Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 223

Politica

Licenziamoli per giusta causa

La deroga all’articolo 18 non è solo l’ennesimo attacco alla Costituzione di un Governo che, morbido con gli amici, cerca di recuperare spessore affondando i lavoratori per mostrarsi muscolare e compatto. Le mani sull’articolo 18 preoccupano perché raccontano soprattutto cosa pensano di noi questi dirigenti politici, spostando ogni giorno di qualche metro più in là il confine di ciò che fino a qualche ora prima era universalmente considerato intollerabile. Perché la malattia più grave, oggi, è riconoscersi educati allo scippo: come se fosse l’inevitabile dazio da pagare per servire il Paese. E così abbiamo confuso fedeltà con servilismo, solidarietà con debolezza, stato sociale con sopravvivenza, confondiamo i diritti con i servizi e sviluppo con necessaria demolizione.

In questa marmaglia di mediocri, i nuovi moderati sono invece i nuovi mediatori dello scippo: quelli che non rincorrono il ladro per prenderlo a borsettate sul grugno, ma ci invitano a valutare come si potrebbe scippare in modo più indolore e più equo. Ci invitano a parlare di manovra come se fosse un atto politico e non per quello che è: la proterva eiaculazione di un vecchio ladro infeltrito che sbava contro le categorie nemiche come un bambino dispettoso. E insieme alla sua corte di gnomi può sorridere quotidianamente per avere superato ancora l’inosabile; può sperare di essere ancora credibile con i suoi amici (se non comprandoli come al solito) affogando gli avversari.
La parabola di Berlusconi è la parabola di due stati che si combattono: uno è lui in persona, l’altro è lo Stato.

Eppure educare un popolo allo scippo non gli è nemmeno stato difficile: gli è bastato coprire le macerie della degenerazione etica e morale con il sogno sempre acceso di una libertà individuale he ha assunto le forme di impunità pressoché garantita. E ogni volta che i suoi “avversari” politici (che mai nella storia della Repubblica sono stati così mansueti da sembrare semplicemente scenografici) si sono infilati nelle pieghe di impunità per salvarsi, il progetto politico di Berlusconi è apparso “inevitabile”.

Diceva Pasolini che “la Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”. Oggi il silenzio e deserto è anche il desiderio irrefrenabile di diritto all’impunità, l’accettazione di una rappresentanza che sa rappresentare nulla più che se stessa e l’indignazione che non riesce ad accendersi, strutturarsi e diventare coscienza collettiva.

In un bel post, Luca De Biase scrive: “La parola ‘rappresentare’ vive sia nell’ambito della politica che in quello dell’informazione. Se i politici ci rappresentano fanno qualcosa di più preciso di essere semplicemente eletti. E se i giornali ci rappresentano fanno qualcosa di più preciso di essere semplicemente letti. Perché ci sia rappresentanza occorre una sorta di corrispondenza tra quanto dicono, i politici e i giornali, e quanto accade davvero al loro rispettivo ‘pubblico’”. Se non si riconosce più la discrepanza, ci si è abituati allo scippo.

L’articolo 416 del nostro codice penale ci racconta come un’associazione a delinquere esista quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, si riconoscono per la stabilità dell’accordo, per il vincolo associativo destinato a perdurare anche dopo la commissione di singoli reati specifici e per l’esistenza di un programma di delinquenza volto alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti. Proviamo ad uscire dal recinto penale e rileggere l’articolo nel recinto delle opportunità civili e della sopportazione civile: finché respira ancora, l’articolo 18 sarebbe già una giusta causa per licenziarli.

DA IL FATTO QUOTIDIANO

Risarcite il pendolare

L’ha deciso un giudice. Ed è una buona notizia perché apre una strada percorribile: se la politica non risponde al citofono si bussa alla Giustizia. Poi voi scegliete dove sta l’incapace. Ha viaggiato male, alla fine l’ha fatto gratis, non è una consolazione ma intanto è una sentenza. Con la probabilità che altri viaggiatori organizzino una class action, un sistema di azioni per una tutela collettiva di rimborso. L’esempio (il modello) c’è. Una pendolare ha fatto causa per soppressioni, sporcizia e sovraffollamento dei convogli. Il giudice di pace le ha dato ragione. Trenitalia dovrà restituire i soldi degli abbonamenti per il periodo incriminato (un anno, 500 euro) e risarcirla dei danni morali: le condizioni di viaggio erano «gravemente umilianti».

Ci voleva WikiLeaks?

