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Politica

I bambolotti (neri) siete voi

Non stupisce la nuova fonte di liquame in cui nuotano quelli che stanno comunicando altisonanti al mondo che i tre bambini annegati al largo della Libia tre giorni fa siano dei “bambolotti” di una scena ricostruita in studio per mettere in atto un complotto planetario per suscitare pietismo. Non stupisce perché in fondo sono sempre gli stessi che vedevano manichini tra le vittime di Parigi o che ci spiegano come l’uomo non sia mai andato sulla luna. E se dubitare dell’uomo sulla luna premia fino a farti diventare sottosegretario (come nel caso del nostro Carlo Sibilia) non si capisce perché dovrebbero smettere.

Ma ciò che colpisce non è solo la viralità della bufala (la patria dei cretini è sempre stata popolosa) e nemmeno l’ignoranza dietro al presunto scoop (il non sapere che nell’Africa del nord ci siano persona di carnagione chiara, non sapere nulla del rigor mortis, non sapere nulla della saponificazione dei tessuti): ciò che colpisce è che per questa masnada di stolti il “non avere prove” equivale come prova fondamentale perché sia un complotto.

Dicono, questo loschi rimestatori di letame, che se è un fatto è universalmente riconosciuto deve essere per forza falso poiché pianificato dai poteri forti. Quindi gli alberi non sono alberi, il sole è una lampadina, lanciarsi dal ventesimo piano non è mortale e alimentarsi non serve per vivere. “Se tutti credono a qualcosa io dichiaro al mondo che è falsa” è il modo più puerile e vigliacco per farsi notare. Ma i nostri eroi, badate bene, non trovano le prove per sostenere le proprie tesi: si limitano a insinuare contro le tesi degli altri.

Sono gli stessi che nonostante la loro conclamata curiosità non hanno mai trovato il tempo di leggere e raccontare dei migliaia di bambini morti in questi anni (senza bisogno di soffermarsi troppo sugli ultimi tre), sono gli stessi che credono, del resto, che un annuncio su Facebook sia veramente un decreto in atto. Sono gli stessi, del resto, a cui basta la propaganda per convincersi di maneggiare la politica.

Ma che quei bambini siano bambolotti tra le altre cose è anche un enorme condono: se dubito di tutto ho il diritto di non ritenermi coinvolto e quindi credermi assolto. E invece i veri bambolotti siete proprio voi, che avete bisogno di masturbare il vostro ego di fronte alla foto di quei bambini morti per farvi notare dal mondo, esibizionisti codardi di un complottismo che serve per non dover sostenere le proprie idee nel mondo normale. Bambolotti (neri) che hanno bisogno della morte per sentirsi vivi. Vampiri. Cercatori di carogne. Merda, in sintesi. La “pacchia” è la vostra dietro allo schermo.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/07/02/i-bambolotti-neri-siete-voi/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Opposizione con dignità al decreto dignità

Nell’inesistente opposizione all’interno del Parlamento verso il governo Conte (con il partito democratico che ancora ci deve degnare di un’analisi della sconfitta delle ultime elezioni amministrative, fate pure con calma, e con la sinistra concentrata a decidere se farsi partito o qualche nugolo di partiti) appare scontata la decisione di deridere il cosiddetto decreto dignità che il ministro Di Maio sta licenziando in queste ore (approvato nella notte al Cdm Ndr). Il vecchio trucco di considerare i provvedimenti in base al proponente e non in base all’efficacia (e poi chiamano populismo quando sono gli altri a farlo) sembra un vizio difficile da estirpare.

Eppure si potrebbe dire (anzi, si dovrebbe dire) che le misure per il contrasto alla delocalizzazione (soprattutto di quelle imprese che si intascano aiuti di Stato per poi traslocare) e le misure per il contrasto alla ludopatia siano provvedimenti che in Italia si aspettano da anni. Possono essere riforme migliorabili certo, chi di noi non lo è ogni giorno tutti i giorni nelle cose che facciamo, ma decidere di sfasciarle per mero calcolo elettorale è il modo migliore per fare del male al Paese. E all’opposizione.

I nemici, forse, in questo caso sono i soliti imprenditori corsari che frignano ogni volta che gli si chiede di applicare diritti e di rispondere delle proprie responsabilità (del resto siamo il Paese dei capitalisti senza capitali che sulle spalle degli aiuti di Stato vorrebbero anche impartirci lezioni sul lavoro) oppure le aziende del gioco d’azzardo che stanno usando la solita litania del proibizionismo come se i costi sociali della ludopatia fossero un’invenzione di qualche buontempone. Loro sono gli avversari, non Di Maio. Non ora. Non su questi argomenti.

