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Politica

Ironizzare sulla salute di Bossi vi rende peggiori di loro


Si leggono in giro messaggi d’odio sulla salute di Bossi che ci fanno capire quanto l’odio generale )di cui Bossi è stato uno dei primi afgitatori) sia stato introiettato anche da chi pensa di essere dalla parte “del giusto”. ivere la sconfitta fisica dell’avversario come una vittoria politica è roba da tempi del fascismo, roba che non ha niente a che vedere con la dialettica e, badate bene, non solo non ha niente a che vedere niente con la politica ma addirittura con il convivere civile.
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Il diritto di essere amati

E nessun uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo in difficoltà senza tendere la mano. Se nella Costituzione ci fosse scritto che tutti hanno il diritto di essere amati metà dei provvedimenti della politica internazionale sarebbero fuori legge. Pensa te.

Denunciamoci tutti

Allora, partiamo dall’inizio. Dicono che i porti sono chiusi. Qualcuno dice “allora fateci vedere le carte, spiegateci secondo quali regole o circostanze”. Le carte non esistono. Ovvio. Non si possono chiudere i porti senza rendere carta straccia decenni di trattati internazionali. Se si potessero chiudere i porti a piacimento l’Occidente non sarebbe l’Occidente. Anche se serve qualche nozione di storia per capirlo.

Poi. Ieri Il Fatto Quotidiano ha scovato Pietro Gallo, guardia privata (piuttosto ambiziosa) che racconta di un accordo con Salvini nel 2016 per infiltrarsi a bordo di una nave di una Ong per fotografare elementi utili (parla proprio così, come uno 007 in salsa padana) e gli avevano promesso un lavoro, se quello lo avesse perso. Avete capito bene. Come le scarpe spaiate della campagna elettorale di Achille Lauro nel 1956. Ovviamente Salvini non ha mantenuto la promessa. Anche la notizia, a pensarci bene, sembra avere fatto poco rumore.

Poi. Salvini si appunta sul petto un’indagine contro di lui (un ministro dell’Interno indagato che irride la giustizia sembra l’incipit di una tragicommedia, lo so) e l’amichetto Di Maio dice che vuole essere indagato anche lui perché la decisione di Salvini di lasciare soffriggere quei disperati sulla nave Diciotti era avallata anche dal Movimento 5 Stelle. Del resto il Movimento vincerà il premio dell’avallare del secolo, se continua così.

Ora la novità: dei parlamentari italiani (Martina e Orfini) tentano di avvicinarsi alla Sea Watch (che, ricordiamolo, è in acque italiane, anche se Salvini la sogna in una bolla di vetro con la neve finta) e vengono denunciati pure loro.

E allora davvero denunciamoci tutti. Smettiamo di litigare, di affidarci ai dogmi dell’università della vita e affidiamoci alla legge. Scopriremo che non esiste una norma che assegna diverso valore ai morti di fame in base al fatto che siano donne, uomini o bambini. Scopriremo che gli sbarchi non sono finiti. Scopriremo che la politica non si fa con gli annunci sui social ma con gli atti di governo. Scopriremo tanto. Ci accultureremo. Saremo felici. Che ci fa bene.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/01/29/denunciamoci-tutti/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La vergognosa vicenda di Concita De Gregorio, raccontata da Concita

Non me ne vorrà Repubblica se riporto per intero l’incedibile vicenda dell’ex direttrice de l’Unità. Parliamo tanto di libertà di stampa ma poi quando c’è da perdersi nei gangli della vecchia burocrazia stiamo tutti zitti. E magari sarebbe tempo che il PD battesse un colpo. Ecco qua:

