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Politica

Quando si insegna un uomo a odiare

Quando si insegna un uomo a odiare, ad avere paura del proprio fratello, quando si insegna che un uomo ha meno valore a causa del colore della sua pelle o delle sue idee o della politica che segue, quando si insegna che chi è diverso da te minaccia la tua libertà o il tuo lavoro o la tua casa o la tua famiglia, allora si impara ad affrontare l’altro non come un compatriota ma come un nemico, da trattare non con la collaborazione ma con la conquista. Per soggiogarlo e sottometterlo. Impariamo, in sostanza, a guardare i nostri fratelli come alieni. Uomini alieni con cui dividiamo una città ma non una comunità. Uomini legati a noi da un’abitazione comune ma non da un impegno comune.
Impariamo a dividere soltanto una paura comune, soltanto un desiderio comune di ritirarci gli uni dagli altri, soltanto un impulso comune a reagire al disaccordo con la forza.

La nostra vita su questo pianeta è troppo breve, il lavoro da svolgere è troppo vasto, perché questo spirito prosperi ancora a lungo nella nostra nazione. È evidente che non possiamo bandirlo con un programma né con una risoluzione, ma possiamo forse ricordare, anche una sola volta, che quelli che vivono con noi sono nostri fratelli che dividono con noi lo stesso breve arco di vita, che cercano come facciamo noi, soltanto la possibilità di vivere la propria vita con uno scopo e in felicità conquistandosi la realizzazione e la soddisfazione che possono.

Sicuramente il legame di un destino che ci accomuna, il legame di scopi che ci accomunano, può cominciare a insegnarci qualcosa. Sicuramente possiamo imparare, almeno, a guardare chi ci sta intorno, il nostro prossimo e possiamo cominciare a lavorare con maggiore impegno per ricucire le ferite che ci sono tra noi e per tornare ad essere fratelli e compatrioti nel cuore.

Roberto Kennedy – 5 Aprile 1968 (il giorno prima era stato ucciso a Memphis, Tennessee, il reverendo Martin Luther King)

(grazie a Aldo Funicelli)

“Ecco cosa succede a Vittoria, il mix perfetto di mafia e politica” (di Paolo Borrometi)

(un articolo di Paolo Borrometi sul recente scioglimento per mafia di Vittoria, fonte)

Vittoria è la nona città per popolazione della Sicilia e ospita il Mercato ortofrutticolo più importante del Sud Italia, il secondo d’Italia. Una polveriera, l’ho più volte definita. Baricentrica per molteplici interessi che abbracciano l’intero Paese.

Da qui, da questo splendido lembo di terra, vengono immesse nella filiera nazionale frutta e verdura che poi arrivano sulle nostre tavole, tramite il “triangolo dell’ortofrutta” dei mercati, Milano, Fondi e Vittoria.

Grazie a questa “triangolazione” arriva un pomodoro ciliegino, una melanzana o un frutto, sulla tavola di un milanese, di un veneto, di un romano. Indistintamente.

Provengono dal lavoro e dal sudore della fronte di imprenditori e di braccianti agricoli che, per la stragrande maggioranza, sono onesti lavoratori, ma la contaminazione mafiosa inizia dalla base, sin dalla raccolta, con i caporali.

Il patto che reggeva la pax mafiosa

Le mafie fanno “squadra” e non si fanno la guerra. Così nel ragusano – ed a Vittoria in particolare – si è passati da centinaia di morti ammazzati negli anni novanta, agli accordi di ferro dei nostri anni. Sono diventate una vera e propria holding: stidda e cosa nostra si dividono gli affari locali, la ‘ndrangheta gestisce la cocaina e la camorra (sarebbe più giusto parlare dei casalesi) gestiscono i trasporti (come dimostrano le recenti operazioni di polizia.

L’attenzione delle istituzioni per questo territorio è stata ad “ondate”, così si è passati dal negazionismo o, ancor peggio, dal riduzionismo, fino alla grande attenzione a seguito della strage di San Basilio (2 gennaio 1999). Poi, passati quegli anni, nuovamente poco o nulla. Negli ultimi tre anni, dopo le condanne a morte dei clan vittoriesi nei miei confronti, una nuova ondata di arresti. Ogni operazione aveva sempre come protagonisti i mafiosi inseriti fra la filiera del mercato e la politica, un bubbone che tardava ad esplodere.

La pace viene rotta. Dalla Dia

Tutto cambia nel bel mezzo delle ultime elezioni Amministrative del 2017 quando, dopo il primo turno e prima del ballottaggio, la Finanza di Catania irrompe nella tranquillità del ragusano. Ad essere interessati dagli avvisi di garanzia l’ex sindaco Giuseppe Nicosia, il fratello Fabio (già consigliere provinciale e primo degli eletti al Comune), i due candidati alla carica di primo cittadino, Francesco Aiello (che poi verrà archiviato dalle accuse) e l’attuale sindaco, Giovanni Moscato. Oltre a loro i boss Giovambattista Puccio e Venerando Lauretta, entrambi già condannati per associazione mafiosa, e due pluripregiudicati considerati “vicini al clan” dagli inquirenti.

I pentiti raccontano: c’è un accordo con la politica

Dal lavoro dei finanzieri, per delega della Distrettuale Antimafia di Catania, è emerso con chiarezza l’intreccio affaristico-politico-mafioso. “Ha condizionato e orientato le scelte elettorali anche prima delle elezioni amministrative del 2016”. Si leggeva nel decreto del Giudice delle Indagini Preliminari. A suffragare il quadro, le parole di alcuni collaboratori di giustizia.

