Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 222

Politica

Se il bene è comune, è pubblico

Mi stupisce questa ultima narcolessia intellettuale sulla questione della presunta, paventata e minacciata svendita dei beni pubblici. Mi stupisce come l’ondata lunga dell’antipolitica (intesa come responsabilità sociale: per capirsi la stessa sindrome egoautonomista che la Lega usa così bene per accendere gli acidi gastrici di una parte di elettori) spinga persone che stimo a cavalcare questo ultimo refrain “vendiamo tutto, ripianiamo il debito”. E non credo che sia (come mi suggerisce qualcuno) un momento d’indignazione su cui soprassedere.

La battaglia per il bene comune deve declinarsi in una nuova responsabilità per la cosa pubblica che viene rivendicata dai cittadini: non c’è nulla di diverso nel bene comune che sta nell’acqua, nell’antinuclearismo e in una legge giusta rispetto al bene comune che sta nei beni pubblici o, per usare una parola più sfortunata, nel demanio. Scrive benissimo Salvatore Settis: nell´Italia devastata dal berlusconismo e dal secessionismo leghista, impoverite non sono solo le nuove generazioni, condannate alla disoccupazione o al precariato perpetuo. Impoverito è lo Stato, cioè noi tutti, borseggiati da chi governa il Paese svuotando il nostro portafoglio proprietario di cittadini e i valori di una Costituzione fondata sul bene comune. Questa erosione del patrimonio e dei principi della Repubblica ha preso la forma della rapina. Rapina, letteralmente, a mano armata: armata dei poteri residui dello Stato, cinicamente usati per smontare lo Stato e spartirsi il bottino. 

Le firme e la ribellione

Le firme per l’abolizione del Porcellum (dicono i bene informati) ci sono. Sono scesi in campo i partiti ma non solo: comitati, associazioni, aree di partito (quelle che fino a qualche anno fa si chiamavano correnti ma adesso soffiano venti molto più estesi) e cittadini. Perché alla fine i cittadini hanno capito che la legittimazione della politica conviene costruirsela in casa. E se i partiti seguono, tanto meglio. Ma nessuno si gira a controllare dove sono. E la ribellione democratica, in fondo, ha già eclissato per visioni e modi tutti coloro che fingono (male) di averla inventata e di esserne il padre unico. Si rinuncia alle ferie per sistemare moduli e banchetti (lo racconta Elisee per ValigiaBlu), a Casalpusterlengo (città tagliata in due da una via Emilia come una spada) il comitato di cittadini è quasi riuscito a scongiurare il pericolo inceneritore, si (ri)serrano le fila per la Legge Bavaglio: è una resistenza metodica e professionale come risulta inimmaginabile per gli eletti (nominati) professionisti.

I ragazzi di Casalpusterlengo li ricordo mentre in Commissione illustravano le ragioni del loro dissenso e fornivano valutazioni tecniche e giuridiche: avevano un rispetto per l’istituzione che li ascoltava che da solo è stato una lezione di dignità. Sono passati dalla piazza alle formule chimiche, dagli incontri istituzionali (con la cravatta buona) alle cantine per dividersi i volantini. Forse anche loro ce l’hanno fatta. Forse. E sui giornali la politica si prende a pugni per assumersene il merito. Anche la ribellione e l’indignazione ormai danno lezione (alla politica) di democrazia.

Milano regalati una via Berlinguer

Dopo 27 anni è giunto il momento che Milano riconosca ad Enrico Berlinguer quell’onestà e quel rigore morale che gli sono sempre stati riconosciuti, anche dagli avversari, e soprattutto il merito di aver messo in guardia da quel modello socio-culturale oggi in crisi che ha devastato Milano e l’Italia, ponendo la cosiddetta Questione Morale, che rimane ancora oggi uno dei problemi centrali della vita politica italiana. Ammetto che pensavo che una petizione del genere (in questo momento) per opportunismo o opportunità l’avrebbero firmata tutti. Ancora una volta li avevo sopravvalutati. Fatelo voi, se abitate a Milano.

