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Politica

La libertà di culto sentimentale

Ci sono amori bloccati dalla pandemia. Gli affetti hanno abbassato la serranda con l’inizio della quarantena, come le fabbriche e i negozi, ma il prodotto interno lordo sentimentale non rientra nelle statistiche e non produce fatturato quindi solitamente finisce nell’angolo dei buoni sentimenti di cui non ci si può mica occupare, figurarsi in piena pandemia.

Eppure nel nuovo decreto del Consiglio dei ministri che entrerà in vigore dal prossimo 4 maggio, tra le poche novità, c’è subito quell’articolo 1 che merita una certa attenzione: chi sono i congiunti che si potrà andare a visitare con tutti i dispositivi di sicurezza?

Ma chi sono i congiunti? Madre, padre, mogli e figli, sicuramente. Ma fino a che grado di parentela? Gli zii? E soprattutto: siamo davvero sicuri, nel 2020, che siano affetti solo i legami di sangue certificati da uno stato di famiglia?

Il governo per pomeriggio ha provato a chiarire: «Per congiunti si intendono “parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili”», dice in una nota. E che diamine sono i fidanzati stabili? Come si verifica che un fidanzato sia stabile?

Chi ha una compagna o un compagno, non certificato da un matrimonio, è un’ombra di cui non occuparsi? Chi è stato cresciuto da una famiglia con cui non condivide il sangue è solo una sventurata eccezione di legge? Chi non ha famiglia perché l’ha persa ed è stato salvato da qualcuno che oggi per legge è solo un estraneo da non meritare comprovate necessità è poca roba?

Ma non è tutto. Ieri mi ha scritto una bellissima lettera un padre separato: «Non vedo i miei figli da fine febbraio, e dispero che li possa vedere in un prossimo futuro. Io sono residente nel Lazio, loro in Lombardia, i miei rapporti con la madre sono più che civili, cordiali, tanto che più di una volta ho dormito “sotto lo stesso tetto”, senza problemi, e in questa emergenza, mi ospiterebbe senza troppi patemi. Bene, ci si può muovere da una regione ad un’altra solo per comprovate esigenze lavorative o di salute, io non posso millantare nessuna di queste fondamentali esigenze dell’essere umano, posso semmai solo accennare a comprovate esigenze affettive, ma non bastano, e del resto, nessuno ci sta pensando. Non è per dire, non mi sento abbandonato, fuggo dal vittimismo sempre, ma sono comunque tanto sorpreso, ovvio amaramente sorpreso. Certo, sono conscio che il mio caso sia assolutamente minoritario, e quindi, non degno di nota, però questa distanza mi fa male, mi fa male vedere la delusione sulla faccia dei miei figli in video chiamata, mi fa male non poterli abbracciare e mangiarmeli di baci. Ve bene, il benaltrismo, di cui talvolta siamo tutti propugnatori consapevoli, e a seconda dei cas di convenienza, mi imporrebbe di bollare la cheesecake che mia figlia mi ha promesso per celebrare il nostro incontro, come una inutile facezia sentimentale, ma per quell’oggetto dalla futilità apparente passa il filo rosso della mia esistenza. Lo guardo quel filo è reciso, e mi dico con tutta la consapevolezza di cui sono capace “questo non è campare!».

È solo una storia tra migliaia ma contiene tutto. Serve una certificazione per dire che si ama? Per rivendicare la libertà di culto affettivo serve una conferenza episcopale dei sentimenti che faccia pressioni sul governo?

Qualcuno dice che “si fa così per evitare che tutti vadano in giro” ma la politica ha il dovere di governare (meglio, garantire) anche gli affetti? Sì, credo di sì. E credo che il paternalismo ottocentesco non sia una buona soluzione, no. Dietro alle parole dei decreti ci sono le persone, scrivere congiunti e aggiungere poi affetti stabili è perlomeno una superficiale distrazione.

Buon martedì.

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Scomparse le madri e i bambini

Può un’emergenza sanitaria burocratizzare i sentimenti? Sì, forse deve anche farlo ma inevitabilmente le decisioni sulle libertà dei cittadini sono la cartina di tornasole del modello di società che si ha in testa. Ci si avvicina alla Fase 2 con tutti i dubbi e con tutte le discussioni del caso, favorevoli e contrari troppo spesso accesi e sordi come tifosi delle curve contrapposte, e balza all’occhio quello che siamo: ci si occupa di garantire a tutti i produttivi e a tutti i consumatori di poter produrre e consumare agghindati con i dispositivi di sicurezza che servono, ci si occupa di di garantire che non vengano falcidiati i fatturati e ci si occupa che il Paese riparta. Ma al Paese, a quel Paese di cui si tratta nelle interviste e nelle conferenza stampa, manca un pezzo. Gli improduttivi, appunto. I bambini e gli anziani.

Il 4 maggio i genitori torneranno a lavoro ma l’essere genitori da queste parti è una caratteristica secondaria che non merita di entrare nella discussione. Si tornerà al lavoro e non ci è dato sapere cosa sarà dei figli in età scolare e prescolare. Niente, nulla, boh. Si ripete che le scuole devono restare chiuse per evitare il contagio e la frase suona anche credibile se non fosse che la filosofia della Fase 2, quella apertamente dichiarata, è di riaprire “tutti i servizi essenziali”. E quindi diciamocelo, facciamoci coraggio, che la scuola non viene considerata un servizio essenziale, semplicemente. Diciamo chiaramente che i soldi che stanno arrivando dall’Europa e che sono stati messi nel comparto industriale non verranno investiti sulla scuola, ancora una volta. Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo apertamente, sinceramente.