I fratelli Nicosia avrebbero ricevuto a Vittoria il sostegno elettorale della “Stidda” sia nelle amministrative del 2006 e 2011, sia nelle regionali e nazionali del 2008 e 2012. Il convogliamento dei voti, secondo quanto venne accertato dalle indagini, sarebbe stato ricompensato con l’assegnazione di appalti e posti di lavoro. Soprattutto negli affari della nettezza urbana e nella filiera del Mercato.

A volte sbagliano. Ma avviene di rado

Un “patto scellerato”. Così che venne definito dagli inquirenti quello con la politica. Mafia che, negli ultimi anni, ha sempre favorito le elezioni dei diversi candidati: prima con Giambattista Ventura e Venerando Lauretta (i due reggenti del clan che mi volevano morto e per questo condannati), poi con Giambattista Puccio (detto “Puccio u ballarinu”). In elezioni in cui venivano candidati proprio i pregiudicati, come il caso di Raffaele Giunta che si ritirò dall’ultima contesa per il consiglio comunale dopo una mia inchiesta giornalistica. Eppure nelle intercettazioni Giunta, nonostante il ritiro, tranquillizzava l’ex sindaco che non avrebbero perso i suoi voti: “per votare a Nicosia io gli do anche il culo… e te lo dico ora… e lo dico sempre”. E Nicosia, indirizzandolo verso il fratello candidato in una lista civica, gli spiegava “dillo che devono votare Nuove idee, no Partito democratico… a volte sbagliano”. A volte sbagliavano, appunto. Ma non sbagliarono.

Il primo sindaco di destra

Vinse il primo sindaco di destra della storia della città, Giovanni Moscato, che per telefono rassicurava gli “amici” dei Nicosia. “Tu gli puoi dire ai picciotti che in questo momento votare me non è tradire i Nicosia è solo stare tranquilli con la famiglia punto e basta”. Con la famiglia, appunto.

Ed infatti i Nicosia, secondo l’accusa, “avrebbero appoggiato Moscato in virtù di un accordo politico con lo stesso, al fine di mantenere la propria egemonia sulle decisioni amministrative”.

Lo scambio politico-mafioso

Tutto fino a giugno di quest’anno quando arrivò l’avviso di conclusione indagine per gli indagati: confermata l’ipotesi di reato relativa allo scambio elettorale politico-mafioso per tre degli indagati fra cui il fratello dell’ex sindaco della città.

Per gli altri politici coinvolti, ovvero l’ex sindaco Nicosia, l’attuale sindaco Giovanni Moscato e due dirigenti del Pd locale, furono contestati episodi di corruzione elettorale. E con l’avviso di conclusione indagini si concluse anche il lavoro della commissione d’accesso al Comune che, nella relazione finale, chiese lo scioglimento per l’ente.

Oggi arriva una risposta

Troppo forti le collusioni con politici che avevano fatto patti con il diavolo, cioè i clan mafiosi. Quei politici che spesso hanno attaccato il lavoro giornalistico di chi cercava di fare solo il proprio dovere. Troppo spesso in solitaria.

Si, perché la mafia in quella zona della Sicilia, la più ricca, non esiste. Quindi come può fare accordi con la politica?
Una domanda che trova la risposta oggi, con la notizia dello scioglimento del Comune, “in ragione delle riscontrate ingerenze da parte della criminalità organizzata”. Così come recita il comunicato stampa ufficiale del Consiglio dei Ministri.

«Non è per questo che gioco a calcio, e non rimarrò seduto a fare niente. Il razzismo non dovrebbe mai, mai essere accettato.»

Mesut Özil ha annunciato la sua intenzione di lasciare la nazionale di calcio della Germania. La sua lettera d’addio vale la pena di essere letta per questioni che esulano dal calcio:

Le ultime due settimane mi hanno dato tempo per riflettere e per pensare agli eventi degli ultimi mesi. Voglio quindi condividere i miei pensieri e i miei sentimenti riguardo a quello che è successo.

Come molte persone, ho origini in più di un paese. Nonostante sia cresciuto in Germania, le radici della mia famiglia sono in Turchia. Ho due cuori, uno tedesco e l’altro turco. Durante la mia infanzia, mia madre mi insegnò a essere sempre rispettoso e a non dimenticare mai da dove venissi, e questi sono ancora i valori a cui penso oggi.

A maggio incontrai il presidente Erdogan a Londra, durante un evento di beneficienza sull’istruzione. C’eravamo incontrati per la prima volta nel 2010, dopo che lui e Angela Merkel avevano guardato insieme la partita tra Germania e Turchia a Berlino. Da allora le nostre strade si sono incrociate molte volte in giro per il mondo. La foto di me ed Erdogan causò un’ampia risposta sui media tedeschi, e nonostante alcune persone mi avessero accusato di mentire e di essere disonesto, l’avevamo scattata senza alcun obiettivo politico. Come ho detto, mia madre non ha mai lasciato che dimenticassi le mie origini, i miei valori e le tradizioni della mia famiglia. Per me fare una foto con il presidente Erdogan non riguardava la politica o le elezioni. Ero io che portavo rispetto all’istituzione più importante nel paese della mia famiglia. Il mio lavoro è fare il calciatore, non fare politica, e il nostro incontro non fu un atto di sostegno ad alcuna politica. Parlammo della stessa cosa di cui abbiamo parlato ogni volta che ci siamo incontrati – il calcio – e del fatto che anche lui fu un calciatore da giovane.