Un treno delle donne. Per la costituzione.

Non le intervistano in prima serata ma sono le donne di questo paese. E questa volta i vagoni che partono hanno il senso unico della Costituzione. Seguitele, seguiamole e aderite. Nessuno si era ancora spinto al punto di chiedere la modifica della prima parte della nostra Costituzione e questo per noi rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare che ci ha portate di getto a lanciare questa importante iniziativa. Noi donne, oggi più che mai, avvertiamo l’obbligo di accompagnare la società verso un futuro diverso. Riteniamo, infatti, che la nostra presenza e la nostra partecipazione attiva potranno restituire tutto quanto fino a oggi è mancato alla cultura politica del Paese. Siamo numericamente la maggioranza in Italia e nessuno deve pensare di poter modificare la Costituzione senza la nostra compartecipazione. Vogliamo essere portatrici di legalità, giustizia e laicità e questo ci impegna a difendere la nostra Carta costituzionale che è garanzia imprescindibile per l’affermazione di questi principi. Questa battaglia vogliamo farla insieme a uomini e donne, ed a quanti hanno a cuore la difesa della Costituzione repubblicana. Un treno dal Nord ed un treno dal Sud porterà a confluire a Roma le cittadine di questo Paese, e i cittadini che condividono questa battaglia, per unire le donne del Nord e Del Sud, per ribadire la volontà di pensare all’Italia unita, democratica, Repubblicana.

I Siciliani, giornalismo contro la mafia

Durante il periodo natalizio del 1982 esce nelle edicole dell’isola il primo numero del mensile I Siciliani diretto da Pippo Fava. L’inchiesta principale, che accende i riflettori sul nuovo giornale, è I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa in cui si attaccano i quattro principali imprenditori catanesi da diecimila posti di lavoro complessivi: Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci.

Il dispiegamento pubblico delle collusioni e commistioni tra gli imprenditori e la mafia accende la curiosità della stampa nazionale, che si trova di fronte a una realtà colpevolmente sconosciuta a soli quattro mesi dall’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo.

Il giornalismo catanese, infatti, non si era mai occupato di raccontare e svelare gli intrecci tra mafia, imprenditoria e politica fino a quando Giuseppe e i suoi colleghi non si assunsero quest’onere decidendo di fondare un nuovo mensile che avesse come linea editoriale il “concetto etico di giornalismo”, ovvero, come diceva Fava, di “un giornalismo fatto di verità”.

Ed è proprio questo nuovo modo di essere (non di fare il) giornalista che ha infastidito il sistema editoriale catanese, che ancora oggi è monopolizzato da Mario Ciancio Sanfilippo, ex presidente della Fieg, la federazioni degli editori di giornali, indagato per concorso in associazione mafiosa. Tutta l’informazione, scritta, radiofonica e televisiva di Catania è sempre passata dalle mani di Ciancio, a parte il mensile diretto da Fava.

In questo contesto I Siciliani è una rivista scomoda, irriverente e preoccupante per la classe dirigente dell’isola, che invano tenta di comprare il giornale attraverso Mario Rendo, il quale propone al direttore la gestione di una nuova emittente televisiva.

La sera del 5 gennaio 1984, a Catania, dopo undici numeri del periodico, Pippo Fava viene ucciso. Sono ormai passati ventisei anni, ma la situazione a Catania non è cambiata di molto. A parte l’accusa ex art. 416 bis per Ciancio, il monopolio informativo è rimasto lo stesso.

Per questo accolgo con entusiasmo l’annuncio dell’amico Riccardo Orioles sulla rinascita de I Siciliani. Il primo numero dovrebbe debuttare già dal prossimo novembre in formato pdf e da febbraio 2012 dovrebbe uscire nelle edicole siciliane. Ringrazio anche i sostenitori del progetto, le persone che hanno convinto Riccardo a mettersi a disposizione per il risveglio di un mensile che non poteva finire tra i ricordi: i magistrati Giambattista Scidà e Giancarlo Caselli e il prof. Nando Dalla Chiesa.