E se è vero che quello è il Paese delle fake news che diventano virali è altresì vero che un bel pezzo di Paese sa ancora riconoscere la serietà di chi fa politica non solo per demolire l’avversario. Avere un ruolo importante nel miglioramento di (buone) azioni di governo potrebbe perfino dare l’impressione che esista un’opposizione. Di dignità. Pensateci.

Buon martedì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/07/03/opposizione-con-dignita-al-decreto-dignita/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La legittima difesa dai propri dolori

Se la politica fosse capace di diventare adulta, di uscire dalla nube tossica dei numeri (anche falsi, tanto valgono lo stesso) agitati per fomentare le percezioni allora la dichiarazione politica del giorno di ieri sarebbe lo sfogo (lucido come lo sono gli sfoghi dettati da laceranti dolori personali) di Luca Di Bartolomei, figlio di quell’Agostino storico capitano della Roma che nel 1994 si è ucciso sparandosi al cuore.

«Questa è una Smith& Wesson 38 special – ha scritto il figlio Luca sul suo profilo Facebook – uguale a quella che aveva Agostino. Quando la comprò negli anni 70 lo fece perché credeva che avrebbe così reso più sicura la sua famiglia.

Al 41% degli italiani che oggi vorrebbe acquistare un’arma più semplicemente per sentirsi più protetto vorrei raccontare – dati e studi alla mano – di come più pistole in giro significheranno solo più morti, più suicidi, più incidenti.



Ed alla obiezione che chi vuole suicidarsi lo fa comunque vorrei solo dire che, per andare oltre il burrone che pensiamo di avere davanti, basta un attimo.
E in quell’attimo non avere accesso ad un’arma può fare la differenza. Non lo dice una vittima lo dicono tutti gli studi disponibili.


Pensate ai vostri figlie ed ai vostri nipoti.
Una pistola non produce alcuna sicurezza.
Credetemi.»

In un’epoca in cui ogni notizia viene tacciata di essere strumentale o addirittura falsa, la semplice dichiarazione di un figlio, tra l’altro di un calciatore che è stato così amato, è la verifica e la conferma di quello che spesso i semplici numeri non riescono a comunicare. E a proposito di numeri, in queste ore di chiasso intorno alla richiesta di armi per legittima difesa varrebbe la pena sottolineare come la percentuale di italiani che dichiarano di avere una paura concreta nei confronti del fenomeno criminale è la stessa da circa 25 anni. Del resto è a quel tempo che si è cominciato a giocare sulla cosiddetta percezione di criminalità poiché i numeri continuano a smentire qualsiasi allarme (negli ultimi anni i reati sono in costante calo, anche se sembra impossibile crederlo). La percezione di criminalità vale più o meno come la sensazione di essere vip che ci può dare una foto indovinata sui social: zero, niente, nulla, nisba.

Da anni si coltiva la diffidenza sociale e la sfiducia istituzionale in nome di un rischio smentito dai fatti con buona pace di chi ostinatamente prova a ripetere i fatti separati dalle opinioni e dalle strumentalizzazioni. Poi, d’improvviso, arriva una testimonianza che dovrebbe indurre a pensare se la politica fosse capace di interpretare i dolori personali oltre agli slogan. Quella di Di Bartolomei è una legittima difesa, dai propri dolori.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/06/29/la-legittima-difesa-dai-propri-dolori/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Hai mai bussato al tuo vicino?

«Hai mai bussato al tuo vicino?» è la domanda che mi ha cortesemente posto ieri un’antica signora, una di quelle che qui da noi incrociamo come fantasmi con borse della spesa troppo pesanti, portafogli tenuti stretti, scalini del bus troppo alti e semafori terribilmente veloci. Nonostante per mestiere mi capiti di leggere storie, talvolta scriverle, e auscultare i fatti del mondo ogni volta che parlo con un anziano mi cade addosso un mondo che mi pare di avere messo troppo presto nei cassetti delle notizie passate, come se quei modi che furono non contengano in fondo anche le chiavi di lettura per il presente.

Quando ho chiesto di rimando perché dovrei andare alla porta del mio vicino lei mi ha chiarito il concetto: «Per sapere come sta, se ha bisogno di qualcosa, se è infastidito da qualche nostra abitudine a cui magari non facciamo caso e non pensiamo che possa essere di disturbo», mi ha risposto lei.

