marcianise: ci sono scritti i nomi dei tre pentiti che accusano Fecondo, e da lì magari acquisire altri atti su questi tre collaboratori di giustizia, per valutarne l’attendibilità in altri processi. Oppure potrebbe acquisire copia delle trascrizioni delle intercettazioni tra l’ex sindaco di Casapesenna Fortunato Zagaria (Forza Italia), anche lui indagato per concorso esterno in associazione camorristica, e l’attuale sindaco De Rosa, dalle quali emergeva il sostegno elettorale del primo al secondo. Sono depositate in un processo, e magari qualche domanda politica sul perché un berlusconiano appoggiasse l’uomo del Pd andrebbe anche fatta, no? Un commissario provinciale del Pd dovrebbe porsi il quesito. Può anche non riconoscere le persone che partecipano alle iniziative politiche in cui è presente, ma non gli può “non risultare” quello che, in fatto di indagini per camorra, è di dominio pubblico.

Il senatore “dovrebbe conoscere sia le questioni di antimafia e soprattutto i sindaci Pd sotto indagine per concorso esterno in associazione camorristica”, affermano i parlamentari M5s della Commissione Antimafia. “Non possiamo che constatare – continuano – l’inadeguatezza di Mirabelli, uomo dell’antimafia di agenzie, bravo a blaterare di Movimento Cinque Stelle, mentre i suoi sindaci sono indagati e neanche si accorge della loro inopportuna presenza”.

I NODI DA SCIOGLIERE // #PEREMMANUEL

Pace, inclusione e convivenza. Forse converrebbe davvero partire da qui. E avere il coraggio di non farsi travolgere da chi ci vorrebbe inculcare che la politica si faccia con i tweet, con la merda buttata addosso all’avversario e soprattutto con la superficialità. Ecco, la superficialità: non arrendersi alla malvagità del banale. E per questo credo che il testo di Stefano Catone, per la campagna di Possibile, varrebbe la pena leggerlo per quello che è: un ragionamento. Allenare il ragionamento è uno sport magnifico, credetemi. Eccoli qui, i nodi che vogliamo sciogliere (se lo volete in pdf è qui):

 

Che schifo questi negri che non ci stanno a fare i negri.

Emmanuel Chidi Namdi è morto. Fuggito da una Nigeria insanguinata e tetra, Emmanuel deve aver pensato che l’Italia fosse un approdo. Se non sicuro almeno più sicuro di quella sua nazione di violenza e sangue. Emmanuel invece in Italia è morto di quella morte di carne e botte da cui pensava di essere scappato. È morto perché ha difeso la compagna dal vomito di insulti di un bieco xenofobo da stadio, un cretino prototipo del cretino medio che di questi tempi trova troppo spazio.

ITALIANO UCCIDE NEGRO. Sarebbe da titolare così. Se avessimo il fegato di ribellarci di fronte a questa merda travestita da politica dovremmo prendere il cadavere di Emmanuel e lasciarlo sul tavolo del salotto di Salvini. Per vedere la faccia che fa mentre guarda il risultato di una vigliaccheria che hai concimato e ora comincia a tornargli in bocca.

(il mio buongiorno per Left qui)

Obama e i morti come spiccioli

l dibattito era aperto da tempo e contiene, al di là delle considerazioni politiche, anche indispensabili elementi per una sincera valutazione etica: quanti sono i morti civili che gli USA hanno provocato con i propri droni nelle diverse guerre di difesa (o esportazione) della democrazia? Il numero, di per sé, forse è anche meno importante del valore simbolico che c’è nel sentire pronunciare dal Presidente Usa le scuse per una guerra che al di là della narrazione americana si porta con sé un carico di vittime innocenti. Eccolo, dunque, il Presidente, nei suoi ultimi sei mesi di mandato e proprio sotto la brama dei festeggiamenti del 4 luglio (Festa dell’indipendenza degli Stati Uniti) pronunciare le parole agognate: “dal 2009 al 2015 ci sono stati tra i 64 e i 116 morti” ha detto Obama.