Sono convinto che il concetto etico di giornalismo, che accompagna ancor’oggi Orioles e gli altri redattori che daranno vita a I Siciliani, sarà la giusta cinghia di trasmissione tra lavecchia esperienza e la nuova e sarà l’ennesima occasione per dimostrare che si può essere giornalisti senza svendersi al miglior offerente. Il “risveglio” de I Siciliani è un filo rosso che qualcuno voleva nascondere sotto la sabbia e invece soffia forte. E noi soffiamo insieme perché Riccardo e I Siciliani corrano veloci.

PUBBLICATO SU IL FATTO QUOTIDIANO

I referendum come timone

Mentre a Firenze discutiamo di buone pratiche e di beni comuni con i tanti amministratori che resistono più ad una crisi politica prima che economica si accende una riflessione collettiva sui referendum. Perché non ci sono solo le firme da raccogliere per abolire il porcellum (che non può bastarci come soluzione ma ha senso solo se è la pars destruens necessaria per scrivere una legge elettorale che rispetti il senso pieno della rappresentanza) ma soprattutto c’è da applicare i referendum già scritti e votati. Referendum che non sono una vittoria della partecipazione che abbassa la serranda alla sera. E quel risultato chiede (anzi, impone) alla politica di declinarne i risultati in atti, di difendere quella volontà con i denti e raccontare in modo chiaro che forma ha quel risultato. Da Milano, al Pirellone fino al paese più minuscolo. Ora i referendum sono il timone.

Vattene. In tutte le lingue.

Geh nur, was Besseres kann Italien gar nicht passieren! Lo dicono in tedesco. La lingua della culona inchiavabile.
Un presidente del consiglio che si fa organizzare festini con minorenni. Che si fa ricattare da ruffiani. Che getta nel fango il suo paese e che vorrebbe scappare via dall’Italia. Finora in Germania ci si è più meravigliati che indignati di questi ed altri passi falsi del premier. Però con il suo stile di vita e la sua politica Berlusconi danneggia l’Italia e con essa l’Unione Europea. Non deve stupire che lui la pensi in maniera completamente diversa, dato che fa parte della sua complessa personalità, rimandare le questioni spiacevoli, ignorare i problemi e minimizzare gli errori.

Caro D’Alema, si contenga

Sulla desolante uscita di Massimo D’Alema sui matrimoni gay, Sergio Lo Giudice analizza la serie di corbellerie messe in fila dal lìder Massimo:

1. L’art.29 della nostra Costituzione non dice per nulla che il matrimonio debba essere tra persone di sesso diverso, né che debba essere finalizzato alla procreazione. Chi dice che la Costituzione impedisce al Parlamento italiano di legiferare sul matrimonio gay, dice una falsità smentita dalla sentenza della Corte Costituzionale 138 del 2010 e da tanti autorevoli costituzionalisti, a partire da Stefano Rodotà.

2. Le organizzazioni serie di gay non hanno mai chiesto di potersi sposare in chiesa, e nemmeno quelle meno serie si sono mai azzardate ad avanzare una simile richiesta, perché non siamo al circo Barnum. Le organizzazioni serie di gay e lesbiche, a partire da Arcigay, chiedono da anni e a gran voce, invece, di potersi sposare in Comune perché stiamo parlando del matrimonio civile che, come lei dovrebbe sapere, è cosa un tantino distinta dal matrimonio religioso.

3.Negare il diritto fondamentale al matrimonio ad una parte della popolazione perché questo offenderebbe la sensibilità di un’altra parte è uno degli argomenti più osceni che possano essere avanzati in politica, utilizzato nella storia per negare diritti alle donne, ai neri, agli ebrei, agli omosessuali e per soffocare la libertà d’espressione dei cittadini.

Oggi anche all’interno del Partito Democratico si sta facendo spazio finalmente una posizione favorevole all’estensione del matrimonio civile alle coppie dello stesso sesso: la battaglia, gentile D’Alema, oggi è questa e lei, se ne renda conto, non è parte della soluzione, ma è parte del problema.