E l’ho trovata una frase piena di luce nel buio dei porti chiusi, delle grette disperazioni che ci inducono a rimpicciolire gli spazi di cui avere cura e di questo livore che insozza i social, i discorsi nei bar (perché sì, ci sono le persone dietro ai social, anche se a qualcuno fa comodo dimenticarselo) e i dialoghi della politica.

E mi è venuto da pensare (è un pensiero mio, da appoggiare nel buongiorno di questa mattina) che oltre alla solidarietà è successo che sia andata completamente fuori moda la gentilezza. Essere gentili (nelle sue diverse declinazioni, compresa la buona educazione) è lentamente diventato un sinonimo di debolezza nella sua accezione peggiore: sono rampanti gli amministratori delegati, sono feroci gli avversari politici, sono vendicative le cosiddette grandi firme dei giornali, sono doverosamente incazzati i commentatori in internet, sono simpatici coloro che trovano le perifrasi più sconce per irridere gli altri, sono buoni padri di famiglia  quelli che eccedono nella difesa sparando nel mucchio.

Forse in fondo (è quasi una speranza) ci comprime così tanto essere diventati quotidiani coltivatori domestici di bile che un Salvini quasi ci consola, come succede ai servi quando si convincono di somigliare al proprio padrone: la scomparsa di gentilezza condona la nostra rabbia e siamo contenti così.

Per questo basta un’anziana sconosciuta fedele alla gentilezza per farci balbettare come se ci avessero rubato quel vocabolario che pure dovrebbe essere comune. In fondo è ciò di cui si occupa da tempo il Manifesto della comunicazione non ostile (lo trovate qui) e altri che resistono al cattivismo. Ma essere gentili, di questi tempi, è anche un atto politico: è gentile colui che ha ancora la lucidità di avere fiducia nei suoi simili e se ci pensate è già una rivoluzione. Piccola, certo, ma terribilmente concreta. Oggi ho deciso che busserò al mio vicino.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/06/28/hai-mai-bussato-al-tuo-vicino/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Marx Reoladed

È la copertina del numero di Left in edicola.

Qui trovate il sommario.

Nella storia di copertina di Left in edicola dal 6 luglio, ci interroghiamo sul perché, di fronte al dilagare del razzismo e del sovranismo, la sinistra appare incapace di reagire. Il punto è che le matrici culturali delle idee a cui la sinistra si ispira, o hanno un fondo religioso, oppure non tengono conto del fatto che, dopo Marx, Gramsci ha seppellito definitivamente il materialismo storico. Ecco allora pensatori progressisti sostenere che, se si blocca “l’ascensore sociale”, emerge in ciascuno una tendenza innata alla sopraffazione dell’altro: terrori ancestrali verrebbero proiettati sullo straniero. Appiattendosi così sulle stesse “idee” degli xenofobi cui vorrebbero opporsi. La realtà è che violenza e paure ataviche non sono affatto proprie della natura umana.

Due tre cose su Pittella

Veloci, veloci, in attesa ovviamente che si svolga il processo (mentre, per inciso, la questione dei soldi della Lega è già sentenza, vale la pena ricordare): il fatto che due fratelli abbiano in mano una regione (Gianni e Marcello lì sono come Tutankamon stava all’Egitto) è una cosa deplorevole, che non lo vogliano capire quelli del PD lascia più che basiti; la sanità è la cassaforte di ogni presidenza regionale (di soldi e di voti) e sono decenni che sentiamo parlare di iniziative per la trasparenza, poi alla fine non succede mai niente; che la politica regionale decida le nomine nel campo della Sanità è un tema che forse bisognerebbe avere voglia di risolvere una volta per tutte, piuttosto legittimandole, oppure mettendo in atto strumenti che funzionano davvero; le carte della Procura (le sto studiando in questo preciso istante) disegnano per Pittella un ruolo centrale.

Per farsi un’idea vale la pena riprendere qualche pezzo. Come scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere:

«Dobbiamo accontentare tutti»: era questo il suggerimento del governatore della Basilicata Maurizio Pittella per governare il sistema sanitario nella sua Regione. E proprio seguendo questo metodo avrebbe gestito le nomine e gli appalti. Nell’ordinanza di custodia cautelare il giudice evidenzia il «Sistema di corruzione e asservimento della funzione pubblica a interessi di parte su sollecitazione di una moltitudine di questuanti». Poi specifica come «Deus ex machina di questa distorsione istituzionale nella sanità lucana è proprio il governatore Marcello Pittella che influenza le scelte gestionali delle aziende sanitarie e ospedaliere interfacciandosi direttamente con i direttori generali che sono stati nominati con validità triennale dalla sua giunta».

