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Politica

Eletto dal popolo

Movimento 5 Stelle e Lega Nord hanno corso alle ultime elezioni da avversari. Se le sono date di santa ragione, anche. E se due partiti se le danno si santa ragione, inevitabilmente, significa che in quel momento sono convinti di avere differenze irredimibili di programma e, in questo caso, di valori etici. I leghisti dicevano descrivevano i grillini come impreparati, fanfaroni, non credibili; i grillini descrivevano i leghisti come ladri, servi di Berlusconi, pericolosi e molto altro.

Non solo: il Movimento 5 Stelle ha sempre detto di non volere nemmeno immaginare un accordo con i partiti. La diversità del Movimento stava proprio nel ritenere tutti uguali gli altri, inconciliabili con i valori del Movimento. La Lega, dall’altra parte, rivendicava l’appartenenza alla coalizione di centrodestra (ricordate? Salvini voleva esserne il leader, fin dalla campagna elettorale). In sostanza si sono presentati agli elettori così.

Poi: la contestazione fatta al Partito democratico nel corso degli ultimi governi (con tutte quelle che invece nel merito si sarebbero potute fare) fu di avere messo alla presidenza del consiglio Matteo Renzi che alle elezioni non si era nemmeno presentato come semplice parlamentare. Dissero (sia Salvini che di Maio) che un governo non uscito dalle urne è una forzatura del presidente della Repubblica. Inaccettabile, dicevano.

Ancora: tra le diverse contestazioni fatte al governo Renzi ci fu quella di essere avvenuto quando gli equilibri politici erano ormai cambiati. In sostanza l’accusa era di essersi presentati alle elezioni da alleati con la sinistra e poi avere cambiato gli equilibri.

Bene. Facciamo un patto. Quello che sta accadendo ora (e non si dica del contratto di governo perché ogni governo nel momento in cui chiede la fiducia al Parlamento ovviamente illustra un programma, senza bisogno della metafora berlusconiana del contratto) è politica. Mettiamoci d’accordo: o quelli di prima erano pessimi e quindi sono pessimi anche questi, oppure semplicemente la politica e le mediazioni funzionano così, come stabilito nei termini della Costituzione. Almeno questo, prima di partire.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/22/eletto-dal-popolo/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Dal «non sono razzista ma…» al «non si mettono le bombe ma…»: la Lega si prepara a governare

«La gente è sempre più stufa della politica intrapresa dagli ultimi governi in materia di immigrazione» ha dichiarato il dirigente della Lega Alto Adige riferendosi all’intimidazione di ieri in un centro migranti vicino a Bolzano. Il presidente della Onlus risponde: «il vero disagio è nel mescolare delinquenti e rifugiati senza riuscire a trattare i temi separatamente».
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Weinstein, il lupo cattivo e l’avvento del reale

Per evidenti motivi personali ho vissuto e vivo la vicenda del movimento #Metoo molto da vicino. Vicinissimo, direi, visto che per mesi ho raccolto la merda in giro per casa, convivendo con gli schizzi al mattino, al pomeriggio e la sera. Ho potuto assaggiare le reazioni (quelle buone e quelle cattive) con tutta l’amplificazione con cui sono arrivate addosso alle protagoniste, insieme alle reazioni scomposte di predatori parecchio preoccupati, alle inattese vicinanze di donne e uomini che hanno colto la fatica e il dolore e alle promesse più o meno disinteressate di certa politica.

Per tutto questo l’arresto di Weinstein oggi so quanto sia una liberazione. Per Asia, ovviamente, ma anche per Miriana, per Ambra e per tutte quelle che il nome non hanno nemmeno potuto dirlo, fragili come sono in una carriera che probabilmente non inizierà nemmeno, confuse come sono in mezzo agli aiuti promessi che poi non si sono realizzati, spaventate da una fallocrazia che se le è ingoiate con ferocia.

Weinstein di fronte alla polizia è l’avvento della realtà: i racconti escono dal gossip o dalle pagine unte di certa stampa e entrano nelle stanze della legge, dello Stato. So che sembra incredibile ma è rassicurante essere verificate dalle indagini quando per mesi si è state masticate da (pessimi) editorialisti.

Ed è il passo che, vedrete, arriverà anche qui. Ed è significativo come certi dolori possano essere rassicurati dalla giustizia, quella stessa che i predoni sventolano per zittire le vittime e di cui invece hanno una paura fottuta.