Diciamo che la task force sulla scuola non sta nel palazzo delle task force che contano ma rimane relegata al ministero dell’Istruzione. Diciamo che questo dibattito solo sugli esami di fine anno riduce la funzione della scuola al giudizio finale, come se fosse un target aziendale, tralasciandone il ruolo chiave nella socializzazione, nella crescita della propria consapevolezza, nella costruzione di una visione del mondo. Niente. I ragazzi sono quel voto che sarà la loro patente di immunità per poi bussare al mondo del lavoro. Numeri, cose, risultati e spariscono le persone.

Spariscono i bambini e i ragazzi e spariscono le madri, ancora una volta, inevitabilmente. Essere madre in Italia, oggi, significa essersi sovraccaricata di un costosissimo e faticosissimo hobby sentimentale che non interessa alla politica. In Germania i servizi educativi per i figli dei lavoratori essenziali (quelli che non si sono mai fermati) sono sempre rimasti aperti. In Olanda le scuole primarie riapriranno a fine aprile. In Francia le scuole riapriranno l’11 maggio. In Danimarca le scuole hanno già riaperto e in Svezia e Islanda non hanno mai chiuso.

Qui tra poco si arriva al 4 maggio e alle madri si dice (senza dirla) la stessa frase di sempre: care, organizzatevi. E ai bambini e ai ragazzi devono bastare gli editoriali in cui vengono accusati di avere la fortuna di essere bambini. In attesa di diventare finalmente produttivi.

Buon lunedì.

 

PS.

(Fermi tutti. Molti degli affezionati lettori che seguono il “buongiorno” mi fanno notare che il titolo che ho scelto risulta particolarmente fastidioso perché esclude i padri dal ruolo genitoriale. Nelle mie intenzioni il senso era altro: alle donne, lo dicono le statistiche, viene troppo spesso demandato il peso del welfare famigliare, alle donne viene richiesto troppo spesso di farsi carico di famiglia e lavoro come se fosse un loro dovere storicizzato. Ma non sono riuscito a farmi capire. Penso che ogni volta che un articolo abbia bisogno di una puntualizzazione evidentemente non è stato un buon articolo. E allora prometto che farò meglio, con ancora più attenzione.)

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Siamo liberi?

Il 13 aprile scorso il filosofo Giorgio Agamben proponeva una domanda: «Com’è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?». In sostanza Agamben teme la nascita di un nuovo dispotismo che, secondo lui, sarà peggiore di quello passato. Secondo Agamben abbiamo accettato «soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale», «abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio» e la Chiesa e i giuristi sarebbero i grandi assenti in questa fase di tracollo.

La posizione di Agamben è interessante perché si sovrappone all’idea di certa destra sovranista in giro per il mondo (con Trump in testa) e non è un caso che proprio il filosofo sia stato intervistato a tutta pagina dal quotidiano La Verità. Che poi i sostenitori i politici nostrani sostenitori di Orban siano gli stessi che ci impartiscono lezioni di libertà lascia più che perplessi.

Ma la risposta più interessante a Agamben arriva da Tiziano Scarpa. Dice Scarpa: «Si sta rinunciando a una quota della propria libertà per tutelare non i più giovani e forti, o i bambini, ma i più vecchi (nonostante dei vecchi sia stata fatta strage per un’insensata e colpevole gestione delle case di riposo). Non so quante volte questo sia accaduto nella storia umana. Perfino se le misure che sono state adottate in queste settimane dovessero rivelarsi, in futuro, un eccesso di cautela, trovo che quel che si sta facendo sia eticamente meraviglioso, perché dimostra che, in situazioni di necessità, un’intera società è disposta consapevolmente ad agire soprattutto in favore dei più deboli, pur sapendo di pagare per questo un prezzo altissimo, sia nel presente che in futuro. A me questo sembra il contrario della barbarie, mi sembra il vertice della civiltà, una magnifica smentita culturale alla ferocia del darwinismo naturale e alla sopravvivenza del più adatto, un segno di speranza nell’umanità e nelle sue risorse morali fattive, e sono fiero di dare il mio contributo personale a questa enorme impresa collettiva».

Poi, mentre leggevo questo dibattito sul senso della libertà mi è capitato di alzare gli occhi e ascoltare le frasi e i ragionamenti della nostra classe dirigente: quella divisa in un acritico aprite tutto contro il chiudete tutto. E mi è venuto da pensare che sarebbe bello pretendere un po’ di profondità, in questo tempo così sospeso. Sarebbe bello sfruttare questa pausa per rendersi conto, ognuno con le proprie sensibilità, che è un argomento che non dovrebbe concedersi agli slogan, la libertà.

Buon giovedì.

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Mafie, smemorati e giornali

Luigi Di Maio si indigna con il giornale tedesco Die Welt che usa le stesse parole di Beppe Grillo sul rischio che i soldi europei vadano alle mafie

«Io sono venuto qui a guardare i conti e a dire di non dare più i soldi all’Italia perché scompaiono in tre regioni: Sicilia, Calabria e Campania, quindi mafia, ‘ndrangheta e camorra»: sono le parole esatte che pronunciò Beppe Grillo a Strasburgo al Parlamento Europeo il primo luglio del 2014. 7 anni fa. Sembra passata un’era geologica fa e invece il Movimento 5 Stelle è nato e si è consolidato elettoralmente esattamente con questi toni, con questi contenuti e con queste semplificazioni. La base elettorale che ne ha fatto il partito più rappresentato in Parlamento è quella che vedeva (e vede ancora, poiché in parte ha abbandonato il M5S) marcio e marci dappertutto, tutto uno schifo e che sognava l’abbattimento della classe dirigente come fine ultimo.