Le intercettazioni rivelano come il Governatore si occupasse di gestire sia le nomine dirette sia i concorsi pubblici. Uno dei metodi utilizzati e svelato dalle indagini della Guardia di Finanza era quello di decidere le assegnazioni dei posti «gonfiando» il punteggio ottenuto dai candidati ma anche falsificando i verbali delle commissioni in modo da far risultare che tutti i componenti fossero presenti.

L’Ansa:

«Il “deus ex machina’ della “distorsione istituzionale” che si è verificata nella sanità lucana è il presidente della regione Marcello Pittella. Lo scrive il Gip di Matera Angela Rosa Nettis nell’ordinanza d’arresto per il governatore della Basilicata sottolineando che Pittella “non si limita ad espletare la funzione istituzionale formulando gli atti di indirizzo politico per il miglioramento e l’efficienza” della sanità regionale, “ma influenza anche le scelte gestionali” delle Asl “interfacciandosi direttamente con i loro direttori generali” tutti da lui nominati»

Il Fatto Quotidiano:

Quinto “collettore” delle raccomandazioni di Pittella – Il commissario straordinario dell’Azienda sanitaria di Matera, Pietro Quinto (in precedenza direttore generale della stessa Asm) è “il collettore delle raccomandazioni che promanano” da Pittella. Così il procuratore Argentino, nella conferenza stampa sull’operazione, spiega i rapporti tra il governatore e Quinto, in carcere con le accuse di corruzione e turbata libertà degli incanti. Dal 29 maggio 2017, si legge nell’ordinanza, ha saputo di essere intercettato e gli inquirenti ritengono sia stato avvisato dal senatore Salvatore Margiotta che aveva appena incontrato. “Molto altro ancora si sarebbe appreso di tale malgoverno del potere e della funzione pubblica se non ci fossero state illecite ingerenze – si legge nell’ordinanza – Tuttavia due mesi di captazione sono bastati a disvelare le dinamiche interne di una sfrontata gestione di uno dei settori nevralgici della Pubblica amministrazione”. Quinto, da commissario della Asm, intrattiene – secondo gli inquirenti – “significativi rapporti con altre figure politiche e religiose di spicco”, spiega il pm Argentino. E in carcere è finita anche la direttrice amministrativa della stessa Asm, Maria Benedetto.

“La politica nella sua accezione negativa e distorta” – La ratio che muove ed è al centro di questo sistema, scrive ancora il giudice Angela Rosa Nettis, è “sempre la stessa”: vale a dire “la politica nella sua sempre più fraintesa accezione negativa e distorta, non più a servizio della realizzazione del bene collettivoma a soddisfacimento dei propri bisogni di locupletazione e di sciacallaggio di potere e condizionamento sociale”. E’ la politica infatti “che condiziona pesantemente” la gestione delle Asl lucane “ed in particolar modo le procedure selettive per assumere personale nella sanità”. E questo “non solo al fine di ampliare il consenso elettorale ma anche allo scopo di ‘scambiare’ favoriai politici di pari schieramento che governano Regioni limitrofe, come è il caso della Puglia e della Campania“. E se questo è il quadro, conclude il gip, il “deus ex machina di questa distorsione istituzionale” è proprio il governatore Pittella.

 

Tutte le balle sull’immigrazione, smontate una a una

Bugie. Decine di bugie ripetute milioni di volte. Mandate a memoria e sparate a palle incatenate per concimare la paura e consequenzialmente aumentare il bacino di voti. La propaganda su cui si poggia il governo gialloblu sul tema dell’immigrazione ha fondamenta di fango ma la tossicità del dibattito è una coltre che sembra difficile spazzare.

L’invasione, innanzitutto. L’invasione non c’è mai stata ma questo 2018, nonostante gli strepiti e il terrorismo continuo, registra una diminuzione del flusso verso l’Italia dell’80%. Sembra incredibile, vero? Basterebbe questo per rendersi conto dell’ipocrisia della discussione: i pericolosi migranti sbarcato in Italia quest’anno sono meno di 17mila, il pubblico di una bruttina partita di serie B, e su quel piccolo stadio di provincia is sta giocando tutta la politica nazionale e internazionale. A ben vedere un dato interessante c’è: tra gennaio e il 25 giugno sono arrivati 2593 minori non accompagnati, semplificando si tratta di bambini e ragazzini senza genitori. In tutta questa retorica di annunci politici fatti da padre però non si è sentita una parola. Peccato.

