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Politica

«Non è una priorità»

Avviso ai sovranisti già eccitati: non mi interessa ora parlare nello specifico dello ius culturae (ma ne parleremo a lungo) ma mi interessa parecchio debellare una volta per tutte questa irresponsabilità di certa classe politica (molta classe politica) che ha imparato a recitare a memoria la frasetta “non è una priorità” per scantonare dal proprio ruolo e potersi permettere di non esprimere una posizione su un argomento qualsiasi. Peccato che il loro ruolo (e il loro lavoro) sia avere posizioni chiare su tutti gli argomenti.

Dice Di Maio che il provvedimento dello ius culturae non è una priorità. Per intendersi: una riforma che cambierebbe la vita a 800.000 ragazzi è meno importante del taglio dei parlamentari che fondamentalmente non cambia la vita a nessuno (se non alla propaganda, ma quella è aria fritta) e porta un risparmio ridicolo. Però Di Maio non ha il coraggio di dire “no, non sono d’accordo” e nemmeno “sì, è una bella idea la faremo sicuramente entro febbraio”. Quel “non è una priorità” è semplicemente un modo per rimandare, come quelli che iniziano la dieta ogni lunedì o smettono di fumare alla fine di ogni sigaretta solo che in questo caso si parla di responsabilità molto più grandi e molto più impattanti sulla vita delle persone.

Ci vorrebbero invece politici per cui tutto sia una priorità, politici coraggiosi che abbiano almeno la dignità di dirci che non appoggiano qualche riforma perché non sono d’accordo e che ci spieghino perché. Non siamo in un ritrovo di svogliati che giocano a procrastinare. No.

Poi ci sono alcune curiosità: che senso ha l’idea di lanciare lo ius culturae per affossarlo il giorno successivo? Che senso ha, come dice qualcuno nel Pd, che è un provvedimento giusto ma il momento è sbagliato? Non è la politica la lotta per ciò che si ritiene giusto (e anche la vita, in fondo)? Perché dare spazio alle opposizioni per un provvedimento accennato? Cos’è? Un test?

E poi, mi raccomando, lamentatevi se qualcuno dice di voi che non siete una priorità.

Buon martedì.

 

L’articolo «Non è una priorità» proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/10/01/non-e-una-priorita/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

‘Ndrangheta: si pente De Castro in Lombardia

(un gran pezzo di Cesare Giuzzi e Giuseppe Guastella)

«Sono stanco di questo stile di vita, soprattutto di quella di mio padre. Io stesso l’ho indotto a fare questa scelta». La prime ore della mattina del 13 settembre. Nell’ufficio al quinto piano della Procura di Milano, davanti ai pm Alessandra Cerreti e Cecilia Vassena, c’è un ragazzo di 29 anni cresciuto nel lembo di terra tra le province di Milano, Varese e Novara che circonda l’aeroporto di Malpensa. Salvatore De Castro è il figlio di Emanuele, 51 anni, nato a Palermo ma affiliato alla ‘ndrangheta lombarda. Vicino al clan di Villagrazia di Cosa nostra, «il siciliano», come veniva chiamato, è stato «battezzato» a ridosso della Pasqua del ‘97. Nella ‘ndrangheta ha scalato le gerarchie al fianco del capolocale di Legnano Vincenzo Rispoli. Prima del suo nuovo arresto il 4 luglio nell’operazione «Krimisa» dei carabinieri e della Dda di Milano, De Castro era arrivato al ruolo di «capo società», vice reggente della cellula calabrese di Legnano. Oggi anche lui, come il figlio Salvatore, è un collaboratore di giustizia.

Una scelta indotta proprio dal figlio, arrestato nella stessa indagine, stanco di nascondersi, di fuggire, di una vita fatta di arresti e condanne. E dettata dalla consapevolezza che dalla ‘ndrangheta si esce soltanto in due modi: da morti o arrendendosi allo Stato. Una decisione capace di vincere il vincolo più grande che regola i clan calabresi, quel legame familiare che impedisce di testimoniare contro i congiunti, i padri, i propri figli. Una scelta «di famiglia», come la racconta lo stesso Emanuele De Castro: «Ho deciso di collaborare perché non voglio che mio figlio faccia ‘sta fine come l’ho fatta io. Perché sono stanco, mi sembra una vita assurda. Non lo so, è venuto il momento di…. vorrei vivere una vita tranquilla con la mia compagna e la mia bambina». La decisione di collaborare era stata preannunciata con due lettere spedite dal carcere dal boss direttamente al procuratore aggiunto Alessandra Dolci, il capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Nell’ultima comunicazione il «siciliano» ha chiesto di incontrare i magistrati «senza il mio difensore». In due mesi, padre e figlio hanno riempito centinaia di pagine di verbali. Hanno raccontato ai pm Cecilia Vassena e Alessandra Cerreti, che per molti anni ha combattuto la ‘ndrangheta in Calabria, gli assetti delle cosche al Nord e parlato delle connessioni con la politica, l’imprenditoria, la pubblica amministrazione. La loro collaborazione è la prima dopo quella del pentito Antonino Belnome, arrivata dopo il maxi blitz Infinito-Crimine del 2010, che ha svelato mandanti ed esecutori di una serie di delitti di mafia in Lombardia.