Autoconvocati: le nostre proposte

Milano, 13 settembre 2011

La crisi è reale; la manovra di ferragosto insufficiente e socialmente iniqua.

Nonostante quanto abbiano ripetuto per mesi il Governo nazionale e la Giunta lombarda, l’Italia e la Lombardia sono in crisi e la cura – o meglio le differenti versioni della cura che si sono susseguite in questa estate – rischia di peggiorare le condizioni del malato, riuscendo in contemporanea a pesare unicamente sulle fasce più deboli, rischiare di innescare una crisi recessiva e non essere sufficiente al risanamento economico necessario. Se è vero che Regione Lombardia ha contestato la manovra non si può tacere il fatto che da un lato non ha avuto l’ambizione di intervenire su tutto l’arco delle politiche economiche e, dall’altro, che si trova oggi tra gli sconfitti delle battaglie di estate, contro quello che sarebbe dovuto essere un Governo amico. Si rende improrogabile un’opera di razionalizzazione ed eliminazione degli sprechi. Vogliamo definire con più precisione e nelle nuove difficili condizioni il contorno delle politiche pubbliche e il loro volume.

Si spende molto ma si può spendere innanzitutto meglio: è un passaggio che può anche fungere da ripresa democratica e non un mero trapasso tecnocratico. Non vogliamo, anzi, respingiamo l’idea di ridurre il perimetro delle politiche pubbliche. Contestiamo quella specie di “pensiero unico” che ha pervaso tanta parte della discussione delle settimane scorse, come se i rimedi suggeriti non fossero in fin dei conti all’origine della crisi medesima: è il caso delle privatizzazioni. Invocate come soluzione regina si è trascurato del tutto il particolare che non si vedono compratori né condizioni di vendita favorevoli e che su di esse c’è un dibattito pubblico piuttosto avanzato e diversamente orientato, come ha dimostrato il voto nei referendum anche di alcuni milioni di elettori del centrodestra.

Giulio Cavalli

Chiara Cremonesi

LE PROPOSTE

Qualificazione e funzionalizzazione della spesa, orientata alla crescita

• Accorpamento e rimodulazione delle misure di sostegno alle imprese, per orientarle alla crescita.

Istituzione di un gruppo di lavoro tecnico-politico per la ricognizione e proposta, anche in coerenza con l’attività del nucleo per le crisi industriali.

• Analogo impianto per tutte le misure e le risorse indirizzate al sostegno dei lavoratori in CIG o disoccupati.

• Sostegno prioritariamente erogato alle imprese in cui si attuino processi di concertazione e intesa aziendale e/o territoriale senza deroghe al contratto nazionale ovvero allo Statuto dei diritti dei lavoratori.

• Revisione delle politiche a sostegno di funzioni duplicate o comunque sovrapposte in ristretti ambiti territoriali (fiere, esposizioni, ecc.).

• Certificazione della spesa degli Enti Locali verso artigiani, commercio e PMI, sostenuta da fondo speciale presso Finlombarda a tasso zero.

Riduzione della spesa regionale

• Revisione della spesa per propaganda e comunicazione di Giunta e Consiglio, comprese le collaborazioni a qualunque titolo e ovunque incardinate (assessori, gruppi, uffici stampa Giunta e Consiglio) con obiettivo di riduzione almeno del 30%.

• Revisione delle spese di sponsorizzazione e patrocinio oneroso con obiettivo di riduzione almeno del 30%.

• Revisione delle spese per missioni istituzionali e all’estero con obiettivo di riduzione almeno del 20%.

• Introduzione generalizzata dei processi di spending review e di zero based budgeting.

• Sul piano delle entrate, istituzione di obbligazione regionale per la raccolta di risparmio privato finalizzata a progetti industriali nella green economy, energie rinnovabili, efficientemente energetico degli edifici pubblici e privati, ed altri settori ad alta intensità tecnico-scientifica e occupazionale.

Qualità della funzione pubblica: le revisioni istituzionali

• Programma di riduzione delle ASL e degli Ospedali, dei posti letto nel quadro della territorializzazione della prevenzione e cura.