In netta ascesa invece sono i numeri dei morti. Quelli di cui tutti fingono di non accorgersene o che quando fanno troppo male vengono buttati nel cassonetto del complottismo, delle fake news, diventano bambolotti e così ci si può considerare assolti. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per la migrazione, dal primo gennaio 2018 al 27 giugno scorso 972 uomini, donne e bambini hanno perso la vita mentre tentavano di raggiungere l’Europa via mare. Poi ci sono quelli di questi giorni: 204 morti solo nell’ultima settimana (dal 25 giugno al 1 luglio) tra cui i tre bambini. Poi ci sono i 100 dispersi dichiarati dalla Guardia Costiera Libica. Tutti i numeri ovviamente sono per difetto: annegare nel mare ha il vantaggio di seppellire i corpi anche alla vista della comunità internazionale, ancora meglio i morti nei lager libici che rimangono solo nella memoria dei criminali che li hanno violentati, depredati, umiliati, torturati e poi uccisi. «Vi è un aumento allarmante delle morti in mare al largo della costa libica», ha detto il capo della missione della Iom Libia Othman Belbeisi, aggiungendo: «I trafficanti sfruttano la disperazione dei migranti per andarsene prima che ci siano ulteriori repressioni sulle rotte del Mediterraneo da parte dell’Europa». Ha un bel dire il ministro Toninelli nel ripetere che le politiche italiane (e europee) hanno «a cuore le vite umane»: se anche fosse così sono fallimentari, comunque.

Le ONG taxi del mare. La frase (riuscitissima, chissà Salvini che invidia) di Di Maio quando ancora era un semplice presidente della Camera ha innescato la creduloneria popolare secondo la quale senza ONG non sarebbe arrivato nessuno. La calunnia però è un venticello e quindi mentre tutti hanno inneggiato come eroe il pm Zuccaro quando ha deciso di aprire un’indagine sulle ONG (tra l’altro confessando fin da subito di non avere prove, ma fa niente) in molti si sono dimenticati di leggere (o di recepire) che quell’inchiesta è stata archiviata, conclusa con un niente di fatto. Il nulla. Nisba. E dimenticano, i ministri Di Maio e Salvini, di dire che tra il 2014 e il 2017 le navi delle ONG impegnate nel Mediterraneo centrale hanno soccorso 114.910 persone su un totale di 611.414, parliamo del 18,79% del totale. Incredibile, eh? Guardia Costiera (GC), Marina Militare (MM) e Guardia di Finanza (GdF) italiano hanno tratto in salvo 309.490 persone, pari al 50,62% del totale. Che ne dite?

(continua su Linkiesta qui)

La ‘ndrangheta e i criminali nella curva del Milan

(il solito bravissimo Davide Milosa per Il Fatto Quotidiano)

Nonostante il campionato sia in vacanza, sulle gradinate dello stadio Giuseppe Meazza tira aria di burrasca. E’, infatti, proprio in queste settimane che si decidono conferme e nuovi ingressi dei gruppi ultras in curva Sud. Un risiko complicato da concordare, in parte, anche con la società Milan. Il settore storico è quello blu (primo e secondo anello). I guai in realtà arrivano dalla parte opposta dello stadio milanese, ovvero il secondo anello verde, occupato dagli ultras dell’Inter, quando gioca la Beneamata. Con i rossoneri in casa, invece, una fetta cospicua è ad appannaggio di un nuovissimo gruppo del tifo organizzato, ovvero i Black devil. E’ su di loro e su un tentativo di espandere la propria egemonia anche nella Sud (primo anello) che da settimane la Digos ha alzato il livello di guardia. Allo stato non vi sono fascicoli aperti o indagati, ma solo un monitoraggio teso a comprendere (e a prevenire) uno scenario che, ancora una volta, mischia pericolosamente dinamiche da stadio con quelle più decisamente criminali con profondi agganci nel milieu mafioso lombardo. Tra gli esponenti di primo piano del gruppo c’è, infatti, Domenico Vottari detto Mimmo. Lui, classe ’69, originario di Melito Porto Salvo, scontati diversi anni di carcere, anche per omicidio (ma non per mafia), è tornato a occuparsi dei suoi affari a Cesate, hinterland a nord di Milano. Diverse le informative dell’autorità giudiziaria che lo collocano in contatto con personaggi di spicco della ‘ndrangheta nel nord Italia.

