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Politica

La verità. Da tutti.

di Carla Tocchetti (La Provincia di Varese) – 6 ottobre 2014

1Straordinaria presenza al convegno “Non c’è libertà senza legalità” tenutosi oggi all’Apollonio: difronte a quattrocento persone c’erano Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato e Antonino di Matteo, il magistrato inquirente sulla trattativa Stato-Mafia. Abbiamo chiesto a Borsellino il significato del quadro presente nel Rapporto dell’Osservatorio Universitario milanese sulla Criminalità Organizzata che definisce la Provincia di Varese ad alto indice di presenza mafiosa tuttavia non ne evidenzia connessioni a livello politico: “Il prof. Nando Della Chiesa, autore del dossier, potrebbe rispondere meglio di me ma a livello di ipotesi potrebbe essere che non si è scavato abbastanza”. Di Matteo ha sottolineato che “la verità deve essere pretesa da tutti i cittadini, è un sacrosanto diritto conoscere i dettagli delle indagini e delle sentenze. Essere indifferenti significa consegna alle mafie il potere di questo paese.” Per Giulio Cavalli, lo scrittore sotto scorta per le minacce ricevute dalla mafia: “Negli ultimi trent’anni sono purtroppo mancati gli uomini di cultura che chiedessero una decisa linea politica a fronte degli esiti giudiziari e condannassero la prevaricazione come stile di vita per raggiungere il successo”. Anna Parisi di Agende Rosse, tra gli organizzatori del convegno insieme a AntimafiaDuemila e Libera sezione provinciale di Varese, ha sottolineato tra gli applausi che “non devono essere lasciati soli i magistrati che si battono perchè la verità e la giustizia possano realizzarsi secondo il giuramento fatto alla Costituzione, e non si fanno intimidire dalle minacce traendone consapevolezza di percorrere la strada giusta” ricordando anche la figura del maresciallo Saverio Masi, caposcorta di Nino di Matteo, che lavorava all’interno del reparto investigativo fino al blocco voluto dai suoi stessi superiori e oggi rischia la destituzione per aver avuto il coraggio di denunciarli. Una sfilata di bambini delle scuole elementari che indossavano le magliette stampate con il motto del convegno “Non c’è libertà senza legalità” ha proposto al pubblico una serie di riflessioni, esprimendo disgusto e fermezza, facendo proprie le parole del giudice Paolo Borsellino: “Vogliamo vivere senza la paura, perchè ci impedisce di essere liberi”.

Anche in Lombardia i candidati mafiosi si fanno in casa

Spesso ci è capitato di discuterne nei nostri incontri: la mafia che, delusa dalla politica, passa alla produzione “in proprio” dei dirigenti e dei candidati è il segno di una crescita sostanziale nella radicazione sul territorio. E infatti ne scrive Cesare Giuzzi:

Il milanese ha sostituito il calabrese. Dialetto lombardo, boss e cumenda. Affiliati ai clan nati e cresciuti al Nord. Senza neppure una goccia di sangue d’Aspromonte. La ‘ndrangheta cambia, e anche a Milano – suo feudo imprenditoriale ed economico – le regole si adattano al limite del mutamento genetico. Per esempio aprendo le porte a nuovi «battezzati» che «non hanno origine calabrese» e vengono «affiliati all’interno dei vari locali della ‘ndrangheta lombarda con cariche e doti secondo gerarchie prestabilite, con cerimonie e rituali tipici». Ma non solo. Sotto la lente della squadra Mobile di Milano e della Dda guidata da Ilda Boccassini, sono finiti anche due medici. Chirurghi noti e stimati nell’ambiente sanitario lombardo oggi sospettati di «essersi messi a disposizione di affiliati e dei loro parenti» per ottenere «scarcerazioni e cure privilegiate».

