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Politica

Ci manchi, Sandro

Il 24 febbraio 1990 ci lasciava Sandro Pertini. Fu popolare senza bisogno di essere populista. Portò in politica la lealtà, che poi non si è più vista. Parlava di competenza, pensa te. Oggi sarebbe un professorone. E ci manca.

“Gambe aperte” e “bus per negri”: così la Lega ha fatto dell’odio il suo marchio di fabbrica

“Ciò che fa schifo, ma proprio da vomitare, è che il gesto del consigliere leghista che consiglia a Emma Marrone di guadagnarsi da vivere aprendo le cosce è un vero e proprio modus operandi. Gli esempi sono tanti”. Il mio commento per Tpi.it

“Carnaio” di Giulio Cavalli, la distopia è qua (ed è un mondo in cui tutto è sopportabile): Francesco Cancellato recensisce Carnaio

Candidato al Premio Strega, il romanzo dell’attore-giornalista-scrittore è un crudo racconto di quel che siamo diventati: impauriti, depressi, incapaci di indignarci e di resistere all’adattamento

Giulio Cavalli non è un teatrante, anche se ha passato metà della sua vita a scrivere e recitare, rinverdendo e innovando la tradizione del teatro d’impegno civile. Non è nemmeno un politico, a dire il vero, anche se ha un passato e un presente di attivista che gli è valsa l’elezione in consiglio regionale lombardo, con l’Italia dei valori. Non è nemmeno un giornalista, anche se scrive su diverse testate giornalistiche (compresa Linkiesta) e ha diretto un mensile come Left. Forse, oggi, abbiamo capito cos’è Giulio Cavalli. Uno scrittore. Perché dopo l’esordio di “Mio padre in una scatola da scarpe” (Rizzoli, 2015), seguito dall’autobiografico Santamamma (Fandango, 2017) è con “Carnaio” (edito sempre da Fandango) che Cavalli trova davvero il suo tono narrativo, la sua visione del mondo, la sua dimensione etica. E non è un caso che sia stato proposto per il Premio Strega da Concita De Gregorio, che racconta Carnaio come “il termometro sociale e politico del tempo che viviamo (…) il paese chiuso, appestato, impenetrabile dove gli abitanti si arricchiscono e blindano il segreto inconfessabile della loro ricchezza mentre sono, nel tripudio del cinismo, destinati all’estinzione”.

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È questo, ma è anche molto di più, Carnaio. Un libero che stupisce per come affronta il tema dell’immigrazione e delle morti nel Mediterraneo senza nessuna concessione all’umanità e al pietismo, mostrando ancora di più quanto un morto sia una persona e migliaia di morti una statistica

È questo, ma è anche molto di più, Carnaio. Un libero che stupisce per come affronta il tema dell’immigrazione e delle morti nel Mediterraneo senza nessuna concessione all’umanità e al pietismo, mostrando ancora di più quanto un morto sia una persona e migliaia di morti – in questo caso una serie di cadaveri identici l’uno all’altro che emergono dal mare che lambisce DF, arrivando a sommergerlo – una statistica. Stupisce per la violenza distopica della reazione degli abitanti di DF, dapprima terrorizzati di fronte alla marea di corpi che gli si rovescia addosso, e poi cinicamente disposti a fare di quell’ammasso di corpi (non più) umani una fonte di guadagno ed emancipazione. Stupisce per il linguaggio asciutto e crudo che ha fatto accostare Cavalli a predecessori del calibro di Saramago e Bolano, ma anche al Cormac McCarthy postapocalittico de La Strada in cui, al pari, gli uomini erano cibo per altri uomini. Stupisce per il disincanto con cui descrive la politica, spogliata non solo di ogni idealismo, ma anche di ogni resistenza all’adattamento sempre e comunque. 

