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Politica

Marco, Fabo e il coraggio di scrivere le regole

Tutti in piedi a applaudire Marco Cappato che ieri è stato assolto per avere liberato Dj Fabo da una morte che gli era caduta addosso molto prima di essere burocraticamente certificata. E tutti a dire che bravo Cappato, per fortuna c’è Cappato, e tutte quelle belle frasi che servono per esprimere solidarietà gratis, quando viene facile facile.

Eppure Marco Cappato non è solo stato assolto ma soprattutto ha deciso di riscrivere delle regole che riteneva ingiuste prendendosi tutte le responsabilità legali e costringendo la politica a farsi carico delle responsabilità politiche. In un Paese in cui tutti i potenti cercano di schivare i processi, si ingegnano per promettere di cambiare le regole ma poi ci spiegano che non ci sono riusciti oppure si dicono sempre pronti a sacrificarsi per la patria e poi cercano di sgaiattolare il prima possibile.

La lezione di Cappato, di Fabo e della sua famiglia sta tutta nell’affrontare ciò che si ritiene ingiusto prendendosi il vento in faccia, guardando il futuro dritto negli occhi e combattendo per ciò che si ritiene giusto. La frase combattendo per ciò che si ritiene giusto è una frase annacquata dall’essere usata troppo e malamente ma quando accade per davvero mette i brividi.

E alla fine a vincere sono i diritti in mezzo a tutte le parole e viene così facile valutare le stature dei protagonisti che vincono e di quelli che continuano a stare fermi e, al massimo, applaudire.

I diritti aumentano se si svolgono con onore i propri doveri: questa è la lezione.

Buon martedì.

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Gli insospettabili sospettati da sempre

Imponente operazione antimafia ieri in Calabria. Ne esce Vibo Valentia completamente assoggettata alla cosca dei Mancuso, ne escono cittadini lavoratori costretti a subire angherie di ogni tipo ed esce quella ‘ndrangheta che sembra essere completamente scomparsa dai radar delle agende politiche (ne parlavo proprio qui qualche giorno fa, che curiosa coincidenza) fatta di massoneria, mala politica e protezioni in alto.

Giancarlo Pittelli, ad esempio, a Catanzaro era (fino a ieri) uomo conosciuto e fin troppo riverito. Era lo stesso Pittelli che odiava pubblicamente De Magistris perché dodici anni fa aveva osato descriverlo in modo molto simile al suo ritratto che esce dalle carte dell’indagine coordinata da Gratteri. Più volte parlamentare di Forza Italia (e da poco passato a Fratelli d’Italia, come ogni buon annusatore del vento) è descritto come cerniera tra il mondo criminale e quello della politica, dell’imprenditoria, dell’università, sempre con la massoneria sullo sfondo. Eppure Pittelli a Catanzaro è il maestro di tanti avvocati che lo veneravano. Oggi, ovviamente, spariranno tutti: la caduta dei mostri sacri come Pittelli indica che sono cambiati i rapporti di forza.

L’ex vicepresidente della regione Nicola Adamo era anche lui nell’inchiesta di De Magistris di dodici anni fa. Altra sponda politica: ai tempi era il segretario regionale dei Ds. Poi è finito nell’inchiesta Eolo nel 2012, poi Rimborsopoli e a ottobre la procura di Catanzaro aveva chiesto il suo rinvio a giudizio per l’inchiesta sugli appalti riguardanti la costruzione della metropolitana leggera destinata a collegare Cosenza, Rende e l’Università della Calabria oltre al nuovo ospedale di Cosenza.

Persone insospettabili sospettate da sempre che rimangono dove sono perché la politica non ha gli anticorpi per prenderne le distanze. Ma mica solo la politica: sono sostenuti dai salotti, dai loro cortigiani, da pezzi interi delle città in cui vivono.

Gli insospettabili sospettati da sempre sono un classico letterario nelle nostre città: camminano fieri, a testa alta, fanno anche la morale agli altri (chiedete in giro di Giorgio Naselli, ex comandante del Reparto operativo nucleo investigativo dell’Arma di Catanzaro) e poi quando decadono sembra che non li conoscesse nessuno.

C’è bisogno di tanta vigliaccheria perché trionfino i prepotenti. E poiché la vigliaccheria non è reato quelli, i vigliacchi, si salvano sempre.

Buon venerdì.

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Piromani che si lamentano degli incendi

A Sondrio è successo qualcosa di indecoroso, oltre al razzismo, ai limiti della bestialità: mentre una madre nigeriana piange in una sala del Pronto soccorso la morte della figlia di cinque mesi per arresto cardiaco e tra le persone in sala d’attesa «chi parla di riti tribali, chi di satanismo, chi di scimmie e manicomi. Tanta cattiveria che non si è arrestata neanche di fronte alla morte di una innocente, le voci malvagie di quegli individui non sono mai calate», come racconta un testimone su Facebook.

