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Politica

Quando non c’è la salute

Ha ragione Zerocalcare: se guarisci è merito loro e se ti ammali è colpa tua.

Raccontiamola per bene questa Lombardia che percorre distanze immense tra la «bomba atomica» di cui parla l’assessore Gallera per cercare un po’ di comprensione e di ristoro e la continua attività di cecchinaggio su corridori, frequentatori dei Navigli e vecchietti che si dilungano troppo per fare la spesa. Raccontiamola bene perché la Lombardia, da decenni, è la maestra della comunicazione che si sostituisce alla politica, è la Regione che vorrebbe governare i cittadini con le parole e avere la libertà di compiere gli atti fuori scena, non vista, non disturbata e sempre pregando che non arrivi la magistratura. Raccontiamo la vicenda del Covid in Lombardia anche perché da quelle parti, soprattutto nei piani più alti del palazzo della Regione, qualcuno desidererebbe ardentemente che si prolunghi il più possibile il tempo del dolore, della commozione e del lutto per poter sgattaiolare fuori dalle responsabilità e dagli eventi.

In Lombardia il 20 febbraio si registra il famoso paziente uno: è un giovane manager di Codogno, in provincia di Lodi, che da giorni presenta dei sintomi che non riescono a trovare una diagnosi soddisfacente. Fateci caso, ricordatevi bene: sono i giorni in cui una precisa parte politica (quella che della Lombardia tiene le redini) insiste nel dirci che i cinesi sono gli untori, che chiudere tutto sia la soluzione per il coronavirus come per l’immigrazione come per la criminalità come per l’illegalità. Sono giorni di propaganda sostituita alla prevenzione, sono i giorni in cui un bel pezzo di classe dirigente ha come unica strategia quella di scamparla. Non succede solo a destra: importanti dirigenti del centrosinistra invitano a non avere paura e organizzano fior di eventi per iniettare fiducia, come al solito sventolando la comunicazione come unica arma di governo.

C’è da dire che dalle parti del centrosinistra si sono scusati e continuano a scusarsi ancora mentre dall’altra parte, Fontana e Gallera in primis, continuano a ripeterci che rifarebbero tutte le stesse cose con gli stessi tempi e allo stesso modo. Comunque il 20 febbraio il primo caso Covid ufficiale (ormai tutti sono d’accordo che il virus circolasse già molto prima) finisce nel registro dell’ospedale di Codogno, scoperto più per un’intuizione di un’anestesista che per seri e rodati protocolli di prevenzione. Anche questo ce lo siamo scordati in fretta. Il passo dal singolo caso alla pandemia mondiale è brevissimo, sono giorni confusi, ci si aggrappa alla scienza (quella sempre sconfessata e trattata come un disturbo in questo strano Paese) come se fosse l’unica soluzione possibile. I politici lombardi, sempre così fieri della loro sicumera su qualsiasi argomento, improvvisamente diventano portavoce dei propri epidemiologi di riferimento. È un rovesciamento repentino di cui non abbiamo nemmeno il tempo di accorgerci. Inizia il periodo delle “zone rosse”: Codogno e tutto il lodigiano diventano il recinto da chiudere per evitare che il virus dilaghi ma evidentemente è troppo tardi. Sia il governo nazionale che il governo lombardo si mettono in pausa, la strategia è quella di fingersi morti e strizzare gli occhi aspettando che accada ciò che dovrebbe accadere. Non si poteva fare altro? Può essere, certo, ma risulta curioso che nel frattempo il vicino Veneto, quello governato dalla stessa maggioranza che governa la Lombardia, cominci ad approvvigionarsi di tamponi, reagenti e mascherine.

Ma se volete annusare il cuore di questa Lombardia che ora cerca disperatamente un condono morale allora bisogna spostarsi dalle parti di Bergamo, all’ospedale di Alzano Lombardo dove il 22 febbraio il direttore dell’Agenzia regionale emergenza urgenza (Areu) Angelo Giupponi scrive all’assessorato al Welfare nella persona dell’assessore Giulio Gallera sottolineando «l’urgente necessità di allestire degli ospedali esclusivamente riservati a ricoverati per Covid-19, così da evitare promiscuità con altri pazienti e quindi diffusione del virus nelle strutture ospedaliere». La risposta dei dirigenti regionali (riportata da un articolo del 17 marzo del Wall street journal) è da incidere sul marmo: «Non dormiamo da tre giorni, non abbiamo voglia di leggere le tue cazzate». Fine, stop. A posto così.