Morti come “effetti collaterali”, ovviamente: le “morti dei civili – ci spiegano – sono una tragica e qualche volta inevitabile conseguenza dell’uso della forza in situazioni di conflitti armati” e questa comunicazione sarà una consuetudine del Governo che si impegna ogni anno a redigere un report in nome della trasparenza. La trasparenza, appunto, il santo graal della comunicazione politica di questo tempo, la promessa perpetrata dappertutto come soluzione unica di tutti i problemi, il metro risolutivo con cui valutare qualsiasi azione politica. Tutti felici? No, per niente.

(continua qui)

PolitiCamp 2016, accampiamoci per farci presidio

Il 15 e il 16 luglio ci vediamo a Reggio Emilia. Parleremo di politica, Costituzione, attivismo ma soprattutto ci incontriamo perché abbiamo il sogno di attivare riunioni condominiali (e costituzionali) in tutto il Paese. Ci vediamo a Reggio Emilia perché il cambiamento non si racconta si pratica. Ecco il programma:

«Politica, Costituzione, comunicazione, attivismo e cultura sono tra i filoni di questa settima edizione del Politicamp, un Tour RiCostituente che si apre al Chiostro della Ghiara di Reggio Emilia venerdì 15 e sabato 16 luglio (e che si chiuderà a Salerno il 16 e 17 settembre).

Un Camp che come ogni nostra iniziativa è organizzato (con cura per i piccoli particolari, quest’anno ad esempio abbiamo un service luci a zero impatto ambientale, poiché alimentato a biciclette) senza grandi donatori occulti alle spalle, ma grazie all’impegno dei tanti volontari e al contributo di chi si tessera a Possibile, di chi fa una donazione o di chi invia un sms al numero 499333.

Le porte si aprono alle 18,30 di venerdì 15, i volontari di Possibile accolgono i convenuti e alle 19,30 si cena tutti insieme al Chiostro (la prenotazione, come per tutti i pasti al Chiostro, è richiesta e si fa da questo link).
Dalle 21 si alterneranno sul palco i parlamentari di Possibile, Beatrice Brignone, Andrea Maestri, Toni Matarrelli, Luca Pastorino ed Elly Schlein, che faranno il punto sull’attività e sulle molte campagne che il nostro partito ha portato avanti in questo suo primo anno di vita. Il punto politico e la proposta di lavoro per i mesi che verranno, fondamentali in particolare in vista del referendum costituzionale, sarà affidato al nostro Segretario, Giuseppe Civati.

La Costituzione, la sua riforma e il referendum saranno il tema del mattino seguente, che si apre alle 9,30 e dalle 10 in poi vede alternarsi sul palco un vero e proprio dream team di costituzionalisti. Dentro la riforma, lezioni di diritto costituzionale per un voto consapevole il titolo della mattinata, divisa in due sessioni: docenti della prima Nadia Urbinati, con una lezione dal titolo Ha ancora senso votare? (Gli elettori e la riforma), e Gianfranco Pasquino (Legge eletorale e riforma costituzionale: gli effetti della combinazione). La seconda sessione si apre con il nostro Andrea Pertici (Come cambia il Parlamento), seguono Roberto Zaccaria (Come cambiano le leggi) e Barbara Pezzini (Come cambiano le autonomie). Un dibattito tra pubblico e relatori segue sia la prima che la seconda sessione.