Nonostante i media tedeschi abbiano descritto le cose in maniera differente, la verità è che non incontrare il presidente sarebbe stato un atto irrispettoso verso i miei antenati, che so sarebbero orgogliosi di dove sono oggi. Per me non importava chi fosse il presidente, importava che lì ci fosse il presidente, e basta. Avere rispetto per i ruoli politici è una cosa che sono sicuro che sia la Regina che la prima ministra Theresa May condividano quando Erdogan fa loro visita a Londra. Sia che fosse stato il presidente tedesco o quello turco, le mie azioni non sarebbero state diverse.

So che questo potrebbe essere difficile da capire, visto che nella maggior parte delle culture il leader politico non può essere separato dalla persona. Ma in questo caso è diverso. Qualsiasi risultato fosse uscito dalle ultime elezioni, o da quelle prima delle ultime, mi sarei comunque fatto scattare la foto.

Sono un calciatore che ha giocato in tre dei campionati più difficili al mondo. Sono stato fortunato a ricevere grande sostegno dai miei compagni e dallo staff tecnico mentre giocavo in Bundesliga, nella Liga e nella Premier League. E in più, in tutta la mia carriera, ho imparato a trattare con i media.

Molte persone parlano delle mie prestazioni, molti applaudono e molti criticano. Se un giornale o un opinionista trova delle mancanze nel mio gioco, lo posso accettare: non sono un giocatore perfetto e questo spesso mi motiva a lavorare e ad allenarmi più duramente. Ma quello che non posso accettare sono i giornali tedeschi che danno la colpa alla mia doppia origine e a una semplice foto per un cattivo Mondiale di tutta la squadra.

Certi giornali tedeschi stanno usando le mie origini e la foto con il presidente Erdogan come propaganda di destra per rafforzare la loro causa politica. Per quale altro motivo dovrebbero usare le foto e i titoli su di me come spiegazione diretta per la nostra sconfitta in Russia? Non criticano le mie prestazioni, non criticano nemmeno le prestazioni della squadra, criticano solo la mia discendenza turca e la mia istruzione. Questo supera una linea personale che non dovrebbe mai essere oltrepassata, e i giornali stanno provando a rivoltare la nazione tedesca contro di me.

Quello che trovo deludente è il doppio standard che hanno i media. Lothar Matthaus (capitano onorario della nazionale tedesca) si incontrò con un altro leader mondiale pochi giorni prima e non ricevette alcuna critica dai media. Nonostante il ruolo che ricopre all’interno della DFB (la nazionale tedesca), non gli chiesero di spiegare pubblicamente le sue azioni e lui ha continuato a rappresentare i giocatori della Germania senza che gli fosse rivolto alcun rimprovero. Se i media pensavano che io avessi dovuto lasciare la nazionale ai Mondiali, allora a lui avrebbero dovuto togliere l’onorificenza di capitano onorario, o no? Sono le mie origini turche a rendermi un obiettivo più valido?

Ho sempre pensato che una “partnership” implicasse il fatto di sostenersi, sia durante i momenti buoni che nelle situazioni dure. Ho finanziato un progetto perché i bambini immigrati, bambini provenienti da famiglie povere e non, potessero giocare a calcio insieme e imparare le regole sociali della vita. Ma giorni prima dell’avvio del progetto sono stato abbandonato da quelli che erano i miei “partner”, che non volevano più lavorare insieme a me. Inoltre la scuola ha detto ai miei collaboratori che non mi volevano più lì, perché avevano paura di quello che avrebbero potuto fare i media con la mia foto con il presidente Erdogan, specialmente con la destra in ascesa a Gelsenkirchen [la città tedesca dove è nato Özil]. Questo mi ha davvero ferito. Nonostante fossi stato un loro studente quando ero giovane, mi sono sentito indesiderato e indegno del loro tempo.

Inoltre ho rinunciato a un altro partner. Visto che sono anche uno sponsor della DFB, mi avevano chiesto di prendere parte a video promozionali dei Mondiali. Ma dopo la mia foto con il presidente Erdogan mi hanno escluso dalla campagna e hanno cancellato tutte le attività promozionali che erano state fissate. Per loro non era più una buona cosa essere visti con me e hanno definito la situazione “crisi gestionale”. Tutto questo è ironico, perché un ministro tedesco ha detto che i prodotti promozionali sarebbero stati ritirati. Ma nonostante fossi stato criticato e mi fosse stato chiesto chiesto di giustificare le mie azioni dalla DFB, non mi fu mai chiesta alcuna spiegazione ufficiale e pubblica dallo sponsor della DFB. Perché? Faccio bene a pensare che questo sia peggio di una fotografia con il presidente del paese della mia famiglia? Cosa ha da dire la DFB su tutto questo?