Gli investigatori li hanno seguiti e fotografati durante incontri e cene con condannati per mafia o familiari di arrestati nelle ultime operazioni antimafia al Nord. Si tratta di due medici di origine calabrese che lavorano al Niguarda di Milano e al Policlinico di Monza. Con loro anche un infermiere di origini calabresi. Una conferma ulteriore dell’interesse mafioso per la sanità lombarda. Come già emerso a proposito dell’ex dirigente sanitario dell’Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, condannato in secondo grado a 12 anni. Proprio da quelle indagini è nato il fascicolo che ha permesso, alcuni mesi fa, di scoprire la presunta «cupola» che voleva spartirsi gli affari di Expo.

La capacità di adattamento delle famiglie criminali calabresi e la loro struttura «flessibile» hanno permesso di riempire i vuoti dopo i 300 arresti dell’operazione Infinito-Crimine (luglio 2010) e quelli delle inchieste successive. Tanto che, secondo la polizia, i clan a Milano si sono «immediatamente riorganizzati e hanno di fatto ricostruito e preservato la scala gerarchica che consente alla ‘ndrangheta di rimanere solidamente legata al territorio».

La fotografia scattata dalla relazione inviata alla Direzione nazionale antimafia dalla squadra Mobile di Milano è l’immagine di una mutazione in atto. Dopo aver investito sui politici – spesso con aspettative superiori rispetto ai risultati ottenuti – i clan oggi «si sono posti l’obiettivo di entrare direttamente nei gangli della vita imprenditoriale e politico-istituzionale». Come? Candidando affiliati di assoluta fiducia nelle amministrazioni locali: «Gli appartenenti alla ‘ndrangheta, dimorando al Nord ormai da più generazioni, hanno progressivamente acquisito una piena conoscenza del territorio consolidando rapporti con le comunità locali e privilegiando specifici contatti con rappresentanti della politica e delle istituzioni locali che occupano ruoli chiave nelle amministrazioni». Il tutto, come annotano gli investigatori della squadra Mobile diretti da Alessandro Giuliano, grazie alle nuove generazioni che hanno permesso alla ‘ndrangheta al Nord di «diventare col tempo un’associazione dotata di un certo grado di indipendenza rispetto a quella autoctona calabrese con la quale continua comunque a mantenere rapporti molto stretti».

Il nuovo «governo» delle ‘ndrine «si realizza con un tasso di violenza marginale, privilegiando invece forme di accordo e collaborazione con settori della politica, dell’imprenditorie e della pubblica amministrazione». Ecco la zona grigia. Così, come era emerso nel recente passato, dal traffico di cocaina l’attenzione dei boss milanesi s’è spostata sull’edilizia, sugli appalti pubblici (Expo, ma non solo), usura, frodi immobiliari, giochi, scommesse e l’acquisto di locali in centro. I clan investono all’estero: Romania, Gran Bretagna, Cipro e Svizzera. «L’ingresso di nuovi elementi ha consentito alle più solide consorterie mafiose calabresi di confermare il proprio assetto territoriale e di riaffermare il proprio ruolo di referenti locali rispetto alla casa madre».

Per quanto riguarda i medici indagati, l’inchiesta avrebbe messo in luce rapporti con boss del calibro di Pasquale Barbaro detto ‘U Nigru , originario di Platì (Reggio Calabria) e arrestato nel 2011 nell’inchiesta Minotauro della Dda di Torino, di affiliati (Molluso e Trimboli) della potente cosca Barbaro-Papalia («La sua egemonia a Milano e hinterland è assoluta») e del clan Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo.

Oltre a EXPO, la ‘ndrangheta che diversifica

Ma quale Expo, quando mai, la ‘ndrangheta non ci pensa. Troppo “scrusciu” attorno, troppa attenzione. Ora poi che il governo ci ha piazzato sopra addirittura l’ex magistrato anti-casalesi Raffaele Cantone, i boss girano al largo. Il ragionamento, in fondo, è semplice semplice. “Io non è che miro là, io miro che i grossi vanno là e il resto qua resta scoperto”. Con buona pace degli allarmi lanciati dalla politica. E’ il 14 aprile 2011, quando la frase viene catturata dalle microspie della squadra Mobile di Milano. E così se il capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati lancia l’idea dell’area omogenea per seguire meglio le inchieste sull’Esposizione universale, la mafia calabrese, con capi e comprimari, tira dritto ragionando giorno dopo giorno, lavorando sul territorio lombardo, sulle sue istituzioni locali, pilotando elezioni comunali, tenendo a busta paga funzionari degli uffici tecnici, consiglieri, assessori. E lo fa oggi, dopo arresti e condanne, dopo i maxi-blitz del 2010, dopo una stagione (dal 2008 al 2012) in cui l’antimafia milanese, diretta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, ha svelato intrecci mafiosi e complicità politiche.

