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Politica

La svastica sulla Memoria

Serve un evento che plasticamente racconti l’aria intorno a questa Giornata della Memoria appena trascorsa qui in Italia nel 2020? Ecco qui: a Rezzato, Brescia, Madiha, una barista italiana di origine marocchine che sconta la colpa di avere una pelle più scura, ha ritrovato il suo bar Casblanca con la vetrina distrutta e il pavimento insozzato da insulti razzisti. C’era anche una svastica e siccome i fascisti sono anche cretini (è una legge matematica: non tutti i cretini sono fascisti ma tutti i fascisti sono dei cretini) l’hanno disegnata al contrario. Imbecilli.

L’evento fa il paio con la scritta comparsa nella notte tra il 23 e il 24 gennaio sulla porta dell’abitazione dell’ex staffetta partigiana Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbruck come politica ma testimone dell’Olocausto.

Gente che piscia sui luoghi della memoria perché inquinare la memoria e la storia è l’unico atto politico di cui sono capaci, inetti come sono a scrivere una loro storia che non sia solo odio e violenza. Dei falliti che hanno la fortuna di questi tempi di essere trattati come degli imbecilli quando sono dei veri e propri criminali, sono la coda lunga della merda che ha coperto la civiltà nei suoi anni peggiori.

«Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò disprezzo, temo e odio gli indifferenti. Le parole di un grande intellettuale e uomo politico, Antonio Gramsci, rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale. L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice»: l’ha scritto Liliana Segre, un’altra colpevole di essere sopravvissuta.

Se volete un termometro di questo tempo vi basta sfogliare la cronaca nera, putrida e turpe, che ci arriva regolarmente dagli angoli d’Italia. Una svastica sulla Memoria nel giorno della Memoria è qualcosa che non avremmo mai creduto di dover raccontare. E invece siamo arrivati fin qui. E quelli continuano a dirci che esageriamo, noi, a notare il sudiciume.

Buon martedì.

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Bibbiano: dove Salvini ha strumentalizzato i bambini, il PD è rimasto troppo zitto e il M5S ha perso la sua credibilità

Ma se volete la prova più evidente della propaganda su Bibbiano vi basta fare un gioco: posto che la vicenda sia dolorosa e grave (in attesa che si pronunci la magistratura), quale sono le soluzioni proposte? Al di là dei meme su internet, delle magliette e delle accuse cosa propongono Salvini e Meloni per evitare che il caso si ripeta? Quali sono le modifiche di legge proposte? Perché loro dovrebbero essere garanti del fatto che non ricapiti più?
Si tratta solo di fiducia personale sulla capacità di controllo dei due leader? Davvero? Salvini è lo stesso che non si è accorto della sparizione di 49 milioni di euro dai suoi cassetti e Meloni è la stessa a cui è scappato qualche assessore regionale che faceva accordi con la ‘ndrangheta.
La politica seria porterebbe Bibbiano nelle commissioni parlamentari e in Parlamento. Non si tufferebbe a Bibbiano.

Mio pezzo per TPI

Ma chi se ne fotte della Calabria

Se è vero che Facebook è il nuovo luogo della campagna elettorale allora i numeri sono impietosi: per le elezioni in Emilia Romagna la candidata leghista Borgonzoni ha speso negli ultimi 30 giorni circa 45mila euro, 45mila euro la pagina di Matteo Salvini, circa 12mila euro il candidato di centrosinistra Stefano Bonaccini; in Calabria 7mila euro per il candidato Pippo Callipo (diviso tra il suo profilo personale e quello della lista) e 828 euro spesi da Matteo Salvini. Se non avete notato la mancanza di spesa da parte del Partito Democratico, no, non è una svista: il centrosinistra parla dell’abuso dei social da parte degli avversari ma evidentemente si scorda di usarli, i social. E vabbè.

La Commissione Europea e la pagina italiana di Save the Children hanno speso in pubblicità su Facebook per promuoversi in Calabria più di quanto abbia speso Salvini. Del resto basta leggere i giornali o guardare le trasmissioni televisive: le elezioni regionali in Calabria tornano utili per quel paio di giorni che seguono la maxi operazione di Gratteri e poi sono sparite. Che la commissione antimafia abbia poi segnalato come impresentabili due candidati del centrodestra (Giuseppe Raffa e Domenico Tallini, lista Berlusconi per Santelli) sembra interessare pochissimo.

Non conta che il Pd abbia nel governo un suo ministro per il sud. Niente. Il centrosinistra si affida all’imprenditore Pippo Callipo (che si proclama “né di destra né di sinistra” provocando brividi lungo la schiena) mentre il centrodestra ha buone probabilità di vincere con Jole Santelli, deputata forzista, nipote del ras socialista cosentino Giacomo Mancini, ex assistente di Cesare Previti e vicesindaco di Cosenza, quando la città finì in dissesto di bilancio. La campagna elettorale si svolge stanca sui soliti binari della politica che cerca voti nel mezzogiorno promettendo le stesse cose che si promettono da cinquant’anni. Nemmeno le sardine sembrano avere troppi interessi.