Stupisce che il ministro Di Maio ieri si sia così furiosamente indignato con il quotidiano tedesco Die Welt che ha scritto: «dovrebbe essere chiaro che in Italia, dove la mafia è forte e sta adesso aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles». Sono le stesse parole di Beppe Grillo, scritte in modo più elegante. Allora facciamo che in cambio Di Maio e gli altri chiedano anche scusa per avere usato la banalizzazione come arma di indignazione politica. Basterebbe questo, il mondo è più complesso di come lo racconta la propaganda e ce ne siamo accorti, dire una cosa così, semplice semplice.

Poi c’è un altro punto: Di Maio chiede al governo tedesco di intervenire contro l’opinione di un quotidiano che non ha nessun legame governativo. Scagliarsi contro un giornale è stupido, pretendere che il governo debba rettificare l’opinione di un editorialista è populista e semplicistico, ancora. Se il governo italiano si sente diffamato da quell’articolo valuti i presupposti legali per tutelarsi senza farne una ragione di Stato. Semplice.

A proposito: c’è una circolare del Viminale mandata ai questori il 27 marzo in cui si scrive, nero su bianco, che in tempi di Coronavirus ci sono «ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata nella fase di riavvio di molte attività». Le parole del giornalista tedesco sono un’odiosa banalizzazione di un concetto che esiste e che preoccupa anche lo Stato italiano. Brutta cosa le banalizzazioni, eh?

A proposito: da noi Libero e Il Giornale hanno titolato, in prima pagina, mica in un loro editoriale, “è stata la culona”, riferito alla Merkel, “ciao ciao culona”, “vaffanmerkel”, e “la culona si è sgonfiata”. Non risultano pervenute richieste ufficiali dal governo tedesco per il governo italiano di intervenire, mai.

Un’ultima cosa: sappia Die Welt che l’Italia ha le peggiori mafie ma anche la migliore antimafia del mondo. Antimafia sociale, culturale e giudiziaria. E le mafie sono un problema mica solo italiano, i mafiosi sono già oltre quello stantio editoriale, molto più europei di molti che si professano europei.

Buon venerdì.

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La gestione dell’emergenza fa risaltare tutti i limiti di chi ci governa

Siamo nell’epoca della politica debole, qui dove la politica è diventata ordinaria amministrazione dell’emergenza nazionale: Covid-19 e i numeri della Protezione Civile sono il timone delle decisioni del governo ed è tutto un inseguire i numeri, i picchi, il plateau (ogni giorno ci regala una parola nuova per descrivere una situazione che appare immobile), l’attesa della discesa, l’attesa delle mascherine, l’attesa dei tamponi, i pochi tamponi, i troppi tamponi, i giri del cane, la distanza sociale (che poi sarebbe una distanza fisica e forse occuparsi dell’ecologia delle parole farebbe meglio a tutti) e tutto il resto. È una politica che si fa politica dopo la conferenza stampa della Protezione Civile, una politica in attesa dei numeri che ci dicano se andiamo meglio di ieri, se andremo peggio di domani.

È l’emergenza a guidarci e governare l’emergenza è l’unica qualità richiesta a un governo (e ai governi regionali e comunali) e la tenuta dei cittadini in un’effettiva situazione di cattività (ed è una cattività economica, più che sociale) è qualcosa da maneggiare con cura e con dedizione. Come si conforta un Paese che si ritrova in una situazione sospesa e dal futuro incerto? Con una buona e giusta comunicazione. Sì, lo so, sembra banale, ma mentre abbiamo passato gli anni a ripeterci, sbagliando, che la politica è comunicazione e che la comunicazione è politica, ci accorgiamo oggi, in un contesto che sfiora il panico, che pesare gli atteggiamenti e pesare le parole è una qualità che serve, eccome se serve.

Il particolarismo regionale e comunale, ad esempio, con la comparsa di sceriffi che fanno capolino per pescare a strascico un po’ di consenso sui social e confidando di portarselo alle prossime urne è lo spettacolo indecente che affolla queste giornate a aggiunge disagio al disorientamento generale: presidenti di regione che stringono e allargano le maglie dei decreti nazionali rivendicandone le differenze, sindaci che trasmettono dirette Facebook aizzando i cecchini contro i passeggiatori di turno, deputati e senatori che coltivano tra i propri fan dubbi che poi non esprimono in Parlamento e addirittura compagni di governo che hanno dimenticato il telefono e si scrivono via social per aizzare il tifo. Se davvero questo dovrebbe essere il tempo della responsabilità allora i cittadini italiani sono molto più responsabili dei governanti e tutto questo non è confortante.

