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Politica

Se i bisogni si incontrassero, invece?

Dice quel buonsenso da padre di famiglia che è diventato un feticcio, così idolatrato e svuotato in questi ultimi tempi, che la soluzione migliore per il buon governo di una comunità (che sia una famiglia, un condominio, una bocciofila, una Regione o uno Stato) stia nel mettere insieme i bisogni di tutti i membri, nessuno escluso, con una corsia preferenziali per gli ultimi e con una ricaduta positiva anche dal punto di vista economico.

Lo so, sembra incredibile, vero? Si chiama politica.

E così spulciando tra le notizie che arrivano in questo ultimo periodo (quasi tutte schiacciamenti e vendette) mi ha ossigenato leggere ciò che fanno a Pont-Saint-Martin, comune di 3.900 abitanti in provincia di Aosta al confine con il Piemonte, dove il vicesindaco Fabio Badery ha provato a mettere insieme il solito problema delle tasse da abbassare, lo spreco di cibo che viene buttato e la povertà, quella vera, quella che affama le persone.

Ne è uscita una norma che riduce le tasse (per la precisione la Tari) alle attività che producono o distribuiscono beni alimentari e che gratuitamente “cedono, direttamente o indirettamente, tali beni alimentari agli indigenti e alle persone in maggiori condizioni di bisogno”. Per queste attività viene prevista “l’applicazione di un coefficiente di riduzione della tariffa proporzionale alla quantità, debitamente certificata, dei beni e dei prodotti ritirati dalla vendita e oggetto di donazione”. I commercianti devono donare in un anno almeno 50 chili di cibo e hanno diritto a una decurtazione che arriva fino al 20%. Chi aiuta i poveri paga meno tasse.

Semplice, lineare: rendere conveniente la solidarietà è la strada migliore per accendere un meccanismo virtuoso. Il consiglio comunale ha deciso di votare a larga maggioranza il provvedimento (pensa te, senza nemmeno un po’ di scintille su questi maledetti buonisti valdostani) e Pont-Saint-Martin è diventata ancora più bella.

La lezione però sta nell’impopolare volontà di mettere insieme i bisogni invece di contrapporli, amministrando una città con l’intenzione di farne (e mantenere) un unico blocco sociale che sia messo in condizione di non lasciare nessuno indietro e di riconoscere le diverse difficoltà come motore di un cambiamento, mica di una battaglia perenne. Governare le esigenze e le persone, insieme. Da buon padre di famiglia. Politica, appunto.

Buon martedì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/01/15/se-i-bisogni-si-incontrassero-invece/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Les Fleurs du Mal recensisce #Carnaio

Di Alessandra Micheli, fonte

Troppo presi da noi stessi per riflettere su due parole che in fondo, hanno perduto tutta la loro carica ideale.

Mi chiedo spesso cosa davvero significa oggi essere umano. 

Oggi si è solo se si appare, si è nello scenario coreografico dei reality, si è solo con una manciata di like. 

Per un nome su una copertina, per un intervista, un ospitata. Siamo cosi legati alla tecnologia che siamo solo postando foto su instangram.

Anche il cibo, un tramonto non è più qualcosa di profondamente nostro,ma di tutti. 

Uno scatto, non è più una foto da tenere nel cassetto perché ha immortalato, congelato un momento. 

E’ solo merce, per gridare al mondo che esisti. 

Ma se devo gridarlo, se devo sgomitare per farmi riprendere dal grande occhio, io allora davvero esisto?

Se prima ero solo pensando, se prima ero solo sciogliendo il cuore per un emozione, per lacrime cocenti persino su una delusione politica, su un libro, un una carezza o una notte d’amore.

E ci sentivamo vivi ascoltando canti che non avevano altro che la stessa passione che avevamo rinchiusa nel cuore. 

E oggi invece è tutto cosi artefatto, cosi stantio e perfettamente di plastica. Uomini di plastica, sentimenti di plastica, sorrisi resi fissi da un botulino che lo ripeto, non è più estetico ma dell’anima. 

Che per non invecchiare perde i suoi naturali moti interiori, onde e maree, burrasche e uragani, cosi necessari per smuovere tutto quel marcio che sulla superficie si forma. 

Lo sapete no? 

