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Politica

«Distopia o presente?»: Pietro Bertino recensisce Carnaio

(fonte articolo originale)

Faccio fatica a inserire questo splendido romanzo di Giulio Cavalli, duro come sono dure le verità nascoste, sgradevole come la paura, necessario come un cielo azzurro, nel genere distopico. Troppo greve è la realtà di questi giorni, troppo gravida di orrori antichi e nuovi, troppo satura di violenza che aspetta solo di essere innescata per non considerarlo un libro sul nostro presente.

A DF, un paese mediterraneo, cominciano ad arrivare cadaveri stranieri, tutti uguali, come se fossero clonati. Li porta il mare, dapprima pochi alla volta, poi a ondate, a decine di migliaia. Con pagine acute, colorate dall’acre sarcasmo di cui è capace solo chi quotidianamente si batte per gli ultimi e si sente sempre più solo, l’autore descrive lo squallore, il vuoto di valori, le meschinità degli abitanti del paese e, talora, anche squarci di umanità, come raggi di sole nel cielo autunnale.

Quei cadaveri tutti uguali, stranieri, non nostri, perché a contare sono solo i quattordici corpi dei cittadini di DF, gli altri rappresentano solo un fastidioso problema da risolvere in fretta, mi hanno riportato alla memoria la frase di Gunther Anders a proposito dell’Olocausto, in cui afferma che possono morire a milioni lasciandoci indifferenti, saranno le storie di due o tre ad aprirci gli occhi. Forse oggi, non bastano più neanche quelle.

DF si difende dalla funebre marea e arriva anche, aderendo alla logica globalista e di mercato in cui siamo immersi, logica che reifica anche gli esseri umani, a monetizzare  i cadaveri, di cui non si getta via nulla. Fino all’epilogo che non rivelo per non rovinarvi la lettura.

Il libro mi ha riportato alla memoria suggestioni diverse: Occhi bianchi sul pianeta terra, film di Boris Sagal che nell’agghiacciante finale ricorda molto la situazone descritta da Cavalli e, soprattutto, Cecità di Josè Saramago, amaro apologo di un’umanità che ha perso sé stessa.

La scrittura è vivace, i personaggi tratteggiati con maestri in un racconto corale di piccoli e grandi mostri, dietro il sarcasmo che permea molte pagine si possono intravvedere gli astratti furori, sempre più concreti in questi giorni, e la pietas dell’autore.

Se riuscite a superare il malessere fisico delle prime pagine, se riuscirete ad arrivare alla fine, probabilmente concorderete con me che si tratta di un libro importante, una riflessione disincatata, chirurgica nella sua spietatezza, sulla nostra società, sulla politica, sull’informazione ridotta a sciacallaggio, sul vuoto umano di tanta brava gente.

Carnaio è l’altra faccia di Exit west di Hamid, libro che lasciava ancora un certo spazio alla speranza, che preferiva la dimensione favolistica per raccontare il dramma di un popolo in viaggio. Cavalli sceglie la dimensione di una rabbia trattenuta e scrive un libro violento e spietato che si traduce in un J’accuseimplacabile verso i colpevoli di ieri e di oggi.

L’incubo descritto da Cavalli è la paura del diverso che arriva a trasformare in diverso, in straniero, chi non si omologa all’opinione comune. Concorderete con me che, alla luce di quanto accade in questi giorni, non siamo dentro una distopia ma immersi in una realtà fin troppo vicina.

L’unico limite del libro, che probabilmente leggerò ai miei ragazzi a scuola, è quello che non arriverà a chi dovrebbe arrivare, perché, è noto, che i nuovi potenti e i loro adepti non frequentano i libri, anzi, il binomio libro-migranti probabilmente per loro equivale a una maledizione. Peccato, perché forse qualcuno di loro, leggendolo, guardandosi allo specchio, si vedrebbe per quello che è, provando, si spera, vergogna.

Un libro terribile, che ci mette davanti all’oscurità per esorcizzarla.  Non lo dimenticherete.