• Sostegno deciso ai processi di associazione tra i comuni per la gestione di servizi e di costituzione delle Unioni.

• Iniziativa a sostegno della costituzione della Città metropolitana di Milano con il superamento della Provincia.

• Sostegno all’accorpamento e razionalizzazione degli uffici decentrati delle amministrazioni statali e di quelli giudiziari. La Regione e i gruppi consiliari si impegnano a non difendere e sostenere atteggiamenti di difesa dello status quo locale.

Dignità della politica e delle istituzioni

• Lo status di consiglieri ed assessori dalla legislazione in corso (v.)

Per una nuova disciplina della indennità e degli istituti connessi

Si indicano i principi fondativi per una revisione della indennità per i consiglieri regionali e degli istituti ad essa connessi per raggiungere una serie di obiettivi:

1. un trattamento che assicuri all’eletto indipendenza economica, trattamento correlato alla dignità della carica pubblica (separata da quella individuale, di cui sono giudici i cittadini), equilibrio nel rapporto con il livello delle retribuzioni, dirette ed accessorie – nel settore pubblico e in quello privato, del livello dirigenziale intermedio, rapporto con il trattamento dei parlamentari nazionali e – per questa via – con quello dei magistrati;

2. lo svolgimento di incarico pubblico deve essere aperto a chiunque goda dei diritti civili ma qui cessa l’area coperta da previsione costituzionale: dalle cariche elettive non deve determinarsi privilegio immotivato, durante e dopo l’esercizio delle cariche stesse;

3. equilibrio tra particolare condizione di chi svolge un incarico elettivo e condizione più generale cui è sottoposta la generalità dei cittadini;

4. superare la diffusa ostilità verso privilegi di fatto, verso l’immagine di separatezza che danno di sé moltissimi tra gli eletti e i governanti;

5. rafforzare, perfino rilegittimare la funzione politica e legislativa, per tornare a giudicare con serenità il merito ed anche le capacità e le competenze degli eletti. E’ del tutto improprio che in questa materia si parli in termini di “diritti acquisiti”. Si verte, infatti, su condizioni del tutto particolari, che si aggiungono e non si sostituiscono alle normali condizioni della vita di ciascuno, in termini di occupazione, reddito, aspettative per il futuro. La funzione elettiva è una parentesi – più o meno lunga anche in rapporto al giudizio positivo degli elettori – nella vita di chiunque vi acceda, le cui esigenze particolari devono essere tutte comprese all’interno del trattamento durante il suo esercizio ma che non può prolungarsi oltre, a pena di diventare privilegio non più motivato. Vi sono molti aspetti che richiedono un approfondimento tecnico di particolare complessità, a partire dai concreti meccanismi per collegare le componenti previdenziali del trattamento dell’eletto nel sistema previdenziale ordinario, oltretutto tenendo conto della necessità di prevedere modalità adatte alle situazioni di esercizio di libera professione. Vi sono anche alcuni nodi dei quali va approfondita la natura e la stessa possibilità di intervento. Riguardano i vitalizi in corso di erogazione, che incidono sul bilancio regionale oggi e sono destinati ad incidere per un lungo periodo di tempo e che sarebbero alimentati esclusivamente da quel bilancio senza forma alcuna di recupero, nemmeno parziale. E riguardano anche la mai abbastanza deprecata indennità di fine mandato, ulteriormente aggravata nel corso della precedente legislatura, e che suona come privilegio particolarmente immotivato. Per quanto problematici – pur se da punti di vista del tutto diversi, uno di squilibrio finanziario, l’altro di irragionevolezza e privilegio – in questi casi siamo dinanzi a situazioni consolidate, a differenza della situazione generale come sopra indicato.

I PRINCIPI

1. L’indennità, a prescindere dalla sua qualificazione giuridica, costituisce retribuzione per gli effetti pratici: assicurativi, contributivi, successori, compresa la pignorabilità. Essendo connessa ad un particolare rapporto, non è soggetta a valutazioni se non per la parte connessa a forme di penalizzazione stabilite da Statuto e regolamento ed è corrisposta in dodicesimi.