E come ho già detto, i “partner” dovrebbero rimanere vicini in ogni situazione. Adidas, Beats e BigShoe sono stati estremamente leali ed è stato incredibile lavorarci insieme. Hanno superato le polemiche senza senso create dalla stampa tedesca e hanno continuato a sviluppare i nostri progetti in maniera così professionale che mi è davvero piaciuto farne parte. Durante i Mondiali, ho lavorato con BigShoe e ho aiutato 23 bambini a sottoporsi a operazioni di enorme importanza in Russia, cosa che avevo già fatto in precedenza in Brasile e in Africa. Questa per me è la cosa più importante che faccio come giocatore di calcio, ma i giornali non trovano spazio per parlare e sensibilizzare su temi di questo tipo. Per loro il fatto che venga fischiato e che faccia una foto con un presidente è più importante che aiutare i bambini a sottoporsi a operazioni chirurgiche in diverse parti del mondo. Anche loro hanno diversi modi di aumentare la consapevolezza e raccogliere fondi, ma scelgono di non farlo.

La cosa che mi ha frustrato di più negli ultimi due mesi è stato il trattamento che ho subìto dalla DFB e in particolare dal presidente della DFB, Reinhard Grindel. Dopo che uscì la mia foto con il presidente Erdogan, chiesi a Joachim Low [allenatore della nazionale di calcio tedesca] di accorciare le mie vacanze e andare a Berlino per elaborare e diffondere un comunicato congiunto per mettere fine a tutte le speculazioni e chiarire le cose. Nonostante cercassi di spiegare a Grindel i miei valori culturali, le mie origini e quindi le ragioni dietro alla foto, lui si mostrò molto più interessato a parlarmi delle sue visioni politiche e sminuire la mia opinione. Nonostante le sue azioni fossero state paternalistiche, fummo d’accordo che la cosa migliore era quella di concentrarsi sul calcio e sui Mondiali che stavano arrivando. Questo è il motivo per cui non partecipai alla giornata dei media della DFB durante le fasi preparatorie dei Mondiali. Sapevo che i giornalisti mi avrebbero attaccato, parlando di politica e non di calcio, anche se l’intera questione era stata considerata finita da Oliver Bierhoff [ex calciatore e oggi team manager della nazionale di calcio tedesca] in un’intervista televisiva fatta prima della partita contro l’Arabia Saudita a Leverkusen.

Durante quel periodo mi incontrai anche con il presidente della Germania, Frank-Walter Steinmeier. A differenza di Grindel, il presidente Steinmeier fu professionale e sinceramente interessato a quello che avevo da dire sulla mia famiglia, sui miei valori e sulle mie decisioni. Ricordo che l’incontro fu solo tra me, Ilkay [İlkay Gündoğan, calciatore tedesco di origine turca, centrocampista del Manchester City e della nazionale tedesca] e il presidente Steinmeier, con Grindel che si era agitato per non avere avuto la possibilità di promuovere i suoi interessi politici. Mi accordai con il presidente Steinmeier sul fatto di diffondere un comunicato congiunto sulla questione, in quello che doveva essere un altro tentativo di andare avanti e concentrarsi solo sul calcio. Ma Grindel era risentito che non fosse stato il suo team a diffondere il primo comunicato, e seccato che l’ufficio stampa di Steinmeier avesse preso la guida di tutta questa storia.

Dopo la fine dei Mondiali, Grindel è stato messo molto sotto pressione riguardo alle decisioni che aveva preso prima dell’inizio del torneo, e giustamente. Di recente, ha detto pubblicamente che avrei dovuto spiegare ancora una volta le mie azioni e mi ha dato la colpa dei risultati insoddisfacenti della nazionale in Russia, nonostante a me avesse detto a Berlino che era una storia già finita. Sto parlando ora non per Grindel, ma perché lo voglio. Non ho più intenzione di fare il capro espiatorio per la sua incompetenza e incapacità di fare bene il suo lavoro. So che mi voleva fuori dalla nazionale dopo quella foto, ed espresse pubblicamente la sua posizione su Twitter senza nemmeno ragionarci troppo o parlarne, ma Joachim Low e Oliver Bierhoff presero le mie parti e mi difesero. Agli occhi di Grindel e dei suoi sostenitori, sono tedesco quando vinciamo, ma quando perdiamo sono un immigrato. Questo perché, anche se pago le tasse in Germania, dono strutture alle scuole tedesche e vinco i Mondiali con la Germania nel 2014, non vengo ancora accettato nella società. Sono sempre stato considerato “differente”: nel 2010 ricevetti il “Bambi Award” come esempio di integrazione di successo nella società tedesca, nel 2014 ricevetti un “Silver Laurel Leaf” dalla Repubblica federale di Germania e nel 2015 fui “Ambasciatore tedesco del calcio”. Ma non sono tedesco? Ci sono criteri per essere pienamente tedesco che non soddisfo? Il mio amico Lukas Podolski e Miroslav Klose non vengono mai descritti come polacco-tedeschi, perché invece io vengo definito come turco-tedesco? È perché si parla di Turchia? Perché sono musulmano? Penso che il punto sia qui. Se si parla di turchi-tedeschi si stanno già distinguendo le persone che hanno una famiglia che proviene da più di un paese. Io sono nato e mi sono istruito in Germania, quindi perché le persone non accettano che sono tedesco?