Nell’ordinanza del gip Alessandra Simion si racconta anche di come altri affiliati stessero progettando di uccidere Emanuele De Castro. Una circostanza che forse ha indotto, ancora di più, padre e figlio a scegliere la via della giustizia. Il boss 51enne di Lonate Pozzolo (Varese) ha permesso ai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano di recuperare due candelotti di esplosivo nascosti in una buca. L’affiliazione alla cosca del «siciliano» è avvenuta in un bar di Legnano: «Ci siamo messi in circolo, è stata fatta la tipica “pungitura”. Poi abbiamo brindato insieme». Padre e figlio gestivano un parking vicino a Malpensa sequestrato dagli investigatori. «Io spacciavo droga. Non sono mai stato battezzato, mio padre non voleva che lavorassi per ”loro” — ha raccontato Salvatore De Castro —. Mi diceva di starne fuori». Appena il figlio ha compiuto 18 anni, il padre gli ha confessato di essere un mafioso: «Gli chiedevo dei suoi viaggi in Calabria, del motivo per cui frequentasse Rispoli: tutti sapevano che senza il suo assenso qui non poteva muoversi foglia. E mi disse che apparteneva alla ‘ndrangheta».

Il pietismo come clava

Il politicamente corretto che vorrebbe (giustamente) contrapporsi alla marmaglia di cattivisti che popolano questa nostra contemporaneità questa volta è inciampato su se stesso, meritandosi una piccata risposta direttamente dalla persona in causa, il direttore d’orchestra Ezio Bosso.

È notizia di qualche giorno fa (ma era una notizia davvero o forse era una giusta notizia per un giorno in cui nessuno sapeva cosa scrivere?) che il musicista si sarebbe “ritirato” dalle scene a causa della malattia degenerativa che lo affligge. I titoloni sparati a piena pagine erano tutti lacrimevoli addii a un pianista che pianista non è mai stato (Ezio Bosso è un direttore d’orchestra e un ottimo compositore che come tutti i direttori d’orchestra e compositori suona anche il pianoforte) tanto per spingere un po’ sul pietismo che consente di avere qualche clic in più.

La risposta migliore è di Ezio Bosso:

«Comunicazione di servizio. Chiariamoci bene: SONO MOLTO FELICE PERCHÉ FACCIO IL MIO MESTIERE DI DIRETTORE

Ieri abbiamo parlato di tante cose belle all’incontro (alla Fiera del Levante di Bari, ndr), di etica, società, bellezza e soprattutto di musica. E facciamo cose ancor più belle con le orchestre. Quelle che sogno e ho sognato tutta la vita

Purtroppo è stato dato inutile risalto in maniera sciacalla come sempre al pregiudizio su di me. E questo si che fa male.

Ho solo risposto (come dovreste aver notato) che non faccio più concerti da solo al pianoforte perché lo farei peggio che mai e già prima ero scarso cosa che avevo già annunciato 2 anni fa. MA CONTINUO A FARE MUSICA E MEGLIO DI PRIMA! NON MI SONO RITIRATO.

Sono felice di ciò che faccio tantissimo! Ma mi addolora quando si insiste col pianoforte perché non so dire di no, faccio molta fatica e non ho abbastanza qualità. Ma soprattutto perché non si vede la bellezza di altro, quello per cui lotto.

E mi addolora che per quanto combatta contro le strumentalizzazioni, si scade sempre in quel pietismo sensazionalistico e queste cose si che mi farebbero ritirare davvero…»

In fondo ha ragione lui: le persone peggiori sono quelle che usano il pietismo per nascondere la forza di qualcuno e sbattere in prima pagina le sue debolezze come se fossero l’unica matrice del suo stare al mondo. Peggio dei cattivi ci sono i finti buoni che infilano il coltello con la faccia dolce e impietosita e come quegli altri sono capaci solo di raccontare una persona attraverso gli unici particolari che ne colgono. Perché sono ineducati alla complessità, anche loro.

Buon mercoledì.