La sensazione è che il Coronavirus sia un nuovo campo di battaglia partitica che ha le stesse regole di ingaggio del pre-quarantena. I toni sono un po’ più sopiti e i modi apparentemente più educati ma le divergenze esibite senza nessuno sforzo di conciliazione sono infantili e fragorose come prima. Ai cittadini si chiede immobilismo, silenzio e trattenuta di respiro e dalle parti del Palazzo e nelle sue diverse sedi regionali c’è quest’aria da liberi tutti che avvilisce. Poi ci sono quelli che tutti i giorni ci ripetono di stare a casa e stare distanti e poi si affollano e si abbuffano per presentare la fanfaronata dell’inaugurazione del nuovo ospedale: in Lombardia il presidente Fontana (che in questo momento è l’ariete della Lega poiché l’ex ministro Salvini si trova relegato a gestire solo un po’ di rabbia sui social) ha puntato tutto su Bertolaso e sul nuovo ospedale in Fiera a Milano.

Il Covid Ospedale Fiera di Milano è stato aperto con qualche centinaio di posti che ancora mancano, per ora sono operative qualche decina di posti letto, ma la fretta di mostrarsi fingendo di mostrarlo ci ha regalato l’immagine dell’assembramento che ci hanno detto di evitare. La fame di partecipare e comparire in qualche inquadratura di qualche tg nazionale hanno fatto apparire quei terribili censori dei governanti lombardi come giovinastri impegnati in un aperitivo pirata. Fulminante la risposta dell’assessore Gallera: «se protetti non è necessario restare a distanza» ha detto ai giornali per provare a giustificarsi. La protezione dei presenti consisteva nel semplice uso della mascherina: e quindi? Pessima comunicazione, pessima politica.

Poi abbiamo assistito al prevedibile ingolfamento del sito dell’Inps. Ora, al di là del dato tecnico (il sovraffollamento era prevedibile ma la situazione dell’Italia dal punto di vista digitale è disastrosa) sembra che nessuno abbia voluto dare risposta al dato più inquietante: proprio sul sito era comparsa l’informazione che l’ordine cronologico delle domande avrebbe contato per la loro accettazione. Poi, senza nessuna spiegazione, l’avviso sparisce. Ma nessuno smentisce e nessuno riferisce sul perché dell’avviso. Niente. Solo le solite rassicurazioni sul fatto che “i soldi ci sono per tutti” e che al massimo ci sarebbe stato “un nuovo decreto”, puntando sul fatto che la gente in un tempo sospeso sia rassicurata dalle promesse della politica.

Anzi, non solo: il presidente dell’Inps Tridico addirittura se l’è quasi presa con i troppi accessi contemporaneamente. Che screanzati i cittadini che corrono per pretendere i soldi! Poi c’è un presidente del Consiglio che convoca una conferenza stampa per chiarire la polemica che nasce su presunte passeggiate con i figli come se fosse una questione di Stato. E per concludere il capo della Protezione Civile Borrelli, in conferenza stampa, ci tiene a dirci che il tampone è stato eseguito a tutti quelli che ne avevano bisogno. E lo dice così, impunemente, in faccia a decine di migliaia di persone che non hanno avuto accesso al tampone nonostante i sintomi. Una dichiarazione come se non esistessero i morti senza tampone che si piangono in Lombardia. Pessima comunicazione. Pessima politica.

L’articolo La gestione dell’emergenza fa risaltare tutti i limiti di chi ci governa proviene da Il Riformista.

Fonte

Pessima politica pessima comunicazione

Siamo nell’epoca della politica debole, qui dove la politica è diventata ordinaria amministrazione dell’emergenza nazionale: Covid-19 e i numeri della Protezione Civile sono il timone delle decisioni del governo ed è tutto un inseguire i numeri, i picchi, il plateau (ogni giorno ci regala una parola nuova per descrivere di nuovo una situazione che appare immobile), l’attesa della discesa, l’attesa delle mascherine, l’attesa dei tamponi, i pochi tamponi, i troppi tamponi, i giri del cane, la distanza sociale (che poi sarebbe una distanza fisica e forse occuparsi dell’ecologia delle parole farebbe meglio a tutti) e tutto il resto. È un a politica che si fa politica dopo la conferenza stampa della Protezione Civile, una politica in attesa dei numeri che ci dicano se andiamo meglio di ieri, se andremo peggio di domani. Inevitabilmente è l’emergenza a guidarci e governare l’emergenza è l’unica qualità richiesta a un governo (e ai governi regionali e comunali) e la tenuta dei cittadini in un’effettiva situazione di cattività (ed è una cattività economica, più che sociale, anche questo sarebbe il caso di cominciare a capirlo, qualcosa di simile al limite minimo della sussistenza per molti) è qualcosa da maneggiare con cura e con dedizione. Come si conforta un Paese che si ritrova in una situazione sospesa e dal futuro incerto? Con una buona e giusta comunicazione. Sì, lo so, sembra banale, ma mentre abbiamo passato tutti gli anni a ripeterci, sbagliando, che la politica è comunicazione e che la comunicazione è politica (e invece era tutto uno sbrodolamento di propaganda) ci accorgiamo oggi, in un contesto che sfiora il panico, che pesare gli atteggiamenti e pesare le parole è una qualità che serve, eccome se serve. 