Alle 14 circa il pranzo al Chiostro, si riprende alle 16 con Alessandro Gilioli, giornalista de L’Espresso e blogger, Matteo Fago, editore di Left, e Francesco Piccinini, direttore di Fanpage, in Come sopravvivere alla propaganda e mobilitarsi per batterla. A Franz Foti, del Comitato organizzativo di Possibile, il compito di chiudere il panel e di traghettare la discussione dalla comunicazione all’attivismo in quello successivo, che si chiama Progetti Possibili e che chiama militanti di Possibile e non solo a raccontare – appunto – progetti avviati con successo in questo primo anno del nostro partito: Stefano Catone sull’accoglienza, Marta Costantini sulla difesa della sanità pubblica e sulla mobilitazione avviata con grande successo a Fano, Annamaria Guidi sul bookbombing, la raccolta di libri da destinare ai profughi che tanti comitati di Possibile hanno replicato in giro per l’Italia, Carlo Massironi e l’incubatore d’impresa avviato a Verona, Raffaella Sutter e l’interessante progetto civico che ha portato alle comunali di Ravenna, oltre alla testimonianza di Alex Corlazzoli, maestro, blogger e voce di Radio Popolare, e Luca Marola di Legalizziamo.it, sulla campagna per la legalizzazione della cannabis che Possibile sostiene in tutte le sedi.

Dopo la cena al Chiostro alle 19,30, si riprende alle 21, e viene a portare un saluto Umberto “Eros” Lorenzoni, partigiano e tra i più attivi sostenitori del NO alla riforma costituzionale. Si prosegue con un dialogo tra Giulio Cavalli, attore, giornalista e tra i più attivi protagonisti del Tour RiCostituente di Possibile, lo storico dirigente Rai, scrittore e autore Loris Mazzetti, e Omar Pedrini, rocker, cantautore, ma anche docente presso il master in comunicazione musicale all’Università Cattolica di Milano.
Lo stesso Omar Pedrini chiude infine in bellezza i due giorni di Politicamp con un set acustico dal vivo.

Tutte le informazioni su come arrivare, dove pernottare e sui servizi presenti al Politicamp (tra i quali ricordiamo l’animazione per i bambini) si trovano a questo link.»

 

Quel neo che è Alfano (e il suo partito)

“…no, loro lo fanno, però devono passare i 4 anni, perché sennò non ci posso tornare, no? Io se potevo rimanere lì me ne fottevo di venire a fare il deputato a perdere tempo qua….che c. me ne sfottevo….stavo tanto bene là, il potere là è immenso, là è potere pieno, non so se rendo l’idea…ci sono interessi….sono legati grossi interessi…grossi interessi non avete proprio idea…“.

Queste sono le parole di Antonio Marotta. Antonio Marotta ha 69 anni, è un avvocato e sta in quel partito che è una crosta e si chiama NCD. Antonio Marotta però non è semplicemente un parlamentare. Figurarsi. In questo Paese degli illustri sconosciuti come lui finiscono addirittura al CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. L’orfano, per intendersi, che nella storia d’Italia ha messo i bastoni tra le ruote a Falcone, Caselli e oggi a Di Matteo. Gente che dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e invece troppo spesso è al di sotto di qualsiasi livello di potabilità. Ma funziona così, qui da noi: la politica occupa posizioni dirigenziali affidandole troppo spesso ai più bravi servi. Mica ai più bravi.

In tutto questo Angelino Alfano, che per questo assurdo gioco di equilibrismi che se ne fottono della meritocrazia si trova a brigare da Ministro dell’Interno, dichiara, da Ministro del’Interno di essere “sicuro che si farà chiarezza”. Angelino Alfano, tra l’altro, è anche il segretario di partito di Roberto Formigoni (sì, quel Formigoni, lì, che ora è senatore ed è uno dei maggiorenti del partito, per dire) nonché il più longevo segretario del partito fondato da Marcello Dell’Utri, dopo Berlusconi ovviamente.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

«La Costituzione della Boschi? Illeggibile, sembra il bugiardino di un farmaco»

(Un’intervista a Paolo Prodi, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, che potete comprare qui)

Partiamo da Dossetti, perché è di lui che si occupa l’ ultimo libro di Paolo Prodi (Giuseppe Dossetti e le Officine bolognesi, Il Mulino). “Comincio dal periodo immediatamente successivo all’ approvazione della Costituzione, quando io studiavo alla Cattolica e il mio professore di Diritto costituzionale era Antonio Amorth, uno degli autori della nostra Carta”, spiega Prodi. “La Costituzione, attraverso la Commissione dei 75 ha degli autori e, com’ è noto, il testo fu perfino rivisto da linguisti e letterati, perché fosse efficace: la preoccupazione era che fosse comprensibile e armonico tra le sue varie parti”.