Sempre ad Alzano…

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“Siamo nelle mani di dilettanti, dovrebbero andare tutti a casa”, Calenda spara a zero sul governo

Calenda, come giudica l’operato fin qui del commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri?
Un operato palesemente disastroso. Non è riuscito a rispettare le scadenze che lui stesso si era dato. A questo si aggiungano i toni inaccettabili usati durante le conferenze stampa, il suo paternalismo e la sua arroganza. Solo ieri è partita la gara per i reagenti dei tamponi e ha combinato un completo disastro con la storia della mascherina a 50 centesimi, tra l’altro continuando a ripetere che non è colpa sua. In un Paese normale dovrebbe dare le dimissioni, anzi: sarebbe licenziato.

Eppure dal governo non sembrano levarsi voci critiche…
Penso che siano talmente fragili che il loro obiettivo sia di non muovere nulla. Se si muove un pezzo del resto viene giù tutto. Anche oggi Sileri (il viceministro della salute, ndr) ha ammesso candidamente che è stato fatto un disastro. Questi sono talmente pericolanti che qualsiasi scossone, anche piccolo, rischia di mettere in discussione tutta la maggioranza. Lo vediamo benissimo anche su questo decreto che doveva uscire ad aprile e forse uscirà a metà maggio. Litigano su tutto. Il governo ha perso il controllo del Paese e Arcuri è solo una manifestazione di tutto questo.

Si parla molto di riaperture di aziende però continuano i dubbi sulla riapertura “sociale”. Oggi circola voce che al ristorante si potrà andare forse solo con i “congiunti” certificati. Cosa ne pensa?
Sono solo cazzate. Questi non hanno idea di come gestire questa crisi, la stanno affrontando solo vedendo l’andamento dei contagi e chiudendo e riaprendo senza un ragionamento. Noi abbiamo provato a spiegarlo: la strategia non deve essere solo sui contagi ma deve tenere conto del tracciamento, dei tamponi, dei test sierologici, del rafforzamento dei medici di base. Non ci sono nemmeno dati affidabili delle regioni. Sostanzialmente questi dicono agli italiani cose barocche e stravaganti come i 5 metri da tenere al mare che poi diventano 1 al supermercato. Roba da dilettanti.

Ma una crisi di governo in questo momento non sarebbe ancora più rischiosa?
Una crisi al buio non si può fare. Io avevo suggerito un tavolo permanente con le opposizioni. L’assicurazione di Conte è quella di avere un’opposizione sgangherata come quella di Salvini e di Meloni. Poi ovviamente avere loro due al governo sarebbe ancora più drammatico. Bisogna vedere se c’è la possibilità di costruire un governo di unità nazionale che tenga dentro gli amministratori locali come Zaia e Bonaccini. L’obiettivo del centrodestra invece è quello di andare alle elezioni, prendere un po’ di voti in più ma non avere la responsabilità di governare. Poi chiamerebbero Draghi e si metterebbero comodi a bombardarlo. Nessuno di questi sarebbe in grado di gestire nemmeno un bar.

L’ultimo scontro del governo è stato quello sulle regolarizzazioni dei braccianti. Ogni volta che si affronta un tema “politico” questo governo sembra andare in crisi e faticare a trovare una quadra…
Era evidente fin dal primo giorno. Sono andato via dal Partito Democratico proprio perché due forze che si attaccavano tutti i giorni, Pd e M5S, hanno deciso di mettersi insieme. Il M5S è una forza irresponsabile che andrebbe cancellata dalla politica italiana e in tutto questo Renzi continua a fare il Gian Burrasca. Questa maggioranza sta insieme solo per la paura di andare alle elezioni.

Tornerà di moda la serietà?
A un certo punto succederà inevitabilmente altrimenti il rischio è che il Paese finisca gambe all’aria. L’Italia è un Paese ricco e gli italiani capiranno che la politica non è tifo da stadio e non è nemmeno il Grande Fratello. Però siamo ancora lontani: ho gente che mi scrive per dirmi che è d’accordo con me ma si dichiara di destra o di sinistra. Serve un cambiamento di consapevolezza dei cittadini. Questo Paese non lo salva Draghi e non lo salva nemmeno Batman: questo Paese lo salvano i cittadini che non cascano nella trappola “fascisti-comunisti”. Se succederà che torni di moda la serietà non te lo so dire però noi lo stiamo provando a fare.