Un cablo riservato rilasciato da Wikileaks dice: la criminalità organizzata è, per il Sud Italia, uno dei più grossi ostacoli alla crescita economica ed alla stabilità politica; nonostante questo i politici italiani, per varie ragioni, sono incapaci se non riluttanti a fronteggiarla in maniera valida. Tra tutti gli elementi sociali coinvolti nella lotta al crimine organizzato, i politici, molti dei quali devono la loro sopravvivenza proprio alla mafia, sembrano essere i meno interessati a trovare una soluzione. Fino a quando questa situazione non cambierà, persino le azioni di polizia più efficienti (e ve ne sono molte che hanno dell’eccezionale) non saranno in grado di cambiare il corso degli eventi. Con tutta la stima e la simpatia per Assange le stesse cose si ripetono nei campi di Libera, nelle iniziative di Addiopizzo, negli incontri di Ammazzatecitutti! e in altri centinaia di comitati da qualche decina d’anni. Basterebbe ascoltarli. E magari sprecare qualche articolo in più.

Il rispetto per i lombardi

Passa da notizie che galleggiano sembrando piccole e poco importanti ma raccontano quanto lo studio, il lavoro, il confronto e la progettazione cada sconsolata di fronte l’impunito e arrogante gestione del proprio ruolo di amministratori. Scrive l’Espresso:  Meglio di Usain Bolt, gli amministratori lombardi. Dei veri fulmini nel mettere mano alla sanità pubblica. La giunta di Roberto Formigoni si è riunita il 4 agosto e all’ordine del giorno, tra gli altri prowedimenti, c’era la verifica dell’idoneità professionale di tantissimi direttori generali delle Asl e dirigenti di case di cura: in tutto, 292 candidati. Una sfilza di curriculum da vagliare, ma la seduta, stando ai verbali depositati, è durata pochissimo: 20 minuti appena, nei quali sono state approvate un altro centinaio di delibere. Assenti i due assessori che hanno competenza su famiglia e sanità. Da qui il dubbio che a stabilire l’idoneità dei candidati siano stati i loro colleghi dello sport o del verde pubblico; o che si sia trattato solo di un passaggio formale perché le nomine, come malignano i partiti dell’opposizione, sono decise per via politica nelle sedi di partito. C’è anche un precedente. A dicembre 2010, per selezionare 44 direttori generali su 603 candidati bastarono 40 minuti. In media, 15 candidati al minuto. Fare il proprio lavoro seriamente: sarebbe il primo passo per essere credibili. Fare le cose bene. Sul serio.

«Giulio Andreotti, un mediocre»

DA CRONACAQUI Venerdì 2 settembre 2011

L’attore: «A teatro racconto di un politico sopravvalutato»

La vita di Giulio Andreotti si ripercorre a teatro. Grazie a un monologo di Giulio Cavalli, “L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto”, scritto dall’attore lodigiano con la collaborazione di Giancarlo Caselli e Carlo Lucarelli, diretto da Renato Sarti e con musiche originali di Stefano “Cisco” Bellotti, in scena stasera ai Giardini Pubblici di via mazzini a Sesto San Giovanni nell’ambito della rassegna “Teatro nei Cortili”, promossa dal Teatro della Cooperativa e sostenu- ta dalla Fondazione Cariplo, in collaborazione con il Comune di Sesto San Giovanni e con la Cooperativa UNIABITA.

Perché parlare di Giulio Andreotti oggi?

«Per diversi motivi. Innanzitutto, perché in questo Paese ripetendo all’infinito una bugia si finisce a rivenderla come verità. Che Andreotti non sia stato assolto è un dato di fatto, ma non tutti l’hanno recepito. Anzi. Andreotti è il simbolo del potere che bussa alla porta della mafia per mantenere il proprio primato».

Viene espresso un giudizio morale su Andreotti?

«No, non esprimo diretta- mente giudizi personali, mi limito a raccontare gli eventi. Detto questo, Andreotti è stata una delle vergogne po- litiche più grosse dell’Italia».

Ma che ritratto emerge dell’uomo politico e della persona?

«Quello di una persona che si vuole rivendere come uo- mo medio, ma che in realtà non è comune. Al contrario, è eccezionalmente bravo a stare nel limbo e a vivere in perenne equilibrio tra inno- cenza e reato. In ultima analisi, ritengo sia un politico profondamente sopravvalu- tato, emerso in uno scenario particolarmente triste e avvilente, un mediocre».

Qual è l’eredità di Andreotti nella politica attuale?