“Io non è che miro là”, dice Pietro Corapi, imprenditore del mattone calabro-lombardo, originario di Davoli in provincia di Catanzaro. Nel 2012 viene coinvolto nell’indagine Golden Snow. Si tratta di affari locali nel comune di Desio: roba di piccola corruzione per gli appalti della neve. Corapi finisce in carcere assieme a imprenditori dal cognome lombardissimo e ad alcuni funzionari pubblici. L’arresto, però, non ferma la polizia di Milano. Il nome di Corapi così rientra nelle carte dell’operazione Tibet che il 4 marzo 2014 porta in galera 40 persone. In carcere finisce Giuseppe Pensabene, uomo di ‘ndrangheta, che pur con un curriculum criminale di basso livello, si è infilato nel vuoto di potere creato dal blitz del 5 luglio 2010. Pensabene comanda in Brianza, tra Desio e Seveso, mettendo in piedi una banca clandestina per riciclare il denaro dell’usura e il nero degli imprenditori. Nulla di nuovo sotto il sole. Eppure quell’indagine nasce proprio attorno alla figura di Corapi che, indagato e intercettato, non finirà coinvolto negli ordini di cattura firmati dal gip di Milano Simone Luerti.

Lo spunto risale al novembre del 2010 quando il tribunale di Catanzaro ordina il sequestro di beni a Francesco Corapi, padre di Pietro. Sigilli vengono messi a terreni e ville, anche in Lombardia e in particolare nella zona di Bollate, area di influenza della famiglia. Ecco allora quanto scrive la squadra Mobile di Milano: “Pietro Corapi, insieme” a familiari e prestanome “sembra abbia costituito in questo territorio una organizzazione criminale calabrese collegata alla cosca Gallace di Guardavalle (CZ), che pone in essere su questo territorio una serie di attività illecite”. S’indaga, s’intercetta e si scopre che Pietro Corapi, classe ’73, è uomo d’impresa e di conoscenze. Suo cognato, Nicola Grillo, è vicino alla famiglia Mandalari, i boss di Bollate che dopo decenni di affari neri, sono finiti in carcere solo nel 2010. Al contrario di Corapi, Grillo è uomo di cantiere ed è a lui che i tanti padroncini calabresi si rivolgono per poter lavorare.

Ci sono affari di terra e, ipotizza la polizia, di ‘ndrangheta. Ci sono, soprattutto, conoscenze da coltivare nei vari comuni che da Bollate vanno verso Lecco e Como. Ed ecco che le intercettazioni fissano il punto, mentre chiudono il cerchio foto e riprese. Di mezzo c’è sempre Pietro Corapi pizzicato più volte al telefono con Giovanni De Michele (non indagato), ex ingegnere del comune di Solaro in provincia di Milano. Annota la polizia: “Le conversazioni tra i due lasciano presupporre l’esistenza di irregolarità nell’assegnazione dei lavori comunali che vengono assegnati o con bandi di cui Corapi riesce a conoscere le altre offerte in modo tale da presentarne una più bassa, oppure con procedure d’urgenza per scavalcare quelle ordinarie”. Corapi lavora in diversi cantieri pubblici: da Desio a Merate, da Solaro a Nova Milanese potendo contare su contatti all’interno dell’amministrazione.

Non è Expo, naturalmente. Ma è la ‘ndrangheta, ragionano gli investigatori della squadra Mobile, che striscia lenta dentro alle istituzioni locali. E così pochi giorni prima della Pasqua 2011, Corapi è al telefono con il geometra dell’ufficio tecnico del comune di Merate. Dice il funzionario pubblico: “Adesso non ho in giro altra roba, c’è quella gara lì e ti faccio sapere”. Stesso discorso per il comune di Varedo dove Corapi contatto il solito architetto con il quale l’imprenditore si mette d’accordo per un lavoro che ufficialmente costa 20mila euro ma che sarà pagato 56mila.

