Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 142

Politica

Dall’UDC al Pd poi alla Leopolda fino all’indagine per corruzione

marco-di-stefanoDopo l’inchiesta per corruzione, il deputato dem Marco Di Stefano, viene scaricato dal suo partito. Non solo il Pd lo lascia senza tavolo alla cena romana di finanziamento di Matteo Renzi del 7 novembre, invitandolo il giorno dopo, a sospendersi dal gruppo parlamentare di Montecitorio per evitare imbarazzi, ma anche il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, decide di mantenere le distanze da Di Stefano. La Regione si costituirà parte civile in caso di processo sulla presunta tangente di 1,8 milioni versata al parlamentare per l’affitto degli immobili a Lazio Service.

Da poliziotto a deputato, la carriera di Di Stefano colleziona veloci cambi di casacca e molti incarichi. Prima di cadere nell’oblio, ha fatto giusto in tempo a partecipare all’ultima Leopolda del 25 ottobre, coordinando un tavolo di lavoro sui pagamenti digitali. E’ stato invitato dallo staff organizzativo del ministro per le riforme e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, madrina dell’evento renziano. Considerato un “mister preferenze”, fu fondamentale per la vittoria di Pietro Marrazzo alla presidenza della regione Lazio.

Portò in dote, in quell’occasione, 14mila voti. Ora però, il parlamentare, trasmigrato dall’Udc al centro sinistra, grazie alla regia di Walter Veltroni, è più isolato che mai, perché deve fare i conti con la giustizia: secondo la procura di Roma avrebbe intascato una maxi tangente da un milione e 800 mila euro dai costruttori romani della famiglia Pulcini. L’indagine riguarda la vendita degli immobili dell’Enpam a una società riconducibile agli imprenditori romani, con una plusvalenza di 53 milioni di euro, il 50 per cento del reale valore. I magistrati romani contestano a Di Stefano una mazzetta presa quando era assessore al Demanio, Patrimonio e Personale della giunta Marrazzo, per l’affitto a Lazio Service, società controllata della Regione, di due edifici di proprietà dei Pulcini al prezzo di oltre 7 milioni di euro l’anno.

Il giallo del collaboratore – Antonio e Daniele Pulcini, secondo l’accusa, avrebbero versato una tangente di 300 mila euro anche al braccio destro di Di Stefano, Alfredo Guagnelli, di cui si sono perse le tracce dal 2009. Di Guagnelli si occupò nel 2011 la trasmissione Chi l’ha visto? e si scoprì che il giorno della sua scomparsa s’incontrò con Di Stefano nei pressi della Regione Lazio.  Da qui si aggiungono nuovi particolari alla vicenda. Un testimone racconta al quotidiano Libero che l’uomo di fiducia di Di Stefano, prima di sparire nel nulla, sarebbe partito per Montecarlo per recuperare una somma di denaro in contanti: banconote da 500 euro per un totale di 2 milioni. Cifra che si avvicina alla tangente contestata al parlamentare del partito democratico. Proprio da Montecarlo, secondo gli investigatori, i Pulcini avrebbero condotto in Italiadocumenti e “valuta”. Guagnelli – continua il testimone – viaggiava molto, amava la bella vita, offriva viaggi e forniva donne e auto a politici tra cui Di Stefano.

L’ex poliziotto – Ex poliziotto, cresciuto nel quartiere Aurelio di Roma, inizia la sua carriera politica come consigliere comunali della Capitale nel ’97 in sella al Ccd (Centro cristiano democratico). Riconfermato nel 2001, si occupa di trasporti e ambiente. Nel 2003 diventa segretario provinciale dell’appena nato Udc di Pierferdinando Casini. Da qui in poi, Di Stefano cambia diverse volte partito. Nel 2005, prima di candidarsi alla Regione Lazio, dopo un’operazione di scouting, il cui regista era l’allora sindaco Walter Vetroni, lascia l’Udc per approdare al centrosinistra: viene eletto con la lista civica per Marrazzo con oltre 14mila preferenze. Un pacchetto di voti, ritenuti fondamentali per la vittoria di Marrazzo che, lo nomina assessore al Demanio e Patrimonio. Nel 2007 Di Stefano cambia nuovamente casacca ed entra nell’Udeur- popolari di Clemente Mastella. Ma un anno dopo, nel 2008, ci ripensa e rientra nei ranghi del Pd.