I riflussi permettono al mare di non stagnarsi con alghe o relitti o residui. Il mare è il nostro io, l’inconscio oscuro di Jung, la nostra mente cosi fervida ma anche cosi betoniera da ospitare ogni cazzata, ogni orrore. E allora le onde dei pensieri le spazzano via, le portano a riva e aspettano i gabbiani, gli spazzini a ripristinare il ciclo. 

Ma quando l’onda ci porta il simbolo della nostra distruzione, della nostra decadenza, rende manifesto l’inferno che noi, non un Satana, un Lucifero, un Seth abbiamo creato, allora la speranza si rannicchia piangente, recisa, ferita. 

E singhiozza sul sogno perduto di un umanità che vibra, il cui cuore pulsa di compassione. 

Un umanità che ha tradito Dio vendendo se stessa e l’altro, suo specchio, per una manciata di soldi. 

Blood money lo chiama Bon Jovi, soldi per comprare la coscienza, per vendere l’altro in prospettiva di un grande unico bussiness, capace di portarci fuori dalla banalità e dalla mediocrità. 

Blood money quando i soldi sono fatti sulla sofferenza dell’altro.

Su una finta giustizia. 

Sono creati dalle guerre, dalle vite delle persone, ree di cercare anch’esse un momento di gloria o si sole che noi, la parte perfetta dell’umanità gli neghiamo. Blood money per comprare il nostro silenzio complice, per renderci partecipi della spettacolarizzazione della morte, della disperazione. 

Del resto sono solo corpi, morti, perché oramai neanche il decesso ha la sua dignità. 

E’ spettacolo, è solo opportunità per gli avvoltoi di ingrassare le loro flaccide pance. 

Mentre tutti noi diventiamo finalmente protagonisti, le comparse sono quei cadaveri di gente venuta da fuori. 

Gente straniera, che serve al politico per mendicare una manciata di voti o per riabilitare una fedina penale che gronda lordura. 

Per il prete che si sente migliore e riesce per un attimo a non guarda il verme trionfante che si ciba della sua carità. 

Tanto basta un rosario, tre ave marie e io pulisco e suppuro la mia anima.

Ma l’anima non c’è più fuggita altrove, perché anche lei non riesce a vedere l’onda di morte che insozza le nostre coste, le nostre vite, che insozza noi stessi. In questo libro l’umanità muore. 

O forse non esiste da tempo. 

Blood money è quello che conta. 

Il business prende il posto dei nostri sogni. 

Non si vola più nel cielo della speranza. Si cammina a terra come polli da macello. 

L’onda dei morti arriva, ma noi siamo sordi. 

Sordi perché chiusi nell’egoismo di chi si sente privilegiato. 

E invece finire nella parte fortunata del mondo è un caso, un disegno del destino che forse, voleva spronarci a guarda con coraggio le nostre imperfezioni, e prendere l’ardua di scelta di navigare verso un altro porto, dove la puzza di Marcio è nascosta dall’odore del maestrale. 

Guardo i comizi, le lotte tra chi sostiene l’immigrato come risorsa o come fastidio. 

Che noia questi morti di fame! 

Che noia le loro lamentele sulla guerra.

Una guerra che però serve alle nostre macchine veloci, che permette all’imprenditore di pasteggiare a champagne e caviale, all’altro di sentirsi meno fallito. 

E chi considera un uomo una risorsa economica, una merce è soltanto un demone peggiore degli incubi che combattevano gli esorcisti fissati nella cacciata del demonio. 

Beh mammona è tra noi e cammina fiero tra le nostre strade. 

Non la sentite la risata?

Non avvertite il suo osceno olezzo?

Avrei dovuto recensire questo libro non di pancia.

Lodando lo stile dell’autore. 

Omaggiando la sua coraggiosa CE. 

E invece sono solo incazzata. 

Perché la realtà è che siamo troppo vigliacchi per evitare che l’onda di morti ci sommerga, che le acque della nostra coscienza straripino di colpa, fino a morirne.

Siamo troppo comodi nelle nostre poltrone, fissati con liti e reality per smettere di considerare l’altro come oggetto, utile alla nostra bestiale corse verso il successo. 

A costo di tutto. 

A costo della compassione. 

A costo di noi stessi.

Blood money. 

Ecco cosa stringiamo. 