L’articolo “Siamo nelle mani di dilettanti, dovrebbero andare tutti a casa”, Calenda spara a zero sul governo proviene da Il Riformista.

Fonte

Multare il buono

La giunta leghista del comune di Sassuolo aveva deciso di multare (56 euro di ammenda) chi commetteva il gravissimo reato di lasciare una moneta alle persone che chiedono l’elemosina in città. Nel Comune in provincia di Modena guidato dal leghista Gian Francesco Menani da lunedì scorso è “fatto divieto a chiunque di offrire denaro, generi alimentari, vestiario e altre simili utilità” a chi chiede l’elemosina sul suolo pubblico. In sostanza si multa il buono, perfettamente in linea con la caccia ai buonisti che i leghisti hanno iniziato già da tempo.

Secondo il sindaco e la sua valente giunta eliminare la gente che fa del bene è il modo migliore per evitare che ci sia troppa gente bisognosa in giro: se non li aiuti spariscono, scompaiono, non esistono più e così tutti ci si può felicemente convincere che non esista più la povertà. È la politica del fondotinta che intende la gestione della città come un’enorme rappresentazione scenica in cui la forma è ciò che conta, fottendosene della sostanza.

L’idea è talmente cretina che alla fine il sindaco è stato costretto a ritornare sui suoi passi per non essere inseguito dai suoi cittadini già sotto stress, come tutti, per i malefici effetti della pandemia. Ci si potrebbe aspettare che abbia detto «scusate, ho fatto una cavolata» invece le motivazioni sono altre: “c’è la disponibilità a modificare l’articolo 61 del regolamento di polizia urbana perché l’obiettivo è colpire la malavita che sta dietro il racket, oltre l’accattonaggio molesto, non chi aiuta gli altri – ha detto Menani con un video messaggio – è stato strumentalizzato l’articolo in questione, il nostro scopo non è colpire la vecchietta che fa l’elemosina o chi ha davvero bisogno. Abbiamo sbagliato? Non lo so. So che come sindaco mi dico pronto anche a modificare l’articolo, adesso. Noi, di sicuro, aiutiamo le persone in difficoltà”.

Seguendo lo stesso ragionamento si potrebbe vietare alle vecchiette di uscire di casa per fare crollare la statistica degli scippi oppure si potrebbero eliminare i politici per combattere il fenomeno delle tangenti. Sono apparentemente quelli che prendono il problema sempre dalla parte sbagliata ma in realtà si curano soltanto di affrontare un tema complesso con soluzioni banali finendo sempre per rimediare pessime figure.

È una storia piccola ma è un paradigma: punisci gli effetti fingendo di occuparti delle cause.

Buon martedì.

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Perché nessuno parla di Villa Torano?

In provincia di Cosenza, a Torano Castello, c’è una Rsa “sfuggita” alle cronache nazionali. Eppure, purtroppo, ruota intorno a questa casa di riposo il più grande focolaio di Covid-19 in tutta la regione: oltre 100 casi positivi tra pazienti, operatori sanitari e parenti degli ospiti

La storia va raccontata con calma, dall’inizio e per bene perché è significativa di ciò che accade nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) mica solo in Lombardia e perché definisce perfettamente la commistione che la salute e la politica riesce a esercitare nei suoi modi peggiori. Siamo a Torano Castello, un piccolo comune di 4mila abitanti in provincia di Cosenza, qui c’è la Rsa Villa Torano, il più grande focolaio di Covid-19 in tutta la Calabria che è “sfuggito” alle cronache nazionali: più di 100 casi positivi tra pazienti, operatori sanitari, parenti degli ospiti e gli altri contatti stretti.