Allo stadio può contare sul fidato amico Moreno Fuscaldo, anche lui già indagato in alcune inchieste di droga. E su un nutrito gruppo, composto da diversi pregiudicati, anche per rapina. I reati sono diversi. Tra i vari addirittura truffe informatiche a livello internazionale e furti di dati sensibili, triangolando con gruppi criminali russi. Senza contare, ovviamente, i reati da stadio con un bel carnet di Daspo. Qualcuno durato oltre tre anni con divieto di assistere a partite in tutta Europa. Insomma, un gruppo ultras, il cui nucleo fondatore (non certamente tutti gli iscritti), sostengono le forze dell’ordine, assomiglia tanto a una “batteria criminale” e che ora punta a conquistare un posto al sole in curva. Obiettivo, fanno sapere gli investigatori, consigliato direttamente dalla Calabria e avversato da chi nella Sud ci sta da tempo. Fonti confidenziali ritenute molto credibili dalla polizia giudiziaria hanno spiegato che il no, spalleggiato da personaggi vicini alla potente cosca Papalia, è legato anche al fatto che i Black devil contano non più di 50 persone. Il muro contro muro, però, preoccupa. Di certo la composizione di parte dei Black devil è una cosa mai vista, nemmeno ai tempi della scomparsa della Fossa dei leoni (era il 2006) con l’ingresso dei Guerrieri ultras (oggi Curva sud) capitanati da Giancarlo Lombardi detto Sandokan, il quale sarà indagato in un’indagine per riciclaggio con manager già vicini al clan palermitano Fidanzati. Lombardi è anche in rapporti con Loris Grancini, capo dei Viking della Juve, oggi in carcere con pena definitiva a 13 anni per un tentato omicidio. Grancini, come spiegano alcune informative dei carabinieri, è a sua volta in contatto con un importante fiduciario delle cosche Sergi e Papalia, e alla famiglia Lamarmore referenti della ‘ndrangheta a Limbiate e in Lombardia (uno di loro sarà insignito della carica di Mastro generale). Oggi Lombardi bazzica poco lo stadio, “ma resta – spiega un investigatore – ancora il garante della curva”. Al suo posto c’è Luca Lucci. O meglio c’era, perché Toro, questo il suo soprannome, è stato arrestato per spaccio il 4 giugno scorso. Suo fratello Francesco risulta, invece, indagato per tentata estorsione assieme alla moglie. I due sono stati fermati il 29 giugno scorso a Milano dalla Digos. Due anni fa con un piano ben studiato Luca Lucci e compagni si erano presi anche il primo anello blu, andando contro a un gruppo con importanti agganci criminali, rapporti con narcos calabresi della zona di Bareggio e con referenti milanesi legati al boss barese Savinuccio Parisi. A sigillare la vittoria, lo striscione i Nativi di Milano. Adesso, però, altri pretendono spazio.

Torniamo allora a Vottari. Il suo nome compare nell’inchiesta Marcos. Fascicolo antidroga nato su segnalazione della Dea americana. Dalle informative dell’indagine Hermanos, invece, emergono i contatti mafiosi di Mimmo Vottari. Il 13 febbraio 2009 viene controllato dai carabinieri all’interno di un bar. Con lui il fratello Giovanni, ma anche Salvatore Muscatello, nipote dell’omonimo Salvatore, per decenni eminenza grigia delle ‘ndrine al Nord. E poi Pasquale Macrì, già condannato per mafia e vicino al clan Muscatello. Infine il platiota Domenico Agresta, “imparentato con Salvatore Romeo (…) attuale capo bastone della locale di Assago”. Alle comunali del 2009, poi, Vottari, spiegano i carabinieri, si spenderà per portare voti a un candidato che sarà poi eletto sindaco di Senago e a un altro politico che in Calabria frequenta persone “affiliate alla cosca Mancuso”. Entrambi non saranno mai indagati. Scrivono i carabinieri nel 2011: “L’organizzazione criminale promossa (…) dai fratelli Vottari (Domenico e Giovanni, ndr) dedita all’importazione e spaccio di cocaina (…) aveva il controllo del territorio di Cesate (…) e mirava ad assumere anche il controllo del Comune di Senago (…) acquisendo la gestione ed il controllo di attività economiche, procurando per sé e per altri voti in occasione delle consultazioni elettorali del 6 e 7 giugno 2009”.