Ciò che più di tutto stupisce, però, è che l’impianto narrativo di Cavalli ha una potenza e una profondità che travalica il genere della distopia politica per diventare un romanzo-mondo, universale, che nel disumanizzare racconta l’Uomo (con la U maiuscola) del ventunesimo secolo meglio di qualunque introspezione psicologica. Carnaio, in fondo, è il racconto dell’Uomo che si abitua a tutto, che rinuncia alla lotta contro l’ingiustizia, che si abbandona allo status quo per inerzia, per tirare a campare. Ma è anche il racconto della depressione, il male del secolo, la marea nera che improvvisamente, senza un motivo, sommerge ogni cosa e lascia soli a lottare contro i propri demoni. Se nel ’68 era il personale che si faceva politico, cinquant’anni dopo è il politico che diventa personale, è la lotta di classe tra ego ed es che si combatte sul lettino dello psicanalista, è l’antidepressivo che rende tutto più sopportabile. Anche 26mila cadaveri che sono cibo per i pesci nel Mediterraneo centrale, accatastati nelle nostre coscienze di chi sull’altra sponda, gira le spalle al mare.

(fonte)

Che tristi le esultanze per Formigoni

Avete visto i commenti contro Formigoni? Quelli che gli augurano le peggio cose? Le peggiori sofferenze? Lo scrivo qui. L’ho combattuto dal vivo, in Consiglio, ogni giorno, dedicando tutto il mio tempo e le mie energie, Ho assistito agli attestati di stima da quelli che invece avrebbero dovuto fare opposizione con noi. Si capiva lontano un miglio che la sua buona amministrazione (perché i servizi funzionavano davvero) era oliata da piaceri personali. Io e Civati ce l’abbiamo messa tutta perché liberasse la sedia. E ce l’abbiamo fatta. Un conto è la vittoria politica (tra l’altro buttata via regalando la Regione a Fontana) e un conto è la vendetta. Questa vendetta che sembra ricoprire tutto, di questi tempi. Formigoni in galera a me, scusate, non procura gioia. Avrei preferito che la falsa commissione su Maugeri e San Raffaele avessero funzionato per davvero onorando il nostro impegno politico.

Da TeatriECulture: «”Carnaio” di Giulio Cavalli. Proposto al Premio Strega 2019 da Concita De Gregorio»

E’ un libro che per quanto interamente di fantasia ha sconvolgenti, pur se esasperate, analogie alla situazione attuale. Un paese DF, steso su una spiaggia, così tanto simile ad uno dei paesi del Mediterraneo, dove tutto sembra scorrere nella più normale tranquillità.
E’ questo lo scenario che fa da sfondo a Carnaio (Fandango edizioni) di Giulio Cavalli, appena proposto al Premio Strega 2019 da Concita De Gregorio.
Un mattino di marzo un pescatore da sempre abituato al mare e ai suoi misteri trova il cadavere di un ragazzo che ha tutta l’impressione di essere stato in acqua tanto tempo.
Quasi normale questo ritrovamento che però viene seguito da altri due e poi dieci, tanti cadaveri. 
E’ l’inizio di un incubo che attanaglia il lettore pagina dopo pagina, che sconvolge le menti, che dà vita ai più turpi sentimenti.
Onde anomale inondano il paese portando con sè migliaia di cadaveri, tutti uguali, tutti di pelle scura, come fossero cloni, e non si riescono a “smaltire” (il pensiero va ai tanti migranti che approdano, se approdano, sulle nostre coste). 
Da qui il prosieguo di una narrazione che ci fa incontrare giornalisti a caccia di scoop, polizia e carabinieri che non vogliono fastidi e soprattutto una politica disattenta e lontana dal popolo, dagli interessi dei cittadini di DF.
Il sindaco, quindi, si arroga il potere assoluto dichiarando DF indipendente dal governo centrale. 
E’ l’inizio di una sorta di dittatura alla quale nessuno o quasi si ribella, i pochi che lo fanno perché riescono a vedere oltre quel muro di plexiglass che isola il mare e chiude gli approdi è messo al bando, arrestato, ucciso. 
Gli altri credono fermamente in ciò che il sindaco/governatore decide e attua. 
Lo scenario si fa sempre più sconvolgente e pone il lettore di fronte ad un tempo futuro neanche troppo lontano in cui qualcuno pensa che sia addirittura possibile utilizzare “quelli” (naturalmente contrapposti a “questi”, i cittadini del luogo) in usi “quotidiani” che lasciano l’amaro in bocca.
Il finale, il 4 aprile, sarà una sorta di nemesi storica per un libro che non può lasciare indifferenti i lettori.