Intanto da Catanzaro arriva la notizia del rafforzamento della scorta al procuratore Gratteri poiché ci sarebbero segnali preoccupanti su un progetto di attentato. Un attentato che, basterebbe ascoltare le parole di Gratteri, farebbe comodo a un coacervo di delinquenti che non sono solo mafiosi, no. Ma Gratteri torna utile solo per farsi una foto con lui e lanciarla sui social. Solo per quello.

Se l’attenzione per il sud si misurasse dalla passione di questa campagna elettorale c’è da mettersi le mani nei capelli. Ma è la politica dello spettacolo, quella che si tuffa su Bibbiano, quella che insegue i like: figurarsi se c’è il tempo di essere seri.

Buon venerdì.

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L’omicidio Regeni e la fabbrica dei falsi

Ma ci sono novità sulla morte di Giulio Regeni? Sì, ci sono, eccome, e dicono chiaramente che la pressione diplomatica sull’Egitto da parte dello Stato italiano funziona, ha funzionato e non si capisce perché sia stata abbandonata. Il procuratore reggente di Roma Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco che da quattro anni indaga sul caso del giovane ricercatore in Egitto sono stati ascoltati dalla commissione parlamentare d’inchiesta e hanno raccontato come nell’anno e mezzo in cui l’Italia ha ritirato il suo ambasciatore in Egitto, era l’aprile del 2016, l’autorità egiziana ha fornito elementi utili al raggiungimento della verità. Il rapporto di collaborazione si è poi bruscamente interrotto di nuovo nell’agosto del 2017 quando il governo italiano è tornato alle normali relazioni diplomatiche: la procura ora non riesce nemmeno a ottenere i dati dei cinque funzionari degli apparati di sicure per notificare l’indagine a loro carico. Siamo messi così.

Però i fatti sono ostinati e molto (troppo) lentamente stanno venendo a galla: Giulio Regeni è stato torturato a più riprese tra il 25 e il 31gennaio di quattro anni fa ed è morto presumibilmente l’1 febbraio «per la rottura dell’osso del collo». I magistrati italiani sembrano avere le idee chiare: Giulio Regeni sarebbe finito al centro di «una ragnatela in cui gli apparati si sono serviti delle persone più vicine a Giulio al Cairo tra cui il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni». Non sembrano esserci dubbi sulla responsabilità della National Security egiziana.

Colaiocco e Prestipino hanno messo in fila anche i quattro tentativi di depistaggio che hanno rallentato le indagini: «Sono stati fabbricati dei falsi per depistare le indagini – hanno raccontato alla commissione -. In primis l’autopsia svolta al Cairo che fa ritenere il decesso legato a traumi compatibili con un incidente stradale. Altro depistaggio è stato quello di collegare la morte di Giulio ad un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo». Nel marzo 2016 poi accade che un ingegnere racconti alla tv egiziana di avere visto Regeni litigare con uno straniero vicino al consolato italiano: il traffico telefonico dello studente indica che il giovane fosse da tutt’altra parte e si scopre che il falso testimone fosse imboccato da un ufficiale della sicurezza nazionale egiziana.

Il quarto depistaggio accertato, dicono i magistrati italiani, «è legato all’uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell’omicidio».

Insomma, la morte di Giulio Regeni fa schifo fin dal primo momento e continua a fare schifo di fronte alla reticenza e all’insabbiamento del governo egiziano che continua a godere di una certa morbidezza da parte del governo italiano. Dicono bene i genitori di Giulio: «In questi anni abbiamo dovuto lottare contro violenze, depistaggi, omertà, prese in giro e tradimenti. Siamo grati ai nostri procuratori e alle squadre investigative per il lavoro instancabile svolto in questi quattro anni in sinergia con noi e la nostra legale. Se oggi abbiamo i nomi di alcuni dei responsabili del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Giulio e se alcuni di quei nomi sono iscritti nel registro degli indagati, lo dobbiamo a loro».

Con fatica si scava nella verità giudiziaria, chissà quando ci arriverà decisa la politica.

L’articolo di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola dal 24 gennaio

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Ultima fermata, Salvini

Certo, non è facile, riportare la politica ai fatti e riuscire a discutere dell’ex ministro Salvini senza inciampare nelle trappole della sua propaganda è un esercizio che richiede cura dei fatti e studio dei numeri. E se ci pensate bene ultimamente non va molto di moda, no. Eppure le colpe (e gli insuccessi) di Matteo Salvini non sono solo nell’inquinamento esasperato di un dibattito politico che riversa le sue scorie anche in una pessima tensione sociale ma si ritrovano anche nei suoi provvedimenti al governo, nelle sue disarticolate proposte politiche e in un’idea di Paese che vale la pena affrontare sul piano squisitamente politico.