Rapporti e contatti creano una rete che da Bollate si estende da nord a sud. Si parte dalla famiglia Corapi e si arriva a Santo Maviglia, nato ad Africo ma residente a Monza. Classe ’73, nel 2011 la Dia di Reggio Calabria lo denuncia per associazione mafiosa. I collegamenti con i Corapi, annota la polizia, sono legati ai lavori di movimento terra. Stesso campo di gioco che lega i porta bandiera delle cosche di Guardavalle ai potenti clan di Platì storicamente residenti nei comuni di Corsico e Buccinasco. In particolare i contatti sono con i fratelli Portolesi titolari della Helving srl. Una nota del nucleo provinciale dei Carabinieri comunica che “tale società è totalmente riconducibile a Pietro Paolo Portolesi, la cui coniuge, Maria Calabria, è amministratore unico. La cugina, Elisabetta Calabria, è coniugata con Rosario Musitano, anch’egli riconducibile alle famiglie operanti all’interno delle principali cosche platiote”. Di più: “Secondo un appunto del N.o.r.m di Pavia emerge che Portolesi è stato l’autista e uomo di fiducia di Pasquale Marando (latitante) elemento di prim’ordine e anello di congiunzione della ‘Ndrangheta Calabrese per la gestione degli stupefacenti tra la Colombia e l’talia”.

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Quanti amici di mafiosi in Lombardia, carabinieri e dottori

Le cosche della ‘ndrangheta in Lombardia avevano creato “proficui rapporti” con “uomini dello Stato“: politici, investigatori e manager della sanità. E potevano contare anche sulle informazioni passate da un “appartenente alla Direzione Investigativa Antimafia di Milano, purtroppo ad oggi rimasto non identificato”. E’ questa la tela di potere che le ‘ndrine avevano esteso nel cuore produttivo del Paese. Una fitta maglia descritta nei dettagli nelle 800 pagine di motivazioni con cui i giudici della Corte d’Appello del capoluogo lombardo hanno confermato le condanne nate dalla maxi inchiesta Infinito-Tenacia del 2010. Le pene inflitte a giugno, seppure con qualche lieve riduzione, non hanno subito modifiche. Gli imputati sono circa una quarantina, tra cui il presunto boss Giuseppe“Pino” Neri e l’ex dirigente dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco. Diciotto anni di carcere al primo 12 anni al secondo.

Per raccontare i rapporti su cui potevano contare i presunti mammasantissima, la Corte riporta l’esempio del Comune di Desio. Il collegio della prima sezione, presieduto da Marta Malacarne elenca alcuni di questi “uomini dello Stato” e spiega, ad esempio, che “gli affiliati del locale (ossia della cosca, ndr) di Desio” erano in rapporti con l’ex assessore regionale lombardo Massimo Ponzoni. Inoltre, il collegio scrive che nel procedimento “sono stati analizzati i rapporti degli imputati con altri pubblici funzionari”, tra cui “Corso Vincenzo, ufficiale giudiziario in servizio a Desio”, “Marando Pasquale, ispettore dell’Agenzia delle Entrate” e “Pilello Pietro“, all’epoca “presidente del Collegio dei revisori dei conti della Provincia di Milano”. E poi “rilevantissima”, secondo i giudici, “l’infiltrazione nella società a completa partecipazione pubblica Ianomi, che raggruppa circa quaranta comuni della Valle dell’Olona e del Seveso, ed ha come oggetto sociale la gestione delle reti idriche”. E poi ancora i “rapporti di Strangio Salvatore con il colonnello in pensione Giuseppe Romeo e con l’ispettore della Polizia stradale di Lecco Alberto Valsecchi“.