2. La funzione di consigliere, assessore, sottosegretario è incompatibile con lo svolgimento di attività professionale e di mestiere, inquadrati o meno in specifico ordinamento, e con rapporti di lavoro dipendente ovvero parasubordinato comunque denominati e qualificati giuridicamente. Non si pone invece incompatibilità tra indennità e proventi da attività di creazione intellettuale.

3. Analoga incompatibilità – di funzione e di godimento di compenso ovvero indennità – è stabilita verso incarichi (di amministrazione, direzione e controllo) in enti pubblici o privati.

4. Diminuzione dell’insieme di indennità, rimborsi, contributi a qualsiasi titolo a favore dei consiglieri. Abolizione dei contributi legati alla residenza.

5. Alla indennità sono connessi i versamenti previdenziali, contributivi e fiscali.

6. Al termine del mandato non è corrisposta alcuna somma a titolo di trattamento di fine rapporto, reinserimento o comunque denominato.

7. Superamento del vitalizio e trasformazione in incremento al fondo previdenziale professionale di ciascuno dei consiglieri, eliminazione del fondo di fine mandato, con restituzione delle quote versate.

8. Per quanto riguarda i trattamenti di vitalizio in corso di erogazione, il loro ammontare rimane stabilito al valore maturato all’entrata in vigore della presente legge e non è soggetto a rivalutazione a titolo alcuno. Esaminare la possibilità di interventi correttivi, ad esempio la trasformazione parziale in titoli regionali di credito.

9. Il nuovo sistema si applica dalla legislatura in corso. Le risorse accantonate o comunque le quote maturate per il vitalizio relative a questa legislatura sono riversate nei conti contributivi di ciascun consigliere. L’incompatibilità con l’esercizio di professioni ecc. decorre dall’1/1/2012.

10. L’indennità è comprensiva delle voci oggi definite anche a titolo di diaria.

11. Rendere noti curricula, competenze, mansioni, retribuzione degli staff dei gruppi consiliari, UdP, Presidente e Giunta, specificandone il carattere determinante e fondativo di rapporto di fiducia nonché il divieto (già previsto per legge, peraltro) di trasformarlo in rapporto a tempo indeterminato.

Sulla commissione antimafia di Milano: parla Onida

Lucido come sempre. Ampio nelle visuali e giustamente cattivo tra le righe. Onida sulla commissione antimafia a Milano:

Valerio Onida, sta esplodendo il caso della commissione antimafia. C’è chi la vuole solo politica, chi la vuole con esperti della società civile…
Ma non c’è dubbio che ci vogliono tutte e due.

Non pensa ce ne voglia una mista come ai tempi di Smuraglia? 

Secondo me è meglio distinguere fra i due organismi. Bisogna salvaguardare il ruolo del consiglio comunale, che ha la responsabilità politica di affrontare questi problemi. L’antimafia però non deve essere solo una sede di prese di posizioni politiche, tanto meno di polemiche, ma anche di effettiva capacità di intervento nell’amministrazione e dell’amministrazione per individuare e prevenire i rischi di infiltrazioni mafiose: ci vuole l’apporto conoscitivo e propositivo di chi conosce a fondo i problemi e la realtà dell’amministrazione e dell’economia, e può dare indicazioni e suggerimenti.

Che cosa ne pensa di Dalla Chiesa? 
E’ una figura fuori discussione per competenza ed esperienza. Comunque ci vogliono due organismi differenti. Gli esperti non possono sostituirsi ai rappresentanti eletti. E i rappresentanti eletti non si possono sostituire agli esperti.

Nei primi 100 giorni non si è fatta, la commissione. Secondo lei bisogna fare in fretta? 
Certo che va fatta, e va fatta in fretta. Incombe la questione Expo, ma non solo per questo. E’ una cosa necessaria, perché non farla subito? Quali ostacoli ci possono essere? Mi auguro non sorgano ostacoli di tipo personalistico né contrapposizioni di partiti. Questo è un argomento sul quale ci dovrebbe essere l’unanimità.