I decreti “sicurezza”, ad esempio. Partiamo dai provvedimenti di cui il leader leghista va particolarmente fiero. Il tema che occupa praticamente il 50 per cento della sua comunicazione e che viene usato come clava ancora oggi che la Lega sta all’opposizione.
I decreti voluti dalla Lega hanno stretto le maglie dell’accoglienza, cancellando i permessi di soggiorno umanitari, radendo al suolo il sistema virtuoso degli Sprar e soprattutto creando un impressionante nuovo numero di stranieri senza permesso di soggiorno.

Qualcuno parla di circa 70mila nuovi “fantasmi” lasciati all’addiaccio per le strade delle nostre città e ancora qualcuno non capisce che quei disperati sono tutti carne da macello per premere ancora il piede sull’acceleratore dell’insicurezza e per chiedere ancora l’intervento di un uomo forte che, vedrete, sarà ancora Salvini: lo stesso che ha provocato il disastro. Poi dentro i decreti “sicurezza” c’è ovviamente anche il restringimento dei diritti degli italiani – badate bene mica degli stranieri – che dopo avere esultato ora si ritrovano…

L’articolo di Giulio Cavalli prosegue su Left in edicola dal 24 gennaio

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Finisce sempre così

Di solito accade quando c’è un momento di vuoto politico, accade perché cambiano gli scenari e perché i paradigmi ormai non funzionano più e riesce molto meglio quando c’è una crisi economica che accende una depressione sociale: qualcuno arriva al momento giusto, al posto giusto, con la faccia giusta, con il vocabolario giusto, con la giusta simpatia, con la giusta indignazione che viene espressa nel modo giusto e riesce ad avere un immediato e insperato seguito.

Inizia dicendo che lui non vuole rappresentare nessuno ma intanto piano piano si costruisce un cerchio magico, inizia un’organizzazione dei quadri dirigenti. Quando li intervistano dicono che non diventeranno mai un partito. Poi dicono che saranno solo un movimento, uno stimolo ai partiti. Poi decidono di partecipare alle elezioni, ma solo come movimento. Quando ormai sono un partito ci tengono a dire che non sono mica un partito come gli altri partiti e fanno finta di non sapere che tutti i partiti dicono così.

Poi accade che lo scontento (o comunque la spinta generale) non basti e non serva per fare politica. In politica tocca decidere: o si è d’accordo su una riforma o si è contro oppure si propone una strada intermedia. Bisogna scendere per terra, prendere posizione e ogni volta che non parli per concetti generali inevitabilmente scontenti qualcuno. Per intendersi : se 100 su 100 sono contro la povertà (facile, così) 30 la vorranno risolvere in un modo, 10 in un altro, 20 in un altro e 40 in un altro modo ancora. Così accade che perdi consenso. Normale, inevitabile, matematico.

Quando perdi consenso il partito che non doveva essere un partito si spezza in correnti (che poi sono quelli che vorrebbero risolvere la povertà in modi diversi, sempre loro) e quello che era il grande capo che ha avuto la bravura di cogliere l’attimo (all’inizio di quella storia) viene accusato di un calo di consensi che non è nient’altro che una trasformazione. Quelli che criticano il capo dicono di non volere mica fare i capi (si applica la stessa regola dei partiti che non volevano essere partiti) ma alla fine brigano per la caduta del leader e ovviamente per sostituirlo. Si crea una gran confusione e quel movimento è visto come un partito proprio come tutti gli altri.

Si creerà sfiducia generale verso la politica e ci sarà qualcuno che ricomincerà di nuovo.

Buon giovedì.

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Ah, se si facessero le domande

Ieri ha girato molto il video di cui Elly Schlein, candidata alle elezioni regionali in Emilia Romagna con la Lista ER Coraggiosa e ex eurodeputata per Possibile, ferma il suo ex collega all’europarlamento Matteo Salvini per chiedergli perché la Lega non abbia mai partecipato alle 22 riunioni sui negoziati per la riforma del trattato di Dublino che blocca in Italia i richiedenti asilo. Matteo Salvini ha indugiato a lungo sul telefono, non ha saputo cosa rispondere e se n’è andato. Ma non è questo il punto.