Il particolarismo regionale e comunale, ad esempio, con la comparsa di sceriffi che fanno capolino per pescare a strascico un po’ di consenso sui social e confidando di portarselo alle prossime urne è lo spettacolo indecente che affolla queste giornate a aggiunge disagio al disorientamento generale: presidenti di regione che stringono e allargano le maglie dei decreti nazionali rivendicandone le differenze, sindaci che trasmettono dirette Facebook aizzando i cecchini contro i passeggiatori di turno, deputati e senatori che coltivano tra i propri fan dubbi che poi non esprimono in Parlamento e addirittura compagni di governo che hanno dimenticato il telefono e si scrivono via social per aizzare il tifo. Se davvero questo dovrebbe essere il tempo della responsabilità allora i cittadini italiani, ancora una volta, sono molto più attenti e responsabili dei propri governanti e tutto questo non è confortante, proprio no. La sensazione qui fuori è che il Coronavirus sia semplicemente un nuovo campo di battaglia partitica (l’aggettivo politica sarebbe fin troppo nobile per l’indecente spettacolo) che ha le stesse regole di ingaggio del pre-quarantena. I toni sono un po’ più sopiti e i modi apparentemente più educati ma le divergenze esibite senza nessuno sforzo di conciliazione sono infantili e fragorose esattamente come prima. Ai cittadini si chiede immobilismo, silenzio e trattenuta di respiro e dalle parti del Palazzo e nelle sue diverse sedi regionali c’è quest’aria da liberi tutti che avvilisce. Avanti così.

Poi ci sono quelli che tutti i giorni ci ripetono di stare a casa e stare distanti e poi si affollano e si abbuffano per presentare la fanfaronata dell’inaugurazione del nuovo ospedale: in Lombardia il presidente Fontana (che in questo momento è l’ariete della Lega poiché l’ex ministro Salvini si trova relegato a gestire solo un po’ di rabbia sui social) ha puntato tutto su Bertolaso e sul nuovo ospedale in Fiera a Milano. Il Covid Ospedale Fiera di Milano (anche il nome è un gioiello di marketing) è stato aperto con qualche centinaio di posti che ancora mancano, per ora sono operative qualche decina di posti letto, ma la fretta di mostrarsi fingendo di mostrarlo ci ha regalato l’immagine dello stesso assembramento che ci hanno detto di evitare. La fame di partecipare festosi alla festa e comparire in qualche inquadratura di qualche telegiornale nazionale hanno fatto apparire quei terribili censori dei governanti lombardi come giovinastri impegnati in un aperitivo pirata. Fulminante la risposta dell’assessore Gallera: «se protetti non è necessario restare a distanza» ha detto ai giornali per provare a giustificarsi. La protezione dei presenti (le immagini parlano chiarissimo) consisteva nel semplice uso della mascherina: e quindi? Pessima comunicazione, pessima politica.

Poi abbiamo assistito al prevedibile ingolfamento del sito dell’INPS. Ora, al di là del dato tecnico (il sovraffollamento era prevedibile ma la situazione disastrosa dell’Italia dal punto di vista digitale è qualcosa che meriterebbe un saggio di diversi tomi) sembra che nessuno abbia voluto dare risposta al dato più inquietante: proprio sul sito dell’INPS era comparsa l’informazione che l’ordine cronologico delle domande avrebbe contato per la loro accettazione. Poi, senza nessuna spiegazione, l’avviso sparisce. Badate bene: nessuno smentisce e nessuno riferisce sul perché di quell’avviso. Niente. Sparizione e le solite rassicurazioni sul fatto che “i soldi ci sono per tutti” e che al massimo ci sarebbe stato “un nuovo decreto”, puntando evidentemente sul fatto che la gente in un tempo sospeso sia rassicurata dalle promesse della politica. Anzi, non solo: il presidente dell’INPS Pasquale Tridico ieri addirittura se l’è quasi presa con i troppi accessi troppo contemporaneamente. Che screanzati questi cittadini che corrono per pretendere i soldi, in effetti.

E poi c’è tutto il resto: un presidente del consiglio che convoca una conferenza stampa per chiarire una polemica politica che nasce su presunte passeggiate con i figli (come se non esistano dall’inizio della quarantena genitori soli che non possono certo permettersi di lasciare incustoditi bambini) come se fosse una questione di Stato. Ore e ore, tonnellate di dichiarazione sull’età, sulla circonferenza e sul peso di un bambino che si può considerare un bambino. E per concludere il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, spalleggiato dal professore Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria, in conferenza stampa ci tiene a dirci che il tampone è stato eseguito a tutti quelli che ne avevano bisogno. E lo dicono così, impunemente, in faccia a decine di migliaia di persone che in Italia non hanno avuto accesso al tampone nonostante la presenza dei sintomi. Una dichiarazione così convinta come se non esistessero i morti senza tampone che si piangono in Lombardia. Pessima comunicazione, pessima politica.

(il mio pezzo per Il Riformista di oggi)

Qual è il piano?

Il contenimento e la quarantena sono misure emergenziali, questo è chiaro, ma la convivenza con la presenza di un virus che non ha né vaccino né cura è una strategia politica che dovrebbe essere pensata. Se ne sta pensando?

Qualche osservazione, per aprire una discussione e per non rimanere tutti incollati tutto il giorno ad aspettare solo i dati dei nuovi contagi e dei tanti, enormemente troppi, deceduti. Una riflessione che dovrebbe coinvolgere la politica e che rimane invece solo incastrata negli editoriali e nelle domande che rimangono senza risposta appese ai social. Qual è il piano?

Meglio: cosa vuole fare la politica? In questi giorni stiamo assistendo alla disgregazione: Regioni che vanno per conto loro, sindaci e presidenti di Regione che si ritagliano il loro secondo di notorietà sfoderando un po’ di sceriffismo e serrate consultazioni sul peso e sulla circonferenza dei bambini che possono passeggiare. Bene. Ci dicono, giustamente, che ora è emergenza e quindi tocca ascoltare gli esperti. Benissimo. Ma esattamente qual è il piano?