«Sono tutti coloro che hanno continuato a portare avanti i suoi poteri, i suoi interessi e le sue amicizie».

La collaborazione con Giancarlo Caselli e con Carlo Lucarelli è destinata a proseguire?

«Sicuramente. Arriviamo da campi diversi, ma ci incroceremo di nuovo. Oggi, però, sono concentrato sulla stesura di un libro sul processo Andreotti. Se lo spettacolo ha lo scopo di insinuare dei dubbi, il libro invece mi permetterà di documentarli».

Che cos’altro bolle in pentola per il futuro?

«Sto lavorando al figlio di “A cento passi dal Duomo” (monologo sulla presenza della mafia nella operosa Lombardia che lo ha costretto a vivere sotto scorta, ndr.) e sto preparando una trilogia ded
icata ai secondi nello sport, da Dorando Petri in poi».

 

Essere affidabili

E’ quello che manca, oggi. E si finisce per parlare di antipolitica quando si tratta semplicemente di un crollo di fiducia. E in un Paese sfiduciato ancora ci si ostina a pensare che un rimpasto (di manovre, di uomini o di coalizioni) possa bastare quando l’unico ingrediente è il cambiamento. Quello vero. Michele Ainis lo scrive per il Corriere: almeno oggi l’abbiamo fatta franca. Domani, chi lo sa: la nostra via è piena di trappole, ci vuol poco a mettere un piede in fallo. Ma sono trappole di Stato, inganni tessuti da Sua Maestà la Legge. Come l’idea di revocare il riscatto della laurea e del servizio di leva ai fini pensionistici, con buona pace dei 665 mila italiani che ci avevano creduto, sborsando anche fior di quattrini. O come la trovata speculare del Pd, che ha proposto una tassa aggiuntiva del 15% per chi aveva profittato dello scudo fiscale del 2009, confidando nella garanzia di pagare non più del 5% sui capitali rientrati dall’estero. Insomma di volta in volta cambiano le vittime, non l’abitudine di stracciare i patti stipulati con l’una o l’altra categoria di cittadini. Eppure quest’abitudine inocula un veleno nella nostra convivenza, perché ci insegna a diffidare delle istituzioni, e a disprezzare in ultimo tutto ciò che è pubblico, di tutti. 

Michele Serra voterebbe Vendola

Se ci fossero le primarie voterei Nichi Vendola. È quello che quando parla dice le cose che mi interessano di più. Quando incontro un bersaniano intelligente che dice che Pier Luigi Bersani è più pratico penso che abbia buone ragioni per dirlo. Ma mi sembra che nei periodi di confusione ci voglia almeno un quid di radicalità. Perché rimette ordine, aiuta a capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Senza durezze ideologiche o fanatismo, ma sarebbe salutare. Vendola lo fa spesso. Per questo lo voterei. E ho visto da qualche sondaggio che buona parte del Pd lo voterebbe. Questo mi fa pensare che ci sia bisogno di alzare il livello. Con tutto il rispetto per la politica come arte di amministrare, serve qualcuno capace di alzare un po’ lo sguardo. Oppure, francamente, è meglio affidarsi a bravi geometri o ragionieri, onesti e per bene, che sappiano far quadrare i conti della collettività. L’intervista qui.

Buona politica, buoni voti

‎”Il problema è la qualità del consenso. Ad una buona qualità del consenso seguiranno buone leggi, se invece avremo una cattiva qualità del consenso, avremo cattive leggi.” Libero Grassi.

Perché sarebbe ora di decidere bene chi si vuole rappresentare. Essere chiari su quali propositi portare al tavolo delle diverse istituzioni e, perché no, avere il coraggio e l’onestà di non volere andare sempre a mietere al chilo.

Un’ipotesi di manovra. Uno scenario politico.

L’avevo scritto il 9 agosto quanto fosse importante allinearsi alla proposta complessiva di Sbilanciamoci.org per una contromanovra credibile, fattibile ma soprattutto che disegni un altro Paese. E sono contento di leggerla oggi come proposta politica di SEL con un’analisi pienamente condivisibile di Massimiliano Smeriglio sul sito di Sinistra Ecologia Libertà. Perché è anche rassicurante toccare il sentire comune.