(di Concita De Gregorio, la Repubblica, 10/02/2019) Questa storia non riguarda me, riguarda voi. Servono sei minuti di attenzione, so che sono molti. Vi chiedo di rischiare. Il tema è la libertà di informazione. Non vi fermate. Pensate allo spot del Super Bowl, quello del Washington Post: «La democrazia muore nell’oscurità». È su Youtube: «C’è qualcuno che racconta i fatti a ogni costo». Gli americani fanno queste cose meglio di tutti al mondo. «La conoscenza ci dà potere. Sapere ci aiuta a decidere. Conoscere ci libera». I giornali si fanno per chi è governato, non per chi governa. Nella pratica (anche da noi, come ovunque) la minaccia a chi «racconta i fatti a ogni costo» arriva in due modi. Diretto. Una pistola puntata. È facile da riconoscere. C’è un criminale che dice: ti ammazzo. C’è qualcuno da proteggere, una scorta da dare. «Non si può togliere», quattro parole. «Restituitela», una parola. Sono tanti i giornalisti coraggiosi sotto scorta. Non serve nominarli, vi vengono a mente subito, siamo pronti in ogni istante a difenderli. Secondo modo. Minaccia economica. Subdola, invisibile. Non toglie la vita, toglie quello che serve per vivere. Per indicarla non c’è un hashtag che generi like. Il potere ha dalla sua una legge di settant’anni fa. 1948. Consente a chi ha più soldi di minacciare chi ne ha meno: ti tolgo tutto, e poi vediamo se hai ancora voglia di parlare. Quando un giornale fa il suo lavoro il potere prova a zittirlo. Ci sono due modi. Primo: querela per diffamazione. Hai detto di me il falso, ti querelo. La querela è penale, dunque personale: si può querelare solo chi ha scritto la cosa. Il tribunale accerta e chi ha sbagliato paga. (Mi costa parlare di me, ma: in trentacinque anni di lavoro non ho mai perso, personalmente, una causa per diffamazione). Secondo modo: la causa civile per risarcimento danni. Questa si può esercitare anche verso chi ha responsabilità “oggettive”: l’editore, che pubblica, e il direttore, che ha il dovere di controllare quel che si pubblica. Si chiama responsabilità per omesso controllo ed è giusta (anche se in giornali di 40 pagine è tecnicamente impossibile controllare tutto. Il direttore delega. Se sbaglia a delegare paga). Chi ha molto potere usa come minaccia le azioni civili. Fa continuamente causa a chi gli dà fastidio. Esempio: un presidente del Consiglio, poniamo, miliardario, fa causa a un sito chiedendo ogni volta un milione di eu- ro. Lo fa anche se sa di aver torto: anzi, soprattutto. Si dicono “azioni temerarie”. La Fnsi, quando Santo della Volpe la guidava, se ne è occupata strenuamente. Poi Ossigeno, piccola associazione di grande coraggio. Intimidazione, perché i soldi sono pignorati in attesa del giudizio definitivo. Cioè: intanto ti congelo la somma, poi aspettiamo di vedere chi ha ragione. Possono passare dieci, vent’ anni. Chi deve garantire? L’editore, naturalmente. Perché se l’editore guadagna non ripartisce gli utili tra i dipendenti. Ugualmente, se perde non può scaricare i suoi debiti. Rischio d’impresa, si chiama. Ora: quella legge di 70 anni fa dice che il cronista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido”. Vuol dire che ogni parte deve garantire per l’intero. Se ci sono tutti si divide, se qualcuno manca: quello che c’è paga per tutti. È il mio caso: pago da otto anni la