Mister 16mila voti – Con lui si assiste all’assunzione, senza concorso, di 900 precari di Lazio Service, società regionale creata nel 2005 dall’ex governatore Francesco Storace. Nel 2010 si ricandida in Regione, raccogliendo questa volta 16mila voti. Nonostante la sua presenza fosse guardata con sospetto dagli esponenti del Pd della prima ora, per i suoi numerosi salti della quaglia, è l’uomo giusto per il partito per guidare la Commissionespecialefederalismo fiscale e Roma Capitale. Un organismo considerato inutile e costoso che, infatti, viene sciolto in seguito allo scandalo Fiorito sui rimborsi regionali.

Primarie e imbrogli – Nel 2013 partecipa alle primarie per la Camera dei deputati. È il primo dei non eletti. Ed è proprio poco dopo le primarie, in un’intercettazione telefonica di gennaio riportata dal Messaggero, che annuncia “la guerra nucleare a partire da Zingaretti, li tiro dentro tutti. Sono dei maiali. (…) Ho fatto le primarie con gli imbrogli, no? Non è che so’ imbrogli finti….” E poi la minaccia: “Se imbarcamo tutti, ricominciamo dai fondi dei gruppi regionali. Sansone con tutti i filistei, casco io, ma pure gli altri”. Le ire di Di Stefano si placano solo ad agosto di quest’anno quando Marta Leonori viene nominata assessore dal sindaco di Roma Ignazio Marino, liberando il posto alla Camera. Da maggio per Di Stefano è scattato anche il vitalizio.

(fonte)

Opportunità e colpevolezza

Ho passato i miei ultimi anni provando a riaccendere il senso di opportunità che abbiamo banalmente tralasciato sostituendolo con l’eventuale condanna o assoluzione (senza nemmeno riuscire a raccontare per bene cosa sia la prescrizione). Ne parlo ovunque: negli spettacoli, nei libri, nelle scuole. Tra i risultati nefasti di questa sclerotizzazione del senso di opportunità (e ovviamente inopportunità) c’è anche l’impunità politica di cui godono politici come Schifani, Formigoni (solo per citarne un paio, ma sono tantissimi) che nonostante siano talvolta stati assolti risultano chiaramente, carte alla mano, inopportuni in alcune loro amicizie e in alcuni loro comportamenti. Per questo credo che valga la pena leggere Alessandro Gilioli oggi su L’Espresso:

Ecco, da noi vent’anni di berlusconismo e antiberlusconismo, nonché di serrato confronto fra cosiddetti ‘garantisti’ e cosiddetti ‘giustizialisti’, ci hanno privati del giudizio politico. Siamo tutti lì incatenati ai tre gradi di decisioni togate, come se (almeno in alcuni casi) non potessimo esprimere un giudizio di opportunità politica a prescindere dalle sentenze.

E mi permetto di consigliare, a proposito di false innocenze, il mio libro qui.

(Autopromozione, sì.)

Napolitano(vo)

Io non so se sono io che forse non sono abbastanza acuto o forse se è questa politica che mi esclude per imperizia ma se davvero Napolitano (e non ci credo) è una rassicurazione fondamentale per l’Europa e se davvero solo lui può essere l’unica garanzia di questo (vomitevole) patto di grande coalizione beh allora mi chiedo se è davvero così normale che le sue eventuali dimissioni e gli eventuali tempi delle sue eventuali dimissioni siano un chiacchiericcio tra giornalisti e deputati, trattato come una notizia di gossip in cui tanto si affaccendano per dire e non dire. Nel senso, mi chiedo, chissà allora che figura ci facciamo in Europa con tutti questi sussurri e nemmeno una voce ufficiale che dica o smentisca, che ci informi che è venuto il tempo di pensare al sostituto oppure è tutto tempo perso buono solo a riempire le pagine.

Mi sembra semplice, no? O forse sono io che sono troppo semplice. Forse.

Povera Liguria

Cofferati candidato alla presidenza della regione Liguria è il paradigma di una politica che diventa sempre meno giustificabile come scrive giustamente Luca Sofri qui.

Pensare che tra le tante belle scelte coraggiose da fare ci sarebbe Ferruccio Sansa da convincere. E poi vincere.