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Il partito dell’Ego

Alla fine è la sua natura: preferisce essere capo, esiste solo da capo e pur di fare il capo accetta di essere il capo di pochi, abbandonando un partito di molti. L’ego di Matteo Renzi è il suo principale avversario politico (sembra un alleato ma alla fine finisce sempre così, con tutti) e in nome del suo ego oggi l’ex segretario del Pd annuncerà la sua uscita dal partito per dedicarsi a una sua nuova creatura.

Lo farà da Vespa, e anche questo non stupisce: il salotto televisivo è un luogo in cui mostrarsi per intero, nella figura di leader come lo intendono questi politici 2.0, tutti spremuti a essere figure intere concentrate nel loro personale reality. E così il prode Matteo (l’altro, quello che avrebbe abbandonato la politica se avesse perso il referendum che poi ha perso) alla fine ha capito benissimo che facendosi il partito tutto suo (e i “suoi” gruppi alla Camera e al Senato) risulta indispensabile nella tenuta del governo, pur essendo minuscolo, come gli hanno insegnato gi andreottiani stili su cui si è formato.

E in fondo è solo un ulteriore passo della politica dell’Ego che sta prendendo piede in questi anni e che è riuscita a trasformare una pratica comunitaria e sociale (la politica, appunto) in un palcoscenico di protagonisti e di seguaci, senza nessuna funzione assembleare e senza nessun spirito che funga da collante.

Come nel film di Nanni Moretti la domanda che attanaglia molti (troppi) è sempre la stessa: “mi si nota di più se non vengo o se vengo e sto in disparte”? La funzione pubblica è riservata all’accrescimento della propria popolarità. Solo questo.

E ora, c’è da scommettere, sarà Renzi il nuovo Matteo che scorrazzerà tra le righe del governo illudendosi di poter fare il bello e il cattivo tempo. Perché il problema resta sempre lo stesso: cambiare i modi, oltre che le persone.

Buon martedì.

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La politica con il fiato corto

Ora è la legge elettorale ma l’esempio è altamente simbolico e significativo: ciò che preoccupa più di tutto nella classe dirigente politica continua a essere il futuro prossimo per garantire la propria piccola rendita personale.

Non ci vuole un genio ad esempio per capire che la progettazione di una nuova legge elettorale sia un punto fondante per il buon funzionamento della democrazia: una buona legge elettorale permette una buona rappresentanza parlamentare e gli ultimi mesi della politica ci hanno raccontato perfettamente quanto il Parlamento sia organo sovrano per le scelte del governo.

Ci si aspetterebbe quindi che la classe dirigente (una classe dirigente degna di questo nome) affronti la discussione su un’eventuale riforma raccontandoci quali siano i vantaggi di una formula rispetto a un’altra, in termini di rappresentatività, di governabilità, di rispetto delle minoranze, di contrappesi della democrazia.

Invece niente. Invece è tutto un inseguire una previsione sulla prossima campagna elettorale (nessuno con uno sguardo un po’ più lungo delle prossime elezioni) cercando il meccanismo migliore per mettere fuori gioco l’avversario di turno. Si pensa alla legge elettorale come clava da agitare sulla testa del proprio nemico senza nessun rispetto allo spessore che il dibattito richiederebbe.

E, se ci pensate, funziona così anche per le scissioni di partito, le alleanze girevoli e mutevoli e per le riforme su economia e lavoro: si tratta la politica e il proprio ruolo nella politica come il servizio a un ristrettissimo arco temporale senza sentire nessun dovere di avere fiato e visioni lunghe.

E così tutto si riduce a discussioni sull’ieri e a immaginazioni solo fino a domani, come un chiacchiericcio senza nessuna pretesa, con una responsabilità ridotta al non affondare.

Ditemi chi di voi affiderebbe la conduzione della propria azienda, a un consiglio di amministrazione così.

Buon lunedì.

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Urlano perché non hanno argomenti

«Il sapere e la ragione parlano; l’ignoranza e il torto urlano» scriveva Arturo Graf. E in questi ultimi due giorni ho voluto farmi del male seguendo per intero le dirette del voto di fiducia al governo sia alla Camera che al Senato. Mi è venuta la congiuntivite, giuro. Mi si è spento l’elettroencefalogramma per riuscire ad allinearmi con la corporeità degli argomenti proposti, delle tesi esposte e dei rinfacci l’uno all’altro.

Provo però a ricapitolare, perché ne vale la pena.