Ieri Giorgia Meloni è intervenuta con giuste parole di condanna: «Da madre non posso che provare profondo disprezzo per chi è così infame da insultare una donna straziata dal dolore più atroce che un essere umano possa provare. Non ho parole, che schifo».

Ieri anche Matteo Salvini (devono essersi messi d’accordo i due sovranisti) ha giustamente lamentato la maleducazione di una ragazza che ha pensato bene di fotografarsi con lui addormentato sullo sfondo mentre mostrava il dito medio (e se si chiede la buona educazione alla politica in piazza non si vede perché si dovrebbe esultare per la maleducazione, eh).

I piromani che si lamentano degli incendi però sono delle figure che andrebbero studiate, proprio dal punto di vista antropologico: aizzano gli elettori spingendosi ogni giorno un po’ più in là per farsi notare, cominciano a esistere solo grazie alle loro provocazioni, escono dalle nebbie per la ferocia di alcune affermazioni e poi subito dopo si mettono a rincorrere anche i voti dei moderati fingendosi improvvisamente lindi e addirittura stupiti dagli incendi che loro stessi hanno appiccato.

L’aspetto più inquietante è che pare addirittura che funzioni: la memoria a breve termine con cui si maneggia la politica può rendere tutti diavoli e poi santi nel giro di poche ore. Hanno ancora il fiammifero in mano e già piangono per il troppo fumo.

Poi, volendo, ci sarebbe la coerenza, questa qualità ormai disabitata.

Buon giovedì.

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Una volta qui era tutta antimafia

Che brutta fine che ha fatto l’antimafia che prima era dappertutto, quando ci dicevano che la lotta alla criminalità valesse pure qualche film bruttino, qualche messa sciacquata e qualche eroe da bancarella ma si insisteva nel convincersi che l’importante era parlarne, che se ne parlasse, che fosse all’ordine del giorno. Finito il lato spettacolare dell’antimafia (a parte qualche film, sempre bruttino) la politica è riuscita comunque a scrollarsela di dosso come se fosse stata solo una moda passeggera, qualcosa che era importante attraversare per dire “io c’ero”. Anche i movimenti sembrano averla retrocessa tra le priorità di cui parlare solo “se c’è tempo”.

Mentre in Italia le associazioni e gli studiosi (tanti, bravi e competenti) insistono nello studiare, discutere e imparare la politica italiana, tutta, ha dimenticato il fenomeno dando la preoccupante percezione di averlo perfettamente assorbito, esattamente come temevano e denunciavano molti di quelli che ci sono morti, per mano della mafia.

La Procura antimafia di Torino negli atti del processo contro 19 persone in Val d’Aosta (si è dimesso il presidente della regione, tanto per dare un’idea delle proporzioni dello scandalo) racconta come Antonio Raso (calabrese di origine ma valdostano per imprenditoria nel campo della ristorazione) abbia gettato già da tempo le basi per eleggere sindaci e senatori che fossero a disposizione della cosca per assunzioni, lubrificazione di pratiche amministrative e altri favori.

La locale ‘Ndrangheta di Aosta avrebbe addirittura “influenza” su diversi candidati di diversi partiti, creando una sorta di oscena alleanza trasversale che troppo spesso capita di vedere nella politica italiana. I fratelli Di Donato (che secondo gli inquirenti sarebbero a capo del clan che controlla Aosta) avrebbero incontrato il governatore dimissionario Fosson ma anche gli ex governatori Augusto Rollandin, Laurent Viérin e Pierluigi Marquis. Un’infiltrazione che comincia addirittura nel 1999 con la costituzione del Movimento Immigrati Valdostano. Per gli inquirenti le indagini (come le precedenti inchieste) «hanno rivelato che il ‘volere’ elettorale del locale ha condizionato gli ultimi decenni della storia politica valdostana creando un connubio politico-criminale ben radicato».

Un bubbone enorme. Eppure poiché la destra non può usarlo come manganello contro la sinistra e la sinistra non può usarlo come manganello contro la destra va a finire che non commenta nessuno. Una volta qui era tutto antimafia, ora è roba solo per affezionati.

Buon martedì.