E Dossetti?
Fu un protagonista di quella fase: come Aldo Moro era un giurista e dunque particolarmente preparato al compito.
La sua attenzione alla Carta ebbe una nuova spinta all’ inizio degli anni 90, con la nascita dei Comitati Dossetti per la Costituzione. Allora parlai a lungo con lui: considerava la Carta certamente il patto tra tutti gli italiani, ma anche un patto per garantire l’ equilibrio. Nel ’46 – per evitare i pericoli di una guerra fredda, possibile in Italia perché eravamo sul confine tra i due mondi – bisognava approntare tutte le misure necessarie perché non ci fosse una prevalenza di una parte sull’ altra. È qui che nasce il bicameralismo perfetto.

Qualche settimana fa Pierluigi Castagnetti ha detto: “Basta tirare per la giacca don Dossetti: è sempre stato contrario al bicameralismo paritario”.
Stavo per dirlo: Dossetti ha dovuto digerire, all’epoca, il bicameralismo. Era contrario, ma lo riteneva politicamente essenziale. Una medicina amara, ma fondamentale per garantire quell’equilibrio di cui parlavamo.

Veniamo all’ oggi. Cosa pensa di questa riforma?
Davanti alla Costituzione bisogna levarsi il cappello. La Carta è di tutti e non si cambia a colpi di maggioranza, specie se è una maggioranza come questa che si tiene in piedi a malapena. Ma prima ancora bisogna dire che questa nuova Costituzione è assolutamente incomprensibile, illeggibile. Sembra il bugiardino di un farmaco.

I sostenitori della legge di revisione dicono che non si tratta di estetica, ma di funzionamento delle istituzioni. La parola magica è “governabilità”.
Sento spesso parlare con disprezzo dei numerosi governi che si sono succeduti, specialmente nella Prima Repubblica. Quei governi però navigavano in acque tranquille, sia internamente che a livello internazionale. Certo calibravano, con o senza manuale Cencelli, i pesi delle correnti e delle varie personalità dentro ai partiti. Ma allora c’ era una stabilità che di questi tempi ci sogniamo: a mancare non è oggi la stabilità dei governi, ma i partiti che sono evaporati. Un problema che non si risolve con mezzucci tipo i capilista bloccati dell’ Italicum. Piuttosto bisognerebbe applicare l’ articolo 49 della Carta che dava ai partiti rilievo costituzionale. Nel ’58 Sturzo presentò in Parlamento un progetto di legge proprio sull’ attuazione dell’ articolo 49: ecco, oggi potremmo prenderlo e avremmo ben poco da aggiungere. La responsabilità politica non esiste più e si pensa di rimediare con il rafforzamento dell’ esecutivo!

Il presidente del Consiglio ha legato il suo destino al felice esito della riforma.
Tutto parte dall’ equivoco del doppio ruolo di premier e segretario del partito. Nella Dc uno statista come Alcide De Gasperi sapeva benissimo che se voleva vincere doveva permettere che il partito avesse una sua vita interna, dove lui come presidente del Consiglio non interveniva.
Quanto a Renzi, puntando sulla vittoria come vincolo per la sua permanenza al governo si è preso un bel rischio.