La Lega ha strepitato a più non posso con cori da stadio ogni volta che parlavano gli altri, in primis Conte, come fanno quelli che non hanno idee e allora per galleggiare devono fare deserto tutto intorno. Più o meno comunque la loro lettura dei fatti è questa: i poteri forti hanno decido di fare cadere il governo (lo so, fa già ridere così) e loro hanno deciso di dire basta all’esperienza del governo gialloverde perché gli altri dicevano sempre no. A rigor di logica quindi si autodenunciano come poteri forti, se ci pensate. Comunque: dicono che Conte abbia formato il governo telefonando a Parigi, a Berlino e a Bruxelles e si sia messo d’accordo con il Pd perché gliel’ha consigliato qualche plutomassone turbocapitalista. Poi hanno detto «poltronari» (ne ho scritto ieri), «parlateci di Bibbiano» e altre amenità simili. Sembrava il saggio di fine anno: hanno messo in scena i tweet del loro capo.

Fratelli d’Italia ha detto che loro sono gli unici coerenti lì dentro (bastonando l’amichetto Salvini): per loro essere rimasti fuori dai giochi è una nota di merito. Dicono sempre così quelli che vengono lasciati fuori nelle partite di calcetto: «Sono troppo forte per loro». Poi hanno detto che Leu è un partito di pericolosi comunisti (me lo vedo Grasso lanciare le molotov) e che Conte è schiavo dei poteri forti.

Forza Italia ha detto che Salvini è stato un po’ discolo ma se accetta di portare il caffè a letto tutte le mattina a Berlusconi forse lo perdoneranno. Hanno detto che non vanno in piazza perché sono diversi da quelli che comunque ritengono naturali alleati. Hanno anche detto che c’è già un leader naturale per risolvere tutto: Silvio. Applausi svogliati e stanchi.

Questi i concetti politici. Il resto? Urla, magliette, sfottò e il Parlamento trasformato in urlatoio. La politica dell’opposizione è tutta qui.

Per chi mi chiede della maggioranza, vi anticipo: siamo in attesa dei fatti. Ah, a proposito, anche la Alan Kurdi che continua a rimanere in mezzo al mare.

Buon mercoledì.

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Poltronari

Matteo Salvini:

Il 20 giugno 1993 venne eletto consigliere comunale di Milano a seguito della vittoria alle elezioni comunali del candidato sindaco Marco Formentini.

Nel 1997 incomincia l’attività giornalistica e lavora come cronista per il quotidiano la Padania (questo periodo sarà in seguito definito dallo stesso Salvini come «un’esperienza affascinante»).

Dal 1999 lavora inoltre per l’emittente radiofonica leghista Radio Padania Libera diventandone successivamente direttore.

Dal 2004 al 2006 è stato deputato del Parlamento europeo, eletto per la lista della Lega Nord nella circoscrizione nord-ovest (con circa 14mila preferenze). Successivamente Salvini sceglie come proprio assistente parlamentare Franco Bossi, fratello di Umberto. Nel 2006 viene sostituito come deputato al Parlamento europeo da Gian Paolo Gobbo, essendosi candidato alle elezioni amministrative di Milano dove viene rieletto consigliere comunale, con oltre 3mila preferenze

Alle elezioni politiche del 2008 è stato eletto parlamentare alla Camera dei deputati nella circoscrizione Lombardia 1.

Il 7 giugno 2009 viene eletto al Parlamento europeo, con 70mila preferenze; un mese dopo si dimette da parlamentare italiano, scegliendo l’incarico europeo.

Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto deputato, ma cessa il mandato il primo giorno della legislatura, sostituito da Marco Rondini, per mantenere l’incarico di europarlamentare.

Eletto senatore alle ultime elezioni in Calabria, ha rassegnato contemporaneamente le dimissioni da europarlamentare.

24 anni di politica come mestiere.

Giorgia Meloni:

Nel 1998, dopo aver vinto le primarie di Alleanza nazionale per l’XI Municipio di Roma, viene eletta consigliere della Provincia di Roma per Alleanza nazionale, rimanendo in carica fino al 2002.

Nel 2006, a 29 anni, viene eletta alla Camera dei deputati nella lista di Alleanza nazionale nel collegio Lazio 1, divenendo la più giovane donna parlamentare della XV legislatura. Dal 2006 al 2008 è una dei vicepresidenti della Camera dei deputati.

Nel 2008, poco dopo l’insediamento della XVI Legislatura, diventa, a soli 31 anni, ministro per la Gioventù del Governo Berlusconi IV, mantenendo la presidenza di Azione giovani.

In occasione delle elezioni politiche del 2018 è stata rieletta deputata con il centro-destra nel collegio uninominale di Latina.

19 anni di politica come mestiere.

Questi ieri hanno manifestato contro i poltronari. È tutto.

Buon martedì.

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