La Lega non è più arrabbiata con Belsito

Vi ricordate la scopa di Maroni quando diceva di fare pulizia dentro il partito? Beh, Salvini l’ha rimessa nel sottoscala:

La Lega ha rinunciato a chiedere i danni all’ex tesoriere Francesco Belsito nei procedimenti penali con al centro il presunto scandalo sui fondi del Carroccio in corso nei Tribunali di Milano e Genova. È quanto è emerso nel corso dell’udienza preliminare a carico dell’imprenditore Stefano Bonet e del commercialista Paolo Scala, rinviati a giudizio oggi per riciclaggio. Il Carroccio, su indicazione del segretario Matteo Salvini che ha incaricato l’avvocato del Carroccio, Domenico Aiello, di ritirate l’atto di costituzione con un’email in cui motiva la propria scelta con «tutta una serie di ragioni ancorché di natura politica», ha revocato la costituzione di parte civile in questo e negli altri procedimenti. Poi ha spiegato: «Non possiamo perdere tempo e neppure soldi, oltretuttoper cercare di recuperare soldi che certa gente non ha».

Le accuse all’ex tesoriere
Belsito è accusato a Genova di appropriazione indebita e di concorso in truffa e tentata truffa aggravata per oltre 40 milioni di euro insieme all’ex segretario della Lega Umberto Bossi e ai revisori Diego Sanavio, Antonio Turci e Stefano Aldovisi. Da un lato si sarebbe appropriato di 7,5 milioni di euro di proprietà del partito, inviandoli con un bonifico dal conto corrente genovese della Lega Nord in Tanzania e a Cipro. Dall’altro, in concorso con gli atri imputati, avrebbe raggirato lo Stato, truccando i bilanci del partito per ottenere rimborsi elettorali indebiti per un totale di 40.086.733 euro: 22.473.213 euro per l’esercizio annuale 2008 e 17.613.520 euro per il 2009. A Milano, invece, è in attesa di citazione diretta a giudizio insieme a Umberto Bossi e ai figli di quest’ultimo, Renzo e Riccardo, per una seconda imputazione di appropriazione indebita per 2 milioni e 400mila euro. Lo scorso 17 ottobre, nella giorno in cui il giudice per l’udienza preliminare di Milano Carlo Ottone De Marchi aveva diviso per competenza territoriale le posizioni dei vari imputati coinvolti nell’inchiesta milanese dei pm Paolo Filippini e Roberto Pellicano, la Lega si era costituita parte civile non contro la famiglia Bossi, ma solo contro Belsito e gli imprenditori Stefano Bonet e Paolo Scala. Il Carroccio oggi ha ritirato la costituzione contro i due imprenditori un attimo prima che venissero rinviati a giudizio da De Marchi. Sono accusati di concorso riciclaggio perché, si legge nel capo di imputazione, «in concorso tra loro realizzavano attività tali da ostacolare l’identificazione del denaro proveniente dal delitto di appropriazione indebita commesso da Belsito», quello da 7,5 milioni di euro «che. aveva la disponibilità del denaro della Lega Nord nella sua veste di tesoriere». L’avvocato Aiello a margine dell’udienza ha spiegato di aver ricevuto l’incarico di ritirare l’atto di costituzione anche nei confronti di Belsito.

La sorpresa di Maroni
«Ho letto questa cosa, voglio sentire Salvini su questo punto». Così il presidente della Regione Lombardia, il leghista Roberto Maroni, a margine di un incontro a palazzo Lombardia, commenta il fatto che la Lega Nord ha ritirato la costituzione di parte civile contro l’ex tesoriere Francesco Belsito.

(click)

Il decisionista del bar sport

renzi-andreotti

 

Attenzione. Decidere non significa non ascoltare nessuno. Al contrario: è importante ascoltare tutti. Ma poi bisogna agire. Altrimenti la discussione politica diventa il bar dello sport: tutti dicono la loro, ma alla fine non cambia nulla.

(Matteo Renzi, Fuori!, Rizzoli Editore, 2011)

«Schmitt avrebbe approvato la manganellatura degli operai, ovvero del nemico. Non è andata così. Il governo non ha approvato il manganello. Anzi, ha espresso solidarietà a manganellati e manganellatori: più andreottiani di così!».

(Gustavo Zagrebelsky a margine di un convegno su «Bobbio costituzionalista»)

Il partito della polizia

9788861904613_il_partito_della_polizia_3d_chiarelettereVale la pena leggere un libro, di questi giorni: l’ha scritto Marco Preve ed entra nei particolari del sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia. Perché uno Stato che teme le forze di polizia piuttosto che rispettarle è uno Stato che ha debolissime radici di democrazia.

Lo trovate qui.