Le idee di Grindel si possono trovare anche da altre parti. Bernd Holzhauer (un politico tedesco) mi definì “goat-f*ker [espressione molto offensiva nei confronti dei musulmani, che non ha un equivalente italiano] a causa della mia foto con il presidente Erdogan e per le mie origini turche. Werner Steer, amministratore delegato del teatro tedesco di Monaco, mi disse di levarmi di torno e andare in Anatolia, il posto in Turchia da cui partono molti immigrati. Come ho già detto prima, criticarmi e maltrattarmi a causa delle mie origini è una linea vergognosa da superare, e usare la discriminazione come strumento di propaganda politica è qualcosa che dovrebbe portare immediatamente alle dimissioni di quegli individui irrispettosi. Queste persone hanno usato la mia foto con il presidente Erdogan come un’opportunità per esprimere le loro tendenze razziste che in precedenza avevano nascosto, e questo è pericoloso per la società. Non c’è niente di meglio che il tifoso tedesco che dopo la partita contro la Svezia mi disse, “Ozil, verpiss, Dich Du scheiss Türkensau. Türkenschwein hau ab”, più o meno “Ozil, fottiti merda turca, togliti dalle palle maiale turco”. Non voglio nemmeno citare le e-mail di odio, le telefonate piene di minacce e i commenti sui social media che la mia famiglia e io abbiamo accettato. Tutto questo rappresenta una Germania del passato, una Germania non aperta a nuove culture, e una Germania di cui non sono orgoglioso. Sono fiducioso che molti tedeschi orgogliosi che vogliono una società aperta saranno d’accordo con me.

Riguardo a te, Reinhard Grindel, sono deluso ma non sorpreso dalle tue azioni. Nel 2004, quando eri un membro del Parlamento tedesco, dicesti che il “multiculturalismo è in realtà un mito e una eterna bugia”, votasti contro una legge per la doppia nazionalità e per punire la corruzione, e dicesti che la cultura islamica era diventata troppo radicata in molte città tedesche. Questo è imperdonabile e non si può dimenticare.

Il trattamento che ho ricevuto dalla DFB e da molti altri mi ha portato a decidere di non volere più indossare la maglia della nazionale tedesca. Mi sento non voluto e penso che quello che ho raggiunto fin dal mio esordio internazionale nel 2009 sia stato dimenticato. Persone con idee così razziste e discriminatorie non dovrebbero poter lavorare nella più grande federazione calcistica al mondo, che ha molti giocatori con famiglie con doppia origine. Atteggiamenti del genere semplicemente non riflettono i giocatori che in teoria queste persone dovrebbero rappresentare.

È con enorme dispiacere che annuncio quindi che a causa degli eventi recenti non giocherò più per la Germania a livello internazionale, almeno finché sentirò di subire atteggiamenti razzisti e irrispettosi. Indossavo la maglia tedesca con grande orgoglio ed entusiasmo, ma ora non più. È stata una decisione estremamente difficile da prendere, perché ho sempre dato tutto ai miei compagni di squadra, allo staff tecnico e alle brave persone della Germania. Ma visto che gli alti funzionari della DFB mi hanno trattano in questo modo, offendendo le mie origini turche e trasformandomi in maniera egoistica in uno strumento di propaganda politica, allora basta. Non è per questo che gioco a calcio, e non rimarrò seduto a fare niente. Il razzismo non dovrebbe mai, mai essere accettato.

Perché non te li prendi a casa tua?

Chiariamoci. L’immigrazione (che è una falsa notizia, visto che si tratta di meno di 18.000 persone arrivate quest’anno, un catino, uno stadio da serie b di una partita bruttina, un concerto di un cantante neomelodico, per dire) sta su tutti i giornali e su tutti i telegiornali perché Salvini (e non Di Maio, e non il Movimento 5 Stelle preferirebbero parlare del Decreto Dignità) ha deciso di buttare in caciara la politica. Inevitabile: la melma è il suo ecosistema. Nell’amministrazione, le riforme e la politica invece ha poco da dire. Qualcuno dice che non bisognerebbe agevolare i salvinismi fingendo che non esistano. Grazie per il consiglio, grazie, ma fingersi morti per non farsi sbranare non è nella mia natura. No.

In questi giorni di zuffa si può provare a rispondere con i dati: non è vero che siano acclarati (come ha scritto Travaglio e come ripetono molti in coro) i rapporti tra ONG e criminalità organizzata. Anzi, proprio non esistono. Zuccaro si è fatto molta pubblicità ma la sua inchiesta è stata archiviata, come tutte le altre inchieste. Le ipotesi investigative non sono fatti, anche se qualcuno ci costruisce una linea editoriale. E la nave Iuventa (di cui Travaglio parla) è stata sequestrata per tutt’altro: questioni di legittimità territoriale. Se poi è acclarato ciò che pensa la maggioranza parlamentare allora qualcuno citofoni a Travaglio e gli dica che Ruby era la nipote di Mubarak.

La guerra c’è anche dove vige l’ignoranza di Salvini. Il ministro si è affrettato a twittare che le persone a bordo della nave Diciotti della Guardia Costiera provengano da Paesi non in guerra. Ritenere Paesi in pace il Pakistan, il Ciad, l’Egitto, la Libia, la Palestina (!), il Sudan e lo Yemen (dove si muore sotto le bombe fabbricate in Italia, tra l’altro) significa avere imparato la geografia e la storia con un tutorial su Youtube. Bocciato.

Poi c’è la frase finale, che si ripete ogni volta: perché non te li prendi a casa tua?, chiedono. Rispondo: non li prendo a casa mia per lo stesso motivo per cui non mi occupo del manto stradale della mia via, delle siepi del mio quartiere, per lo stesso motivo per cui domattina non faccio il turno né da chirurgo né da infermiere, non dirigo il traffico, non rimborso gli infortunati in guerra o sul lavoro, non pago di tasca mia le ferie e le pensioni o per lo stesso motivo per cui non poso binarie e guido treni. Pago le tasse nel mio Paese per ottenere servizi e dignità. Servizi e dignità. E su entrambi siamo messi maluccio.