Ecco cosa alimenta il nostro finto benessere. 

Blood money. 

E ora prendete in mano la pala e iniziate a seppellire la vostra coscienza. 

Hey Patty Garret 

ecco come ti chiamano. 

Dicono che mi stai cercando.

Ho sentito che ti hanno premiato con un distintivo di argento

Ti hanno pagato, per avere in cambio il mio sangue. 

In fondo questo non riguarda la nostra amicizia. 

Non riguarda me o te

Quando il potere chiama

i confini della giustizia cambiano

e non esiste nessun confine tra fratelli

Fa ciò che devi senza tirarti indietro

mi chiedo cosa sarebbe successo se tu fossi stato il killer e io l’eroe

Le cose sarebbero state le stesse

Anche io ti avrei venduto 

Avrei barattato la tua vita per la mia?

Avrei pagato I miei debiti con quei soldi insanguinati?

Non lo so. 

Fa cosa senti, non tirarti indietro 

Soldi, soldi insanguinati 

Cosi LI CHIAMO 

Perché vedi soldi in cambio di sangue non è uno scambio equo

Soldi soldi insanguinati 

Comprato e venduto 

Ma vedi la tua coscienza è poi l’unica cosa che puoi portare con te nella tomba. 

Bon Jovi ( libera traduzione)

E noi novelli Patty Garrett, una coscienza non l’abbiamo più.

«Cavalli contro il vuoto e la meschinità da cui siamo circondati»: LuciaLibri recensisce #Carnaio

di Giovanni Leti

(fonte)

Più che grottesco è realista “Carnaio”, ultimo romanzo di Giulio Cavalli. In una citttadina che raccoglie a riva migliaia di cadaveri, prevalgono ferocia e indifferenza, dai corpi si prova a trarre profitto e sono poche le tracce di umanità

Un autore stilisticamente impersonale, ma che sa quello che vuole, facendo emergere le voci e i punti di vista dei diversi personaggi. Una cittadina di pescatori, una specie di Aci Trezza catapultata nel presente, una ferocia che si nutre di combustibili in voga come il terrore del diverso, il cinismo, l’egoismo. Teatro, politica, narrativa, giornalismo: Giuio Cavalli – da una decina di anni sotto scorta per le minacce della ‘ndrangheta – ha più di un modo per portare avanti messaggi non molto in voga nell’Italia di oggi. Il suo ultimo romanzo, Carnaio (218 pagine, 17 euro), pubblicato da Fandango Libri, è solo l’ultimo foglio che mette in bottiglia e affida a chi vorrà leggere, a chi vorrà stare ad ascoltarlo, con quel po’ di coscienza che resta,

Cadaveri cloni sulla riva, e come monetizzare

A DF, cittadina sul Mediterraneo ma anche piuttosto universale, proscenio del romanzo di Cavalli, le onde del mare consegnano cadaveri sulla riva, prima pochi, poi innumerevoli, tutti uguali, quasi dei cloni. Attirando velocemente l’attenzione mediatica, le telecamere di mille tv. Si fa in fretta a smarrire l’umanità a DF, si chiede aiuto al governo centrale, che nicchia, non sa e non dice come affrontare l’emergenza. E allora il sindaco, assecondato e sostenuto, più che alla giustizia pensa a quella che lui considera sicurezza, fa di testa sua, cerca addirittura di sfruttare i corpi, di ricavarne profitto. Sgradevole, ma non irrealistico, perché l’attualità ci racconta un’indifferenza, un’ipocrisia, una meschinità e una violenza che sono solo a un passo da certe conseguenze immaginate in queste pagine, cioè quella di monetizzare, in qualche modo, l’ondata dei cadaveri, in un meccanismo perverso. Pochi, pochissimi gli appigli di umanità, messi in scena da alcuni personaggi di questo romanzo corale, che si nutre dello sguardo e delle parole di singoli in un felice e convincente intrecciarsi di voci.