«Ho scritto un libro feroce ma sono ottimista: i razzisti di natura sono pochissimi»

(fonte articolo)

Carnaio di Giulio Cavalli, appena uscito per Fandango, è un libro duro, durissimo che accompagna il lettore passo dopo passo vero un inferno da cui non sembra esserci via d’uscita. Nella cittadina di DF cominciano ad arrivare cadaveri dal mare. Prima uno, poi due, poi qualche decina e infine ondate sempre più frequenti. Di questi cadaveri non sappiamo nulla, se non che sono tutti maschi, tutti molto simili. Quello che scopriamo invece è la reazione degli abitanti di DF che muta e cambia fino ad arrivare non solo ad abituarsi a quella situazione, ma a sfruttarla, in un perverso meccanismo di autodifesa. Il tutto è raccontato scegliendo i vari punti di vista di alcuni cittadini, in una serie di racconti che sembrano perfetti come monologhi con quella lingua che appare così spontanea, così vera, così orale. Del resto Cavalli è forse più noto per la sua attività di attore e autore di monologhi, uno dei quali, Mafie, maschere e cornuti, sarà in scena il 6 dicembre all’Almagià per Libera (ingresso gratuito alle 21). Ma Cavalli sarà anche a Ravenna proprio per parlare di questo romanzo, al Dock 61 in via Magazzini Posteriori, il 7 dicembre alle 20.45.

Gli spunti che offre il libro rispetto alla realtà che viviamo in questi giorni sono tantissimi, alcuni abbiamo provato ad affrontarli qui.

Innanzitutto, come dobbiamo considerare questo libro che usa la cifra del grottesco e dell’iperbole, una sorta di distopia?
«Ci siamo interrogati molto, anche con l’editore, chiedendoci se l’aggettivo distopico fosse calzante. In realtà, posso dire che quando l’ho scritto volevo soprattutto mostrare come quando si superano certi muri, certi limiti etici e sociali, il resto diventa una discesa verso l’abisso. Sono convinto che chi è pronto a superare il primo argine sarà capacissimo di spostarne altri, senza fine».

L’ha scritto sull’onda di ciò che sta accadendo di recente?
«In realtà l’ho scritto prima, prima delle elezioni e di questo governo. Il fatto che la realtà tenda ad assomigliare sempre più al libro è preoccupante».

Che posto è DF, la cittadina dove tutto accade? All’inizio siamo portati a pensare a una città del sud d’Italia, affacciata sul Mediterraneo…
«Diciamo che potrebbe collocarsi vicino a Pozzallo, ma è in realtà una citazione da Bolano che ho scelto per immaginare una città che possa essere ovunque. Del resto c’è molto anche una mentalità settentrionale degli abitanti».

Come a dire che può succedere a tutti e ovunque? C’è un personaggio in particolare, un pescatore, il primo che entra in scena, a cui è impossibile non affezionarsi, che poi però anche lui, per quieto vivere, per vedere finalmente felice la moglie accetta una situazione che fino a poco tempo prima avrebbe rifiutato. Siamo tutti a rischio?
«Ci sono anche persone che pur avendo una loro moralità, per ragioni di tranquillità o di paura, può cambiare punto di vista. Ho tante persone che conosco che oggi sento pronunciare parole indicibili, Giovanni Ventimiglia rappresenta loro. Ma va anche detto che è un diritto avere paura soprattutto per chi vive in certe zone».

In effetti, rispetto a più di un personaggio, quasi ci si trova a capirli nel loro lento sprofondare nella ferocia, che diventa abitudine. Perché DF viene lasciata effettivamente sola a gestire un’emergenza.
«È così, perché dentro tanta xenofobia c’è una paura che va non derisa ma compresa. Ma c’è un pezzo di politica che non vuole vederla e ascoltarla e non riesce a immaginare un futuro in sicurezza per tutti. DF è una città a cui è stato concesso di restare così, di cui nessuno si è occupato. La caduta verso gli inferi è una lenta erosione, non è la frase fulminante magari di un politico aggressivo che porta al burrone. È un processo molto più complesso che avviene molto lentamente».

E a che punto del piano inclinato siamo, dopo il Decreto sicurezza, in particolare? E che ruolo ha il mondo culturale?
«Ho scritto un libro feroce, ma sono ottimista. Penso che un pezzo di società civile sia come la moglie dell’ispettore (uno dei pochi personaggi che non si adegua all’orrore, ndr). Credo che proprio su questi temi si stiano compattando gruppi eterogenei che hanno rimescolato le priorità sia dal punto di vista politico che culturale».

Forse più culturale…
«Sì, forse più culturale, è vero. Chi contestava ad altri certe interpretazioni dell’essere di sinistra mi pare che ora, di fronte a questa situazione, stia reagendo in modo diverso dal passato. Vedo in particolare alcuni intellettuali di solito molto silenti dire la propria».

Eppure Salvini continua a dire che sta facendo ciò che gli chiedono gli Italiani e i sondaggi sembrano dargli ragione.
«Credo che dentro al popolo che inneggia a Salvini ci sia un folto gruppo di persone che sperano di uscire dalla disperazione facendo forza sugli ultimi. Ma è un giochetto che non può durare. Sono convinto che i razzisti di natura o i neofascisti siano una minoranza».

