Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 35

Politica

Innescare guerre. Anche tra operai e calciatori

Ora, riassumendo, si potrebbe dire che la giornata politica di ieri propone due macroargomenti. In un quotidiano si direbbe che sono i due argomenti di apertura: c’è la reazione di Mario Balotelli (professionista delle reazioni) ai buu razzisti della tifoseria del Verona (che sul razzismo è sempre riuscita a farsi notare, diciamo) e dall’altra parte c’è l’ex Ilva che viene “lasciata” da AncelorMittal perché non è riuscita, tra le altre cose, ad avere garanzia di impunità.

In un Paese normale, un Paese che rispetta la cronaca e decide di dibatterne con onestà intellettuale ci sarebbero i due fronti che adducono le proprie ragioni. Sul razzismo ci sarebbero (e ci sono) quelli che minimizzano (e nascosti tra loro anche i razzisti) e quelli che chiedono pene severe. Magari ci sarebbe anche qualche politico che riflette sul fatto che chiedere la carta d’identità per i social quando gente ci mette la faccia per insultare un calciatore nero sembri davvero una cosa minima. Sull’ex Ilva ci sarebbe chi dice che il lavoro merita anche qualche calata di braghe del governo e dall’altra chi proverebbe a fare notare che chiedere uno “scudo” legale per garantire posti di lavoro potrebbe sembrare un ricatto.

In un Paese normale chi è al governo studierebbe subito delle soluzioni, tutti insieme, poi uscirebbero dalla porta del Consiglio dei ministri e ci spiegherebbero cosa hanno intenzione di fare.

Invece qui accade che una componente del governo se la prenda con il governo di cui fa parte. In pratica un autodafé. E accade che un presunto valoroso politico ex ministro dell’Interno riesca addirittura a dire che Balotelli (perché non ha il coraggio di dire “il razzismo”) è l’ultimo dei suoi problemi e che un operaio dell’Ilva vale dieci volte lui, che fa “il fenomeno”. Ovvero nel nostro Paese c’è qualcuno, dalla politica codarda e demagogica e razzista, che riesce addirittura a innescare una guerra tra operai e calciatori. Uno schifo immondo.

Buon martedì.

L’articolo Innescare guerre. Anche tra operai e calciatori proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/11/05/innescare-guerre-anche-tra-operai-e-calciatori/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Ignoranti su internet

Fermi tutti: la nuova moda dei deputati che non sopportano internet (quelli che sono abituati a trovare spumante e pasticcini ogni volta che devono proporre un soliloquio e che non reggono un confronto qualsiasi su un social qualsiasi) è la moda di “regolamentare” i social con, udite udite, una carta d’identità per iscriversi. Non sanno (o fingono di non sapere) che esistono già le leggi e tutti gli strumenti per dare un nome e un cognome a un account ma l’argomento, trattato in superficie sfruttando l’ignoranza, funziona benissimo.

Eppure è un cagata pazzesca.

Dice Matteo Grandi, che con internet ci lavora e lo studia da sempre: «La carta d’identità per andare sui social è una delle proposte più ridicole e senza senso che non si sentivano da anni e capisco che la politica ha una gran voglia di mettere le mani sul web e di disciplinarlo ma probabilmente la politica non ha presente di cosa sia la rete. Mi sorprende che una proposta del genere arrivi da un deputato giovane e sedicente social come Marattin ma la cosa veramente grave è la seguente: la prima è che oggi di fatto un anonimato vero e proprio in internet non esiste perché con l’indirizzo ip siamo tutti rintracciabili e la seconda è che l’anonimato, per chi riesce invece a nascondersi dall’indirizzo ip, è un diritto umano sancito e riconosciuto perché è proprio grazie all’anonimato che si possono fare denunce anonime (e ne sono state fatte tante, che hanno anche cambiato il corso della storia) senza incorrere in ritorsioni. Allora iniziamo a capire che non è mettendo mano in maniera goffa e arbitraria a delle leggi che si può migliorare l’aria che si respira in rete ma è solo attraverso percorsi seri di cultura digitale».

E io non avrei potuto dirlo meglio. Ignoranti su internet che vogliono regolamentare internet. Poveri loro. Poveri noi. Chissà quando tornerà di moda studiare prima di parlare.

Buon mercoledì.