A proposito: non sono forse gli stessi motivi per cui non ospitate i terremotati a casa vostra nonostante li usiate per giustificarvi? Credo proprio di sì.

Del resto, come scriveva lo scrittore francese André Gide, «meno è intelligente il bianco, più gli sembra stupido il nero».

Buon giovedì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/07/12/perche-non-te-li-prendi-a-casa-tua/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Giuseppe Conte, un’ombra sul vetro

Di lui si ricorda la pizza, ovviamente nella pizzeria abituale per non turbare i dettami della sobrietà prêt-à-porter, consumata con i suoi amici abituali, all’ora abituale e con l’abituale sorriso d’ordinanza, nei giorni in cui è diventato presidente del Consiglio. Poi c’è stato il claim, indovinatissimo, in cui ci comunicava di essere l’avvocato di tutti gli italiani. E tutti a dire che bello, evviva, come se fosse mai esistito un presidente che prometteva di impoverirci o di farci soffrire per un quinquennio.

Poi c’è stato l’incontro con gli altri Paesi europei: un tale successo che alla fine lo stesso Salvini ha dubitato dell’efficacia (ovviamente esprimendo i propri timori su tutte le televisioni del globo, per quella vecchia storia dell’alleato che si rafforza sulle macerie degli altri).

Ma ciò che stupisce già di tutto del premier Conte è la trasparenza, intesa non come vorrebbe il feticcio degli ultimi anni (il famoso tutto in streaming che si è involuto in monologhi via social in cui l’unica interazione consiste nel mettere un mi piace o un cuoricino): è una trasparenza che rasenta l’invisibilità. Giuseppe Conte non esiste. Non c’è sulle prime pagine dei quotidiani nazionali (un caso di mimetismo che andrebbe studiato nelle più evolute scuole militari), non rientra nei discorsi della gente (se non per i complimenti al suo aspetto fisico o la fiducia che ispira a pelle che è una delle analisi più profonde sul suo conto), non viene citato dai ministri (se non nelle frasi preconfezionate tipo “ne ho parlato con Conte”o “anche Conte è d’accordo” che ormai valgono quanto un “non ci sono più le mezze stagioni”), non rilascia interviste che non siano lo scendiletto dei suoi due vicepremier, non inciampa, non starnutisce, non sbaglia nemmeno un congiuntivo.

Al presidente del Consiglio, in quanto capo dell’esecutivo, la Carta costituzionale conferisce un’autonoma rilevanza, facendone il centro nevralgico dell’intera attività del governo: egli, infatti, ne dirige la politica generale e ne è il responsabile, mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo, promuove e coordina l’attività dei ministri.

Giuseppe Conte invece è un’ombra. Ma nemmeno una di quelle ombre che condizionano, vigilano e appaiono sullo sfondo: è il riflesso su un vetro. Gentiloni in confronto sembra Beyoncé. E forse sarebbe il caso di chiedergli di dire qualcosa, di indicarci quale sia la posizione del governo nelle dispute di Tria contro Di Maio, Di Maio contro Salvini, Salvini contro Moavero Milanesi, Salvini contro  Trenta. Dovrebbe indicarci tempi e modi di attuazione del contratto (e se qualcosa è cambiato). Dovrebbe fare il presidente del Consiglio, insomma. Perché così, più che l’avvocato degli italiani, sembra un corazziere senza uniforme. Batta un colpo, presidente.

Buon mercoledì.

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E intanto i Casamonica casamonicano

Come racconta la brava Floriana Bulfon su Repubblica il ritorno a casa del capo clan dei Casamonica Giuseppe (che ha scontato una condanna per traffico di cocaina mica in carcere ma in una più accogliente comunità di recupero in controtendenza con i piccoli spacciatori che invece il carcere se lo fanno per davvero) ha segnato nel giro di poche ore la piena ripresa in possesso della sua zone, Romanina, istituendo una zona franca in cui è impossibile accedere.

Scrive Bulfon: «Davanti alla villa di Giuseppe Casamonica tre giovani con i muscoli in bella vista controllano ogni movimento. Se si prova a domandare, una donna interviene e blocca tutti con lo sguardo. È Liliana, la sorella più grande di Giuseppe. “Non te lo posso dire se è qui, capisci?”, si fa incontro quasi gentile. Lei – arrestata per aver segregato l’ex cognata minacciando di sfregiarla con l’acido e di portarle via i piccoli – gira le spalle ed entra nella casa del dirimpettaio. Sul muro c’è un cartello attaccato con lo scotch: “Ottavio Spada suonare qui”».

Si potrebbe dire che hanno chiuso i porti nel bel mezzo della capitale d’Italia dal loro vicolo Porta Furba fino al Roxy Bar, quello diventato tristemente famoso (ovviamente non più di qualche ora) per il pestaggio che Antonino Casamonica ha inflitto al proprietario come esibizione del proprio potere.