Se si aspetta che il contagio arrivi a zero significa non riuscire a guardare più in là dei numeri (e questo dovrebbe fare la politica): la possibilità di ricontagio e la mancanza di un vaccino e di una cura (sarà lunga) ci dice che dovremo convivere con il virus, tenerlo sotto controllo, portarlo a limiti accettabili ma accettare di essere schiavi di una possibile ondata di ritorno. La strategia del “tutti a casa” illudendo che il Covid-19 magicamente scompaia è una favoletta che non ha niente a che vedere con la responsabilità della politica. Il contenimento e la quarantena sono misure emergenziali, questo è chiaro, ma la convivenza con la presenza di un virus che non ha né vaccino né cura è una strategia politica che dovrebbe essere pensata. Se ne sta pensando? Dico sul serio, lasciamo perdere quelli dell’apriamo tutto domani mattina che vengono smentiti dai dati della scienza ma se la politica ci chiede lo sforzo di guardare lontano con fiducia non avrebbe l’obbligo di costruirla, la fiducia? Il tracciamento personale è una soluzione? Se ne vuole parlare? Vogliamo parlare dei metodi possibili e delle questione di diritti e privacy? Si vuole scaglionare? Benissimo, come?

Il dibattito sul dopo è qualcosa che va fatto adesso e forse diminuirebbe la sensazione di sospensione. No? Così, per capirsi.

Buon giovedì.

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Orbán siamo noi

Orbán siamo noi. Siamo noi quando pretendiamo di avere risposte semplici a temi complessi e decidiamo di affidarci a chi grida meglio, a chi grida più forte, a chi si propone come soluzione senza parlare di soluzioni e senza proporre piani di intervento.

L’Ungheria che concede pieni poteri senza limiti temporali al suo capo dell’esecutivo siamo noi, è la fotografia dell’Europa che si sgretola ogni volta che c’è da essere forti con i forti e invece è sempre così brava a essere forte con i deboli.

Orbán è lo stesso che già nel 2012 aveva falciato la Costituzione ungherese calpestando l’autonomia del potere giudiziario e noi abbiamo fatto finta di non accorgercene. Tornavano utili i suoi voti, tornava utile il suo consenso e così la notizia è passata come una di quelle colorite notizie di politica estera mentre era già qualcosa di gravissimo.

Chi parla di libere elezioni in Ungheria non ha minimamente idea di cosa significhi da quelle parti fare opposizione, anche solo scrivere contro il governo. Orbán siamo noi quando pensiamo che i diritti degli altri siano qualcosa che possiamo permetterci di non considerare perché non intaccano i nostri. E invece noi siamo l’Europa, Orbán è l’Europa e quindi Orbán siamo un po’ anche noi.

Come scrive Nadia Urbinati: «Dalla sconfitta dei fascismi, le costituzioni servono non a incoronare il potere costituito ma a limitarlo, per garantire i diritti civili, che sono in primo luogo diritti di parola, di associazione e di movimento. Orbán con i pieni poteri ha la discrezione di limitare questi diritti – di fare obbedire in silenzio. Può, come richiede la pandemia, limitare il diritto di spostamento; ma può anche (come la pandemia non richiede) limitare il diritto di giudicare e criticare chi decide».

Orbán siamo noi quando decidiamo di disinteressarci dell’Europa e di trattare la politica estera come figurine: a gennaio di quest’anno già si era discusso dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea (che tratta proprio dei diritti minimi dei Paesi membri) e dell’incapacità del Consiglio di applicare le dovute sanzioni a Polonia e Ungheria.

E alla fine siamo arrivati qui. A dover tirare fuori tutta la voce che abbiamo, in un momento come questo, per dire che no, noi non siamo Orbán.

Buon mercoledì.

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Salvini e Meloni smettano di cercare colpevole del virus, pensiamo a salvarci tutti

Abbiamo sentito di tutto e non sarà mica finita qui. Il complotto americano dell’esercito impegnato in una guerra batteriologica per indebolire la Cina (che sarebbe ancora più ridicolo visti i morti che sta provocando anche negli Usa), abbiamo sentito di una prossima invasione dell’Europa da parte di qualche potenza straniera, abbiamo letto di pipistrelli mangiati crudi come specialità culinaria, abbiamo letto di elicotteri che avrebbero infestato le nostre città di quale disinfestante durante la notte con conseguente moria di piante e animali, abbiamo cantanti e attori e vip generalisti che vomitano analisi epidemiologiche, abbiamo sindaci e presidenti di regione che hanno approfittato del momento per fare un po’ di bullo sceriffismo, annusiamo psicosi di ogni tipo e alla fine ci è toccato pure sorbire i due leader dell’opposizione (non dimentichiamolo, quelli che vorrebbero governare il Paese) rilanciare un servizio giornalistico che era perfetto per chi spreca tutto il giorno a trovare indicibili verità confidando in qualche personaggetto complottasti o in qualche indizio lasciato indietro per caso.

Ma tutto questo non si è limitato a una creduloneria popolare di manzoniana memoria che scatena la caccia all’untore per le strade delle città (per alcuni giorni abbiamo creduto che i corridori solitari fossero la causa principale della peggiore pandemia del dopoguerra, una cosa che ci si vergogna perfino a scriverla, chissà come la racconteremo ai nostri figli) ma la ricerca compulsiva di un colpevole si è spostata ai piani alti della politica, di qualche pezzo di scienza e perfino tra quell’intellighenzia che ancora riteniamo affidabile dopo tutte le panzane che ci ha rifilato in questi ultimi anni.