«E questa lotta disumana e stomachevole – che non ha vincitori ma solo vinti – in nome di cosa si combatte?»: The Freak recensisce Carnaio

Naufragio al largo della Libia. 117 morti.
Alessandro Leogrande in “La frontiera” scrive: “Schiere di profughi attraversano la Libia alla ricerca della prima costa utile da cui imbarcarsi. Intrecciano il proprio destino a quello di un paese dilaniato dalla guerra. Ma prima di lanciarsi nel Mediterraneo hanno attraversato il deserto, il loro viaggio è durato otto, dieci, dodici mesi, spesso anche di più. Sono partiti da paesi più a sud e più a est. Quasi tutti sono pienamente consapevoli dell’inferno che li attende, sanno bene che la tratta è controllata da trafficanti privi di scrupoli, un rosario di passeurs che taglia le rotte dell’Africa. Se lo fanno, se continuano a scappare in massa, è perché stanno sfuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”.
Alessandro Leogrande scrive. E il mare si riempie di sangue. Alessandro Leogrande scrive, e il nostro Ministro degli Interni aggiunge – “I nostri porti rimangono chiusi “-.
Il nostro Ministro degli Interni – che non ha mai letto Alessandro Leogrande – riduce il problema alla chiusura di un porto. E allora mi è venuto da pensare al sindaco di DF – il centro del mondo che scivola verso l’orrore -.
Perché, in mezzo a tutto ‘sto sangue dentro il mare, il vero oblio ce l’abbiamo dentro i nostri confini inumani.
DF è il paesino attaccato alla costa dell’ultimo romanzo di Giulio Cavalli,“Carnaio”.
Si tratta di un romanzo feroce e drammatico, distopico. E pure, dentro una storia per metà fantascientifica e per metà macelleria umana, alcune tendenze sociali e politiche non sembrano così lontane e ipotetiche dalla realtà macabra e molliccia di cui siamo spettatori.
DF è un paesino attaccato alla costa, come tanti. Un paesino che diventa un carnaio. C’è un’onda umana. Inondazioni di corpi, morti. Morti che terrorizzano e poi diventano cibo, e soldi. Corpi che fanno ricchezze senza scrupoli, e nessuna pietà. Corpi che alla fine uno si abitua pure a un addome che si apre e diventa un inciampo o un avambraccio che si lega alla caviglia. I corpi di quelli sono tutti uguali. Stesse dimensioni, stesso colore, stesso peso, e stessa consistenza. Una rappresentazione di massa che sottende un dramma di dimensioni enormi – e pietoso – quando si parla di vittime del mare. Ridurre tutti alla categoria di “vittima” – definizione che ammazza due volte – non racconta niente della complessa vita individuale degli esseri umani. Uccide l’uomo, e la sua storia – trasformando le morti in mare in una piovra indistinta. Morti tutte uguali. La storia che c’è dietro il confine è diventata secondaria per noi che siamo dalla parte giusta di questo abisso blu.
La lettura del libro di Cavalli e le morti atroci degli ultimi giorni riportano – inevitabilmente – a un tema delicato eppure strumentalizzatovergognosamente dalla politica italiana: il viaggio disperato verso il Mediterraneo, la morte dentro il Mediterraneo. L’operazione Mare Nostrum, conclusa il 31 ottobre 2014, ha lasciato un vuoto in termini umanitari rispetto ai flussi migratori e imbarcazioni morenti in mezzo all’acqua.
Il Governo non sembra interessato alla morte di quelli. Giulio Cavalli scrive di una barriera di plexiglas che chiude il mare a DF, dei genitori che portano i figli a guardare come si schiantano i corpi già morti di quelli, di una città infettata dal virus dell’indifferenza. È atroce. E non così lontano da questi muri che ci stiamo costruendo attorno.
In “Carnaio” ci sono parole che riportano a una realtà di fazioni, di guerriglie tra bandiere sventolanti in nome di chissà quale patria: i nostri morti, il cimitero di quelli, noi e quelli, ma chi sono quelli? E questa lotta disumana e stomachevole – che non ha vincitori ma solo vinti – in nome di cosa si combatte?
“Alla gente non interessa approfondire, a loro basta che i guanti siano morbidi, le giacche siano calde, i cuscini siano soffici, le borse siano resistenti “- scrive Giulio Cavalli, dentro la conceria di pelli umane di DF.
E a me tutto questo fa tanta paura. Mi fa paura il muro di plexiglas, le parole spavaldamente indifferenti, mi fa paura quella pagella cucita dentro la tasca di un bambino affogato. Mi fa paura il buio della notte.
Siamo tutti noi i cittadini di DF quando smettiamo di pensare all’umanità e ci resta il misero individualismo. Ma quello che rimane è una rimanenza. Come i porti chiusi, e le frontiere.
“Se lo fanno, se continuano a scappare in massa, è perché stanno sfuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”.