Nelle motivazioni si parla anche di un “sequestro illegale” di un’auto da parte di “agenti della polizia di Stato di Torino” ottenuto da uomini vicini al presunto boss Domenico Pio. Un pentito poi ha raccontato di “un appartenente alla Guardia di Finanza che aveva fornito loro notizie di arresti imminenti” e di “rapporti privilegiati con il comandante della Polizia locale di Erba” e con “Nardone Carlo Alberto, ex ufficiale dell’Arma dei carabinieri”. Altri “proficui rapporti”, spiegano i giudici, “sono rimasti nell’ombra” e se ne “desume l’esistenza” dai molti “episodi di fuga di notizie” nel corso dell’inchiesta.

Vengono poi descritti i legami che intercorrono tra le ‘ndrine lombarde e la Calabria, “una sorta di rapporto di franchising” – scrivono i giudici – sebbene le cosche lombarde agissero in autonomia, “la Calabria è proprietaria e depositaria del marchio ‘ndrangheta’, completo del suo bagaglio di arcaiche usanze e tradizioni, mescolate a fortissime spinte verso più moderni ed ambiziosi progetti di infiltrazione nella vita economica, amministrativa e politica“.

Per questo la stessa “infiltrazione mafiosa nelle aziende della famiglia Perego”, importante impresa lombarda nei settori edili e del movimento terra, era “seguita” – scrivono i giudici – “con attenzione dalla ‘madre patria’ anche in previsione delle prospettive attribuite a Expo 2015“. L’ex manager della Asl di Pavia Chiriaco, invece, svolgeva il ruolo di “stabile punto di riferimento per convogliare i voti controllati dall’associazione sui candidati in più tornate elettorali amministrative”. Nelle motivazioni, tra l’altro, c’è un lungo elenco di “pubblici funzionari“, ma anche di membri delle forze dell’ordine con cui le cosche avrebbero intrattenuto rapporti.

(fonte)

Come quell’altro: a Reggio Calabria in lista c’è l’amante del boss

Qualcuno invoca la svolta a Reggio Calabria. La invoca soltanto però. Invece, nonostante il vestito nuovo dei candidati a sindaco, le 32 liste in corsa per il Comune sciolto per mafia nell’ottobre 2012 sono ancora piene di impresentabili. Dopo due anni di commissariamento, la puzza di ‘ndrangheta ricomincia a sentirsi a Palazzo San Giorgio a dispetto delle affermazioni del sottosegretario Marco Minniti che, pochi giorni fa, ha parlato di “liste a 24 carati”. Basta leggere i nomi per rendersi conto che non è così. Se poi si incrociano con gli atti giudiziari sfornati negli ultimi anni dalla Dda, si comprende bene come il monito del procuratore Federico Cafiero De Raho è stato completamente inascoltato dai vertici del centrosinistra, che candida il giovane Giuseppe Falcomatà del Pd (figlio d’arte dell’ex sindaco Italo) e del centrodestra che candida il presidente della Camera di Commercio Lucio Dattola. Falcomatà è favorito per una vittoria al primo turno, ma a tenere banco sono gli impresentabili infilati nelle sue liste. A partire dal carabiniere Roberto Roccella, che ieri pomeriggio ha ritirato la sua disponibilità a partecipare alla tornata elettorale. Il suo nome compare nella lista “A testa alta”, vicina al Pd. Nei confronti di Roccella è stato chiesto il rinvio a giudizio per i suoi rapporti con il commercialista Giovanni Zumbo, la talpa che forniva le notizie alle cosche Ficara e Pelle. Per la par condicio, “Sud” (lista collegata a Dattola) punta su Nicolina Zumbo, l’amante del boss Checco Zindato, detenuto al 41 bis e assolto in appello dall’accusa di aver ucciso Giuseppe Lauteta, fidanzato della candidata. “Ho un’altra entrata di seicento euro al mese e gliel’ho… gliel’ho fatta girare a lei perché… per il bambino!”. La voce è quella di Zindato, intercettato in carcere con la moglie mentre parla di Nicolina Zumbo che, per gli investigatori, avrebbe ricevuto denaro proveniente dalle attività illecita della cosca legata alla famiglia Libri. Nonostante la giovane età è un habitué delle candidature Claudio Miro Suraci, estremista di destra in lista con “Fratelli d’Italia”e condannato per aver lanciato una molotov contro una sezione dei Comunisti italiani. Se l’Ncd candida l’ex assessore al patrimonio edilizio Michele Raso, condannato a 2 anni di carcere per aver indebitamente assegnato un alloggio popolare alla cognata, la lista “Reggio Futura”punta su altri due “Scopelliti Boys”: Giuseppe Agliano e Michele Marcianò. Il primo, assessore al Bilancio di Scopelliti, è indicato dal pentito Roberto Moio come vicino ai fratelli Tegano, padroni di Archi. Marcianò, invece, è stato più volte intercettato con il boss Cosimo Alvaro al quale, all’interno della sua Smart, aveva dato indicazioni su come comportarsi in caso di un eventuale posto di blocco: “Tu documenti non ne hai… Sordomuto”. Le sue intercettazioni sono finite nel fascicolo del processo “Meta”. “Prima viene il rispetto e poi viene la politica con me…”. È la frase detta da Marcianò ad Alvaro al quale aveva chiesto di trovare giovani da tesserare in Forza Italia. Nella lista sarebbe stato candidato Nicola Paris se non avesse deciso di saltare il fosso e appoggiare Falcomatà. Adesso è con il “Centro Democratico” dopo aver schivato una sentenza di incandidabilità perché fratello di Tommaso Paris, condannato a 11 anni in quanto vicino alla cosca Zindato. Nella stessa lista c’è Stefania Eraclini (figlia di un ex consigliere “incandidabile”) e il medico Giuseppe Zuccarelli, un oculista citato più volte nell’inchiesta “Zap – pa” per i suoi rapporti con il boss narcotrafficante Santo Maesano. Il 26 ottobre si vota. E tanti “in odore” sono della partita.