parte dovuta dall’editore. Questa legge deve essere cambiata. Mette in pericolo chi scrive e chi legge, voi. Settant’anni fa il mondo era un altro. Non c’erano Internet, il web. C’era il lavoro dipendente tutelato. Oggi un cronista che denuncia la tratta di esseri umani, le mafie, la corruzione politica lavora spesso “pagato a pezzo”. Nessuno è in grado di sostenere personalmente l’offensiva economica dei poteri che denuncia. È un sistema che dissuade il giornalista dal “raccontare i fatti a ogni costo”. Due parole, infine, sul caso Unità. Sono stata chiamata a dirigere il giornale da Renato Soru, l’editore, nel 2008. Non avevo tessere di partito, mai avute. Mi sembrava giusto fare la mia parte, diciamo così, di “servizio civile”. Non mi è convenuto: guadagnavo di più prima, ho guadagnato — dopo — assai meno degli uomini che fanno lo stesso lavoro. L’ho diretto dal 2008 al 2011. In quei tre anni era al governo il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Il giornale ha dato fastidio e ha subìto moltissime azioni temerarie. Negli anni successivi è andato al governo il centrosinistra. Le cause civili contro l’Unità sono diminuite, è comprensibile. Dal 2008 al 2011 l’Unità ha condotto battaglie di mobilitazione civile, grazie a una redazione e a collaboratori generosi e appassionati, che sono arrivate a coinvolgere dieci volte il numero dei suoi lettori. Quando vendeva 50mila copie raccoglieva mezzo milione di firme. Di tante campagne e per tutte voglio ricordare quella condotta da Alessandro Leogrande, che scriveva per il giornale, contro la legge Bossi-Fini: portò in piazza migliaia di persone. Dopo di me e prima della chiusura dell’Unità sono passati sette anni e sei direttori. Dal 2011 ho affrontato in tribunale centinaia di udienze e pagato in attesa di giudizio somme dovute dall’editore “cessato”. L’editore, Nie, difatti non c’è più. Se anche facessi, come dovrei, azione di rivalsa non troverei nessuno. Chi ha intentato causa e pignorato si chiama Silvio o Paolo Berlusconi, generale Mori, Angelucci, Mediaset, potrei continuare ma è chiaro. In molti casi, nei vari passaggi di proprietà del giornale, chi aveva una causa in corso e non faceva più parte della redazione non è stato avvisato delle scadenze giudiziarie e non si è potuto difendere, trovandosi direttamente di fronte ai pignoramenti. Chi era Nie? Formalmente non il Pd. È tuttavia arduo sostenere, come alcuni dirigenti in questi anni hanno fatto, che il Pd sia estraneo all’Unità: sarebbe incomprensibile anche per gli elettori. Quando Renzi era al governo è stata avanzata una proposta di riforma della legge del ’48: si è “arenata” al Senato. In questi giorni è stata ripresentata. Auguriamoci che abbia miglior sorte in condizioni ostili. Molti mi hanno chiesto in questi giorni perché abbia aspettato tanto a raccontare. È stato perché quel che la vita ti mette di fronte si affronta, direi. Perché la giustizia si cerca in tribunale. I soggetti istituzionali, chi doveva sapere, sapeva. Mi hanno chiesto come mai non mi sia fatta tutelare. L’unica tutela che conosco è quella del rigore nel lavoro. «Dietro ogni sospetto c’è una cattiva intenzione repressa», ci diceva a scuola la prof. Sarebbe un bello slogan per uno spot del Super Bowl. Forse un po’ criptico in tempi di attenzione labile, ma bello.