E però Salvini assicura sicurezza. Anche nella sinistra c’è chi parla di sicurezza, lei stesso prima diceva che la paura delle persone va capita. Ma dov’è l’equilibrio possibile tra sicurezza e libertà? L’analisi che molti fanno è che i due valori siano in qualche modo connessi e che in certi frangenti le persone possano essere più disposte a rinunciare all’uno che all’altro…
«La risposta sta nella cultura. Studiando ci si accorgerebbe che non ha mai funzionato chiedere di poter erodere i diritti di tutti in cambio di una gratificazione che non è reale e non è necessaria. Gli stessi che propongono questa situazione sono peraltro gli stessi che rifocillano un’emergenza».

Da tempo si occupa di malavita anche in teatro. Uno degli argomenti usati da Salvini per ridurre i contributi per l’accoglienza è stato anche quello di togliere linfa a chi si arricchisce con l’accoglienza.
«È un trucchetto retorico, come se dicesse che per risolvere il problema degli scippi alle vecchiette, eliminiamo le vecchiette. La verità è che la malavita e la criminalità si insinuano in qualsiasi settore dove mancano attenzioni e controlli. Suggererei piuttosto un altro passaggio: la malavita ha bisogno di entrature amministrative, politiche e dirigenziali, alle radici mi piacerebbe sapere se c’è e qual è la responsabilità delle Prefettura. Ma sappiamo bene che Salvini attacca sempre il più debole…».

«Leggete Carnaio, apprezzatelo, aprite gli occhi.»: la recensione di ‘Libri, amore e fantasia’

(L’articolo originale è qui)

Trama: Tutto si svolge a DF un paesino imprecisato dell’Italia, che dà sulla costa. Un piccolo paesino di mare, dove prevalentemente di vive di pesca e ipocrisia ( un prete che predica ma va a puttane, ne è il chiaro esempio). Un giorno, però, un vecchio pescatore – Giovanni Ventimiglia -, mentre tira le sue reti, trova un cadavere. Già da principio, questo cadavere viene spersonalizzato, e si pensa solo ai problemi che porterà a Giovanni l’aver fatto questo ritrovamento. Purtroppo, però, questo cadavere sarà il primo di una lunghissima serie – ondate di cadaveri, tutti uguali tra loro – che affliggerà DF. Da qui si cerca subito aiuto ai ministri a Roma, dove però si tergiversa senza fare nulla (vi suona familiare?). Sarà quindi DF a chiedere l’indipendenza e cercare di far fronte a questi cumuli di cadaveri. Come? Nel modo più incredibile possibile.

Recensione umile: vorrei poter definire questo libro un romanzo “distopico“, ma la cosa che fa male di Carnaio, è che non si sa davvero quanto il racconto possa essere distante dalla realtà che già stiamo vivendo. A pensarci bene, non è diverso poi così tanto. Carnaio è uno schiaffo in faccia. Ci fa aprire gli occhi. La gente ipocrita che finge di non vedere, siamo proprio noi. Noi, che in una situazione politica così particolare, dove vengono chiusi i porti a dei poveri disgraziati che cercano solo un rifugio e una vita nuova, noi tacciamo, voltiamo il capo dall’altra parte, ci fingiamo indignati… ma in realtà non facciamo niente.

All’immobilità di del governo a Roma, DF decide di ribellarsi, ma lo fa nella maniera più macabra e inquietante possibile.

Fin da subito, l’attenzione non viene mai posta sui cadaveri: chi siano, da dove vengano, come mai siano morti, chi abbiano lasciato, come si chiamavano. No. Sono solo corpi, carne morta senza nome, senza passato, senza futuro. Sono i diversi, quelli lì, qualcosa che non ci riguarda, solo perché non hanno il nostro stesso colore di pelle. Solo perché magari non parlano la nostra stessa lingua, perché non sono nati nel nostro stesso paese. Sono così spersonalizzati, che vengono descritti tutti allo stesso modo, tutti alti ugualmente, tutti con lo stesso peso, con la stessa corporatura. Non sono persone, sono solo un disturbo, un problema di cui bisogna liberarsi. E a DF lo si trova il modo per poter approfittare, per darsi da fare e ricavare benefici dalla sfortuna di avere avuto le coste invase da cumuli di cadaveri: si crea lavoro, si aprono fabbriche, si incrementa la mano d’opera, si creano prodotti. Come? Sulla pelle (con la pelle, la carne, le ossa, tutto) dei morti. Si lucra sulla sfortuna altrui, per ricavarne vantaggio. Vi sembra familiare come cosa? A me sì, ed è spaventoso.

