“Di Maio? La sua leadership è giunta alla fine”, a TPI parla il senatore M5S Giarrusso
Il mio pezzo per TPI.it
Magari senza tritare la Segre
Lo schema è sempre lo stesso: quelli propongono la cittadinanza onoraria a Liliana Segre sapendo già che quegli altri diranno no e quegli altri immancabilmente dicono no. Ci si indigna (giustamente, perbacco), leghisti e destrorsi vari inventano qualche scusa campata per aria e difficilmente sostenibile per giustificare il proprio no (“non è di qui”, “è passato troppo tempo” sono le risibili giustificazioni più usate) e infine si ricomincia. In un’altra città. Con lo stesso identico schema. Di nuovo.
Che oggi la destra (che è estrema destra, non ha niente a che vedere con una destra liberale e democratica) balbetti ogni volta di fronte ai temi del razzismo, dell’antisemitismo e addirittura di certo fascismo è una cosa ormai chiara e risaputa. Salvini potrà continuare a indossare tutti i girocollo sotto la giacca che trova nell’armadio ma la sua natura è troppo conclamata per essere improvvisamente simulata in altro.
Il gioco però non vale la Segre. Buttare nel tritacarne la senatrice a vita e tutto quello che rappresenta per smascherare l’ipocrisia di leghisti e compagnia cantante è, per mia modesta opinione personale, poco rispettoso nei suoi confronti: davvero c’è bisogno di inseguire questa banalizzazione a cui occorre una donna simbolo? Davvero non si riesce a combattere il parafascismo dilagante con contenuti culturali, sociali, storici e finanche politici? Non varrebbe la pena, proprio come azione politica, insegnare la storia e la testimonianza di quei tempi senza bisogno di usare persone di tal risma come feticcio?
Anche perché qui fuori, nel torrente delle banalità a cui credono in molti, ci sarebbe bisogno di un’alfabetizzazione storica molto più di quello che si creda. Liliana Segre non è solo una faccia: è testimone di una cicatrice universale che abbiamo il dovere di non lasciare appannare. Sarebbe più serio. Forse.
Buon venerdì.
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Trenta (metri quadrati)
Imperdibile l’ex ministra Trenta. Tra l’altro è la stessa (vale la pena ricordarlo) che nello scorso governo qualcuno voleva rivenderci come l’unica che si opponeva, dura e pura, alle salvinate di Salvini. In un’intervista al Corriere della Sera la ministra si definisce sotto attacco per le notizie sulla sua abitazione da ministra che ha mantenuto dopo che è stata assegnata al marito, maggiore dell’esercito.
Mentre si sforza di fare apparire tutto normale sciorina una serie di affermazioni che fanno spavento: ci dice che ha una casa al Pigneto ma che quel quartiere è invivibile perché “si spaccia droga” (e chissà che gioia per gli abitanti del quartiere nel sapere che si spostano gli ex ministri, mica si combatte la droga), ci spiega che la sua vita è “diversa” per le “relazioni e gli incontri” (evviva tutti quelli che si stringono in estate per il barbecue) e conclude con un “la casa non è un privilegio”.
Ora, sia chiaro, il tema non è tanto il diritto o meno dell’assegnazione della casa all’ex ministra (tra l’altro indagherà la procura, appunto) ma l’aspetto sconcertante sta tutto nel modo in cui l’ex ministra decide di difendersi, lontano anni luce dalla retorica anti-casta con cui il Movimento 5 Stelle ha alzato la voce per anni e la ministra conclude addirittura rivendicando il pagamento di un affitto ridicolo (di circa 500 euro) per una casa in pieno centro.
Si torna al vecchio discorso dell’opportunità di certi atteggiamenti al di là della legalità. Solo che l’opportunità è un argomento sempre molto sottile e delicato. E se per anni l’hai trattato in modo grossolano è normale che alla fine ne vien travolto grossolanamente anche tu. Perfino Di Maio ha dovuto prenderne le distanze.
Del resto il senso della misura sembra non pagare politicamente di questi tempi. Ma la mancanza del senso della misura, si sa, prima o poi torna sempre indietro.
Buon martedì.
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La cassetta degli attrezzi della speranza
Ci sono due blocchi contrapposti. Anzi, a dire la verità ce n’è uno che esercita la sua egemonia culturale e dall’altra parte quelli che provano a rispondere ricadendo nella stessa malefica retorica: in Italia, in Europa e in un pezzo del mondo la gente ha scelto (più o meno consapevolmente) di farsi guidare dalle paure, dagli orrori percepiti (non importa se siano o meno reali) e dalle emergenze costruite. In pratica significa svegliarsi ogni mattina con la brama di difendersi, anche se non si sa bene esattamente da cosa e da chi, rimanendo sempre in difesa, spremendosi in un arroccamento sempre più duro e sempre più ristretto, convinti di non avere occhi e energie per nient’altro che non sia la preservazione di se stessi. Il risultato è semplice: un Paese contrito, infeltrito, che sogna gabbie e che si incattivisce per proteggersi. Ecco.