Il video è stato condiviso diverse volte ed è stato ripreso da tutte le testate giornalistiche come se fosse accaduto qualcosa di straordinario degno di stare nella colonnina delle notizie sensazionali. E in effetti qualcosa di sensazionale c’è: una candidata alle regionali ha posto una domanda che Salvini (quello che è sempre in televisione, lo dicono le statistiche) non ha mai dovuto affrontare nel quintale di interviste che gli vengono fatte ogni giorno.

Un cittadino che chiede a un politico è un fatto che qui da noi genera clamore. Incredibile. Lo stupore che si è generato però fotografa perfettamente la pessima abitudine di vedere i nostri politici (vale per tutti) che sciorinano i loro monologhi accompagnati da giornalisti che si comportano come servizievoli camerieri. Non so se vi sia mai capitato ad esempio di vedere le dichiarazioni dei politici all’interno dei telegiornali: guardano in camera, ben pettinati e sistemati e provano e riprovano il tono della voce e la mimica facciale. Ogni tanto capita in qualche trasmissione satirica che vengano proposti anche i fuori onda: sono decine di prove e ri-prove come a un casting. Comunicazione unidirezionale: le interviste sono semplicemente dei post sui social un po’ più lunghi e detti a voce.

Se si potessero fare le domande si potrebbe chiedere di tutto, a tutti: si potrebbe chiedere al Pd come si sente dopo avere distrutto l’articolo 18 e avere demolito il mondo del lavoro, si potrebbe chiedere a Renzi com’era quella storia che chi se ne andava dal Pd doveva dimettersi dal Parlamento, si potrebbe chiedere a Berlusconi di chi sia stato tramite Marcello Dell’Utri nei suoi rapporti con Cosa Nostra, si potrebbe chiedere alla presidente del Senato Casellati come fosse quella storia di Ruby nipote di Mubarak, si potrebbe chiedere a Di Battista che fine abbia fatto il suo libro su Bibbiano, si potrebbe chiedere alla dirigenza di Leu come fosse quella storia della sigla elettorale che non era solo una sigla ma che si sarebbe fatta partito, si potrebbe chiedere a Giorgia Meloni come si può apparire nuovi dopo una vita intera passata in politica. Insomma, se ci pensate sarebbe una televisione molto più scoppiettante se si facessero le domande. Sarebbe un giornalismo più giornalismo se si facessero le domande. No?

Buon mercoledì.

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Quattro domande da porre al vostro politico preferito

Che siate di destra o di sinistra, che siate sovranisti, che siate democratici, che impazziate per Bonaccini o Borgonzoni, che siate sardine o che siate in qualsiasi movimento che vorrebbe occuparsi di politica ecco qui quattro domande, facili facili, per uscire dal tunnel della propaganda e per valutare chi vuole fare cosa e soprattutto come.

I dati Oxfam e Eurostat danno numeri chiari, i numeri possiedono la bellezza di essere lì puliti da leggere e da interpretare.

Ad esempio, in Italia l’1% più ricco detiene la stessa ricchezza del 70% della popolazione. Metteteci anche che in Italia la povertà avanza e che si allarga il numero di persone che si trova a vivere al di sopra dei livelli minimi di dignità. Chiedete al vostro politico di riferimento: è giusto? È normale? E soprattutto: come si può risolvere questa situazione? Se vi basta vivere con la speranza di diventare quell’1% e se non ci trovate nulla di strano lasciate pure perdere.

Però qui c’è anche la seconda questione: il 23% degli under 29 versa in condizione di povertà lavorativa. La flessibilità del lavoro per molti è soltanto un impoverimento legalizzato. Chiedete al vostro politico di riferimento cosa ha intenzione di fare e come ha intenzione di farlo, quali siano le riforme che ha in mente e come potrebbero funzionare. Se non vi interessa, buon per voi.

Terza questione: in Italia crescono gli abbandoni scolastici. Eh sì, proprio così, l’Italia che si vantava di avere sconfitto l’analfabetismo ora subisce una preoccupante retromarcia. Se ne parla poco e spesso se ne parla male. Chiedete al vostro politico di riferimento: come si risolve? È normale? Quali sono gli strumenti per evitare la dispersione scolastica e inevitabilmente l’impoverimento culturale del Paese? Se non vi interessa, beati voi.

Ultima questione: c’è il 23,7% di differenza salariale tra uomini e donne. Persone che svolgono la stessa mansione nello stesso modo e per lo stesso tempo guadagnano diversamente in base al loro sesso. È normale? Va bene? Come si risolve? Chiedetegli anche questo. Se non vi interessa lasciate perdere.

Una nota di metodo: tutti i vostri politici di riferimento vi diranno che questi quattro punti sono una vergogna. Beh, crucciarsi non vale: i politici si valutano sulle proposte. Anzi a ben vedere il fatto che tutti i politici siano contrari a situazione che continuano tranquillamente a perpetuare non gioca molto a loro favore.

Buon martedì.

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