Uno degli aspetti più svilenti del potere (continuerò a scriverlo, imperterrito) è lo sfoggio di forza contro i deboli a cui non corrisponde mai la stessa intensità con i forti. Forse, piuttosto che lanciarsi in bagni in piscina dentro ville già sequestrate da altri o lanciarsi nella promessa di prendere a bastonate i mafiosi sarebbe il caso di usare il pugno di ferro evitando di regalare pezzi di territorio (e di economia) ai clan che spadroneggiano con la sicumera di uno scafista. E lo fanno qui, senza bisogno di coste, in mezzo alla gente.

Eppure la Storia ci insegna che accade sempre così: chi sfoggia i muscoli per racimolare consenso balbetta di fronte alle prepotenze a cui non bastano gli annunci per essere debellate. La guerra alla mafia si fa con l’amministrazione, la politica, la costruzione di reti sociali, la riappropriazione della fiducia dei territori, un’efficace protezione dei denuncianti, la rivitalizzazione del tessuto urbano e della coscienza pubblica e con un’opera culturale di etica condivisa. Troppo, davvero troppo, per stare semplicemente dentro un tuffo o dentro un tweet.

Buon martedì.

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A te che lo voti “perché è uno come me mica un radical chic”

A te, che sei sempre alla ricerca di un leader che venga dal popolo ma che in realtà, anche se non hai il coraggio di ammetterlo, speri di trovare molto banalmente qualcuno che ti assomigli: sceglieresti un idraulico perché come te è intollerante al glutine? Ti faresti progettare la casa da un architetto scelto solo perché tifa per la tua stessa squadra? Faresti operare tuo figlio in gravi condizioni da un medico scelto perché come te odia gli zingari, anche se non ha studiato medicina? E, se il giochetto è quello della vicinanza e della famigliarità, perché non vi fate aggiustare l’auto guasta direttamente dalla nonna o perché non fate leggere i risultati dei vostri esami del sangue dallo zio che amate tantissimo perché è un ragioniere come voi?

Il feticcio dell’uomo che è uno di noi è una cretinata pazzesca. È il naturale risultato del continuo abbassamento del dibattito (e anche delle speranze e delle aspettative, purtroppo) per cui ci si sente rassicurati solo da qualcuno che non intacchi la nostra invidia: se ha più soldi di noi (indipendentemente dal fatto che i successi siano stati ottenuti con merito) o se ha più talento di noi o se semplicemente è più bravo di noi a fare qualcosa allora diventa un nemico da abbattere, un raccomandato, un disonesto, un antipatico.

Così, a forza di cercare rassicurazioni alle incertezze, finiamo ogni volta per avere una classe dirigente solitamente composta da qualche leader empatico (come quelli che si fanno un curare da un medico che fa tanto ridere, appunto) e la sua corte di vassalli. E invece noi siamo un Paese (a proposito di nazionalismi che vanno così tanto di moda) che ha delle eccellenze meravigliose, persone smisuratamente più capaci, preparati e geniali nei loro campi. Io vorrei essere governato da quelli, per dire. Io non vorrei mai avere me come ministro dell’Economia, che di economia non ci capisco un’acca, e pur volendo bene a mia mamma non credo che sarebbe una buona idea nominarla presidente del consiglio.

Ma come siamo arrivati qui? Perché è questo, il punto: rovinati da decenni di élite che hanno governato la politica siamo caduti nel tranello di volere uno di noi perché male che vada non può fare peggio degli altri? Davvero? Se troviamo un piastrellista che ci fa un pessimo lavoro chiameremmo un veterinario per la prossima posa tanto non può fare di peggio? A me, non so voi, questa cosa fa esplodere il cervello.

Combattere la povertà accettando incapaci purché siano poveri, fronteggiare la disperazione facendosi guidare da chi ci indica i disperati messi peggio di noi, ascoltare nullafacenti cronici strapagati dalla politica che discettano degli orologi o degli attici degli altri che hanno invece un mestiere, puntare all’uguaglianza intesa come la medesima insoddisfazione per tutti è la via più breve verso il baratro. A tutta forza.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/07/09/a-te-che-lo-voti-perche-e-uno-come-me-mica-un-radical-chic/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

«Feroce e bellissimo»: Giornale dello Spettacolo su “A casa loro”

(fonte)

Giulio Cavalli è un artista di rara sensibilità. Attore, autore. L’altra sera con il giornalista di Avvenire Nello Scavo, che ha raccontato sul suo giornale gli orrori dei lager libici, è stato protagonista di una testimonianza forte e sentita alla Festa di Articolo 21 presso la Casa internazionale delle donne dove ha ricevuto un premio per il suo impegno a raccontare il dramma delle migrazioni.

Questo è un frammento di una pièce teatrale scritta, appunto, con Nello Scavo e realizzata per Bottega dei Mestieri Teatrali. Si intitola “A casa loro“.

Scrive Cavalli: “Partendo dalle coraggiose inchieste di un reporter internazionale, prova a raccontare quella parte del mondo che ci illudiamo di conoscere e di poter giudicare guardando le immagini dei profughi mentre invece ci viene nascosta nel buio delle notizie non date.
A casa loro è anche la scelta di versare sul palco quel pezzo di mondo che ignoriamo per assolverci e invece la storia ce ne renderà conto perché la solidarietà non sta nei regolamenti, nei trattati internazionali e nemmeno negli editoriali. E per questo forse anche uno spettacolo teatrale serve: i furbi parlano molto di solidarietà, ma ne parlano troppo con chi avrebbe bisogno di riceverla, piuttosto che parlarne con chi avrebbe bisogno di farla. Il Mediterraneo è il cimitero liquido dei nostri scheletri ma lì intorno, nelle regioni che scendono per l’Africa, quelle sulla rotta balcanica e nella zona impigliata tra i fili spinati della Turchia ci sono le persone. Persone, semplicemente, con il fardello delle loro storie che hanno l’odore di carne viva, senza valigie ma con quintali di paura, costretti al macabro destino di stare sulle pagine dei giornali o sulle bocche più feroci della politica e poi davvero non avere un posto dove stare
Il mare non uccide. Ad uccidere sono le persone, la povertà, le politiche sbagliate e le diseguaglianze che rendono il mondo un posto opposto dipendentemente dal nascere dalla parte giusta o sbagliata”.