Tutto esplode nel giorno di Pasquetta: rimane infettata una paziente, viene ricoverata e in poche ore si diffonde la notizia di altri 21 casi positivi. Il sindaco di Torano Castello, Lucio Franco Raimondo, comincia a preoccuparsi sul serio e non si trattiene intervistato dalla Rai: «In questo momento i numeri che si alzano sono preoccupanti – dice – e l’obiettivo adesso è quello di avere in pochi giorni un quadro più completo possibile del numero dei contagiati perché purtroppo i dati fanno pensare che il tutto non si è sviluppato in uno o due giorni ma c’era qualcosa che covava da più giorni, da più settimane… Quindi si è deciso per l’estensione dei tamponi anche su familiari, amici e su quelli che impropriamente i giorni di Pasqua e Pasquetta hanno avuto contatti – che non dovevano avere ma che ormai hanno avuto -… Dobbiamo accettare il dato che c’è e lavorare per circoscrivere tutti questi contatti e avere il numero preciso dei possibili contagi».

Qui facciamo un passo indietro: chi gestisce la casa di riposo di Villa Torano? L’amministratore è Massimo Poggi ma in Calabria tutti sanno che Poggi è l’amico e il collaboratore di sempre di Claudio Parente e Parente da queste parti non è uno sconosciuto: 63 anni, originario di Rogliano, Claudio Parente è stato consigliere regionale con la lista “Scopelliti Presidente” per poi schierarsi con Occhiuto e infine appoggiare alle ultime elezioni Jole Santelli. La politica anche da queste parti funziona semplice per chi ha le mani in pasta con la sanità privata: si sta dalla parte del più forte, sempre, semplicemente. Amministratore unico della Medical Sport Center srl di Catanzaro (gruppo che si occupa di centri di riabilitazione e di medicina dello sport, tra cui anche Villa Torano) Parente è anche presidente dell’associazione Vivere Insieme onlus che tra i vari settori si occupa anche di sanità attraverso la gestione di oltre 400 posti letto Rsa oltre che della realizzazione e della gestione di impianti polisportivi e di ricerca. Nelle ultime elezioni a Parente Jole Santelli ha affidato il coordinamento e la gestione della lista della “Casa delle Libertà”, il serbatoio di voti che ha permesso al centrodestra di vincere le recenti regionali.

Insomma, la vicinanza tra i due è piuttosto acclarata se è vero che anche i deputati M5s Dalila Nesci, Francesco Sapia e Giuseppe d’Ippolito hanno presentato un’interrogazione ai ministri della Salute e dell’Interno in cui scrivono così: «La gestione di Villa Torano sarebbe riconducibile al politico Claudio Parente, che appartiene allo stesso schieramento della presidentessa della Regione Calabria, Jole Santelli, e dunque con un possibile, forte conflitto di interessi in questa vicenda ancora non chiara, che in ogni caso dovrebbe indurre l’esecutivo regionale a rivedere a fondo i rapporti con la sanità privata, spesso riferibile a soggetti con incarichi elettivi». Sul punto l’amministratore di Villa Torano Gianmario Poggi è intervenuto in una trasmissione locale garantendo che «Parente è solo un amico e un professionista molto competente. Ma è lontano dalla proprietà. Ha venduto le sue quote un attimo prima di entrare in politica…», peccato che si stia dimenticando che nell’aprile 2010, quando Parente sbarcava nella politica regionale con Peppe Scopelliti, quel 40% del pacchetto delle strutture sanitarie è stato venduto alla moglie di Parente (come si evince dalle visure camerali tenendo conto delle quote dirette in Medical e indirette e cioè nell’altra società che fa parte della stessa capogruppo). Torniamo a Villa Torano: nel periodo di Pasqua sono 78 le persone positive all’intento della struttura. Il 16 aprile…

L’inchiesta prosegue su Left in edicola dall’1 maggio

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Speculo ergo sum

Speculatori che contravvengono le posizioni degli avversari politici solo per poter dissentire. Così accade che il governo prenda una decisione, una regione (come la Calabria dell’improvvida Santelli) decide di fare il contrario e poi i suoi sindaci fanno il contrario del contrario ritornando alla decisione del governo. Così si assiste a una serie infinita di avvitamenti che aggiungono sconforto e rabbia alla preoccupazione, allo sconforto e alla rabbia di un Paese ferito.

Speculatori che occupano di notte il Parlamento che non hanno mai frequentato di giorno e poi si mettono tutti in branco a registrare l’intervento del loro capo tribù Matteo Salvini che specula sul valore della libertà, lui, proprio lui, che solo limitando la libertà di qualcuno riesce a dare la sensazione di governare.