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Una faccenda ben seria, le sardine

Narra un aneddoto che un giorno Socrate, passeggiando per l’agorà di Atene (la grande piazza delle città greche), s’imbatté per caso in Glaucone, un giovanotto di non ancora vent’anni, che già pensava di darsi alla vita politica. Volendo metterlo alla prova, il filosofo gli chiese: «Saprai certo quali sono le entrate della nostra città, quanto l’argento estratto dalle nostre miniere». «A dire il vero» rispose Glaucone, «a questo non m’ero ancora dato pensiero». «Allora lo differiremo ad altro momento» ribatté severo Socrate. «Ma perché chi vuole governare la città non conosce queste cose?». «Pur tuttavia, le entrate si possono incrementare con le conquiste fatte ai nemici». «È vero» accondiscese il filosofo, «però dovremmo conoscere le forze nostre e dei nostri nemici, altrimenti finiremmo col rimetterci del nostro. Ora, sai tu quali siano le forze nostre e le forze del nemico?». «Così, a mente, non le ricordo». «Le avrai dunque scritte!». «No, non le ho neppure scritte» ammise Glaucone. «Saprai almeno quanti sono i cittadini che militano nel nostro esercito, quanti siano nei presidi sparsi per il territorio…». «In verità, Socrate, io li toglierei tutti: perché invece di far la guardia saccheggiano le campagne». «Ma se togliamo tutti i presidi» gli fece notare il filosofo, «chiunque potrà prendere del nostro. E poi, come fai tu a dire che saccheggiano le campagne?». «Lo immagino!» rispose Glaucone. «Beh, sarà meglio riparlarne quando ne avremo la certezza». «Penso anch’io che sarà meglio così». «Saprai però quanto sia il grano stipato nei nostri magazzini, quanto basti o non basti al fabbisogno della popolazione…». «Una faccenda ben seria, Socrate, se bisogna sapere tutte queste cose…».

Una faccenda ben seria, la politica. E una faccenda ben seria anche le sardine. Le sardine che riescono anche solo a irretire perché riempiono le piazze, come se riempire le piazze (chiedendo serietà e umanità alla politica) potesse essere un messaggio provocatorio. Ma del resto è così: anche essere buoni, di questi tempi, suona come una provocazione.

Ora però arriva il difficile. Si decide di inserire un punto politico e subito si aprono le acque: la cancellazione dei decreti sicurezza mostra la triste tiepidezza del Pd e tocca lo stomaco di qualcuno. Sia chiaro: la gente in piazza (accomunata da quel sentire antifascista e profondamente umano) è un’ottima notizia.

Ma dalla piazza alla politica il discorso si fa complesso e serio. Vale la pena comunque essere ottimisti, no?

Buon lunedì.

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Giustizia, non vendetta

È la goduria del tintinnare delle manette. Un minus “atavico”, lucido, incorreggibile di chi solo con la vendetta riesce ad avere la sensazione di sfiorare la soddisfazione. Nei ruoli mischiati della politica di questi ultimi anni, qui dove tutto è diventato confuso perché piatto, senza valori e senza contenuti la destra con la bava alla bocca (quella che si definiva garantista e almeno su questo punto sembrava irremovibile) ha tentato di riportare il concetto di giustizia indietro di secoli. E in qualche modo ha fatto breccia. Sia chiaro, è un lavoro che parte da lontano e che ha parecchie colpe anche dalla parte del centrosinistra: dopo Tangentopoli è rimasta nel Paese una scia di veleno che hanno raccolto in molti, per farne materiale infiammabile da propaganda elettorale e il muro del garantismo (che ormai mica per niente è diventata un’offesa, quasi indicibile) sembra definitivamente abbattuto.

In principio fu Travaglio che provò a convincere ampie fette di popolazione che la corruzione, il malaffare e le mafie fossero solo materie per Procure e che la politica dovesse sdraiarsi emettendo solo irretita indignazione: il direttore de Il Fatto quotidiano insiste nel provare a convincerci che la soluzione sia arrestare tutti i corrotti, tutti i corruttori, tutti i mafiosi e chiudere tutto in un bel sacchetto dell’indifferenziata da buttare nel cassonetto. Quando qualcuno ha provato a controbattere proponendo letture più sociali e storiche dei fenomeni criminali è stato bollato come un difensore dei cattivi. Punto. Fine. Sciò. Antonino Di Pietro (che ultimamente in molte interviste si dice pentito di avere piegato la politica alla semplice attività della magistratura) ha incarnato perfettamente il ruolo dell’angelo vendicatore in difesa degli italiani: come non poteva essere credibile l’uomo che aveva tenuto alto il nome del pool di Mani Pulite? E senza accorgersi, mentre la folla plaudente godeva delle sevizie ai presunti criminali, abbiamo cominciato a perdere diritti un po’ tutti e l’alfabetizzazione del carcere come luogo rieducativo e di reinserimento nella società è diventato roba da anteguerra, fisime da buonisti. “In galera!” è l’urlo della gente che abbaia per sputare una vendetta travestita da giustizia e “in galera!” è stato l’urlo liberatorio per chi si era convinto di avere trovato una soluzione rapida, efficace e indolore per riparare tutti i mali del Paese. Su quell’urlo il Movimento 5 stelle (che da Travaglio in fondo nasce, raccogliendone le tesi in materia di giustizia) ha spinto ancora di più sull’acceleratore: mentre…

L’articolo di Giulio Cavalli prosegue su Left in edicola dal 13 dicembre

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