Credo che Carnaio serva a far riflettere su quello che stiamo vivendo, e serva a far aprire gli occhi. E noi amanti dei libri, che ci vantiamo sempre di avere una marcia in più, una sensibilità in più, cultura in più, intelligenza in più, rispetto a chi non legge, dovremmo essere i primi a smuoverci per fare qualcosa di concreto. Forse non saremmo arrivati al punto di creare borse con la pelle degli immigrati, o di mangiare la loro carne, ma non credevo che saremmo mai arrivati nemmeno al punto di sbatter loro le porte in faccia, sapendo che potrebbero morirci, lì fuori. Non siete un problema nostro. E’ questo il messaggio che passa con questa politica.

Dov’è finita l’umanità? Ma ancor più grave, senza l’umanità, dove andremo a finire?

Leggete Carnaio di Giulio Cavalli, apprezzatelo, aprite gli occhi.

Brì.

«Per favore salvate i miei libri dalle ruspe»

Anche a Gallarate c’è un sindaco leghista che (come capita spesso, sempre di più, purtroppo non solo tra i leghisti) sa fare politica solo rovistando tra le macerie. È quel sindaco, per chi se lo fosse perso, che si fece fotografare tutto satollo mentre pagava il biglietto ad alcuni migranti a cui non era stata accettata la richiesta d’asilo per “mandarli al Milano al sindaco Sala”. So che sembra incredibile ma è accaduto davvero. Del resto dal ministro dell’inferno in giù anche i rimpatri (come la sicurezza, i porti chiusi e la voce grossa contro l’Europa) sono solo slogan privi di senso: fingono di risolvere le emergenze spostando pattume da un angolo all’altro per mostrarsi operosi, indifferenti del fatto che nei loro pacchi ci siano anche delle persone.

C’è da scommettere che il sindaco Andrea Cassani in queste ore starà festeggiando quel Decreto Sicurezza che crea emergenza per incutere paura e proporsi poi di nuovo come unica soluzione. Un trucco da prestigiatori dilettanti che contribuirà a mungere la bomba sociale determinando un enorme spreco di risorse umane e materiali per cancellare di fatto qualsiasi tentativo di integrazione e marginalizzare ancora di più (attenzione: mica risolvere, marginalizzare) gli indifesi. Creare macerie chiamandole pulizia. Come le ruspe, appunto.

Non potendo aspirare a azioni di governo il sindaco di Gallarate ultimamente si è dedicato anima e corpo allo smantellamento di un campo sinti in città. Ha cominciato con la rimozione di un container che ospitava il doposcuola per i ragazzi del campo (il binomio “straniero+cultura” effettivamente è qualcosa che fa esplodere il cervello, ai leghisti) e ha continuato sgomberando il tutto, con ruspe ovviamente in bella vista, ovviamente senza preoccuparsi di trovare nessuna soluzione. Al solito: fanno deserto e la chiamano pace, com’è nel costume degli inetti. Tra l’altro l’azione di propaganda è costata (per ora) 49mila euro che sono stati tolti alla “manutenzione ordinaria degli immobili comunali”, contravvenendo totalmente l’antico adagio del “prima gli italiani”.

Ieri mentre le ruspe continuavano la loro opera di demolizione una volontaria è uscita con uno scatolone in mano e gli occhi lucidi. Aveva appena preso in consegna un pacco preparato da una ragazzina del campo, che frequenta con ottimi risultati le scuole medie in città. Temendo lo sgombero ha recuperato tutti i libri di scuola e li ha ordinatamente rinchiusi in una scatola. «Salvate i miei libri per favore, non voglio vengano distrutti dalle ruspe», ha detto ai volontari che cercano di salvare il salvabile.

Ed è un gesto piccolo, un evento minimo, che risuona più delle lamiere che si accartocciano intorno: in un tempo di frastuoni e di azioni che durano il tempo di essere strillate in un tweet lei, una ragazzina, ha ancora uno sguardo lunghissimo, così diverso dalla miopia fessa delle persone che ne governano la vita, e vede nei libri il suo riscatto possibile al di là delle macerie. Ed è un bel mondo, in futuro, immaginato così.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/11/29/per-favore-salvate-i-miei-libri-dalle-ruspe/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La sciagurata catena del «e allora gli altri?»