Speculatori come un ex presidente del consiglio che ha il coraggio di dire «se i morti di Bergamo potessero parlare direbbero di ripartire anche per noi». Fare parlare i morti è il modo migliore per mettersi al riparo dalle opinioni dei vivi. E Renzi lancia il suo ennesimo penultimatum a un governo che gli serviva solo per superare la soglia elettorale di sbarramento. Ora si arrabatta e assomiglia così tanto all’altro Matteo.

Speculatori che si appoggiano solo alla scienza per avere la scusa di non dovere fare politica. Speculatori che rincorrono solo il fatturato, la produttività. Speculatori invidiosi del virus che gli ha rubato la scena. Speculatori che in emergenza si occupano solo della propria autopreservazione. Speculatori che confezionano false notizie per cavalcare la paura.

Qualcuno diceva che ne saremmo usciti migliori e invece il quadro generale è quello di sempre, solo più spaventati e quindi più incattiviti. C’è una novità sostanziale: gli italiani, gli indisciplinatissimi italiani come vengono raccontati, sono stati più responsabili della propria classe dirigente. Loro, i loro figli e i loro poveri nonni. Questa è la lezione.

Buon venerdì.

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Non incagliarsi sul “come prima”

La guerra di chi dice “riapriamo tutto” e “torniamo alla normalità” è una fanfara vuota che non ha nulla da dire e non ha soluzioni da dare

Sarà che le cose cambiano, cambia il mondo, capitano imprevisti e la vita non è nient’altro che una catena di accadimenti che non si erano preventivati eppure in queste settimane di pandemia, chiusi ma con i pori spalancati per abbeverarsi in un altro modo di quello che ci manca, ci stanno raccontando un Paese sostanzialmente diviso in due tra coloro che hanno preso consapevolezza di un cambiamento (che come tutti i cambiamenti nasconde nelle pieghe anche delle opportunità pur essendo di matrice negativa) e coloro che invece rimangono incagliati in attesa che tutto passi e che si torni come prima.

Lo si vede soprattutto nella politica (sono quelli che al solito hanno i megafoni più potenti per sputare idee, anche pessime idee) ma lo si nota tra gli amici, tra i famigliari, tra tutti quelli con cui riusciamo ad avere contatti nei diversi modi che ci sono concessi.

La pandemia, questa pandemia, ci costringe a fare i conti con un mondo che avevamo immaginato sempre liscio, che sarebbe potuto andare solo così come l’abbiamo sempre visto, come se la storia non ci avesse insegnato abbastanza che le condizioni in cui ci troviamo possono precipitare da un momento all’altro. La lezione è importante: quanto ci siamo dedicati durante la nostra vita a immaginarci immersi in un altro contesto che non fosse il nostro? Quante volte abbiamo potuto (e voluto) empatizzare con individui molto più spaventati di noi, molto più a rischio, molto più vacillanti? Ecco, ora lo siamo noi.

Se da una parte ci sono quelli che spingono a comportarsi come prima sperando che questo determini il ritorno alla normalità di prima (che loro chiamano semplicemente normalità senza avere il piglio di pensare che è naturale che le cose cambino) dall’altra parte ci sono quelli che stanno cambiando e si stanno reinventando per interpretare il momento senza farsene inghiottire e tra i due c’è da scommettersi che convenga mettersi dalla parte di questi ultimi.

Per questo anche la politica, come tutti coloro che hanno in mano le leve del cambiamento, dovrebbe concentrarsi un po’ meno su cosa potremo fare ma soprattutto sul come dovremo fare. Ci sarebbe da capire che il tema dei prossimi mesi, se non dei prossimi anni, sarà quello di un paradigma economico che sta già dimostrando di affondare (il petrolio crollato è un dio economico che si è sbriciolato nel giro di poche settimane) e che si riflette sulle vite di tutti. Questo è il punto: la guerra di chi dice “riapriamo tutto” e “torniamo alla normalità” è una fanfara vuota che non ha nulla da dire e non ha soluzioni da dare.

Evitare di incagliarsi sul “come prima” è il primo gesto responsabile per affrontare questo tempo. La nostalgia non è una buona cura, mai, per nessun tipo di crisi.

Buon mercoledì.

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