Una provocazione: perché la scorta restituita a Sandro Ruotolo è una pessima notizia per chi lotta contro le mafie

Cosa significa che l’Ucis si sia è rimangiato nel giro di un giorno la revoca della scorta a Ruotolo? Che in queste decisioni la politica gioca un ruolo fondamentale. Che se fai casino e sei nel cono mediatico, sei tutelato dalle mafie. Altrimenti, no. Se vi sentite più sicuri, oggi, contenti voi

Il mio editoriale per Linkiesta è qui:

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/02/06/perche-la-scorta-restituita-a-sandro-ruotolo-e-una-pessima-notizia-per/41002/

Toh!, in Valle D’Aosta non c’è solo la ‘Ndrangheta ma anche la massoneria

Tra le Alpi si rivede, in scala ridotta, una dinamica sofisticata, di quelle presenti in Calabria e in Sicilia (soprattutto a Trapani) finite sotto la lente della Commissione antimafia. L’intreccio tra criminalità organizzata e massoneriasi stava riproponendo anche nel Nord d’Italia, ad Aosta. Protagonisti alcuni personaggi importanti della locale di ‘ndrangheta smantellata mercoledì dai carabinieri e dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino nell’ambito dell’operazione “Geenna”.

Loro sono Antonio Raso e Nicola Prettico. Il primo è considerato dagli inquirenti uno dei capi della locale anche per il suo ruolo di collegamento con la politica aostana. Il secondo, invece, è un “partecipe”, ma ha una caratteristica: è stato eletto al consiglio comunale di Aosta nel 2015. Entrambi hanno l’interesse per grembiulini, squadre e compassi, riti e riunioni segrete. “Quel che va subito sottolineato però – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – è come l’affiliazione alla massoneria di alcuni dei partecipanti del locale di Aosta rappresenti un ulteriore elemento di collegamento con esponenti che ricoprono ruoli di rilievo nel settore economico, imprenditoriale e politico sia della società civile valdostana, sia al di fuori dei confini regionali”.

I fatti avvengono nell’estate 2015, dopo l’elezione di Prettico. Ruotano intorno a Giuseppe Scidone (non indagato), calabrese di Palmi residente a Mentone, dove – annotano i carabinieri – ha costituito il circolo “Garibaldi”, ufficialmente un’associazione per assistere gli italiani in Francia, ma forse più probabilmente una loggia massonica, crede la polizia transalpina. È stato responsabile dellaGran Loggia del Gibuti, poi membro della loggia “Janus” a Mentone e infine della “Merouge” di Monaco, legate alla Gran loggia nazionale di Francia e in rapporti con il Grande oriente d’Italia. Da qui, però, si sposta ad Aosta, dove fonda un’obbedienza tutta sua, la “Gran Loggia Non Nobis”, dal motto dei cavalieri templari di cui Scidone si dice appartenente.

Scidone vuole far affiliare alla sua loggia il consigliere comunale, ma lui – vista l’esclusione del suo amico, Vincenzo Marrapodi (ex sindaco di San Giorgio Morgeto, Reggio Calabria) – non accetta. Chi accetta, invece, è Raso che il 19 settembre, dentro una taverna nel centro città, diventa cavaliere dell’Ordine mondiale dei templari insieme a Paolo Contoz, ex consigliere regionale della “Stella alpina”. Sempre lì il giorno dopo “avveniva la costituzione della loggia massonica Aosta n. 1 San Fantino dell’obbedienza massonica ‘No Nobis’”, a cui partecipavano Scidone, la compagna, Raso e Domizio Cipriani (Gran priore dell’ordine cavalleresco) “citato con il suo inconfondibile nome” e inoltre “probabilmente Contoz”. Tutto a norma, secondo il gip: “Allo stato non vi sono elementi per ritenere che la loggia massonica della quale fanno parte alcuni degli indagati abbia le caratteristiche delle associazioni segrete vietate”, quelle citate dalla “legge Anselmi”.

Dopo la creazione di questa loggia, il presunto boss e il massone volevano “affiliare nuovi massoni, cercandoli tra personaggi influenti dell’amministrazione e della classe politica regionale”. Prettico, invece, cerca di restare in una loggia del Grande Oriente (la principale obbedienza massonica) e spiega a un altro fratello massone (Gianluca De Lucia, della Gran Loggia di Gibuti, non indagato) che vuole ricominciare a Torino: “Voglio ripartire con un po’ più di serietà”.

Anche in questo ambito – è scritto nell’ordinanza – la locale di Aosta si muoveva secondo “schemi ricorrenti per le compagini di criminalità di stampo mafioso” che vogliono creare “legami con detta associazione segreta” fortificando il sodalizio “mediante soggetti loro stessi vincolati a regole interne di solidarietà e segretezza”. Questo meccanismo era stato notato anche dalla commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura che aveva studiato i legami tra mafie e massoneria a partire dai casi della Sicilia e della Calabria. Grazie ai militari della Guardia di finanza, la commissione aveva acquisito gli elenchi (incompleti) degli iscritti e fatto compiere degli accertamenti. “La disamina ha dimostrato la presenza di un non trascurabile numero di iscritti alle logge(circa 190) coinvolti in vicende processuali o interessati da procedimenti di prevenzione, giudiziari o amministrativi”. Non erano tutti.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/30/ndrangheta-in-valle-daosta-negli-atti-lintreccio-tra-i-clan-e-la-massoneria-volevano-affiliare-i-politici-locali-alle-logge/4932605/