L’opposizione si scorge anche semplicemente rovesciando le parole. Immaginate gente che decida di farsi guidare dalla speranza, al contrario della paura: gente che ogni mattina si svegli respirando a larghe falcate verso il progetto di futuro, allargandosi alle possibilità, aprendosi alle interferenze vissute come occasioni, impegnata a essere più larga possibile per non perdere nemmeno un particolare.
Solo che per apparecchiare ogni mattina una speranza serve una cassetta degli attrezzi già pronta ai bordi del letto: contiene fiducia, prospettive più lunghe della probabile paga al massimo fino a fine mese, la sensazione di potersi fidare di una giustizia sociale, la certezza di potersi appoggiare a un solido sistema sociale. La cassetta degli attrezzi per architettare la speranza è la risposta politica a questo tempo lugubre. Non serve urlare quanto siano brutti e cattivi quegli altri: tocca esercitare alternativa.
Ieri a Bologna è accaduto esattamente questo: c’era il palazzetto leghista che ha soffiato sulla paura (mentre Zaia lasciava annegare Venezia per tenere sorridente un cartello in mano sul palco bolognese, a fare la majorette per servire il suo padrone) e c’era la piazza strapiena di gente che fieramente vuole essere alternativa. Solo che a quella gente, quella che manifestava per contarsi e per contare alla faccia di Salvini, bisogna offrire la cassetta degli attrezzi. In fretta. In modo credibile.
Questo manca.
Buon venerdì.
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Poi scappano
Due episodi significativi per misurare la temperatura morale di una destra che vorrebbe essere autorevole (se non addirittura autoritaria) e invece è una barzelletta che andrebbe rimessa nel cassetto delle ridicolaggini. Sono quelli che usano il verbo “frignare” per ridicolizzare gli avversari (e i disperati) e poi frignano vittimismo in ogni occasione.
Bologna. Due “politici” di Fratelli d’Italia decidono di fare un giro per le case popolari («costruite dai nostri padri e dai nostri nonni», dicono con la loro patetica passione per il feticcio della nostalgia nonostante la loro ignoranza per la storia) leggendo ad alta voce i nomi degli inquilini. Attenzione: inquilini che stanno in quelle case perché ne hanno tutto il diritto, sia chiaro. Però con il loro “giochetto” vogliono dimostrare l’invasione degli stranieri e così mandano in onda la loro “ronda” etnica. Fa niente che i dati ufficiali (ma per loro esistono solo i sentimenti social, ovviamente) dicano che solo il 7% delle abitazioni è abitato, regolarmente, da cittadini stranieri). A Marco Lisei e Galeazzo Bignami interessa versare per bene tutto il liquido seminale della loro propaganda. Peccato che il loro patetico show violi la legge e così quando l’avvocata Cathy La Torre presenta un esposto al garante della privacy i due energumeni diventano pecorelle, cominciano a dire di non avere paura, poi hanno paura, cancellano il video e scompaiono. Ovviamente si lamentano dei “poteri forti”, ovvero la legge italiana. Studiate.
Giorgia Meloni è la segretaria di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni fa politica da sempre, ha votato la legge Fornero, il governo Monti, Ruby nipote di Mubarak e altri colpi da fuoriclasse del genere. La trasmissione Report manda in onda un servizio in cui si mostra il meccanismo di propaganda social anche di Fratelli d’Italia, supportato da numeri e analisi. Giorgia Meloni dice che non è vero. La redazione di Report risponde: benissimo, se non è vero allora ci denunci così facciamo decidere a un giudice la credibilità del nostro servizio. Giorgia Meloni dice che denuncia, poi ci ripensa, no non denuncia. Scappa. Per giustificarsi aggiunge che non denuncia Report perché altrimenti perderebbe e dovrebbe pagare la Rai, quindi lo fa per non pesare sui cittadini. Che buon cuore. Peccato che la responsabilità penale sia personale e in caso di (molto dubbia) condanna in tribunale sarebbero gli autori del servizio a dover pagare. Ma Giorgia Meloni finge di non saperlo. Studiate.
La conclusione è sempre la stessa: poi scappano. Perché per loro le idee sono semplicemente dei vessilli da issare al massimo per un paio di giorni per sostenere un po’ di retorica. Tutto qui. La consistenza delle loro idee scade come lo yogurt. Per questo si stupiscono quando qualcuno gliene chiede conto.