L’articolo Ignoranti su internet proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/10/30/ignoranti-su-internet/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La versione omeopatica del governo precedente

Immaginate di essere nel periodo del governo Conte 1, quello con lo stesso Conte, gli stessi del M5S e Matteo Salvini al Viminale. Immaginate 104 persone tra cui 41 tra ragazzi e ragazze sotto i 18 anni, 10 donne, di cui due incinte che restano in balia delle onde. Non ci vuole tanta immaginazione: è accaduto talmente spesso che ormai l’opera di impermeabilizzazione sul tema si può dire compiuta. Eppure immaginate cosa sarebbe successo nell’opposizione, che (giusta) indignazione popolare si sarebbe sollevata sui social.

E invece? E invece niente. Anzi, per essere giusti e precisi rimane l’allarme e la preoccupazione di tutto quell’associazionismo che non rimane attaccato alla gonna della politica ma il “comune sentire” sembra essersi ottundo di fronte a questa ennesima vergognosa deriva (di navi, di etica, di leggi internazionale) come se nulla fosse. Qualcuno dice che se protestiamo a voce troppo alta rischiamo di fare tornare Salvini, e mentre ce lo dice ci crede davvero: “facciamo come i nostri avversari così votano noi e non votano i nostri avversari” è una logica talmente stupida che ogni volta stupisce sentirla pronunciare. Qualcuno gli dica che allora non sono avversari, no?

Così mentre questi annunciavano un “nuovo umanesimo” succede che la Ocean Viking rimanga in mare esattamente come accadeva prima e accade che la nave Alan Kurdi abbia subito gli spari di due scafi libici mentre salvava 90 persone. Quella stessa Libia con cui questo governo si prepara a rinnovare gli accordi nei prossimi giorni (con la coraggiosissima tattica del “non parlarne”).

Ci fosse stato Salvini sarebbe cascato un mondo. E allora mi è venuto un dubbio, un dubbio piccolo piccolo ma sicuramente sbagliato: ma non è che sull’immigrazione questo governo è la versione omeopatica del precedente e a molti basta solo essere feroci con eleganza e buona educazione per non accorgersene? No, vero?

Buon lunedì.

L’articolo La versione omeopatica del governo precedente proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/10/28/la-versione-omeopatica-del-governo-precedente/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Incrinature recensisce Carnaio

(fonte)

Più o meno queste le parole dell’autore di Carnaio, Giulio Cavalli (Fandango, 2019), in occasione della presentazione del libro a Ricomincio dai Libri (ottobre 2019, Napoli):

“Questo non è un libro sull’immigrazione. È un libro che parla della difficoltà di accogliere il diverso.”

È proprio il caso di dire che è lo scrittore l’unico a poter dire come un suo libro debba essere o no debba essere inteso dai lettori, forse. Poi, che ognuno si faccia la propria idea di un libro è naturale ed appartiene alla sfera del “diritto” dei lettori. Fatto sta, oggi desidero parlarti di Carnaio, romanzo che è stato finalista al Premio Campiello e adesso è nella terna dei finalisti sezione narrativa del Premio Napoli 2019.

“Quando mi dicono che questo è un libro contro Matteo Salvini, mi incazzo! Questo libro è stato scritto quando in carica c’era il suo precedessore, Minniti.”
Anche questo è stato detto dall’autore, per chiarire un fatto: Carnaio non ha intenzione di contribuire al dibattito pro o contro Salvini e la sua politica. Tra l’altro, nel momento in cui scrivo, è Luciana Lamorgese Ministro dell’Interno.

Ad ogni modo, se proprio dovessi trovare una definizione per Carnaio, inquadrandolo in un genere letterario, forse dovrei dire che il romanzo è un distopico corale anomalo. Mi vedo costretta, comunque, ad ammettere che è una definizione davvero approssimativa: il più delle volte, trovo che i libri distopici siano deludenti, mentre, al contrario, ho apprezzato tantissimo Carnaio.

La città di DF – immaginaria, ma che credo si possa idealmente collocare in Sicilia o nelle sue isole – viene inaspettatamente “invasa” da cadaveri. I corpi morti – i corpi dei mai stati vivi, direi – arrivano sulle spiagge e nelle strade della città come onde putrescenti. Sembrano voler togliere ai cittadini ogni diritto: di respirare, camminare e via dicendo – certo, anche di aspettare in grazia di dio che al semaforo che scatti il verde. Di fronte all’inerzia di Roma, il Sindaco di DF e i suoi uomini fidati optano per soluzioni efficienti e funzionali, non tanto per arginare il fenomeno all’origine delle ondate di cadaveri, ma allo scopo di “sfruttarle” quanto possibile. In questo modo, DF diventa una città che si autodetermina e del tutto autosufficiente nel garantire a tutti i suoi cittadini ricchezza e prosperità. Mica roba da buonisti, eh!