Quel che sta accadendo dopo il referendum sulla Brexit lo dimostra.
La riforma è molto disomogenea: voteremo su tantissime materie.
Da un punto di vista giuridico e razionale io sarei per lo spacchettamento, anche se so che è improponibile. Sottoporre al giudizio dei cittadini materie così diverse è un errore enorme.
Questa riforma è stata approvata con scorciatoie di ogni sorta: ghigliottine, canguri, sostituzione dei membri della commissione Affari costituzionali, sedute fiume. Lo spirito dell’ articolo 138 è tutt’ altro: una saggia ponderazione.
La forma non è stata violata, ma il metodo è profondamente sbagliato: certo i costituenti non pensavano a questo quando hanno scritto l’articolo 138. Tutta la riforma è un bitorzolo che cresce sulla nostra Costituzione. Non posso riconoscere valore costituzionale a un testo nato sotto spinte umorali e illogiche. Dicono che si migliorerà con il tempo: io studio la storia da mezzo secolo e non ho mai visto migliorare un sistema politico con questi percorsi. Il problema della democrazia è far coincidere la rappresentanza degli interessi con il tessuto sociale. Qui non si vede nulla di tutto questo.

(di Silvia Truzzi, da Il Fatto Quotidiano,  30 Giugno 2016)

Il nostro dio è un portafoglio senz’anima.

Diego Cugia è uno scrittore. Dicono. Ma non solo. È uno di quelli che riesce a fare bene più di un lavoro e per questo, come tutte le cose complesse, in questi tempi banali viene difficile raccontare. Comunque Diego Cugia ha anche una gran bella penna. E solo dio sa quanto servano parole pulite e sorprendenti nei periodi amari. Tra l’altro io e Diego saremo insieme a Reggio Calabria il prossimo 9 luglio (l’evento è qui). E tra le cose che ha scritto vale la pena leggersi un suo post di qualche giorno fa:

«Da Donald Trump all’Isis ormai si urla come allo stadio e ci si scanna come al mattatoio. In Italia anche le cose, quando le sfiori, gridano. Se le stelle si comportassero come facciamo noi col prossimo, l’universo ci cadrebbe all’istante sulla testa. Il bene ci scoccia, le porcherie c’inebriano. La Boschi che non ha dato la mano alla Raggi ha fatto più clamore sui giornali e alla tv dell’arresto del boss della ‘ndrangheta, il secondo latitante più ricercato d’Europa. (Ma forse ci siamo distratti perché stavamo guardando Gomorra). Il virtuale ci sta scimunendo. Votiamo non più per il nostro bene ma per mandare gli altri all’inferno. Quando sono gli altri a farlo come gli inglesi (così inglesi da non aver capito neanche dove fosse l’Europa e il giorno dopo tutti a cercarla su Google) reagiamo da mariti cornuti: «Vattene via di casa, subito!» E il cancelliere Osborne, poco fa, come se l’Inghilterra fosse nostra moglie: «Non c’è fretta. Uscirò quando sarò pronta!» L’anima del mondo è in grave pericolo.
Immaginatevi se oggi, a Italia-Spagna, tutti i calciatori si mettessero a giocare a tennis. Perché non proviamo lo stesso stupore per come sta girando irresponsabilmente la nostra vita? Giriamo per strada come bambini sonnambuli col coltello da cucina in mano. Siamo feroci perché non possiamo più spendere come una volta. Ci hanno fregati, quest’è vero, ma ora? La mediocrazia degli irresponsabili ci governa, il nostro dio è un portafoglio senz’anima. Noi, anime senza portafoglio che si sbranano per riaverlo. Abbiamo raggiunto il pianterreno dell’inferno.»

(continua qui, il suo ultimo libro lo potete comprare qui)

«È la rivolta del popolo contro le élite»

Un pezzo di Luigi Vicinanza, direttore de L’Espresso:

Ci stiamo avventurando in terre incognite. Elezione dopo elezione. Lo choc provocato dal referendum britannico legittima con il voto popolare quella che possiamo definire la caduta dell’egemonia culturale delle classi dirigenti europee, così come si sono affermate dalla Seconda guerra mondiale in poi. “La fine delle élite”, è la sintesi contenuta nel titolo di copertina di questa settimana.