(Lucio Musolino per  Il Fatto Quotidiano)

“bisogno di investire sull’immagine di una campagna anti corruzione”

Ma cosa significa esattamente? Perché letta così, la frase di Matteo Renzi negli USA, suona anche abbastanza sinistra:

«Da parte nostra faremo di tutto per cambiare l’Italia: per renderlo un Paese più semplice, con un mercato del lavoro diverso, con una classe politica che sia dimagrita e di cui non vergognarsi. L’Italia ha bisogno di una rivoluzione sistematica su tutto: pubblica amministrazione, sistema politico; ha bisogno di investire sull’immagine di una campagna anti corruzione, ha bisogno di una giustizia civile con gli stessi tempi di Francia, Germania o Regno Unito. Ma perché questo accada c’è bisogno di un grande progetto di riforme».

(Matteo Renzi da IlSole24Ore)

Anche perché una soluzione bell’e pronta c’è già qui.

A Corleone il nuovo boss lavora per il Comune

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Totò Riina, il capo di Cosa nostra rinchiuso al 41 bis, poteva contare ancora su un gruppo di fedelissimi nella sua Corleone. Il più autorevole era l’insospettabile custode del campo sportivo, Antonino Di Marco, 58 anni: il suo ufficio di dipendente comunale era diventato un covo perfetto per i summit. Lì si discuteva di appalti, estorsioni e campagne elettorali. E nessuno sospettava che quella stanza fosse intercettata 24 ore su 24 da telecamere e microspie piazzate di nascosto dai carabinieri della Compagnia di Corleone. Così, per mesi, i fedelissimi di Riina sono finiti dentro un “grande fratello” che ha svelato molti dei loro segreti. E all’alba sei persone sono state arrestate sulla base di un provvedimento di fermo emesso dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Sergio Demontis, Caterina Malagoli e dal procuratore reggente Leonardo Agueci.