Imputati. Condannati. Premiati. Nessun abuso può essere commesso contro cittadini inermi. Se non è così, i responsabili devono saltare. In Italia ciò non è avvenuto. E continua a non avvenire, dai tempi delle torture alle Br fino alle morti di Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri: la polizia non garantisce la sicurezza, la politica non sorveglia, la stampa non sempre denuncia, la magistratura non sempre indaga. Perché questa anomalia? Come rivela Filippo Bertolami, poliziotto e sindacalista, “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall’altro di punire chi ha ‘osato’ mettersi di traverso”. Vince la paura. Il partito della polizia è troppo forte. Intanto le auto rimangono senza benzina e gli agenti continuano ad avere stipendi da fame mentre vengono assegnati appalti miliardari. Il partito della polizia è anche il partito degli affari.

‘Ndrangheta in Lombardia: il politico PD

AddisiUn politico e due facce. Quella pubblica e quella della “malavita sbirraglia”. Un politico del Partito democratico. Ancora. Un affare: terreni industriali da comprare e riconvertire in residenziali. Paga la ‘ndrangheta, garantisce il consigliere comunale Calogero Addisi. Garantisce per sé e per i parenti che stanno in Calabria. Incassa voti nel comune di Rho e si fa comandare dal boss Pantaleone Mancuso che lo riceve (è il 2012) nella sua villa in contrada agro di Limbadi. Perché come spiega il collaboratore di giustizia Antonino Belnome “un locale è forte quando ha le sue radici in Calabria, il nord non conta niente senza la Calabria”.

Insomma, tradizione e affari. Da Vibo Valentia all’hinterland milanese. Spartito semplice: Addisi fiuta l’affare, media con la cosca e passa la palla all’imprenditore. Sul tavolo lui mette la promessa: “In Comune ci penso io”. Ma niente telefono perché “così mi arrestano”. Addisi conosce i rischi, eppure ci mette parola e contatti. Quelli di Antonio Galati, emissario lombardo dei Mancuso, “mafioso” dicono le intercettazioni, ricco anche, capace di buttare sul tavolo 300mila euro per il business. Il filo della storia è questo. C’è il politico a catena (della mafia): “Ma se gli ho detto, non ci sono problemi a Rho … ve li risolvo io”. Che disegna speculazioni edilizie. E c’è il politico (sempre lo stesso) che parla in pubblico davanti al consiglio comunale. E dice: “Con questo P.G.T. abbiamo cercato di ridisegnare la città, preservandola dalle brutture, dagli scempi maligni e dal consumo dissennato del territorio. Un risultato storico. Una medaglia per tutta l’amministrazione. Una nuova rivoluzione culturale insomma”. E poi c’è il giudice per le indagini preliminari che per Addisi dispone l’arresto. Sul punto scrive: “Addisi mente in quanto è ben consapevole non solo di avere interesse nel Pgt, ma anche del fatto che un’area, interessata dal Pgt, è stata acquistata con il denaro della ‘ndrangheta”. Benvenuti in Lombardia. Benvenuti nell’ultima storia di mafia, armi e politica. Perché questo racconta l’ordinanza di 800 pagine firmata dal giudice Alfonsa Maria Ferraro e che poche ore fa ha portato in carcere 13 persone accusate, a vario titolo, di associazione ‘ndranghetista, riciclaggio e abuso d’ufficio aggravato dal metodo mafioso. Accusa, l’ultima, che tocca all’ex consigliere comunale Calogero Addisi, parente dei Mancuso e già citato (ma non indagato) nell’indagine che nel 2012 ha portato in carcere l’allora assessore regionale alla Casa Mimmo Zambetti.

L’operazione “Quadrifoglio” coordinata dal pm Paolo Storari e dal Ros di Milano, comandato dal colonnello Giovanni Sozzo, fotografa il presente criminale nella regione più ricca d’Italia. Fotografa l’affare sul terreno di Lucernate di Rho. In sintesi: Galati, la ‘ndrangheta, secondo l’accusa, ci mette il denaro, ottenendo come contropartita il cambio di destinazione per rivalutare il terreno. Non solo. Accatastando intercettazioni e filmati, l’inchiesta mostra il controllo del territorio dei clan lombardi, la loro violenza palesa, la capacità, infine, di mettersi in tasca politici, funzionari pubblici, uomini d’affari, guardie penitenziarie, commercialisti. Professionisti, insomma. Tutti a disposizione. E’ il capitale sociale della ‘ndrangheta. Che ha permesso ai boss d’infiltrarsi nei subappalti di Expo 2015, attraverso una società riconducibile al fratello carcerato di Antonio Galati. Borghesia mafiosa mixata all’ala militare. Quella, ragionano magistrati e investigatori, che fa capo ad Antonio Galati.