È una contemporanea legge del taglione solo che qui non si cavano occhi e nemmeno denti ma a marcire è il dibattito pubblico, la politica e quindi a scendere anche l’atmosfera sociale e civile: la lunga catena del “e allora *” (dove al posto dell’asterisco in base alle occasioni ci può stare “e allora il Pd”, “e allora il M5S” o “e allora Salvini” o “e allora” qualsiasi avversario vi possa venire in mente) è lievitata in queste ore dopo il servizio de Le Iene sul dipendente del padre di Luigi Di Maio che afferma di avere lavorato in nero nell’azienda di famiglia.

A seguito della notizia si è scatenata festante la ridda di insulti, di patetiche difese, di contraccuse, di volgarità e di rivendicazioni che ha trasformato l’agone politico in una tempesta perfetta di caciara con una rilevanza politica che rasenta lo zero ma riempie le pagine dei giornali e dei social mentre tutto intorno scorre il mondo. Da una parte ci sono quelli che denunciano l’imbarbarimento dello scontro e nel mentre imbarbariscono la disputa aizzando i loro per vendicare gli affronti subiti; dall’altra ci sono quelli che per difendersi riesumano altri comportamenti e altri argomenti (che nulla c’entrano) inventandosi una personale scala di gravità degli errori per cui dovremmo essere contenti che questi sbaglino allo stesso modo ma meno intensamente di quelli che c’erano prima di loro.

Un teatrino terrificante: se ritengo inaccettabile una modalità politica dei miei avversari non capisco perché dovrei rivendicare il diritto di praticarla come ristoro del danno subito. Mi sfugge il nesso. Immaginate qualcuno a cui abbiano rigato l’auto che si fa riprendere in diretta Facebook mentre ci spiega quanto sia incivile trovarsi la propria auto vandalizzata e nel mentre scalpella tutte le auto in fila. Si ritiene vergognoso attaccare politicamente qualcuno rovistando tra le azioni dei suoi famigliari? Almeno tenete la linea. Chiarite che non è un agone che vi interessa ma poi non buttatevi, vi prego.

Perché mentre si banalizza il tutto (e ovviamente si prosegue nell’opera di imbarbarimento generale semplicemente cambiando la direzione della colata di bile) c’è un ministro dell’interno (non suo cugino) che guida la ruspa per un abbattimento come un adolescente e finge di non essere a capo di quel partito che ieri è stato condannato anche in appello su 49 milioni di euro di soldi pubblici spariti. C’è una manovra finanziaria che è oggetto di contesa con l’Europa e si avvita su un dialogo di cui sembra impossibile conoscere i termini esatti. C’è una questione enorme, come quella del primato della politica o dell’economia, su cui sarebbe interessante ascoltare pareri diversi e possibilmente preparati e c’è una bella fetta di Paese disgustata dal chiasso che anela a un po’ di serietà, da parte di tutti.

E noi qui, ancora, a rispondere a qualche “e allora gli altri” che arriva puntuale come prima e unica giustificazione. Che miseria.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/11/27/la-sciagurata-catena-del-e-allora-gli-altri/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il giornalismo delle virgolette

Nell’ingessato dibattito della perdita di credibilità della stampa (perché appare evidente che l’autorevolezza della stampa sia pressoché ai minimi storici, difenderne la libertà non significa attribuirle per forza una qualità generalizzata) sembra interessare a pochi lo sconsiderato uso delle virgolette che dovrebbero certificare una dichiarazione testuale e invece sono diventate cartellonista pubblicitaria per trasformare i titoli in strilli. Sia chiaro: da queste parti si difende il sacrosanto diritto di osare il giornalismo per scrivere fatti e opinioni al contrario di una certa vulgata che vorrebbe gli organi d’informazione come meri bollettini cronachisti (del resto questo stesso buongiorno è spesso un’opinione) ma la differenza tra una frase riportata (e quindi così effettivamente pronunciata e quindi un fatto) e una frase attribuita è sostanziale. C’è di mezzo la credibilità, appunto.

Così fa specie che la Germania debba ufficialmente intervenire per smentire la frase riportata nell’editoriale di Federico Rampini per Repubblica in cui scrive che la Merkel avrebbe detto (attenzione: messo tra virgolette) “Non possiamo accettare che l’Italia calpesti le regole comuni, dovremo trattarla come abbiamo fatto con la Polonia sullo stato di diritto”. Una frase che, se ci pensate, avrebbe dovuto essere in apertura di tutti i telegiornali per brutalità dei modi e gravità dei contenuti. E invece niente. Perché, semplicemente, era falsa, come ha specificato il portavoce della Merkel. Però se ci pensate è una frase perfetta per alimentare l’immagine della Germania che calpesta gli stati membri della Ue e per concimare l’aria generale.