Così Mattarella da topo diventa carrozza

Se avessero almeno un po’ di coerenza potrebbero essere giudicati seri nelle loro seppur sbagliate convinzioni. E invece niente. Nello snervante gioco di erosione degli istituti democratici del Paese il segretario della Lega Matteo Salvini ha messo nel mirino anche il presidente della Repubblica Mattarella diventato nel giro di poche settimane il nuovo argine alle sentenze politiche che si permettono di chiedere la restituzione dei rimborsi elettorali, quei 49 milioni di euro che il partito non aveva il diritto di spendere e invece ha speso, per di più in modi non chiari e con strani giri di conti correnti.

Mattarella è, per il leghista medio e per Salvini che dei leghisti è la somma sintesi, il simbolo dell’oppressione statalista nei confronti del popolo italiano eppure nelle ultime ore si chiede a lui, dopo averlo metaforicamente preso a calci per mesi, di diventare il quarto grado di giudizio che dovrebbe difendere il partito di Salvini da un indefinito attacco della magistratura.

Se Mattarella non fosse Mattarella e se il presidente della Repubblica non fosse un uomo che ha a cuore la dignità delle istituzioni verrebbe facile immaginare cosa potrebbe rispondere al nemico giurato che ora scodinzola come un falso amico solo per necessità. Il fastidio che filtra dal Quirinale è, ancora una volta, il disgusto per una mossa di propaganda che non ha nessuna rilevanza politica e nessuna declinazione nella realtà: Salvini non ha mai chiesto un appuntamento con il Presidente e, com’è suo costume ha lasciato tutto su un piano squisitamente mediatico.

«Che io non possa andare a parlare con il presidente della Repubblica mi sembra una cosa bizzarra. Non è forse il garante della Costituzione e dei diritti dei cittadini?», ha detto il leader leghista. Eppure di bizzarro c’è quel  silenzio goffo della Lega che non spiega dove siano finiti i soldi (nostri) e la grassa ignoranza di chi non si difende nei processi ma dai processi come già fece il ben noto Berlusconi.

Così, come nelle favole, Mattarella all’improvviso da topolino si trasforma in carrozza e gli elettori sono pronti ad appoggiare l’ennesima giravolta con la solita faccia di chi ripete che non c’è niente di strano, che va bene tutto così.

Buon venerdì.

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‘A livella: indicare il fango degli altri per sembrare puliti

La nuova via di scampo, la più in voga al momento, per evitare di argomentare una difesa e non essere costretti a prendersi le proprie responsabilità è nel trovare qualcuno di peggio in giro e sperare che la feroce indignazione popolare trovi abbastanza soddisfazione per placarsi. Sta accadendo in queste ore con i cinquanta milioni di euro “spariti” dalla Lega di Salvini (“e allora il Pd?” ormai è diventata una frase buona per tutte le occasioni, come le profezie di Fassino quando c’è da risollevare una serata) ma accade anche ogni volta che qualche politico viene indagato o arrestato e accade ogni volta che si discute delle qualità di qualcuno.

La livella non è più la morte come nella celebre poesia di Totò: è lo schifo. Più schifo riescono a cogliere in giro e più si sentono in diritto di fare schifo, come se l’asticella della dignità e della potabilità delle proprie azioni si abbassasse ogni giorno di qualche centimetro: se c’è gente che chiede di affondare i barconi quelli che si limitano a non piangere i morti in mare si considerano quasi degli umanisti. Se c’è qualcuno che è stato arrestato per mafia quelli che semplicemente sono amici di mafiosi (o ne sono stati per anni alleati di governo) possono addirittura fingersi degli eroi contro la criminalità. Raccontano i grandi evasori fiscali e così le loro piccole corruzioni valgono come un paio di multe per divieto di sosta.

È un’irrefrenabile corsa verso il peggio in cui il sapere o il senso di responsabilità sono diventati un’onta, dove la morale è essere più furbi degli altri riuscendo se possibile a essere peggiori, dove conta avere in tasca la storia di qualcuno meno preferibile di te per considerarsi assolti. E così, rotti gli argini, si sfaldano anche le parole: il ministro degli Interni dichiara di voler prendere a bastonate i mafiosi usando il loro stesso vocabolario, la calunnia è l’unico metodo di critica, l’insinuazione rivenduta come analisi, l’appartenenza è una qualità, la delazione un’arma politica sdoganata e la violenza un’accettabile e legittima difesa.

Una moltitudine di cercatori di fango che insozzano l’ambiente intorno sperando di ricavarne profumo personale. E mentre tutto deperisce l’unica speranza è trovare nuovi e più turpi disperati. Una decrescita infelice che ci rivendono come Rinascimento.

Buon giovedì.

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