Questa è la ‘ndrangheta che nella Lombardia dell’Expo si spartisce il territorio con regole e leggi proprie. Antistato che si fa Stato. Della partita è anche Salvatore Muscatello, boss ultraottantenne, eminenza grigia della ‘ndrangheta lombarda, protagonista dei maxi blitz degli anni Novanta (La Notte dei fiori di San Vito). Poi capo della locale di Mariano Comense nell’operazione Infinito del 2010, arrestato, condannato, messo ai domiciliari. E ora, tra il 2012 a questa mattina, capo dello stato mafioso lombardo, riverito e pagato. Nel suo bunker andavano tutti. Il nipote di Giuseppe Morabito, alias u tiradrittu, la moglie del boss di Vigevano, Fortunato Valle (“Quello – dice Muscatello- mi lavava i piedi”). Ci va Emilio Pizzinga, politico locale a caccia di voti, e padre di Francesco, finito in galera nel 2006 perché trafficava droga con la ‘ndrangheta di Africo. Pizzinga incontra Muscatello nel gennaio 2014. Il comune di Mariano Comense è appena stato commissariato dopo che 11 consiglieri hanno tolto la fiducia. A maggio ci saranno le elezioni. Pizzinga cerca voti e sa dove andare. Dice al boss: “Vedete se mi trovate preferenza! Se no, non si fa più niente dopo!”. E ancora: “A me hanno dato in mano il partito”. Il boss chiede: “Quale partito?”. Pizzinga risponde: “Forza Italia!”.

Par condicio rispettata, dunque. Pd e Pdl. La ‘ndrangheta non fa differenza. E se Pizzinga chiede voti, Addisi garantisce. Ma quando le cose vanno per le lunghe e la delibera non conferma la speculazione, il boss (Antonio Galati) rivuole i soldi e minaccia: “Ancora ci sono 300.000 euro in ballo, ora piano piano li prendo (…). Io ad Addisi glielo ho detto: stai attento a quello che facciamo qua, che io ti lego per il collo, ti metto alla macchina e ti porto in giro!”. Perché il legame (mafioso) non si scioglie e col tempo (breve) il cappio si stringe. Addisi lo capisce: “Tu e l’altro mi avete rovinato la vita (…), ho subito umiliazioni da tutte le parti, ero un grande uomo e mi avete rovinato la vita, e non sto parlando dei soldi miei, devo fare da garante dei soldi degli altri (…) io non so fino a quando riesco a tenere la cosa (…) perché so che succederà qualcosa di grave, lo sento, succederà qualcosa, mi ho rovinato la mia vita per non avere commesso mai un cazzo … “.

I timori di Addisi, che, secondo l’accusa, bene conosce le dinamiche mafiose, non spaventano Franco Monzini, imprenditore lombardo coinvolto nell’affare. Monzini conosce Galati grazie ad Addisi. Ben presto capisce chi è Galati: “Un mafioso”. Da ammirare addirittura. Intercettato Monzin confida: “La mafia se vede che una cosa funziona i soldi ce li mette, non diciamo cazzate, magari fa altre cose, per carità! Che conosco anche! Però se una cosa è una cosa seria la vede il mafioso come la vedo io, uguale, uguale anzi magari lui ha più mezzi e non deve andare in banca a piangere perché ci mette i suoi … “. Vero. Ma solo a metà. Spiega Addisi: “Conoscete una faccia di Antonio che non è quella vera (…) ti incapretta! tu credimi, ti incapretta e prima di farti fuori si diverte un po’, ma molto!”.

La violenza garantisce politica e affari. E’ così, scrive il giudice, che “si costituisce il collante del sodalizio atteso che la sua forza intimidatrice si è potuta estrinsecare anche in virtù di detti rapporti i quali hanno certamente cementificato i rapporti tra i sodali”. La storia cambia la maschera. Adesso è pura violenza mafiosa. Racconta Galati: “Lo sgabello era di ferro! Tutte le costole (…) gli ha spaccato tutto il naso, quel sangue ha sporcato pure noi, io avevo le scarpe piene di sangue (…) schizzava a tre punte, poi è caduto per terra (…) gli abbiamo rotto le bottiglie, sgabelli nei fianchi (…) io le scarpe le ho sporcate perché l’abbiamo picchiato in testa”. E ancora: “Mannaggia l’ostia quante palate a quello! Picchiavamo tutti e tre lì terra (…) Gliele abbiamo rotte, braccia (…) la prima botta che mi ricordo, che gli ho dato, alzò la mano per pararsi così (…) aveva un orologio al braccio di 30.000 euro e gli volò per aria”.

