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Politica

Lo squalo e le sardine

Se per caso aveste bisogno di un’ulteriore dimostrazione dello spessore dell’ex ministro dell’inferno Matteo Salvini allora vi conviene scorrere la sua pagine Facebook (l’ipotalamo della sua propaganda politica) e leggere là dove si scaglia contro un suo contestatore (per lui sono tutti contro di lui quelli che non lo venerano, con l’assolutismo tipico degli immaturi) scrivendo «Contestatori un po’ impacciati a Bologna. Guardate la carica e la grinta di sinistri e pesciolini» sotto al video in cui il giovane Sergio si ingarbuglia per l’evidente imbarazzo di parlare in pubblico.

Il video ovviamente è tagliato ad arte per evidenziare i momenti più impacciati, in una sorta di Paperissima delle difficoltà emotive, e gli sfegatati seguaci salviniani si lanciano in una serie di insulti e irrisioni con la foga di chi viene eccitato dalla visione del sangue.

Peccato che Sergio, il ragazzo preso di mira, sia dislessico e forse proprio per questo ancora più coraggioso: la derisione di Salvini, in sostanza, prende di mira una sua debolezza. Come al solito. «Mi sento orgoglioso del mio imbarazzo – ha detto il giovane -, non avevo preparato nulla, nemmeno il discorso, perché volevo essere me stesso. Sono Dsa (disturbi specifici di apprendimento) e ne sono orgoglioso: talvolta hai difficoltà nelle esposizioni, ma stavolta c’entra poco, in realtà non ero preparato a parlare in quel momento, ha giocato più l’emozione. Credo in una politica che non brutalizzi l’umano, ma che renda libero ogni essere umano di essere ciò che è».

Quindi dopo i gay, i drogati (che per Salvini sono una categoria vasta secondo il suo interesse personale), ovviamente gli stranieri, gli intellettuali, le femministe, le sardine, gli scrittori, i professori, i sinistri e i grillini (prima sì e ora no) ora anche i dislessici sono nemici da esporre al pubblico ludibrio. E tutti i suoi tifosi esultano. Esultano anche i biondi e quelli con troppi nei senza sapere di poter essere le prossime categorie prese di mira. Perché la brutalità diverte moltissimo fino a un centimetro prima che tocchi a te. Ma questi non credono ai professoroni, non ci credono. E quindi niente.

Buon venerdì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2020/01/17/lo-squalo-e-le-sardine/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

«Scusatemi, ho mentito»

«Scusatemi, ho mentito per 13 anni»: ha scritto così Gelare Jabbari, una ex presentatrice della televisione iraniana che si è dimessa due anni fa per etica personale. La tv di Stato iraniana, tanto per capire di cosa stiamo parlando, è la stessa che ci aveva raccontato della morte di 80 soldati USA durante un attacco alle basi militare in Iraq ed è la stessa che aveva raccontato di problemi tecnici in riferimento all’aereo ucraino partito da Teheran che invece era stato abbattuta da missili iraniani.

Anche l’associazione dei giornalisti di Teheran ha usato parole nette: «Ciò che mette a rischio la nostra società in questo momento non sono soltanto i missili o gli attacchi militari, ma la mancanza di media liberi. Nascondere la verità e diffondere bugie traumatizza l’opinione pubblica. Quel che è accaduto è una catastrofe per i media in Iran».

La credibilità della televisione iraniana non gode di molto successo nel Paese, il governo ha dovuto bloccare internet per una settimana per provare a controllare l’informazione e il fatto che Gelare Jabbari abbia pubblicato il suo sfogo sul proprio account Instagram spiega perfettamente come siano soprattutto i social a essere consultati dai cittadini per tenersi informati.

C’è però in quel «Scusatemi, ho mentito per 13 anni» tutta la forza di un messaggio dirompente che ribalta improvvisamente la realtà e deve essere stato un sollievo, per i molti critici contro il governo, accorgersi che ciò che credevano vero fosse vero nonostante le bugie di governo è una liberazione politica e sociale.

Immaginate se diventasse obbligatorio dire la verità, magari proprio per decreto di Stato e improvvisamente tutto si potesse spiegare. Immaginate se l’informazione fosse coerente ai fatti e non alla propaganda. Immaginate se i giornalisti esercitassero la propria etica senza essere servi di nessuno. Ecco, avete immaginato un Paese come dovrebbe essere, una democrazia sana. E non c’entra solo l’Iran.