Intanto in Val di Susa una 73enne decide di farsi il carcere, rinunciando alle pene alternative, per difendere le proprie idee.
Scova le differenze.
Buon mercoledì.
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A proposito di legalità a Riace
Essere Mimmo Lucano, oggi, in Italia, in un Paese mangiato dalla bile e dalla guerra del “tutti contro tutti” solo per mangiarsi l’avversario significa scegliere la strada più difficile che possa venire a mente di inforcare: quella della solidarietà, dell’inclusione, dei toni bassi, dell’aspetto cordiale (nel senso letterale, “di cuore”) delle cose.
Mimmo Lucano da sindaco di Riace può avere fatto cose che vi piacciono o meno, per carità, è il gioco della politica. Però Mimmo Lucano ci hanno detto che era uno che non rispettava le regole e invece le regole vanno rispettate. E perfino Salvini è sceso a Riace per dire che bisognava ripristinare la legalità. Così hanno eletto il leghista Antonio Trifoli.
Il Tribunale di Locri ha dichiarato decaduto il sindaco di Riace, Antonio Trifoli, eletto lo scorso 26 maggio a capo di una lista civica di ispirazione leghista. Trifoli – ha sostenuto il collegio – non poteva essere candidato perché assunto al Comune come vigile urbano, a tempo determinato e non aveva quindi diritto ad accedere all’aspettativa non retribuita per motivi elettorali. Non era quindi né candidabile, né eleggibile. Il ricorso per la sua incandidabilità era stato presentato subito dopo la sua elezione da Maria Spanò, candidata a sindaco della lista sostenuta dall’ex primo cittadino di Riace, Mimmo Lucano.
Ora qualcuno si aspetterebbe un po’ di senso di vendetta. Mimmo Lucano invece ha dichiarato che non gli interessano gli aspetti legali e che bisogna costruire un’alternativa.
Appunto. L’alternativa sta tutta nel puntare sui valori e sui contenuti. Perché altrimenti finisce che quello che doveva ripristinare la legalità si scopre essere il primo illegale. Intanto a pagare è la città di Riace. Ed è una storia piccola che ha valenza nazionale.
Buon martedì.
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Cenere e libri
Brucia una libreria. Mica una libreria qualunque. Brucia la stessa libreria di Centocelle che la mattina del 25 aprile, nel giorno che doveva avere il sapore di una Liberazione, era già bruciata. E ora brucia di nuovo. “La pecora elettrica” è una libreria che ha coraggio, come bisogna avere coraggio oggi a occuparsi di libri e di librerie, in un quartiere come quello dove ogni luce accesa è un fastidio per gli affari loschi dello spaccio e dei criminali che si ritengono proprietari del quartiere.
Dice in un’intervista un dipendente della libreria, visibilmente provato, che la cosa che più l’ha colpito è lo stesso odore di cenere che erano libri che aveva annusato il 25 aprile. E la sensazione delle periferie che diventano discariche di oppressioni e di disperazioni è proprio quella cenere di qualcosa che diventa difficile ricomporre, fare ritornare all’idea originaria.
C’è tutto lo sgomento per l’incendio dei libri: i libri bruciati, un’immagine che riaffiora dolorosa da tempi nerissimi. Ma lì di fronte c’è anche la pizzeria di un giovane ragazzo, anche quella gestita con il coraggio di chi decide di essere luce nel quartiere che i prepotenti vorrebbero buio, che qualche giorno fa ha subito lo stesso trattamento: fuoco, danni, fatica, e quelle disperazione che sta tutta nella fatica di svegliarsi ancora capaci di fabbricare speranza.
Sdegno di tutti i politici. Ci mancherebbe. Molto sulla libreria, molto meno sul coraggio di raccontare un quartiere che è sfuggito di mano come sfuggono di mano porzioni intere di un Paese che si sgretola, perdendo quartieri fisici e quartieri sentimentali, dove il buio diventa fin troppo facile da cavalcare in senso fisico e in senso trasfigurato. Notizie da parte dei campioni della sicurezza che passano tutto il giorno a leccare le forze dell’ordine non ne sono arrivate: in un attentato senza negri e per di più con i libri non sanno proprio cosa dire, gli sanguina il cervello.
Però c’è una buona notizia: questi vigliacchi sono talmente vigliacchi che si spaventano per un libro e per una pizza, si squagliano di fronte a una luce. Fare luce: se ci pensate sarebbe il comandamento della politica e della comunità. Non dovrebbe essere così difficile.
Buon giovedì.
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