L’ignoranza come modello culturale

Ciò che prima era la politica piazzista e porta a porta di un certo berlusconismo ora è diventata una vetrina di isterismi virali che riempiono il dibattito e annullano l’analisi e la normale discussione. Ne ho scritto per TPI:

https://www.tpi.it/2019/01/23/governo-ignorante-lino-banfi-franco-cfa/

“Un’odissea di carne umana”: The Freak recensisce Carnaio

(di Natalina Rossi, fonte)

Naufragio al largo della Libia. 117 morti.
Alessandro Leogrande in “La frontiera” scrive: “Schiere di profughi attraversano la Libia alla ricerca della prima costa utile da cui imbarcarsi. Intrecciano il proprio destino a quello di un paese dilaniato dalla guerra. Ma prima di lanciarsi nel Mediterraneo hanno attraversato il deserto, il loro viaggio è durato otto, dieci, dodici mesi, spesso anche di più. Sono partiti da paesi più a sud e più a est. Quasi tutti sono pienamente consapevoli dell’inferno che li attende, sanno bene che la tratta è controllata da trafficanti privi di scrupoli, un rosario di passeurs che taglia le rotte dell’Africa. Se lo fanno, se continuano a scappare in massa, è perché stanno sfuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”.
Alessandro Leogrande scrive. E il mare si riempie di sangue. Alessandro Leogrande scrive, e il nostro Ministro degli Interni aggiunge – “I nostri porti rimangono chiusi “-.
Il nostro Ministro degli Interni – che non ha mai letto Alessandro Leogrande – riduce il problema alla chiusura di un porto. E allora mi è venuto da pensare al sindaco di DF – il centro del mondo che scivola verso l’orrore -.
Perché, in mezzo a tutto ‘sto sangue dentro il mare, il vero oblio ce l’abbiamo dentro i nostri confini inumani.
DF è il paesino attaccato alla costa dell’ultimo romanzo di Giulio Cavalli,“Carnaio”.
Si tratta di un romanzo feroce e drammatico, distopico. E pure, dentro una storia per metà fantascientifica e per metà macelleria umana, alcune tendenze sociali e politiche non sembrano così lontane e ipotetiche dalla realtà macabra e molliccia di cui siamo spettatori.
DF è un paesino attaccato alla costa, come tanti. Un paesino che diventa un carnaio. C’è un’onda umana. Inondazioni di corpi, morti. Morti che terrorizzano e poi diventano cibo, e soldi. Corpi che fanno ricchezze senza scrupoli, e nessuna pietà. Corpi che alla fine uno si abitua pure a un addome che si apre e diventa un inciampo o un avambraccio che si lega alla caviglia. I corpi di quelli sono tutti uguali. Stesse dimensioni, stesso colore, stesso peso, e stessa consistenza. Una rappresentazione di massa che sottende un dramma di dimensioni enormi – e pietoso – quando si parla di vittime del mare. Ridurre tutti alla categoria di “vittima” – definizione che ammazza due volte – non racconta niente della complessa vita individuale degli esseri umani. Uccide l’uomo, e la sua storia – trasformando le morti in mare in una piovra indistinta. Morti tutte uguali. La storia che c’è dietro il confine è diventata secondaria per noi che siamo dalla parte giusta di questo abisso blu.
La lettura del libro di Cavalli e le morti atroci degli ultimi giorni riportano – inevitabilmente – a un tema delicato eppure strumentalizzatovergognosamente dalla politica italiana: il viaggio disperato verso il Mediterraneo, la morte dentro il Mediterraneo. L’operazione Mare Nostrum, conclusa il 31 ottobre 2014, ha lasciato un vuoto in termini umanitari rispetto ai flussi migratori e imbarcazioni morenti in mezzo all’acqua.
Il Governo non sembra interessato alla morte di quelli. Giulio Cavalli scrive di una barriera di plexiglas che chiude il mare a DF, dei genitori che portano i figli a guardare come si schiantano i corpi già morti di quelli, di una città infettata dal virus dell’indifferenza. È atroce. E non così lontano da questi muri che ci stiamo costruendo attorno.
In “Carnaio” ci sono parole che riportano a una realtà di fazioni, di guerriglie tra bandiere sventolanti in nome di chissà quale patria: i nostri morti, il cimitero di quelli, noi e quelli, ma chi sono quelli? E questa lotta disumana e stomachevole – che non ha vincitori ma solo vinti – in nome di cosa si combatte?
“Alla gente non interessa approfondire, a loro basta che i guanti siano morbidi, le giacche siano calde, i cuscini siano soffici, le borse siano resistenti “- scrive Giulio Cavalli, dentro la conceria di pelli umane di DF.
E a me tutto questo fa tanta paura. Mi fa paura il muro di plexiglas, le parole spavaldamente indifferenti, mi fa paura quella pagella cucita dentro la tasca di un bambino affogato. Mi fa paura il buio della notte.
Siamo tutti noi i cittadini di DF quando smettiamo di pensare all’umanità e ci resta il misero individualismo. Ma quello che rimane è una rimanenza. Come i porti chiusi, e le frontiere.
“Se lo fanno, se continuano a scappare in massa, è perché stanno sfuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”.