Buon giovedì.

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Ma l’Italia ripudia quelli che amano la guerra?

Articolo 11 della Costituzione, vale la pena ripassarlo:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

L’articolo 11 della Costituzione sembra un orpello scritto come souvenir delle buone intenzione ma evidentemente sfugge al pensiero dominante di certa politica: a qualcuno sfugge che l’Italia (e così dovrebbe essere l’Europa) nasce per assicurare la pace ai propri cittadini e per fare la propria parte nel consolidamento della pace nel mondo.

«Pace nel mondo»: fa senso, vero? Scrivere una roba del genere fa passare direttamente questo scritto nel cassetto delle analisi troppo utopistiche per essere discusse, considerate e prese sul serio. La stragrande maggioranza della classe dirigente politica nel mondo ritiene la guerra un male necessario e ci promette al massimo di farla con buona educazione. Stiamo a posto così.

Ogni tanto qualcuno prova a riportare le dimensioni dell’evento ma viene tacciato. Gino Strada fece notare che per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari che sono il costo di 8 ore di guerra. «Si prendano un giorno di vacanza», disse. Ma Gino Strada, si sa, è un buonista. Nessuno smentisce le cifre: attaccano la persona che le ha fornite.

Però si affacciano anche quelli che la guerra la amano, addirittura la invocano e la propongono come soluzione politica in assoluta scioltezza. Ci sono persone (anche tra i nostri politici) che anzi invitano Trump a bombardare anche quegli altri, quelli che gli sono antipatici, e ci invitano ad armarci ancora di più e ancora più forte per scendere in battaglia. Sembra incredibile ma gli amanti della guerra vengono presi molto più in considerazione degli amanti della pace.

Allora mi chiedo: ma se l’Italia ripudia la guerra quindi ripudia anche quelli che amano la guerra?

Così, per sapere.

Buon venerdì.

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In difesa di Rita Pavone

Non amo Rita Pavone, credo di essere fuori dalla generazione che l’ha apprezzata musicalmente e soprattutto non amo le sue idee politiche, le stesse con cui attacca Greta Thunberg definendola “un personaggio da film horror” (con la solita superficialità di chi attacca la persona perché non sa affrontare le sue idee) e le stesse parole con cui si dichiara fieramente sovranista in difesa dell’Italia mentre risiede in Svizzera. Ogni tanto si è lasciata andare anche a un po’ di stupido complottismo: si domandava come mai non ci fossero vu’ cumpra’ sulla Rambla di Barcellona nel giorno dell’attentato. Insomma, non mi piace.

Mi viene però molto difficile pensare che non meriti (lei che fortunatamente fa la cantante e non l’opinionista politica) di andare a Sanremo chi come lei ha inciso dischi in sette lingue diverse per il suo successo nel mondo e chi è tra le otto cantanti italiane che sono riuscite a entrare in classifica in Gran Bretagna. La scelta della direzione artistica di Sanremo (che piaccia o meno) è una scelta del tutto legittima. E poi, dai, non è che Sanremo sia proprio un monumento alla modernità. No?

Non penso che il mondo debba essere popolato solo da persone che piacciano a me poiché non credo di essere il giudice supremo del gusto del mondo. Esprimo le mie opinioni, combatto quelle che trovo sbagliate e rivendico il diritto di disprezzare certi comportamenti ma mi pare davvero un po’ troppo credermi direttore del prossimo Festival di Sanremo. È vero che qui tutti si credono ministri, eh, ma questo è davvero troppo.

Credo anche che tirare fuori Rita Pavone per difendere Rula Jebreal (che merita di essere difesa) sia un giochetto sciocco, il solito trucco di confondere questioni diverse su piani diversi.

Anzi, se devo dirla tutta mi fa anche parecchio sorridere che i passati lottizzatori della Rai ora si lamentino della lottizzazione degli altri. Mi pare molto incauto, ecco. Così mi pare molto di cattivo gusto comporre meme in cui la Jebreal è bellissima e Rita Pavone è colta nella sua posa peggiore, con il tentativo malnascosto di farne un paragone fisico, come faceva Emilio Fede per sputtanare gli avversari politici.

Poi, tra l’altro, mi sembra che ci siano molte cose più importanti per cui spendere energie.

E invece ci sono cascato anch’io, in fondo.

Buon mercoledì.