Un’umanità smarrita e colpevole

Carnaio è un romanzo sul vuoto da cui siamo circondati, su un’umanità smarrita e colpevole, non semplicemente confusa, ma che ha deragliato coscientemente da qualsiasi forma di civiltà, rispetto e solidarietà. E che si scaglia contro i “diversi”, a cominciare da chi non adegua il proprio pensiero alle opinioni che sembrano essere più in voga. C’è chi si adegua, per quieto vivere, e sposa il silenzio o addirittura posizioni aberranti. In pochi resistono e non allineano il proprio sguardo e le proprie parole. Più di una metafora di quello che accade oggi intorno a noi. C’è molto realismo, a dispetto del grottesco che dovrebbe percorrere il libro di Cavalli.

«Dove sta l’umanità?»: SulRomanzo recensisce Carnaio

di Irma Loredana Galgano

(fonte articolo)

Cadaveri ripescati in mare. Ecco qual è l’immagine che Giulio Cavalli sceglie come overture del suo nuovo romanzo Carnaio, edito da Fandango Libri. Il fotogramma più cruento e drammatico di questa enorme e globale emergenza che sono diventate le migrazioni di popoli.

Perché alla fine, se passassimo al setaccio l’intero “problema”, non resterebbero che la morte e il dolore. Oppure entrambi.

Morte e dolore che finiscono, inevitabilmente, per alimentare dibattiti infiniti generati, si racconta, dal bisogno di solidarietà e umanità. Motivati, in realtà, per la gran parte, da ipocrisia o, peggio, opportunismo.

E non dimentica certo di parlare di tutto questo Giulio Cavalli in Carnaio. Racconta nel dettaglio la grande ipocrisia che si può accumulare anche in un piccolo paese arroccato su delle aspre scogliere, abitato soprattutto da pescatori o figli di pescatori, da sindaci figli di sindaci, da preti che non perdono occasione per fare la morale anche quando tutti sanno che con troppa facilità si lasciano tentare dal gentil sesso, anche senza il gentile.

Carnaio sembra essere un romanzo corale, grazie soprattutto all’espediente narrativo adottato dall’autore di dare voce a più protagonisti. In questo modo lo stesso accadimento viene osservato e commentato da diversi punti di vista e il lettore può “ascoltare”, ovvero leggere, le differenti opinioni in merito, esattamente come accadrebbe e come accade per un fatto reale.

Il narrato di Cavalli è originato dalla sua fantasia di scrittore certo ma è allo stesso tempo molto realistico, cruento e “crudele”. Nel senso che descrive, immaginando una storia, quello che accade da anni, decenni e che ha trasformato, purtroppo, il Mare nostrum in un’immensa pozza di morte, ingiustizie, dolore, indifferenza e opportunismo.

Cavalli è politicamente attivo e molto prolifico sul piano giornalistico. La sua opinione, categorica, in merito a quanto sta accadendo non è certo un mistero, eppure egli riesce, con la dote che è propria di chi è scrittore e non solo perché tale si dichiara, che siano il racconto e la narrazione a parlare, non i pregiudizi e i preconcetti che possono scaturire da posizioni troppo rigide.

Dove sta l'umanità? “Carnaio” di Giulio Cavalli

Ovvio che il libro è scritto dall’autore, e sempre lui ha scelto cosa far dire ai protagonisti e cosa no, ma l’impostazione del narrato, pur nella sua causticità, lascia libero il lettore di formarsi una propria opinione. In questo caso in base alla propria coscienza. E alla propria umanità.

Nel testo si ritrovano tutti gli aspetti e gli sviluppi del fenomeno migratorio che campeggia nei titoli di giornali e telegiornali quasi sempre per notizie o eventi drammatici, disastrosi. Una crisi umanitaria derivata dalla degenerazione dell’umanità che ha scelto di votarsi e immolarsi verso la crescita economica a ogni costo. Inarrestabile. Anche laddove è palese ormai che a rimetterci sono la stessa umanità e il pianeta che la ospita.

Giulio Cavalli è un ottimo narratore, sa bene cosa raccontare e come farlo. La domanda da porsi è: quale sarà il messaggio che il lettore vorrà raccogliere?

Si sceglierà di aver letto un semplice romanzo oppure si ammetterà di aver letto la versione romanzata di una triste realtà? Si preferirà archiviare il libro come semplice narrativa oppure si ammetterà di avere tra le mani la versione letteraria del resoconto “storico” di una struggente attualità?

L’autore ha lasciato libero il lettore di fare le proprie scelte. Non poteva fare altrimenti del resto.