NO TAV: tacciono (quasi) tutti, tranne (anche) Guccini

I cantieri della Tav non esistono. Proprio non ci sono. Sono recinzioni e appostamenti militari che stanno dove dovrebbe cominciare lo scavo del tunnel esplorativo. Ma non c’è nessun tunnel esplorativo. Si continua a voler trasformare tutto in ordine pubblico ma l’indifferenza della politica evita accuratamente l’apertura di un dibattito serio. Con dati certi ma soprattutto con scenari definiti; si potrebbe trovare qualche minuto tra i vari scioperi dei calciatori e i rientri dalle vacanze. Rimane, invece, un ghetto in tensione che non ha declinazioni pubbliche. Non ha fatto rumore nemmeno l’appello al Presidente della Repubblica di 135 docenti universitari e ricercatori italiani. Ci sarebbe bisogno di una maturazione tecnica, scientifica e politica e invece galleggiamo nel fumetto di alcuni montanari ottusi che protestano per essere padroni a casa loro. Intano, ecco cosa ne pensa Francesco Guccini:

Dagli Appennini alle Alpi, un alleato No-Tav che non t’aspetti: Francesco Guccini, caposcuola bolognese dei cantautori italiani, a briglia sciolta con “Wu Ming 2” per una chiacchierata letteraria a margine del festival di Verbania, finita su “Repubblica” il 19 giugno. Argomenti in scaletta: montagna, memoria, Resistenza e, incredibile ma vero, la Torino-Lione. I valsusini? Bravi: stanno facendo quello che va fatto, gli “scudi umani”, contro la devastazione del territorio. Quelli sì che sono montanari come si deve: tenaci, ostinati, decisi a impedire alla città di fare sempre quello che vuole, e senza uno straccio di giustificazione, a spese di chi ancora tenta di abitare la montagna.

Vista da sotto, scrive “Wu Ming 2”, la montagna pare sempre un rifugio da eremiti, un nido d’aquila per misantropi e solitari, mentre nei sei romanzi che Guccini ha scritto con Loriano Macchiavelli, l’Appennino è sempre un luogo di incontri, una società complessa e nera quanto quella di pianura. «A Bologna», racconta Guccini, «quando discuto con gli amici, va sempre a finire che mi dicono “T’î pròpi un muntanèr!”, dove per montanaro si intende conservatore, testardo. Ma io ormai non mi offendo più». Trasferitosi a Pàvana sull’Appennino pistoiese a cavallo di Emilia e Toscana, da ormai una decina d’anni il “Maestrone” abita l’antico mulino di famiglia, tra libri e canzoni. Osservatorio perfetto per rileggere le memorie popolari della montagna e anche l’attualità dell’Italia di oggi, specie dove lamontagna combatte contro l’assedio del cemento.

Il fatto è che l’Appennino genera meno rispetto, convengono Guccini e “Wu Ming 2”, mentre le Alpi, con le loro cime aguzze, incutono timore. Lo testimonia la differenza tra gli animali totemici delle due catene montuose: quello dell’Appennino è il cinghiale, «una specie di porco con le zanne che grufola nel fango», mentre le Alpi hanno la nobilissima aquila, il leggiadro camoscio. «Le Alpi toccano il cielo, sono iperuranie e spirituali. L’Appennino è più basso, terragno, spurio. Sarà anche per questo che sulle Alpi, in val di Susa, il treno ad alta velocità non riesce ancora a sfondare le proteste e gli scudi umani, mentre sull’Appennino Tosco-Emiliano lo scavo delle gallerie è andato avanti senza grandi opposizioni, finché non ci si è trovati di fronte a danni irreparabili», come il cataclisma idrogeologico che ha devastato il Mugello, rimasto all’asciutto per i cantieri della Bologna-Firenze.

Se la valle di Susa lotta strenuamente da vent’anni contro l’eco-mostro chiamato Torino-Lione, forse è anche perché la storia della valle è legata a doppio filo con la Resistenza, che in quei boschi trovò l’arma in più per combattere il nemico. «Del resto, solo una retorica da quattro soldi dipinge i valsusini come montanari ottusi, egoisti, che vogliono essere “padroni a casa loro”». In realtà, concordano Guccini e “Wu Ming 2”, «la forza del movimentoNo Tav sta nella competenza diffusa e nell’aver saputo coinvolgere anche la gente di pianura». Nulla di simile è accaduto tra Bologna e Firenze, perché le due città voltano le spalle all’Appennino. Per i No-Tav che resistono abbarbicati al “presidio” di Chiomonte minacciato di sgombero, la sortita di Guccini è un regalo inatteso: e chissà che, dopo canzoni-manifesto come “L’avvelenata” e “La locomotiva”, il “Maestrone” di Pavana non s’inventi una ballata sui montanari eretici della valle di Susa

(info:francescoguccini.net).