Di Marco portava spesso al suo clan i saluti di Salvuccio Riina, il terzogenito del capo di Cosa nostra che adesso vive a Padova dopo aver finito di scontare una condanna. E impartiva lezioni di mafia: “Noi siamo una famiglia – ripeteva – C’è bisogno di serietà, educazione e rispetto”. Raccontava di quando, giovanissimo, aveva ricevuto un sonoro schiaffone da Bernardo Provenzano, per una parola fuori posto pronunciata durante un pranzo importante. “Mi ha insegnato che bisogna avere le braccia aperte a tutti”, così il dipendente comunale boss spiegava a chi voleva escludere in modo drastico dal clan alcuni mafiosi ritenuti non in linea con la maggioranza. Di Marco era davvero un fedelissimo di Riina: suo fratello Vincenzo aveva fatto da autista alla moglie del capo di Cosa nostra, Ninetta Bagarella, era stato ripreso con lei dalle telecamere del Ros pochi giorni prima del blitz del 15 gennaio 1993. “Noi dobbiamo essere con la gente, con chiunque”, predicava ancora Di Marco. E’ quasi uno slogan per la nuova Cosa nostra, disposta a mettere da parte vecchie regole e abitudini pur di tornare ad essere dentro la società e i palazzi che contano. Così, Di Marco aveva anche accettato che la figlia si fidanzasse con un sottufficiale dei carabinieri. Era più importante essere un insospettabile. Così, diceva il braccio destro del nuovo boss di Corleone: “La gente deve avere il dubbio, mai la certezza di chi comandi”.

Le intercettazioni dei carabinieri hanno svelato che l’ultimo ambasciatore di Totò Riina a Corleone aveva costituito una sorta di personalissimo feudo nel vicino comune di Palazzo Adriano. Faceva da supervisore al clan locale, perché in quel territorio Cosa nostra gestiva affari importanti. Appalti soprattutto, grazie alla complicità di funzionari collusi. Le microspie hanno fatto emergere anche il particolare attivismo dell’organizzazione mafiosa per l’elezione dell’attuale sindaco di Palazzo Adriano, Carmelo Cuccia. Di Marco è stato pedinato dagli investigatori mentre andava a Palermo per incontrare il primo cittadino. In auto, preparava il discorso: “Come in periodo di elezioni, come che sei sindaco, come che tu hai bisogno di qualunque cosa, però io ho bisogno pure di te”.

La procura distrettuale antimafia sostiene che il gruppo legato a Di Marco si sarebbe mosso anche per la campagna elettorale di un esponente dell’Udc, Nino Dina, attuale presidente della commissione Bilancio dell’Assemblea regionale siciliana. Un altro pedinamento ha ripreso Di Marco mentre entra nella segreteria politica del deputato, a Palermo.

L’insospettabile custode del campo sportivo di Corleone si atteggiava a grande tessitore di relazioni. Il suo ultimo affare è stato davvero una sorpresa per gli investigatori: il clan di Corleone gestiva alcuni terreni della Curia di Monreale, in contrada Tagliavia. Le intercettazioni dicono che era stato addirittura Salvatore Riina a concedere questo privilegio ai Di Marco, come ricompensa per i servizi resi.

“Siamo intervenuti registrando diverse pressioni sugli imprenditori locali – dice il tenente colonnello Pierluigi Solazzo, comandante del Gruppo Monreale – adesso ci auguriamo che gli operatori economici vessati possano collaborare, per ricostruire pienamente quanto accaduto”.

Con Di Marco sono stati arrestati Pietro Paolo Masaracchia (ritenuto il capomafia di Palazzo Adriano), Nicola Parrino, Franco e Pasqualino D’Ugo.

(fonte)

EXPO e le vie d’acqua: un altro indagato

La Gdf, nell’ambito dell’inchiesta dei pm Gittardi e D’Alessio, ha effettuato perquisizioni a carico di Antonio Acerbo, commissario delegato di Expo 2015 e responsabile di Padiglione Italia, per il progetto ‘Vie d’ acqua’, ora indagato per corruzione e turbativa d’asta. I magistrati hanno ordinato ”l’esibizione degli atti e dei documenti” relativi al progetto in questione ”presso Expo Spa e Metropolitana Milanese Spa”. L’indagine è una tranche dell’inchiesta sulla ‘cupola degli appalti’.