In Carnaio Giulio Cavalli mantiene intatta la sua grande capacità di scrittura. Uno stile coinvolgente che cattura il lettore fin dalle prime battute. Quasi un rapimento sensoriale per l’intera durata della lettura di quella che acquisisce a tutti gli effetti i connotati di un’accuratissima pièce teatrale. Una scena costruita intorno a un fenomeno troppo carico di dolore e sofferenza per poter lasciare umanamente indifferente chi legge. Al pari di quando si apprendono simili eventi nei resoconti di cronaca. Peggio se nera. Sprazzi di solidarietà ed empatia che vanno o andrebbero poi tradotti in mutazioni radicali di comportamenti singoli e globali, altrimenti si rischia la banale retorica. Ma questo è un altro discorso. Chi scrive concorda con l’autore nel lasciare piena libertà al lettore o allo spettatore, in base alla coscienza che ognuno ha o ritiene di avere.

Pronti al decollo, F35

“Il programma F35 (i cacciabombardieri) è un programma fallimentare. Chi ci ha fatto entrare in questo programma dovrebbe essere preso a calci in culo” (Alessandro Di Battista, M5s, 8 agosto 2017).

“Riteniamo il programma degli F35 inutile e costoso” (Tatiana Basilio, deputata M5s, 11 maggio 2017).

“Si chiudano subito i contratti per gli F35 in essere e si provveda ad individuare una exit strategy che accompagni il nostro Paese ad abbandonare definitivamente il piano di sviluppo del programma” (Manlio Di Stefano, deputato M5S, 13 dicembre 2016).

“Non hanno il coraggio di impedire lo spreco di miliardi di euro per degli aerei da guerra difettosi. Temono il dibattito in Parlamento. Hanno persino paura di mostrare il loro sostegno al programma F35 in pubblico. Il governo di Capitan Findus Letta non ha neppure le palle di assumersi responsabilità davanti ai cittadini” (Beppe Grillo, 15 luglio 2013).

Sono solo alcune delle dichiarazioni, tra le tante, del Movimento 5 stelle sull’acquisto dei famosi aerei da guerra F35, quelli che per mesi sono stati al centro del dibattito politico (tra i molti che ritengono la spesa per gli armamenti tutt’altro che una priorità e chi invece sostiene da sempre la necessità di un esercito fieramente attrezzato): la posizione del Movimento 5 stelle è sempre stata netta, per anni ci hanno detto che (anche) i cacciabombardieri erano simbolo dello spreco e della cattiva amministrazione del denaro pubblico, i nostri soldi, come dicono loro. Sia chiaro: anche chi scrive trova dissennato spendere così tanto in un Paese che avrebbe bisogno di ben altri investimenti.

Bene. Ieri il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, esponente di punta del Movimento 5 stelle, ha detto tutt’altro: «Colgo l’occasione per spiegare che da tanti anni noi abbiamo parlato di questi F35 spesso in maniera distorta, spesso bisogna realmente conoscere e valutare le informazioni», ha detto Tofalo, aggiungendo che «il programma F35 ormai è avanti, c’è da oltre venti anni, a differenza di quanto spesso qualcuno ha detto è un aereo che ha un’ottima tecnologia, forse la migliore al mondo in questo momento. Ed è normale che dobbiamo fare un po’ di calcoli, sia per quanto riguarda la tasca, ossia dal punto di vista economico, sia per quanto riguarda la tecnologia. Ma resta ovvio che non possiamo rinunciare a una grande capacità aerea per la nostra Aeronautica che ancora oggi ci mette avanti rispetto a tanti altri Paesi».

Ma il punto del suo discorso è tutto in una frase: «Spesso bisogna realmente conoscere e valutare le informazioni».

Che poi significherebbe l’unico modo per fare lealmente politica, se ci pensate.

Buon giovedì.