L’epilogo di Carnaio mi è sembrato il più logico possibile. Immagino che debba essere inteso come fisiologia conclusione di un processo che ha attraversato fasi molto chiare e distinte: presa d’atto dell’esistenza di forme di diversità, inglobamento (leggi anche fagocitazione) in un sistema chiuso – sigillato e ripiegato su se stesso – dell’elemento alieno, in seguito mercificazione. E la fase di mercificazione – non voglio fare spoiler, sarebbe davvero un peccato – non è nemmeno la vera conclusione del processo.

Carnaio è un libro con un andamento ascendente sia nello stile quanto nell’intreccio. I luoghi e i pensieri comuni trovano il loro habitat ideale nel contesto immaginato, ragion per cui, il mio senso di disgusto è andato man mano crescendo, in contrasto con la pulsione ad andare avanti per arrivare fino in fondo alla lettura.

Potrei definire Carnaio un libro disturbante e attraente proprio per questa sua azione di disturbo. Il mio pensiero è andato a Ernst Jünger, il quale, in risposta a Martin Heidegger, raccontava di come il nazismo avesse utilizzato la tecnica in modo piuttosto efficiente per realizzare il progetto di sterminio degli Ebrei.

Per quel che riguarda Carnaio, a questo si assiste: il pensiero comune e condiviso arriva a giustificare azioni che rientrano, pienamente, in una logica dell’efficienza che usa i cadaveri e li fa diventare “risorse”. Nel frattempo, tutti i buonisti rosicherebbero, sentendosi molto più in agio nella condizione di primitivi.

Lettura stra, stra consigliata. A presto,

Bruna

Il governo del “per me”

Luigi Di Maio da ministro degli Esteri ci dice che rispetta la sentenza della Cassazione (beh, almeno quello) ma aggiunge che “per lui” la mafia è un “atteggiamento” ancora “prima dei profili giudiziari”. La frase andrebbe benissimo in un laboratorio a scuola contro il bullismo (ma neanche troppo) ma detta da un ministro confonde molto le acque in un Paese dove la legge fa la legge, il governo governa le leggi e il Parlamento dovrebbe scrivere o modificare le leggi. Per capirci: è un’uscita che serve per difendere la sindaca Raggi ma che ha lo spessore politico di una riflessione al bancone del bar. Ma tant’è.

Quelli di Italia Viva dicono che Quota 100 è una vergogna, “per loro”, ma che accettano di lasciarla nella prossima manovra. Però è una vergogna, ripetono. Ma solo “per loro”, precisano. E però la voteranno. Qualcuno potrebbe chiedergli quindi perché la votano ma risponderebbero che è “per il bene del Paese” (solo perché non possono dire che quella dichiarazione gli serve per esistere, per differenziarsi dagli altri nel momento in cui devono lanciare il loro nuovo partito e quindi farsi notare). E vabbè.

Poi c’è qualcuno che dice che la lotta all’evasione non deve mettere alla gogna i commercianti e i piccoli professionisti. Leggi le carte, le proposte e le dichiarazioni e ti accorgi che nessuno ha indicato i commercianti come causa fondante dell’evasione in Italia, nessuno ha additato nessuno. E quindi ti domandi che senso abbia fingere di smentire una dichiarazione che non è mai esistita soprattutto se stai governando con quelle stesse persone che smentisci. Loro precisano: “per me”, “parlo per me”. Ah, ok.

Poi c’è chi dice che questo governo arriverà fino alla fine, lo diceva tutto il suo partito e invece ieri il segretario di quel partito dice che “andrà avanti finché serve al Paese”. Ma come? Ma davvero? “Per me”, risponde lui. Capito?

Ora, ci sta che la dialettica politica sia un elemento normale anche in una compagine di governo ma c’è qualcuno da quelle parti che si rende conto quanto sia difficile dare credito a questo spettacolo qui fuori?

Grazie.

Buon giovedì.

L’articolo Il governo del “per me” proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/10/24/il-governo-del-per-me/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il governo del “per me”

Ora, ci sta che la dialettica politica sia un elemento normale anche in una compagine di governo ma c’è qualcuno da quelle parti che si rende conto quanto sia difficile dare credito a questo spettacolo qui fuori?