(ANSA)

Scrittori e politica

Una riflessione di Edoardo Pisani pubblicata su minimaetmoralia che vale la pena di leggere:

Il ruolo dello scrittore è stato spesso associato all’immagine di sentinella democratica o guida morale di un paese, di una cultura, di un’ideologia. Ancora oggi, anni dopo il crollo del Muro di Berlino e nel disincanto dalle ideologie e dalla letteratura impegnata, gli scrittori vengono interpellati su qualsiasi argomento, dalla politica allo sport, dal gossip alla disoccupazione, non tanto per le loro opere quanto per la loro bibliografia, ossia per quei due o tre titoli da accompagnare alla qualifica di scrittore e intellettuale, nei casi peggiori di opinionista. Già nel 1937 la Left Review esasperava Orwell con questionari del tipo: è favorevole o contrario al governo legittimo e al popolo della Spagna repubblicana? è favorevole o contrario a Franco e al fascismo? E lui rispondeva: “Volete piantarla, per favore, di mandarmi questa stronzata? È la seconda o terza volta che la ricevo. Io non sono uno dei vostri finocchietti alla moda come Auden o Spender…” Di certo, “finocchietto” o meno, uno scrittore engagé come Orwell era in grado di dire la sua sulla Spagna repubblicana e sullo stalinismo, però nelle opere, da Omaggio alla Catalogna a La fattoria degli animali, che né la Left Review né il Partito comunista britannico avevano voglia di leggere.

“Quando uno scrittore s’impegna in politica” scrive ancora Orwell in Gli scrittori e il leviatano, “dovrebbe farlo come cittadino e come essere umano, ma non come scrittore”. E tuttavia è proprio in quanto scrittori – in quanto intellettuali, o “guru e bonzi alla Robert Frost”, come temeva Saul Bellow – che le “firme” vengono chiamate in causa. Perché? Per quale motivo uno scrittore dovrebbe essere più lucido di uno scienzato o di un idraulico, politicamente? Dopotutto per ogni Mann e Orwell spuntano fuori altrettanti Hamsun e Céline, riusciti o meno, destinati all’oblio o alla posterità, alle note a pié di pagina o al catalogo della Pléiade. La letteratura straripa di folli, di mostri fragili o anche di uomini occasionalmente cinici, come il Pirandello che plaude all’assassinio di Matteotti o il Pessoa che pubblica l’articolo O Interregno, Defesa e Justificação da Ditadura Militar em Portugal. Lo scrittore difatti è un uomo come gli altri e talvolta peggiore degli altri, per ingenuità, per ambizione, per pazzia o per debolezza, e in quanto tale – in quanto uomo – vive le Meduse del proprio tempo, l’orrore e il brulicare dei tentacoli della Storia e delle ideologie, restandone spesso stregato o corrotto, se non indifferente. In fin dei conti il sostegno pubblico di Pirandello a Mussolini e la sua tempestiva adesione al fascismo sono infinitamente più colpevoli – proprio perché gesti intellettuali, non provocatori o estetici – della presa di Fiume e della “poetica dittatura” di d’Annunzio. Nel settembre del 1924, un mese dopo il ritrovamento del cadavere di Matteotti e nel pieno di una difficile crisi di governo, i giornali fascisti accolsero il telegramma di Pirandello come un intervento civile, patriottico, responsabile, fascista. “L’arte pirandelliana non ha nulla a che fare col fascismo, ma Pirandello sì” concluderà anni più tardi Sciascia.

Gli appalti di Siderno

C’è anche l’ex presidente del consiglio comunale di Siderno Antonio Macrì tra gli arrestati nell’operazione della Squadra mobile di Reggio Calabria denominata “Morsa sugli appalti pubblici”. L’uomo avrebbe chiesto il permesso di candidarsi alla cosca Commisso e si sarebbe speso per favorire la consorteria criminale.

Il suo nome era già emerso nella precedente operazione “La falsa politica”, a sua volta derivante dalla maxi-indagine Crimine che nell’estate del 2010 portò a una ondata di trecento arresti tra la Calabria e la Lombardia. Macrì era presidente del consiglio comunale al tempo in cui era sindaco Alessandro Figliomeni, arrestato per mafia nell’operazione “Recupero-Bene comune” che ha accertato la sua intraneità alle cosche di Siderno.

(Adnkronos)