Succede in Lombardia. A Giussano, ad esempio, quando Fortunato Galati, sorvegliato speciale, non si ferma a un posto di blocco della polizia Municipale. Succede, come è normale, che il vigile Luigi Galanti segnali la cosa, che il fatto finisca sul tavolo del tribunale di Sorveglianza di Milano e che Galati, per questo, torni in carcere. Ma succede anche che ignoti diano fuoco all’auto del vigile con una molotov. Le intercettazioni chiudano il cerchio. Galati in carcere a colloquio con un amico. Dice il secondo: “L’altro giorno l’ha incontrato nel parcheggio. Dice che lo guardava al vigile e faceva finta di mettere la mano qua dentro”. Annotano i carabinieri: “Contestualmente con la mano destra mima di prendere qualcosa dall’interno della giacca all’altezza del petto, lato sinistro”. E che succede se Fortunato Galati, chiede e non ottiene il trasferimento dal carcere di Monza a un altro Calabria? Il pizzino al colloquio dice tutto. “Pitaniello Maria Casa Circondariale Monza”. E’ la direttrice del carcere. Per lei la ‘ndrangheta lombarda riserva una busta con tre proiettili 9X21. Benvenuti in Lombardia: 14 arresti. Oggi vince lo Stato. Perde la ‘ndrangheta.

Mi sono sentito sempre libero. Parola di Riina.

Schermata 2014-10-28 alle 10.57.36«A Montecassino io ci sono andato. Ci ho fatto il viaggio di nozze, ci ho portato a mia moglie. Una volta che ero libero, ho detto: ora ci vado… Poi sono salito verso Venezia. Io la vita l’ho presa così, mi sono sentito sempre libero». Ride Totò Riina passeggiando nel cortile del carcere di Opera insieme al suo compagno d’aria Alberto Lo Russo. Ride e, oltre a dire la sua su tutta la storia d’Italia dal Dopoguerra ad oggi, per la prima volta racconta anche la sua vita da latitante, quei 24 anni in cui il capo di Cosa nostra ha vissuto più o meno indisturbato non troppo lontano dalla sua Corleone, sposandosi, facendo tre figli, ordinando stragi e omicidi, stringendo patti con la politica e (forse) con gli apparati deviati delle istituzioni.

Niente a che vedere con la latitanza “povera” di Bernardo Provenzano, sorpreso in un casolare con ricotta e cicoria. Il Riina latitante che si racconta a Lo Russo è un uomo che si vanta di aver sempre beffato lo Stato camminando «in mezzo alla gente», di aver sempre mandato i suoi figli a scuola, di aver vissuto in eleganti appartamenti blindati e ville con piscina e di avere anche viaggiato, «senza rinunciare neanche un’estate ad andare a mare». «Come un uomo libero – dice a Lo Russo – oggi a Montecassino, domani a Caserta, domani là vicino Napoli, ma giravo, camminavo a Venezia. Ora tutte queste cose è uno sfottimento allo Stato… Io non ho voluto fare patti con la legge, ventiquattro anni, sono arrivato a ventiquattro anni e sei mesi. E vedi che loro mi cercavano notte e giorno. Non si potevano raccapezzare dov’ero… in questi posti dice che non c’ero perché ci vanno i turisti».

Il 16 aprile 1974 è il giorno delle nozze di Totò Riina. Lui è latitante già da cinque anni, lei è una bella ragazza ventenne di Corleone che avrebbe voluto fare la maestra. «Quando eravamo fidanzati seguivano a Ninetta pensando che quando si allontanava da Corleone veniva da me e invece ero io che andavo a casa sua». Ninetta, sorella di Leoluca Bagarella, decide di seguire Totò nella latitanza. I due vengono sposati da don Antonio Coppola in clandestinità in una villa tra Capaci e Carini, C’è Bernardo Provenzano e c’è anche Luciano Liggio che, nonostante sia latitante, non intende perdere l’occasione.