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IlLibraio su Carnaio

(fonte articolo)

Giulio Cavalli torna in libreria con Carnaio (Fandango), un romanzo di grande attualità. Il protagonista, Giovanni Ventimiglia, è un pescatore, e da tutta la vita raccoglie nelle sue reti acciughe e granchi, anche se negli ultimi anni il mare è diventato avaro e sulla sua piccola nave non ha più un equipaggio. Il pesce lo vende nel mercato di DF, un paesino come tanti, con un parroco che fa la predica ma va a puttane, un sindaco che è figlio di sindaco, un emittente locale che scalda i cuori delle casalinghe con il suo conduttore brizzolato. Ma un giorno di marzo Giovanni nella sua rete si ritrova un cadavere, un uomo che in ammollo dev’essere stato per giorni, un ragazzo non di quelle parti, forse dell’Est o del Sud, uno di colore comunque. E dopo di lui, i ritrovamenti di cadaveri sbiaditi dall’acqua, tutti giovani, tutti alti uguali e con lo stesso peso, tutti neri si susseguono, senza che le autorità locali riescano a trovare un filo, cumuli di cadaveri da seppellire, identificare, gestire. E da DF chiedono aiuto, ma la politica nazionale li ignora, tanto che, dopo una serie di onde anomale che hanno lasciato a DF migliaia di corpi, i cittadini troveranno una soluzione per mettere a profitto la situazione…

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Carnaio è un incubo di carne e soldi, il racconto di un mondo prossimo, in cui i cadaveri diventano merce di scambio e fonte di profitto. Cavalli affronta un tema attualissimo (le stragi in mare, il razzismo e l’egoismo dell’Occidente) ma lo fa con il suo stile personale.

Cavalli, classe ’77, scrittore e autore teatrale, dal 2007 vive sotto scortaper il suo impegno nella lotta contro le mafie. Collabora con varie testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, tra i quali ricordiamo Nomi, cognomi e infami (2010); L’innocenza di Giulio (2012) e Mio padre in una scatola di scarpe (2015). Inoltre, è stato membro dell’Osservatorio sulla legalità e consigliere regionale in Lombardia.

Per promettere un ponte servirebbe almeno un fiume

Il commento che ha ottenuto più successo (quasi 600 like) è quello di Francesco Romito: «Annullate sto Ca… di reddito di cittadinanza..!!! E trasformateli in sgravi x le assunzioni!!!», scrive. Sono le reazioni alla notizia che l’Italia ha deciso di aprire la trattativa con l’Europa sul deficit per la prossima manovra finanziaria e per una volta vale la pena leggerne qualcuno perché rende bene l’idea di come sia facile promettere e terribilmente difficile governare.

Ma andiamo avanti, sempre sulla pagina Facebook del capitano Salvini scrive Marianna Orlando: «Dovete spiegare cosa state facendo, perché siete passati da “non cambieremo una virgola” a scendere di 0.36 punti? Perché da “fuori dall’euro e dall’EU ” siete passati a “l’euro ce lo teniamo e cambiamo l’EU dall’interno”? Se non spiegate, rischiate di perdere un mare di voti alle prossime elezioni europee!!!». Andreas Italia: «Vergogna.
2.0 . Uno scandalo. Avete fatto mesi di pagliacciate e questa è la resa dei conti. Inchinati come servi.»

Sia chiaro, chi commenta è tutta gente che sostiene questo governo (in particolare la Lega) con almeno un post al giorno. «Avete già calato le braghe due volte e ancora state trattando. Ci avete traditi.», scrive Daniela Mercandelli. Meno diplomatico un sostenitore da Como che Salvini ce l’ha nell’immagine del profilo: «”Ma andate a cagare! Già la manovra economica prima al 2,4%, con le cose fatte a pezzi, senza investimenti e prettamente assistenzialista faceva pena, figuriamoci ora che dovete tagliare per arrivare al 2%. La Francia fa quello che vuole, mesi di proclami contro l’Europa, non arretriamo di un millimetro bla bla bla e poi ci mettiamo a 90! Siete un bluff! E lo dico da elettore deluso! Il mio voto al prossimo giro ve lo scordate!”.»

Marianna ha la solita bandierina italiana nel profilo e scrive: «Delusa. .. tanto tanto delusa. .. vi siete piegati al volere di persone che ci umiliano dalla mattina alla sera. .. dovevate imporvi sul 2.4 (già misero così) invece siete andati là, oggi, a dire l’ennesimo SI SIGNORE…. a che serve votare se poi decidono sempre loro se e x quanto tempo ancora dobbiamo vivere?!?!?!?!…». È geniale invece Gigi da Napoli, evidente esperto di politica internazionale, sentite qua: «Non mi sembra fossero questi gli slogan pre elettorali signor Ministro, non dobbiamo preoccuparci di evitare sanzioni dei burocrati europei, ma imporre la nostra volontà di grande Stato come ben sa il dottor Bagnai e far ripartire l’economia con il debito…. Se non gli sta bene, allora fuori… Subito… A Gerusalemme mandi gli eurocrati che nulla hanno da fare, noi pensiamo all’Italia e a rinsaldare rapporti con Stati che davvero ci possono aiutare, leggi Russia, Iran, ecc… Saluti».