Nel giornalismo fatto per bene è il giornalista a chiedere all’intervistato il permesso di virgolettare una frase, ripetendola letteralmente. Come scrive Matteo Bordone (che invece sulle virgolette da tempo conduce una battaglia per l’ecologia giornalistica): “Le dichiarazioni, siano essere raccolte a caldo dopo l’esplosione di una palazzina per una fuga di gas, o pronunciate sul divano da uno scrittore intervistato a casa propria con un gatto in braccio, devono essere riportate fedelmente. È una tutela per tutti: giornalista, intervistato e lettore. […] L’assenza dell’obbligo di rispettare le virgolette ha un effetto – o viceversa: uovo e gallina – sul sistema della stampa e della politica nel nostro Paese. Sui nostri quotidiani pullulano le voci, gli avrebbe detto, i “riferiscono da ambienti vicini al segretario”. Tutte queste cosiddette indiscrezioni costituiscono una porzione importante di quella decina di pagine di politica interna contenuta nei nostri quotidiani ogni giorno. Potrebbero esistere senza i virgolettati, ma ne sono piene”.

Perché se pretendiamo serietà dovremmo sentire l’obbligo di essere tutti un po’ più seri, finendola con la spocchia di sentirci corpi estranei di un mondo che descriviamo in continuo declino. Dovremmo cominciare a pesare i pensieri, le parole, le azioni, le nostre relazioni, chiedere scusa, ammettere gli errori, fare la nostra parte, responsabilizzarci nei minimi gesti, cominciando dai dettagli che abbiamo sempre considerato innocui, anche le virgolette.

Come diceva Jean Josipovici: «Se si vuole che un’unione resista, bisogna  averne cura giorno dopo giorno».

Buon mercoledì.

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Sarà un buon giorno quando scenderanno in piazza gli uomini

Un Paese che fa propaganda sui cadaveri delle donne, un Paese che riesce a trasformare la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne in un Colosseo contemporaneo contro chi, tra la classe politica, riesce a simboleggiare meglio l’occasione per attaccare gli avversari. Una campagna elettorale sulla pelle delle donne? Beh, è normale, mica stupisce. Da qualche mese si rovista tra le macerie di giovani ragazzine uccise pur di meritarsi qualche clic, da parecchi anni si scrive (o non si scrive) di qualche donna ammazzata in base al calcolo elettorale, da sempre una donna morta torna utile solo se serve a raccontare (o ad accusare) i vivi: delle donne morte (così come di molte vive) non interessa più di tanto.

Pensateci: nel momento storico in cui si vivisezionano gli assassini quando si tratta di donne la narrazione si incaglia invece solo sulle vittime. Una stortura vomitevole e rissosa utile ai mercenari del dolore, agli stercorari necrofili, a quelli che usano le donne come usano il Pil, l’Europa, l’immigrazione, gli inceneritori: una cosa che diventa un tema.

Il fatto è che dovrebbero esserci gli uomini, in piazza. Dovrebbe essere pieno di uomini. La violenza sulle donne è un problema maschile (Civati lo scrive da anni, per dire), è maschile il problema. Eppure gli uomini solidarizzano. O celebrano, al massimo.

Eppure sarà una buona giornata quando alla prossima manifestazione in difesa delle donne gli uomini la smetteranno di essere vicini o di essere solidali e cambieranno il messaggio: non più il “vi capiamo” ma il “vi difendiamo”, mica solo gli uomini, tutti. Vi difenderemo, appunto.

A quel punto sarebbero patetici i sindaci (donne, tra l’altro) che si tingono la faccia di rosso mentre provano a sgomberare i centri antiviolenza, sarebbero poco credibili i politici che fingono contrizione piuttosto che allungare i termini per la denuncia per molestie e per violenza, sarebbero osteggiati ministri della risma di quel Pillon che auspicano il ritorno al patriarcato medievale.

E magari si potrebbe fare un patto per cui tutti quelli che provano a sminuire il problema parlando d’altro siano solo dei rimestatori nel torbido. La violenza sulle donne, come tutte le violenze, si arresta con leggi, cultura e soldi. Non serve elemosina morale: servono leggi, cultura e soldi. Pensate alla legittima difesa femminile, ad esempio, contro un reato che si consuma ogni due giorni. Un’emergenza, una delle poche, che avrebbe corrispondenza anche nei numeri.