«A un dato momento mi sono sposato – racconta Riina a Lo Russo – e me ne sono andato in un hotel a mare. A padre Coppola non gli hanno potuto fare niente perché uno non è tenuto a sapere se sposa un latitante ». «Quando ci siamo sposati logicamente abbiamo organizzato il viaggio di nozze, quindi siamo andati dalle parti di Napoli e siamo rimasti una settimana, siamo andati a Montecassino, poi siamo andati a Venezia e siamo rimasti tre, quattro giorni. Poi quando è trascorso circa un mese siamo tornati a Palermo. Già avevo la casa, mia madre mi aveva comprato un appartamento con sette stanze a Palermo, tutto ammobiliato. Poi mi sono dovuto allontanare perché lo sapevano parecchi».

Ed eccoli i luoghi della latitanza di Totò Riina, tutti attorno al suo regno di Corleone. Prima a Mazara del Vallo, poi a Castelvetrano e a San Giuseppe Jato, sempre senza lesinarsi vacanze, ville, e affari: imprese, magazzini, cantine sui quali adesso la Procura di Palermo intende mettere le mani. «Poi me ne sono andato dalle parti di Mazara, sono rimasto molto tempo a Mazara, eravamo in estate, a Mazara avevo la villa, avevo tutte cose, un appartamento… io dappertutto avevo… a Castelvetrano, ad esempio, avevo un appartamento, un fabbricato di lusso, ognuno che arrivava diceva: minchia qua è un paradiso.

A San Giuseppe Jato ci facevo la vita. Ho pure lavorato con Binnu, ho fatto uno stabilimento, ho fatto sopra una casa di lusso, tutta corazzata, sotto c’erano due cantine. Io in questa casa ci stavo solo quando si andava a fare la fermentazione, quando facevano la vendemmia me ne andavo là, prendevo soldini buoni, quaranta milioni l’anno guadagnavo da là. Poi mi sono messo in società con uno di là che mi vendeva il vino ».

Il Riina latitante, negli anni in cui le strade di Palermo sono segnate dalla mattanza dell’ascesa dei Corleonesi, è uno che fa la bella vita a differenza di Provenzano. «Dire a Binnu, “ma perché non fai la bella vita”? Non gliel’ho mai detto perché mi pareva mortificante, umiliante». In latitanza Ninetta e Totò mettono al mondo quattro figli, Giovanni, Giuseppe, Concetta e Lucia. «Gira, gira, ventiquattro anni e mezzo e la stessa vita l’hanno fatta fare a mia moglie e ai miei figli, perché poi questi picciriddi dovevano studiare, io li mandavo a scuola, sempre a scuola li mandavo. Poi a scuola non ci sono potuti andare più e quindi abbiamo capito che la vita era questa e dovevamo affrontarla per quello che era».

Quando andava a scuola, però, Maria Concetta era la più brava della classe. Per il resto i piccoli Riina vivevano mimetizzati tra la gente, come tutti i ragazzi della loro età. Dal padre ricevevano la paghetta per andare a mangiare la pizza o per il campo di calcetto. «Durante la latitanza si sono creati le loro amicizie». Una sola avvertenza, niente compagni nel bel residence di via Bernini, nella villa con piscina dove Totò e famiglia abitavano nel ’93 quando Balduccio Di maggio indicò al Ros dove andare a prendere il capo di Cosa nostra.

«Non se li dovevano portare dentro. Se ne andavano fuori a giocare, frequentavano il bar, prendevano il caffè, una vita normale… quasi come spavaldi, cose da non credere. Poi gli ho fatto la piscina là dentro, cento milioni, allora i soldi c’erano». Ma dove sono ora i soldi di Totò Riina? È nel suo lunghissimo sproloquio con Alberto Lo Russo nell’ora d’aria che i pm del pool misure patrimoniali della procura di Palermo cercheranno le tracce del suo tesoro nascosto. È lo stesso Riina a dire: «I miei figli li ho fatti ricchi».