C’è anche qualche europeista dell’ultim’ora, come Gianluca: «Ignoranti, sapete il caos e l’inflazione che si crea se usciamo dall’Europa? Noi non dobbiamo uscire dall’Europa ma dobbiamo essere i comandanti dell’Unione Bravo Matteo! 💚». Fino al commento definitivo: «Siete solo chiacchiere e distintivo».

E il senso delle promesse a vuoto è tutto qui: si soffia sul fuoco per scaldare i risultati elettorali e poi ci si lamenta se scoppia l’incendio. È una storia vecchia come il mondo, fatta da sempre di grandi aspettative, di odio smisurato e poi di un’inevitabile sconfitta davanti alla realtà. Prima di promettere un ponte, insomma, bisognerebbe controllare almeno che ci sia un fiume.

Buon venerdì.

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Una manovra a forma di refuso

Vi ricordate la scena del balcone? Tutti festanti, tutti soddisfatti, tutti arcigni a dichiarare che non avrebbero “arretrato di un millimetro” sulla manovra da 2,4% che avrebbe cambiato l’Italia e, incidentalmente, anche eliminato la povertà. Qualcuno provò a dire che forse sarebbe stato meglio andar cauti ma il governo dei nostri tempi ha già etichettato la cautela come viatico della debolezza, quindi roba schifosa per i fieramente rudi.

Vi ricordate le parole dei due vicepremier (solo poi pedissequamente ripetute dall’afono presidente del Consiglio)? Dissero che non avrebbero preso in considerazione nessuna trattativa con l’Europa, ripeterono all’infinito che “o così o niente”. Sono passati sei mesi. Il vicepremier con i denti aguzzi fece anche intendere che a lui dell’Europa non gli interessava un fico secco e che l’eventuale uscita dall’Unione Europea ci avrebbe riportato alla felicità, al profumo della torta della nonna e ai treni in orario.

Perfetto, non era vero niente. Badate bene, non lo scrivono i giornalisti puttane ma l’ha messo nero su bianco l’ologrammatico premier che ha incontrato il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e gli ha spiegato che stavano scherzando, che si può sicuramente scendere, che hanno riguardato i compiti a casa e ora si può ragionare anche di un 2,04% invece di un 2,4% (che in soldoni sono 7,5 miliardi in meno). Niente di male, per carità, se non fosse per tutti i caparbi annunci che di colpo appaiono così sconci, così risibili, così patetici.

«Se andiamo in Parlamento con l’idea di cambiare il 2,4 di deficit, gli squali sentono il sangue e azzannano. Non c’è piano alternativo», disse Luigi Di Maio lo scorso 10 ottobre. Oggi c’è il piano alternativo. Chapeau.

Ma non c’è solo questo, no: ci sono i mesi persi e la sfiducia accumulata, ci sono le parole di Tria che propose l’1,9% (ci siamo quasi, tenga duro, ministro Tria) e che venne trattato come un appestato, ci sono i sovranisti de’ noantri che si sono dovuti subire un Salvini scodinzolante mentre ci spiegava di non avere mai pensato di uscire dall’Europa, c’è lo svilimento di avere provato a cavalcare inutilmente i gilet gialli francesi pur di elemosinare qualcosa e ci sono le ennesime promesse tradite.

La politica, si sa, è una continua mediazione però al governo ci sono quelli che chiamavano le mediazioni compromessi e che ancora non hanno il coraggio di dirci “guardate, è vero, è tutto terribilmente complicato”. Sarebbe un buon inizio, così.

Comunque non preoccupiamoci, davvero pensate che gli elettori saranno così distratti da non accorgersi della differenza tra un 2,4 e un 2,04? No, dai. Per favore. No.

Buon giovedì.

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