fonte

‘Carnaio’, distopico romanzo denuncia: ANSA recensisce Carnaio

(ANSA) – ROMA, 17 FEB – GIULIO CAVALLI, ”CARNAIO” (FANDANGO, pp. 220 – 17,00 euro). Giulio Cavalli, quarantenne narratore e autore teatrale, prosegue, scrivendo, quella lotta alle infiltrazioni nel mondo imprenditoriale e economico settentrionale della criminalità organizzata che ha portato avanti anche con la sua attività politica alla Regione Lombardia, tanto che oggi è costretto a vivere sotto scorta, dopo le rivelazioni di un pentito. Non può stupire quindi questo romanzo distopico, per usare un’etichetta oggi molto in voga, che costruendo una denuncia implicita parte dall’oggi per narraci un domani che se non vogliamo si avveri in tutte le sue sfumature noir e ci lasci sorpresi a domandarci come sia accaduto, dobbiamo cominciare a affrontare da subito. Il problema è che le migrazioni che qualcuno fa credere di poter fermare e controllare, sono in realtà in costante aumento perché l’Europa ricca e con una popolazione dalla natalità in veloce e forte calo non può non attrarre i milioni e milioni di esseri umani affannati che vivono in zone povere, martoriate dallo sfruttamento coloniale e da guerre che sfruttano odi tribali e religiosi, quindi disposti a tutto pur di scappare e cercar di arrivare dove la vita appare comunque diversa. Avendo coscienza di questo si capisce la metafora nera sino alle estreme conseguenze, metafora certamente paradossale e disturbante che cerca di smuovere gli animi proprio forse con i suoi eccessi, che Cavalli costruisce raccontandoci la storia esemplare di una cittadina marinara, DF, dalla vita tranquilla, dove un giorno un anziano pescatore trova nella rete il cadavere di uomo di pelle nera così che al suo ritorno, perché abbia pietosa sepoltura, finisce in commissariato a far fronte a procedimenti burocratici. La cosa non fa molto rumore e si sta spegnendo se non fosse che a quel cadavere ne seguono alcuni altri, poi se ne trovano molti spiaggiati dietro una duna e infine, mentre l’allarme si fa generale ma dal governo centrale minimizzano e non intervengono, come per un terremoto un’ondata gigantesca ne butta un’infinità per le strade e sopra le case di DF, facendo ben 14 morti tra gli abitanti. A una prima conta risultano 24.712 corpi, ma saranno di più, tutti stranamente più o meno eguali per fattezze, misure, peso, e non si fa a tempo a ripulire tutto che, mentre arrivano giornalisti e tv da tutto il mondo, ecco altre ondate come tsunami umani che finiscono per soffocare DF sotto una montagna di centinaia di migliaia di cadaveri d’oltremare, con arrivi che alla fine divengono quotidiani e stabili nella misura media di circa diecimila al giorno. Un’emergenza assoluta, ovviamente, e l’amministrazione locale, viste difficoltà e tempi burocratici e la non comprensione che trova nei referenti nazionali, con spirito pragmatico si organizza per resistere, e nel tempo costruisce una barriera sulla riva del mare, crea un canale che porti i corpi verso un centro in cui verranno utilizzati e sfruttati in vari modi per trarne un guadagno, un sostentamento autarchico che sostituisca la pesca e gli arrivi vacanzieri estivi, per essere infine liofilizzati. Tutto questo sistema di pura sopravvivenza richiede che ”quelli” siano reificati, perdano ogni caratteristica di umanità, secondo regole molto rigide, risposte sicure alle accuse che arrivano dai moralisti di ogni dove, così che in breve a DF si instaura un regime spietato e dittatoriale, isolato dal resto del paese e che non accetta debolezze e dissensi persino all’interno delle famiglie e che il lettore vive come un incubo, avvertendo echi da soluzione finale nazista, mentre il pensiero va per similitudine alla vita del manicomio che Saramago descrive nel suo romanzo ”Cecità”. Tutto è narrato sino al finale mestamente apocalittico con un realismo grottesco volutamente freddo e assolutamente macabro, sconcertante nei particolari, con una scrittura che talvolta eccede ma è forte e efficace, specie quando dalla narrazione in terza persona passa a quella diretta in prima, ai monologhi dei vari personaggi-cittadini, ognuno con una propria voce e teatrale verità nell’esibire durezza o debolezza, fiducia o disillusione, impegno o voglia di fuga, ma tutte alla fine senza scampo.   