È un giorno buono. Sì.

 

Migranti e omosessuali pari sono

Ci siamo noi e poi ci sono loro. Il messaggio razzista e un po’ fascista arriva direttamente dal magnifico rettore (volutamente minuscolo) di Verona Nicola Sartor che decide di cedere alle proteste di Forza nuova (sì, Forza nuova) e annulla una giornata di studio sulle migrazioni Lgbti dal titolo “Richiedenti asilo. Orientamento sessuale e identità di genere”. Gay e per di più “negri” e per di più “clandestini” deve essere sembrato troppo all’illuminato rettore. Ebbene, leggete cosa è stato in grado di scrivere:

«Ho dovuto disporre la sospensione della giornata di studio “Richiedenti asilo. Orientamento sessuale e identità di genere” prevista per il 25 maggio prossimo, rinviando l’approfondimento dei suoi contenuti scientifici a data da destinarsi.

L’evento è uscito dall’ambito scientifico per diventare terreno di contrasto e soprattutto di ricerca di visibilità per diversi attivisti di varia estrazione.

L’Università non può prestarsi a strumentalizzazioni da parte di soggetti estranei al mondo scientifico che si scontrano su temi politicamente ed eticamente controversi come quelli delle migrazioni e dell’orientamento sessuale delle persone».

La controversia sull’orientamento sessuale delle persone dentro un’università ci mancava. Sommarla come niente fosse alle migrazione, tutto dentro un calderone di spaventosa diversità è un capolavoro di scemenza.

Siamo pronti per l’Italia del futuro, direi.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/18/migranti-e-omosessuali-pari-sono/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Chissà che un giorno non salga un po’ di coraggio su Israele

A leggere i titoli dei quotidiani italiani viene subito un moto di voltastomaco: nel giorno in cui Israele compie i suoi settant’anni, cinquanta palestinesi morti ammazzati rimangono per terra insieme ai pezzi di migliaia di feriti. Trump ufficializza l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme e questi decidono di festeggiare bevendo sangue, mangiandosi cadaveri e godendo del pregiudizio internazionale di chi ancora ha il coraggio di raccontarli come una democrazia illuminata.

Verrebbe da chiedersi cosa dovrebbe accadere perché anche qui in Italia si possa puntare il dito contro le derive sanguinarie di Tel Aviv che continua ad essere raccontata come una capitale davvero democratica, davvero occidentale e davvero digeribile.

«La politica israeliana ha spazzato via ogni possibilità di uno Stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula “Due Popoli, Due Stati”. Lo Stato Palestinese non c’è più, è stato occupato, colonizzato. I territori palestinesi sono ormai come riserve indiane. Il vero problema che si pone è quello dei diritti umani e civili della popolazione. Uno Stato Palestinese non c’è più, c’è solo uno scenario sudafricano, in cui i palestinesi vivono una forma di apartheid. L’Europa pare non voler capire che questa situazione rappresenta una minaccia diretta: l’odio che Israele e Usa attirano verso tutto l’Occidente potrà portare a nuove reclute per il terrorismo, a nuove ondate di rifugiati, e saremo noi europei a pagare il prezzo di questa ferita aperta»: le parole, condivisibili da scolpire nelle dieci tavole dell’ennesimo eccidio in nome di un qualche dio sono di Massimo D’Alema. Sì, avete letto bene. M a s s i m o D’ A l e m a. Se D’Alema è l’unico a dire quello che la giustizia si aspetterebbe di ascoltare significa che forse c’è un problema.

È lo stesso problema che spinge certi quotidiani nazionali a titolare “scontri” per raccontare dello sterminio iperarmato di uno Stato contro ribelli inermi. È lo stesso problema di qualche vate antimafia che insiste nel non vedere le violenze di Netanyahu illudendosi di vederlo veramente leader.

Chissà se un giorno anche qui dalle nostre parti si avrà il polso di riconoscere che lo Stato che rappresenta quel popolo così storicamente oppresso oggi è diventato il simbolo di un’oppressione che insiste nel volersi condonare per ciò che ha subito senza prendersi la responsabilità di ciò che fa subire ad altri. Chissà quanto tempo servirà per riconoscere le vittime diventate aguzzini. Chissà quando si smetterà di torgliersi il cappello di fronte a Israele.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/17/chissa-che-un-giorno-non-salga-un-po-di-coraggio-su-israele/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Giulio Sapelli, poema triste

Se l’avesse scritto Roberto Bolaño quella notte di Sapelli sarebbe stata la trasposizione di Auxilio Lacouture, la poetessa uruguaiana che rimase chiusa nascosta nei cessi dell’università di Città del Messico durante tutta l’occupazione militare del 1968, come raccontato nel romanzo I detective selvaggi.