 

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Non riuscite nemmeno a pronunciare la parola «pace»

Immaginate di essere in ufficio, stamattina, a discutere di quel folle di Trump, delle nefandezze di Soleimani, della guerra che si sta accendendo, dell’ennesima prova di esportazione della democrazia che altro non è che un turpe calcolo utilitaristico sulla prossima campagna elettorale e sui proventi dei signori della guerra e immaginatevi mentre ribadite che l’Italia ripudia la guerra e che il fine della politica internazionale sia la pace. Provate a pronunciare la parola pace, in queste ore, e notate come venite guardati di sbieco.

Immaginate di raccontare a qualcuno che c’era in giro un tizio sconveniente, probabilmente un assassino, che non riuscivate proprio a sopportare, che non avevate voglia di affidare ai normali meccanismi della giustizia e della diplomazia e che sotto le feste l’avete fatto saltare in aria. Pensate di dichiararlo al mondo e di riceverne applausi.

La grandezza (feroce e vergognosa) della guerra è che l’attacco militare è solo un piccolo scorcio della grande operazione che viene messa in atto: fare la guerra significa violentare il dibattito internazionale facendo perdere di vista i valori generali e costringendo tutti ad occuparsi solo di aspetti particolari. Si discute se sia stato il momento giusto per fare saltare in aria un uomo trasformando una nazione in una polveriera e sono rarissimi quelli che si rifiutano di intrufolarsi nella discussione inquinata chiarendo che no, non è mai il metodo giusto.

Ci si fa confondere con un attacco travestito da legittima difesa e si ascolta il presidente Usa dichiarare che non sopporterà attacchi nemici anche se, a ben vedere, nell’ottica distorta della guerra sarebbero una difesa.

Diceva Lutero: «La pace è più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace». Ogni volta che la leggo mi sembra illuminante. Questi non hanno nemmeno il coraggio di pronunciare la parola “pace”. Stanno così: a grufolare tra le ghiande che ci hanno messo a disposizione per illuderci di decidere.

E mi viene una malinconia per il pacifismo, per quello che è stato e per i grandi interpreti che ha avuto. Chissà quando ci accorgeremo dei danni culturali che il cattivismo ha provocato.

Buon martedì.

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Anno nuovo, un Paragone

Due giorni due di giornalismo, parliamo dell’1 e del 2 gennaio 2020, e subito si scorge la dimensione di quello che sarà.

A capodanno si discute di un ex ministro, quello che annusa ogni presepe di provincia e che sbaciucchia ogni rosario o crocifisso che gli venga a tiro, che prende in giro il Papa. Lui, Salvini: il molesto feticista del cattolicesimo (interpretato alla sua maniera) diventa improvvisamente laico e difende la satira contro Papa Francesco che ha recitato per i suoi social insieme alla sua fidanzata. Uno legge di questa vicenda e pensa “no, dai, non può interessare a nessuno una notizia del genere” e invece diventa l’apertura dei siti di informazione e il segretario del Pd Zingaretti trova addirittura il tempo e il modo di rispondere. Il segretario del Pd, quello che ancora tace sui decreti Sicurezza. Ohibò.

La seconda grande notizia dell’anno (iniziato alla grande, si direbbe…) è che Paragone viene espulso dai probiviri del Movimento 5 stelle e il solito Di Battista ne approfitta per recitare la sua parte da bastian contrario. Dice Di Battista che Paragone è molto più grillino di tanti altri grillini e dicendolo dimostra che non solo il Movimento 5 stelle non è diverso da qualsiasi altro partito, ma che nel Movimento 5 stelle siamo già addirittura alla gara del più puro che ti epura. Nel momento in cui si decide di rilasciare la patente del vero grillino significa che ormai si è alla frutta. Ora a rigor di logica si potrebbe dire quindi che Di Battista sia fuori dal Movimento 5 stelle, no? Oppure semplicemente che questi si comportano esattamente come gli altri con la sola differenza di essere terribilmente più sgraziati.

Le prime due notizie di politica di quest’anno sono due notizie che andrebbero infilate nelle pagine delle curiosità e invece sono diventati i temi fondamentali. Mi raccomando: l’importante è non parlare di politica. Mai. In compenso in Spagna si preparano a votare un programma di governo che sarebbe da mandare a memoria. Ma che palle, ‘sti programmi, eh.

Buon venerdì.

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