Pensiamoci, noi uomini.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/11/26/sara-un-buon-giorno-quando-scenderanno-in-piazza-gli-uomini/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Cos’è la “sicurezza”

È sicuro sapere che il tuo lavoro sarà pagato, in giusta misura, nei tempi concordati, con le garanzie che ti riparano dalla malattia e dalle sventure, con la possibilità di programmare la vita più in là della prossima settimana, con la certezza che qualcuno non lucra sul tuo stipendio per soddisfare un’avidità personale che chiama mercato. Questa è sicurezza.

È sicuro sapere che in giro non c’è uno studente, nemmeno uno, che avrebbe tutti i talenti e tutta la voglia e tutto l’impegno per accedere agli studi e invece non può permetterselo, non possono permetterselo i suoi genitori che se ne vergognano sottovoce alla sera prima di addormentarsi. Questa è sicurezza.

È sicuro avere dei genitori che non diventino scarti appena smettono di essere produttivi. È sicuro un Paese in cui invecchiare diventa un diritto, ammalarsi cronici non è uno stillicidio, in cui lo Stato si occupa di evitare che i figli si occupino dei padri e che i padri siano il sostentamento economico dei figli. È sicuro un Paese in cui ci si prenda addirittura il diritto di ammalarsi e confidare di guarire. Questa è sicurezza.

È sicuro un Paese in cui i fragili non vengano schiacciati. In cui fallire e quindi trovarsi in difficoltà non sia una colpa che comporti il nascondimento se non addirittura l’eliminazione. È sicuro un Paese che sa che le difficoltà capitano a tutti e che no, non sono solo i nostri successi a determinare il nostro spessore. È sicuro un Paese in cui chi più ha più paga e chi non ha niente perché abbia il diritto di rialzarsi. Si chiama patto sociale. Sembra una cosa vecchia. E invece è sicurezza.

È sicuro un Paese in cui le opportunità non dipendano semplicemente dalla contiguità al potere, un Paese in cui un’idea, una gran bella idea, possa girare indisturbata senza trovare nessuno con la bava alla bocca che le chieda “da dove vieni, a chi appartieni”?

È sicuro un Paese in cui non uccide il freddo, la fame non strema, la strada non vale come casa, la guerra non si sconta ancora una volta fuggiti. È un Paese sicuro quello che aiuta senza distinzioni di lombardi o terroni, neri o gialli, a casa nostra o a casa loro: un Paese che aiuta per rivendicare il diritto di essere aiutato. Un Paese in cui la vendetta è una soddisfazione da gretti, in cui la cattiveria è qualcosa da curare o da punire se infrange la legge, in cui seguire la Costituzione non significhi essere buoni. Cittadini. Appunto. Questa è sicurezza.

È sicuro un Paese in cui la classe dirigente, soprattutto quella pubblica, ancora di già quella politica, non abbia il tempo di curare la propria igiene propagandistica personale, indaffarata com’è dal mantenere sicuro il Paese. È un Paese sicuro il Paese in cui la pubblicità si paga, si dichiara, con la scritta messaggio promozionale anche sotto alla faccia dei politici mentre dicono cazzate, mentre fanno gazzarra. Questa è sicurezza.

È un Paese sicuro quel Paese in cui non ci si deve difendere da soli da rischi troppo spaventosi, assassini troppo vicini addirittura famigliari, perché è il Paese a dover essere sicuro, non qualcuno che ha indovinato la giusta congiuntura di luoghi, persone o status sociale. Questa è sicurezza.

È sicuro un Paese che ha memoria perché la memoria è l’inventario dei rischi corsi e da cui ci siamo salvati. Cosa c’è di meglio, per essere al sicuro?

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/11/22/cose-la-sicurezza/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

«CARNAIO – GIULIO CAVALLI CHE SCHIAFFO!»: la recensione di Simone Zanatti

(fonte)

Uomini morti catapultati, lanciati, dal mare verso una città chiamata DF, prima li trovi in spiaggia, poi in strada, sui marciapiedi, vicino il parcheggio delle macchine, poi montagne di carcasse umane depositate sulla spiaggia, poi invadono completamente la città intera, uccidendo chi ci vive e te che fai? Te che faresti? Il sindaco e chi governa iniziano a costruire muri su muri per controbattere queste ondate di morti lanciati dal mare (ma da dove cazzo provengono? ma chissene frega, stanno distruggendo una città), poi sfruttano questi corpi inanimati per tutto quello che può servire a chi vive: dal mangiare al vestiario, cose dell’altro mondo, cose assurde eppure questa Df prospera, si arricchisce, diventa la città più potente della terra, questi morti diventano la fonte di arricchimento da chiudersi e dividersi dal mondo intero perchè in fondo non hanno bisogno di nessuno se non di questi morti. Ma qualcosa andrà storto, qualcosa romperà questo assurdo incantesimo, questa maledetta illusione di fare a meno degli altri e sarà carnaio…