(fonte)

Dissanguato sotto la terra di Lombardia

L’appuntamento è sotto casa. Da qui il viaggio in auto verso il bosco dove lo attendono altri quattro uomini. Pochi secondi per capire e tutto crolla. Salta fuori una pistola. Poi il coltello. Partono i fendenti. Almeno trenta. Non sono mortali, ma portati per far soffrire. Il sangue inizia a uscire. La vista si appanna. La morte è a un passo. Steso a terra, il corpo viene ricoperto con le foglie. Il respiro rallenta. La “batteria” dei killer riparte. Si torna a casa. L’appuntamento è fissato per il giorno dopo in un cantiere dove sta sorgendo una villetta. C’è chi porta il vino, chi le braciole. Una bella grigliata è quello che ci vuole. E mentre qualcuno festeggia, altri scavano una buca profonda oltre due metri. Poi il sole cala. Si sale in auto e si torna a recuperare il corpo. Appena mezz’ora e la macchina rientra nel cantiere. La buca è pronta. Sul fondo è già stato gettato uno strato di calce. La vittima viene spogliata, i vestiti bruciati, il corpo gettato nella fossa, ricoperto di calce e poi di terra. E’ il 9 giugno scorso. Ecco come uccide la ‘ndrangheta. Non in Calabria, ma nella Lombardia che corre dritta verso l’Expo, nella zona della bassa comasca dove le cosche, appena sfiorate dal maxi-blitz Infinito del 2010, agiscono alla luce del sole, mostrando armi e muscoli, intimidendo e uccidendo.

Come successo a Ernesto Albanese, 33enne di Polistena, pregiudicato e trafficante di droga per conto dei clan locali. Albanese scompare dopo le 23 dell’8 giugno scorso. Fino a quell’ora è stato nella sua casa di Bulgorello di Cadorago. Seduto al computer, chattando su Facebook e inviando minacce ai “compari”. Albanese dice di voler fare tutti i nomi “da qui fino a Reggio Calabria”, sostiene che i mafiosi che vivono tra Cadorago, Fino Mornasco e Appiano Gentile sono semplici “quaquaraquà”. Qualcuno di questi risponde: “Uomo senza labbra ti aspetto a braccia aperte”. Per questo, ragionano gli investigatori della squadra Mobile di Como, Albanese viene sequestrato, scannato, lasciato morire dissanguato nei boschi dietro al comune di Guanzate e il corpo seppellito il giorno dopo nel cantiere di via Patrioti sempre a Guanzate (foto di Mattia Vacca).

Le scene dell’orrore mafioso sono state ricostruite dai magistrati della procura di Como. Sul registro degli indagati ci sono sei persone che attualmente si trovano in carcere per altri motivi. Alcune di loro sono state arrestate nel luglio scorso dal Ros di Milano che ha eseguito diverse ordinanze a carico di cinque gruppi di narcos legati al crimine organizzato. Negli ordini di cattura richiesti dal pm Marcello Musso c’era anche Ernesto Albanese. I militari, però, non lo hanno trovato. In quel momento l’uomo era già sotto terra.

Bisogna aspettare il 2 settembre scorso perché “una soffiata” conduca la polizia nel cantiere di Guanzate. Le operazioni per estrarre il corpo di Albanese durano due giorni. Oltre alla scientifica ci sono anche esperti di scavi archelogici. Si studiano gli strati del terreno e, grazie a particolari tecnologie, viene ricostruito il calco delle benna che ha fatto la buca. E’ la svolta del giallo. Sì perché quel calco corrisponde a una ruspa trovata nella villetta del pregiudicato calabrese Luciano Nocera. Quello, secondo la polizia, è il mezzo che ha scavato la fossa per Albanese.

La scoperta alza il velo sul contesto criminale. Nocera viene arrestato dal Ros di Milano nel luglio scorso. E’ accusato di coordinare una “batteria” di trafficanti legati al clan Muscatello di Mariano Comense e alla famiglia Iconis di Fino Mornasco, coinvolta, negli anni Novanta, nell’operazione La notte dei fiori di San Vito e ritenuta vicina alla potente famiglia Mazzaferro. Secondo l’indagine milanese Ernesto Albanese era un corriere. Dalle carte di quell’operazione emergono i suoi contatti con Nocera. Rapporti che col tempo s’incrinano. “Quello – dirà Nocera di Albanese – è un pezzo di merda e questa mattina l’ho preso a calci nel culo”. Di più: un’altra indagine della Dda di Milano, su cui pende richiesta di archiviazione, descrive Nocera come personaggio molto vicino alla ‘ndrangheta di Fino Mornasco, capace di intavolare rapporti con la politica locale, ma anche violento e senza scrupoli. “Il primo che piglierò a fucilate – dice al telefono – sarà il comandante dei carabinieri”.Insomma l’omicidio di Albanese è solo la punta dell’ice-berg di un contesto mafioso per nulla intaccato dalle inchieste.

(fonte)