(fonte)

Il diritto di essere amati

Passato San Valentino? Buon per voi.

C’è una poesia, risale al 30 gennaio del 2014 di ben cinque anni fa. Cinque anni fa se ci pensate è un’era geologica.

L’ha scritta un ragazzino delle medie, Andrea Tirrè. Eccola qua:

Tutti i bambini del mondo hanno diritto di essere amati,
di essere accompagnati
e di essere coccolati.

Qualunque sia il loro colore
la loro carnagione
e la loro religione.
Non è importante, perchè la cosa migliore è l’amore.

Anche i bambini cattivi hanno il diritto di essere amati
di essere apprezzati
e di essere guidati,
fino a quando non saranno maturati.

E’ bello essere amati e coccolati
fino a quando non saremo tutti cresciuti.

Io la trovo bellissima. Ci aggiungerei una cosa soltanto. Tutti hanno il diritto di amarsi e di essere amati. Tutti, non solo i bambini. E nessun uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo in difficoltà senza tendere la mano. Se nella Costituzione ci fosse scritto che tutti hanno il diritto di essere amati metà dei provvedimenti della politica internazionale sarebbero fuori legge. Pensa te.

Buon venerdì.

L’articolo Il diritto di essere amati proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/02/15/il-diritto-di-essere-amati/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Una volta eravamo più banalmente “coglioni”

Vi ricordate Silvio? Dai, quel vecchietto arzillo che ogni volta che apriva bocca pensavamo che non avremmo mai avuto un leader re degli strafalcioni e delle gaffes come lui? Beh, ci sbagliavamo. Ma di grosso. Ma non è di questo che vi voglio parlare. Silvio Berlusconi un giorno disse (ma di sicuro l’ha sempre pensato e continua a pensarlo) che gli elettori di sinistra sono dei coglioni. Lo disse così, senza troppe preoccupazioni. Come se stesse elencando, che ne so, la lista della spesa da fare prima di tornare a casa. A qualcuno venne da ridere, qualcuno si offese molto, di sicuro la maggioranza trovò che la politica stava diventando un greve buco di tifoserie che non aveva nulla a che vedere con una democrazia in buona salute.

Ebbene, Silvio è stato superato. E chissà come ci sarà rimasto male vedendo che i gestori di una delle pagine satellite del M5s, con ben 300mila followers (ed in copertina il motto «Io non ci casco»), nel commentare i risultati raggiunti da Sara Marcozzi (candidata in Abruzzo e riuscita nella mirabile impresa di perdere qualcosa come 200mila voti nel giro di qualche mese) hanno scritto: «Grazie per l’impegno! Tutto il bene fatto non è servito a niente. La politica del clientelismo e servilismo, unito ad una buona dose di ignoranza ha avuto la migliore»

L’hanno scritto così. Ora, al di là dell’italiano che lascia un po’ desiderare (“avere le migliore” per significare “avere la meglio” è qualcosa che fa sanguinare gli occhi) la cosa interessante è che i servi e maghi del clientelismo in realtà sarebbero gli stessi con cui governano: in pratica hanno dato dei “coglioni” non agli avversari politici ma addirittura agli alleati politici nazionali (visto che il centrodestra com’era immaginabile è stato trascinato da Salvini). E questo è un colpo da vera fuoriclasse, roba che Berlusconi impazzirebbe per avere avuto un’idea del genere. E invece niente.

Quindi, cari che non avete votato il Movimento 5 stelle sappiate che la vostra dose di ignoranza ha avuto la migliore. Non, so, decidete voi se gioirne o crucciarvi.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/02/12/una-volta-eravamo-piu-banalmente-coglioni/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.