L’emergenza sanitaria del Coronavirus in Italia è una distorsione antropologica che andrà studiata negli anni a venire: mentre qualcuno ci racconta che siamo diventati tutti più buoni e tutti solidali, come se il Paese avesse improvvisamente svoltato dal giustizialismo muscolare che ne ha contraddistinto la natura in questi ultimi anni (e la testimonianza dovrebbe essere stata quella passeggera abitudine di cantare insieme sui balconi, anche questa fa prudere le dita mentre la si scrive) in realtà assistiamo a un Paese incattivito e represso esattamente come prima con l’aggravante di essere spaventosamente rinchiuso in casa e limitato nelle proprie possibilità di spostamento.

C’è qualcuno, Salvini e Meloni in testa, che ancora una volta vorrebbe convincerci che trovare un colpevole sia la soluzione ideale per sconfiggere l’emergenza sanitaria. Perché e come questo dovrebbe avvenire non si pregiano di spiegarcelo ma il trucco è sempre lo stesso: offrire soluzioni semplici e veloci a problemi complessi, disabituare le persone ad affrontare il contesto e le complessità (appunto) delle situazioni e convincerli che avere una testa da fare cadere basti come soddisfazione.

Lasciamo perdere se sia vero o se non sia vero (tra l’altro è falso) che questo virus sia fabbricato in laboratorio e sfuggito per errore. La domanda in questo caso è un’altra: cosa cambierebbe nella gestione della pandemia avere un colpevole? Funziona il desiderio di vendetta e la bile contro qualcuno come pane a tavola dove per alcune famiglie comincia a mancare il pane? Aiuterebbe le categorie più disagiate sapere chi è il colpevole? Li farebbe stare meglio? Rallenterebbe il contagio? Permetterebbe di attuare una strategia per evitare la moria di questi giorni?
Un Paese che ha bisogno di colpevoli è un Paese incapace di affrontare la realtà con i mezzi della logica, della responsabilità e dell’etica che servono soprattutto in un momento come questo.

Un Paese che sogni di trovare qualcuno da additare è un Paese che ha perso ogni speranza di costruire una comunità e una coscienza collettiva e una responsabilità sociale condivisa. Usciamo per favore dalla retorica, usciamo da questo maledetto gioco dell’odio e della condivisione compulsiva: in Italia c’è bisogno di capire come contenere il contagio, come sostenere tutte (e che siano veramente tutte) le categorie che si ritrovano in difficoltà, bisogna cominciare ad abbozzare un piano di ricostruzione del Paese quando tutto sarà finito, bisogna evitare che qualcuno rimanga indietro (frase che in questi giorni si sente tantissimo e che invece viene praticata con molta parsimonia) e bisogna capire quali siano gli studi scientifici a cui affidarsi e quali soluzioni.

Per il momento si vive una quarantena collettiva che non ha portato nessuno dei risultati sperati (ma vedrete che ci parleranno di picco per riuscire a guadagnare un po’ di tempo) e ci sono promesse che vengono ripetute con perfetto stile comunicativo. Immaginate che le energie spese per trovare l’untore siano invece usate per discutere (anche discutere e mettere in discussione le scelte del governo sta diventando piuttosto difficile) e per proporre: immaginate, in sostanza, che tutto questo fiato sprecato venga usato per fare la politica che invece è la grande assente durante questa pandemia, sarebbe tutto più utile e probabilmente più risolutivo. Abbiamo perso ancora una volta una giornata a smentire una notizia falsa che tra l’altro non serve a nessuno.

Un altro giorno ancora. E ormai anche dal punto di vista dei voti raccolti l’odio e l’allarmismo sembrano essere arrivati a raschiare il fondo del barile: fanno solo clic, sensazioni e ascolti. E chissà che i politici non prendano coscienza che i clic, le sensazioni e gli ascolti non si trasformano in voti soprattutto nei periodi di crisi profonda. Prima se ne accorgono loro e meglio è per noi. Il prima possibile.

L’articolo Salvini e Meloni smettano di cercare colpevole del virus, pensiamo a salvarci tutti proviene da Il Riformista.

Fonte

La voce del padrone

Ci sono due battaglie, contemporanee anche se trattate in modi dissimili: una sul campo (e il campo sono le strade che andrebbero liberate per rallentare il contagio) e una sulla politica, che poi la politica sarebbe le disuguaglianze da appianare e da sottoporre al Parlamento per trovare una giusta e rapida soluzione. E invece no, e invece il “nessuno rimanga indietro ai tempi del coronavirus” diventa una mantra che si ripete nelle dirette Facebook, quelle che hanno sostituito le conferenze stampa perché si evita quella pessima abitudine di dover rispondere alle domande. E intanto le macerie sociali oltre che sanitarie rimangono per terra e quasi tutti che ci passano sopra, quasi scavalcandole.

Partiamo dalla fine, dall’ennesimo decreto che avrebbe dovuto chiudere tutto e che lascia in giro per l’Italia, afferma il costituzionalista Enzo Di Salvatore «almeno 3,5 milioni i lavoratori ancora impegnati, dal 20% al 25% dell’intera forza lavoro del Paese ma le maglie larghe potrebbero far salire la quota anche al 35-40%». Lavoratori impegnati assiduamente a sfiorare il virus in nome del profitto e agli ordini di Confindustria terrorizzata dal dover rallentare prendendo coscienza di quello che accade intorno. Il premier Conte, sollecitato da alcuni presidenti di Regione, si è accorto che non avrebbe retto a lungo la narrazione che vedeva i corridori sotto casa come untori unici di un virus che sfugge da giorni a qualsiasi previsione ed è dovuto correre ai ripari ritirando fuori dal tappeto i lavoratori che sono costretti a operare in condizioni di insicurezza e a stretto contatto con la possibilità di contagio.