Il “sorriso politico” (e la vigliaccheria)

«Quando la vedo non posso non pensare a un orango» disse di Cecile Kyenge Roberto Calderoli a luglio del 2013 durante la festa della Lega a Treviglio. Erano gli anni in cui l’esponente del governo Letta era la vittima preferita del becero putridume leghista (non per niente lo stesso Salvini al tempo disse “lei è pericolosa”, pensa te). In realtà era banalmente nera, anche se sembra faticoso scriverlo.

Ovviamente era partita la denuncia e Calderoli pochi giorni fa è stato condannato in primo grado a un anno e sei mesi dal tribunale di Bergamo. Sapete come si è difeso il prode leghista? Al solito: «Non ricordo parola per parola quanto ho detto, ma il mio intento – aveva dichiarato Calderoli lo scorso luglio in udienza – era la critica politica al governo Letta, anche per un certo divertimento delle persone presenti, con toni leggeri. Dalle trascrizioni vedo che non ho mai usato la parola ‘orango’, bensì ‘oranghi’, riferendomi a tutto il governo. Intendevo dire che si muovevano come elefanti in una cristalleria: se avessi usato quest’altro paragone, oggi non saremmo in quest’aula». Insomma, si è espresso male e un po’ è stato anche frainteso. Siamo alle solite. Feroci e poi vigliacchetti. Funziona sempre così. Ah, a proposito: Calderoli è l’attuale vicepresidente del Senato del governo del cambiamento. Evviva.

A settembre del 2017 il sindaco leghista di Pontinvrea Matteo Camiciottoli scriveva su Facebook un delirante messaggio contro Laura Boldrini (che è diventata il nemico numero uno nel frattempo) in cui le augurava di avere come ospiti a casa sua gli stupratori di Rimini, «magari le mettono il sorriso», scrisse, con un bell’ augurio di stupro (sai la novità, che fantasia, tra l’altro). Ieri è stato condannato (ma va?) e sapete come si è difeso? Eccolo qua: «Non inciterei mai allo stupro nella mia vita, anzi ritengo che per gli stupratori occorra l’ergastolo. Volevo solo fare una critica politica: se lei è così favorevole a una immigrazione incontrollata, che include anche i delinquenti, allora forse ospitarli le avrebbe fatto piacere». Un «sorriso politico», ha detto il sindaco leghista: «Per questo non mi sono scusato durante la trasmissione ’’La Zanzara’’, era solo una contestazione nei confronti di idee con cui non sarò mai d’ accordo. Per me le politiche messe in atto da Boldrini e da chi sostiene la sua posizione sono uno dei fattori che hanno portato all’accoglienza indiscriminata. E se vuoi l’immigrazione incontrollata devi mettere in conto che possano verificarsi anche gesti come lo stupro di Rimini». Per tradurla semplice semplice: era un’alta critica politica e noi non l’abbiamo capito. Vigliaccheria lessicale, si potrebbe dire.

Eppure il “sorriso politico” è tutto nostro, cari signori: la legge funziona e, prima o poi, arriva. Lo spessore delle goffe giustificazioni con cui i lupi si trasformano in agnelli è il termometro del vostro spessore.

Buon mercoledì. Con un “sorriso politico”.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/01/16/il-sorriso-politico-e-la-vigliaccheria/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.