Una storia inventata ma mica tanto, una storia assurda ma mica tanto, una storia frutto di una mente bacata ma mica tanto, io ci vedo tanto e troppo di quello che succede ora, adesso, in questo istante. Mi son visto i Salvini, i Di Maio, la destra, I Renzi,  la sinistra che non c’è a trovare soluzioni, ho intravisto i Travaglio, i Vespa, I Saviano, ognuno con le loro verità, intanto che questa politica fa danni, si fa bella, perde tempo, c’è chi muore..

Fa male, uno schiaffo, è una storiella… una storiella un cazzo, si muore punto, per cosa poi?

#Carnaio. La recensione di Erika Pucci

fonte: versiliatoday

“Carnaio” (Giulio Cavalli, Fandango 2018)

“La barca mi ha insegnato che non è vero che domani andrà meglio, no, domani potrebbe piovere, potrebbe alzarsi il vento di Ponente, i pesci potrebbero decidere di schifare l’esca che si sono sempre mangiati, loro e i loro padri e i loro nonni, potrebbe sbiellarsi il motore, potrebbe incagliarsi la rete e magari ti tocca anche tagliare l’ancora.” 

La storia raccontata nel romanzo da Giulio Cavalli si svolge a DF, un paesino nel Mediterraneo sconvolto da ondate di cadaveri che si arenano sulla spiaggia. “Quelli”, così vengono ribattezzati i cadaveri, sono tutti di carnagione scura, provenienti da un altrove che, ai molti, non importa specificare. La vita del Paese sommerso dai cadaveri restituiti dal mare sui lidi di DF viene stravolta: i corpi sono sempre più numerosi, dal governo centrale nessuno dà indicazioni su come gestire l’emergenza. Allora il sindaco e le altre persone in vista del paese decidono di affrontare autonomamente la questione dei cadaveri: viene costruita una barriera affinché i corpi stiano confinati dai paesani, si ottiene l’autonomia politica e governativa, e dai cadaveri si cerca di ottenere il massimo del rendimento in termini di business economici. Niente dei cadaveri si butta via.

Lo scenario è un crescendo angosciante dove la paura del diverso instaura un clima di paura, censura, libertà violate come nelle dittature. Nessuno si salverà da questo orrore, tutti finiranno nel carnaio di DF.

“Chi non si adatta diventa straniero. Chi è straniero diventa un impiccio, anche se un’ora prima era tua moglie, tuo fratello, tua figlia.”

La narrazione di Cavalli è affidata a diversi personaggi in vari stadi della situazione: questo è un espediente vincente perché riesce a dare voce a diversi punti di vista sulla “sciagura” che ha investito il paese e, al contempo, di sbirciare nelle piccole grandi quotidianità di numerose vite uniche e paradigmatiche.

Il cinismo, la paura del diverso, il terrore dell’altro, l’incapacità di governare un’emergenza umanitaria toccano nel libro di Cavalli confini inimmaginabili eppure, a pensarci bene, possibili. La lettura fa davvero male, male fisicamente, oltre che emotivamente: ci sono dei passaggi crudeli delineati con schiettezza, senza mai cadere nel melodramma, capaci per questo di essere ancora più potenti. Di certo la consapevolezza di quanto Cavalli sia da sempre seriamente impegnato nell’informare sullo stato dei migranti nelle vie del mare, rendo tutto ancora più angosciante: l’universo da lui delineato in questo romanzo distopico è solo un’iperbole di micro comportamenti che in fieri già strisciano nei luoghi comuni e nell’approccio governativo attuale.

Il passaggio che, in qualche modo, ho trovato colmo di speranza è indubbiamente quello affidato alla voce di Angelica Magnani: al di là dell’epilogo della vicenda sua e della propria figlia e di eventuali scelte fatte, è proprio nella sua volontà di non restare indifferenti e nella consapevolezza di poter sempre scegliere tra il bene e il male, che, in fondo, la speranza può sopravvivere anche nel peggiore dei futuri possibili.

“Quello che voglio è non diventare come loro, con tutte le mie forze. Mi sforzo di tenere a memoria il giusto e lo sbagliato, il tollerabile e l’intollerabile, la normalità e la ferocia”