Questo il profilo di Mimmo Vottari, il quale dopo la politica e gli affari, vuole prendersi lo stadio e il controllo di uno dei gruppi ultras più importanti e storici d’Italia. Per questo, spiegano gli investigatori, ha incontrato Luca Lucci (prima del suo arresto): per discutere l’ingresso al primo anello blu. Richiesta respinta, anche grazie alla presenza di personaggi vicini alla cosca Papalia di Buccinasco. Questa la fotografia che allo stato risulta agli inquirenti. La questione sembra, dunque, risolta. Il timore, però, resta forte. Tanto che ci sono già stati contatti informali per abbassare il livello dello scontro. Alla fine, però, la faida potrebbe diventare un’alleanza, visti i buoni rapporti tra alcuni luogotenenti dei Vottari e i pretoriani della curva Sud.

Il silenzio degli intellettuali (no, non tutti, ovvio) sulla melma qui intorno

Benvenuti nell’estate 2018, quando Claudio Marchisio e Francesco Totti diventano l’argine nazionalpopolare alla merda che ogni giorno viene sparsa dai vomitatori d’odio (esclusi i fine settimana, avete notato? perché il week end è sacro quasi come l’aperitivo) e intanto rimbomba l’assenza degli intellettuali prêt-à-porter, quelli che tutti i giorni sui loro account social o nelle ospitate televisive ci propinano le loro fondamentali idee sul cibo, sull’abbigliamento, sul caldo d’estate e sul freddo d’inverno, sulle molestie subite dagli altri, sulla simpatia di Renzi e dei genitori di Renzi e dei cugini di Renzi, sul bere molta acqua, sui programmi in prima serata, su quanto sia rivoluzionario il Papa, su quanto fosse forte Maradona, sui litigi di tronisti e grandifratelli, sulle loro ex mogli, sull’educazione dei figli, su Corona e don Mazzi, sulle troppe tasse, sulle parolacce che si possono dire ma le bestemmie invece no e non hanno nulla da dire, niente di niente, nemmeno una foto su Instagram, su questo tempo in cui si augura la morte ai profughi, si spera che affondino i barconi, ci si chiede perché Saviano non sia ancora morto, si discetta sugli stupri che devono capitare alla Boldrini e ci si ingegna nell’analisi lessicale delle cazzate di qualche ministro fingendo di non sapere che certa retorica serva solo come miccia per accendere la feccia.

Abbiamo i personaggi pubblici meno riservati degli ultimi cinquant’anni, ne conosciamo i gusti sessuali, le intolleranze alimentari e i soprammobili in salotto ma non riescono a dire una parola, prendere una posizione sulle piccole disumanità in scia di un partito che pur essendo azionista (di minoranza) del governo instilla una guerra continua, giorno dopo giorno, in campagna elettorale permanente intenta ad agitare le folle. Sia inteso: non è obbligatorio essere contro questo governo per dichiararsi estranei alla ferocia che si annusa nell’aria ma è obbligatorio ribellarsi (sì, è obbligatorio, e come dice giustamente Roberto Saviano “chi non prende parte ora sarà colpevole per sempre”) al razzismo becero di chi considera l’etnia e la provenienza geografica un valido motivo per morire e essere lasciati morire.

Personaggi televisivi che da anni ci impartiscono lezioni di benpensantesimo da tutte le reti televisive preferiscono parlare della penuria di ombrelloni piuttosto che lasciarsi scappare un giudizio sul presente, sacerdotesse della domenica pomeriggio (quelle maestre dei selfie a culo di gallina con gli ospiti politici e di giudizi censori sullo scibile umano) galleggiano tranquille nella melma di questi giorni, opinionisti apodittici (di politica, calcio, tennis, moda, reality anche tutto contemporaneamente) scrivono messaggi privati per esprimere una solidarietà che non renderebbero pubblica nemmeno sotto tortura, saggisti tuttologi che vendono sugli scaffali futuri apocalittici ma trovano potabile il presente.

(continua su Linkiesta qui)

Facevano già schifo ventisei anni fa

“Fino a ieri “terroni go home” l’avevano scritto solo con le bombolette spray, sui muri all’ingresso delle città o sui cartelli delle autostrade. Mani anonime che nella notte lanciavano urbi et orbi il loro sfratto ai meridionali, urla senza volto dietro le quali poteva esserci uno, nessuno o centomila. Fino a ieri. Perché da sabato scorso l’invito agli italiani del Sud a tornarsene a casa, a lasciare i territori del Nord, è scritto nero su bianco su un grande manifesto che campeggia sui muri di molte città, dall’Emilia rossa al Trentino bianco, dall’opulenta Lombardia al candido Veneto.