L’avevamo scritto in tempi non sospetti: l’imperativo di stare a casa rischia di risuonare come vuota retorica se non si permette di restare a casa alle categorie più deboli. E diventa impossibile pensare a una rinascita qualsiasi di una sinistra qualsiasi se non ci si rende conto che tra le categorie deboli ci sono tutti quei lavoratori sottopagati, sfruttati, non tutelati che continuano a vivere appena sopra alla linea di galleggiamento della sopravvivenza. Sono quelli che a differenza di molti altri non si possono permettere di fermarsi perché non possono perdere anche solo un giorno di stipendio che serve per arrivare alla fine della settimana o di pagare l’affitto. Sono gli stessi che per settimane, nonostante la favoletta del tutto chiuso hanno continuato a spostarsi in massa, secondo orari più o meno stabiliti, uno addosso all’altro nei mezzi pubblici, uno al fianco dell’altro a contatto con colleghi e senza nessun presidio medicale e poi alla sera, tornati a casa, hanno dovuto schivare gli affetti dei propri familiari.

Questi sono rimasti indietro. Sarebbe onesto riconoscerlo e ripartire da qui, ripartire da quella conferenza stampa di Conte che si è reso conto quanto sia un controsenso fermare un Paese scaricando la colpa di tutto ciò che accade sui cittadini e trattando solo le imprese (anzi, solo certe imprese) come interlocutori privilegiati. La reazione dei sindacati, Landini della Cgil in testa, dimostra che molti dei contatti sociali (pericolosi e evitabili) che hanno ammorbato questi primi giorni di chiusura sono stati dettati da associazioni di categoria appassionate più di profitto che di salute pubblica e la difficoltà di rendere operativo il decreto e tutte le critiche (da entrambe le parti) dimostrano che le tensioni sociali, così come le disuguaglianze, sono tutt’altro che appiattite.
Nessuno resti indietro, dicono e ci dicono.

Lo dicono gli stessi compagni di questo governo che tentenna ad ogni sospiro di Confindustria e lo dicono quelli che hanno uniformato un’informazione che continua a tenere indietro un’infinità di categorie sociali.
Sono indietro i lavoratori, l’abbiamo detto, ma sono indietro anche i commercianti, i piccoli imprenditori, tutti coloro che hanno un’attività che gli è costata i risparmi di una vita e che ora vedono travolta dalle scartoffie burocratiche e dalle spese che il virus non ha bloccato, per ora. Sono indietro i poveri, poveri veri mica i poveri che ancora abitano nell’alme della dignità, quelli che hanno la strada come habitat naturale e che già prima del virus davano fastidio perché rovinavano il decoro. Sono indietro i carcerati, le migliaia di carcerati in attesta di una prima sentenza e che per il pensiero comune sono già colpevoli perché “se sono in carcere qualcosa di male avranno fatto di sicuro” e invece vivono in luoghi invivibili e vengono usati come carne da macello da una politica irresponsabile e cinica. Sono indietro le persone sole, mica quelle isolate come tutti, quelle proprio sole che dividono il proprio appartamento largo come un buco con se stessi e senza nessun appiglio per provare a vedere che colore ha l’affettività fuori dal mondo.

Sono lasciati indietro gli operatori sanitari: in un Paese normale il numero di medici e infermieri che sono risultati positivi al coronavirus dovrebbe accendere una rivolta popolare che invece rimane sopita dalla solita bugia delle vittime collaterali del virus. Sono indietro gli insegnanti costretti a inventarsi un metodo nuovo per garantire il prosieguo di un’attività che era già claudicante prima del virus e sono indietro gli studenti costretti ad abituarsi a un nuovo metodo che avrebbe dovuto essere introdotto nelle scuole già da anni ed invece è rimasta una promessa elettorale. Sono indietro le cassiere che operano nei supermercati, esposte ogni ora del giorno al contagio di chi per necessità si ritrova a dovere mangiare e loro malpagate a essere la mano che sfiora le altre mani, un avamposto che viene trattato come carne da macello.

Sono indietro gli operatori di call center che hanno il privilegio di potere rimanere nascosti negli androni di palazzi di cui non si può raccontare. Sono indietro gli operatori delle poste, aperte esattamente come prima, che da giorni emettono comunicati sindacali che descrivono una situazione allucinante. Sono indietro i migranti che nemmeno da malati riescono a esistere e anzi se si ammalano saranno il bersaglio perfetto per l’odio generalizzato. Sono indietro tutte le partite Iva che vivono sperando che i bonifici continuino ad arrivare e che le fatture che emettono abbiano ancora un senso. Sono indietro le donne vessate dai propri uomini che ora hanno di fianco tutto il giorno, spesso con i figli a fare da testimoni a situazioni indicibili. Sono indietro in tanti, tantissimi, con l’obbligo di raccontarli, di difenderli ogni giorno. E sarebbe l’occasione giusta per mostrare le disuguaglianze senza nasconderle dietro un semplice hashtag.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 27 marzo 

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