L’Europa si dissolve nelle urne. Con il voto democratico, cioè con lo strumento più popolare e al tempo stesso sofisticato che tre secoli di cultura politica ci hanno tramandato. Paradosso della Storia: lì dove un faticoso e travagliato percorso ebbe inizio, con le rivoluzioni borghesi inglese e francese del XVII e XVIII secolo, proprio lì sembra interrompersi il patto costituente tra rappresentanza politica e rappresentati.

«È la rivolta del popolo contro le élite», così Marine Le Pen raccontò l’insperata massa di voti raccolti nel primo turno delle regionali francesi lo scorso dicembre. È diventato il manifesto del populismo montante. Che ha travolto lo stesso David Cameron: aveva barattato il referendum sull’Europa in cambio di voti per assicurarsi la rielezione appena un anno fa. Apprendista stregone, sarà ricordato come il premier britannico più inadeguato e irresponsabile degli ultimi 70 anni.

Le generazioni del Dopoguerra hanno sempre concepito la democrazia e la pace come beni conquistati per sempre sulle macerie del nazifascismo. Un’epoca durata a lungo, durante la quale le sorti magnifiche e progressive del Vecchio Continente hanno assicurato sviluppo, crescita sociale, welfare e cooperazione a chi aveva avuto la fortuna di vivere dalla parte giusta del Muro di Berlino. Le istituzioni sovranazionali e la moneta comune avrebbero dovuto metterci al riparo dai drammi del passato. Un sogno utopico solo in parte realizzato. Progressivamente scalzato, nella percezione delle grandi masse, da una teocrazia esoterica e intoccabile, dispensatrice di dogmi incomprensibili: «Ce lo chiede l’Europa…» è diventata, non solo in Italia, l’ambigua formula che a tutto obbliga e nulla spiega. Ma di fronte alla guerra asimmetrica condotta dal terrorismo islamico – ultimo attacco a Istanbul – le istituzioni comunitarie latitano.

[…]

«Il progresso si associa al timore di restare indietro, di perdere la posizione sociale e il benessere guadagnati con fatica» dice Bauman parlando della «forza degli incubi della decadenza di cui è foriero l’avvenire minaccioso». La Grande Crisi, scoppiata nel 2008 e dalla quale non siamo mai usciti, è stata il detonatore di questa incertezza di massa. Tuttavia secondo recenti dati dell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), tra il 1975 e il 2012 il 47 per cento circa della crescita totale dei redditi «è andato a beneficio dell’1 per cento dei più ricchi». Insomma le ingiustizie sociali e le diseguaglianze hanno radici profonde che riemergono prepotentemente alimentando le recenti scelte politiche dell’elettorato europeo.

Ma non sono più le tradizionali forze di sinistra a farsi artefici del cambiamento. È il populismo ad alimentarsi del malessere provocato da vaste aree di ineguaglianza. L’interpretazione manichea trova così la sua sintesi: da un lato il popolo vessato, dall’altro le élite privilegiate. E dentro i confini delle élite ritroviamo non solo la City londinese, le banche, i governi e i partiti, il mondo dell’informazione e chi più ne ha, più ne metta. Persino le società di sondaggi patiscono la disistima di massa come dimostrano i penosi flop degli exit poll nel Regno Unito e in Spagna.

Appena un anno fa, più o meno in questi stessi giorni, Angela Merkel e il suo ministro Wolfgang Schaeuble spezzarono le reni alla Grecia dell’incauto Alexis Tsipras. L’euro è salvo (forse), l’Europa no, fu il commento su questo giornale. Nei manuali di economia non si studia l’orgoglio di una nazione. Presi per fame i greci, costretti a umilianti file davanti ai bancomat, la crisi si è riproposta moltiplicata al cubo nella potente Inghilterra. Senza che le classi dirigenti avvertissero il rischio. Così, se è vero che il mercato globale e la finanza internazionale non si candidano mai alle elezioni, abbiamo imparato in modo traumatico che gli elettori se possono votano contro di loro, divinità inique di una società ingiusta.