Cosa c’è scritto, su quel manifesto? C’è un segnale d’allarme, messo lì a motivare quel che segue: “Emergenza!”. E c’ è un invito cortese e ipocrita: “Onesti e bravi siciliani, calabresi, campani e sardi, fate un atto di coraggio: tornate a casa”. Il tutto condito dalla seguente argomentazione: “La criminalità organizzata e protetta si è impadronita delle vostre terre e quella povera gente ha bisogno di voi. I nostri figli ci sono già andati e sono stati accolti a fucilate. In una terra ostile, dove il razzismo e la criminalità dilagano e la presenza degli alpini e di tutti i nostri giovani soldati è osteggiata, vogliamo ritorni la civiltà”. E chi può portarcela, la civiltà, meglio di quei meridionali che l’hanno conosciuta al Nord? Nessuno. Dunque facciano le valige, lascino pure ai settentrionali le loro case e i loro posti di lavoro, e vadano a sbrogliare quella matassa insanguinata che si chiama mafia.

La novità, dicevamo, è la firma. “I giovani del Nord”, che sarebbe l’organizzazione giovanile della Lega di Bossi. E così accanto al federalismo e alla rivolta fiscale, in attesa di una improbabile marcia su Roma, i leghisti puntano verso il Sud un missile che somiglia molto a quella pulizia etnica che sembrava sepolta nei libri di storia e invece è riemersa tra le macerie dell’ex Jugoslavia. Le case di Zafferana. Evidentemente, più la crisi avanza, più la politica va in cancrena e più si fa strada quella sorda insofferenza che sette anni fa, quando il vulcano minacciava le case di Zafferana, si manifestò in Veneto con le scritte sui ponti dell’ autostrada: “Forza Etna!”. Fuori i sudisti dal Nord?

A Trento, appena il manifesto è apparso sui muri della città, un commerciante di origini calabresi ha alzato il telefono e ha chiamato, allarmatissimo, il centralino dell’Adige. Il giornale ha aperto il caso e il leader dei giovani dc del Trentino, Maurizio Roat, ha subito lanciato l’allarme: “Questo genere di inviti evoca sinistri ricordi del passato, e propone scenari jugoslavi. I giovani della Lega vogliono forse promuovere l’epurazione etnica?”. Luca Matteja, il segretario dei “Giovani del Nord”, ha dato una risposta debole ed evasiva: “Il vero razzismo è continuare a opprimere la gente onesta e sana del Sud con il modo di governare della Dc”. Non ha detto che lui non intende affatto rimandare a casa i meridionali. Né l’ha detto il capogruppo della Lega a Montecitorio, Marco Formentini, subito intervenuto per tentare di sgombrare il campo dagli imbarazzanti sospetti avanzati dal giovane democristiano.

Quel manifesto, sostiene l’onorevole Formentini, “era stato fatto nel mese di agosto, in occasione delle tensioni scoppiate tra i nostri militari e alcuni individui faziosi”. Roba vecchia, scaduta. E come la mettiamo con l’invito ai meridionali a tornarsene a casa? Qui il capogruppo si arrampica un po’ sugli specchi, spiegando che l’intenzione era quella di invitare “gli altri giovani di ogni regione d’ Italia, ad impegnarsi nella lotta alla criminalità e per il riscatto della gente onesta”. Chi parla di “epurazione etnica” conclude Formentini, non ha capito nulla. Anzi, compie un’operazione “tendenziosa e in malafede”. Una smentita a metà, come si vede. Che non fuga per niente il dubbio che la Lega intenda alla fine cavalcare quell’inconfessabile sentimento popolare che vorrebbe rispedire al Sud i terùn, gli emigranti brutti sporchi e cattivi venuti a rubare il lavoro ai figli della Padania”.

L’articolo che avete appena letto risale al 28 ottobre del 1992 (che anno, quel ’92, in cui la Lega era il governo del cambiamento con tutti quei corrotti), è stato pubblicato in quell’anno su Repubblica e racconta perfettamente il periodo che stiamo vivendo e soprattutto la natura della Lega di Salvini (o Lega Nord, o Lega Lombarda o come si è chiamata in tutti questi anni passati) che da sempre ha avuto bisogno di individuare dei pericolosi ultimi per accendere gli animi e rimestare nella merda. Ma questa volta, nel buongiorno di oggi, non c’è nemmeno bisogno di leggere altro: leggete questo pezzo di ventisei anni fa, stampatelo, giratelo via mail agli amici. Ecco quello che siamo stati senza imparare la lezione.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/06/20/facevano-gia-schifo-ventisei-anni-fa/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.