Io me lo immagino, Giulio Sapelli, con tutto l’amore che ha per se stesso come capita a noi, così terribilmente deboli quando ci capita di raccontarci agli altri. «Una delle voci più originali e fuori dal coro tra gli economisti italiani», scrive Sapelli di Sapelli presentandosi sul suo sito, come parlano di sé in terza persona certi professori incassati nei propri completi con troppe spalline, quelli che si schiacciano i capelli di lato prima di parlare per affilarsi e sembrare più appuntiti.

Mi immagino «l’intellettuale poliedrico» Sapelli (sì, si autodefinisce anche così) che riceve la telefonata nella sua abitazione che profuma di carta (e di quella polvere che si lascia perché sta così bene con la letteratura) in cui gli si chiede di incontrare i due partiti che provano a brigare un governo. Lo vedo che sceglie il vestito buono, che si passa la mano sul mento per verificarne la liscezza e che durante il tragitto si allena ad essere autorevole e convincente, schiarendosi la voce nell’umido romano.

Lo vedo mentre stringe le mani sentendo il profumo della scelta, lo sento discutere del programma di governo pregustando la dolce chiamata a “servire la patria”, dire no grazie io non prendo niente ho già bevuto il caffè perché i professori smettono presto la litania della cena e del dopo cena predisposti a indaffararsi subito di nuovo e mi immagino il sorriso mentre rincasa. Se dovessi osare, intravedo uno di quei saltelli a schioccare i tacchi, anche solo immaginato nella testa, come moto di gioia e soddisfazione.

Una notte da presidente del consiglio è un sabato del villaggio che cade di capodanno. Chissà che acquolina gocciola in bocca in una notte così. E invece Giulio Sapelli, ieri, ha saputo che di Sapelli non è mai interessato a nessuno lì sopra. Ha letto l’agenzia di stampa che deve essergli risuonata come un epitaffio: «Mai pensato a Sapelli» dicono di lui i protagonisti della politica romana.

Chissà che malinconia. Forse avrà frainteso. Avrà sbagliato una frase di quelle che aveva maledettamente soppesato preparandosi all’incontro. O forse era solo un pourparler preso troppo sul serio. Chissà che tedio Sapelli, di quello che capita per delusione a chi prende sul serio cose e persone da non prendere troppo sul serio.

Buon martedì.

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L’ignoranza costa. Più dei sacchetti per la frutta al supermercato

Prima un breve passo indietro: il primo gennaio entra in vigore la legge 123/2017 che applica la direttiva europea 215/720. Si tratta, tanto per capirsi, dei famigerati sacchetti biodegradabili nei supermercati e l’obbligo di inserirne il costo nello scontrino.

Vi ricordate? Fu tutto un parlare di “poteri forti”, “ennesimo danno ai cittadini”, “colpa del Governo”, “l’ennesimo modo subdolo per spillarci soldi” e tutta una fiumana di persone che per sfidare il potere decideva di portarsi il sacchetto da casa (siamo il Paese delle grandi battaglie, eh sì) e tutta una pioggia di ricorsi.

Cosa è cambiato? Basta leggersi l’ultimo report di Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) per capirlo: scrive l’istituto che  «a fronte di una riduzione degli acquisti di “sfuso” del 3,5% e del 7,8% della relativa spesa, si registra l’aumento delle vendite di ortofrutta fresca confezionata (+11% in volume e +6,5% la spesa)». Aggiunge Ismea: «Si tratta di numeri che rendono ipotizzabile come la reazione istintiva avversa dei consumatori, anche a seguito del forte seguito mediatico attribuito all’evento, abbia fornito un’accelerazione a un processo di sostituzione di per sé già in atto. La novità e la sorpresa contenuta nei dati relativi al primo trimestre 2018 sta nella forza impressa a questa tendenza dall’entrata in vigore della nuova disposizione. Infatti, nel primo trimestre 2018 le vendite di ortofrutticoli confezionati rappresentano il 32% del totale contro il 29% del primo trimestre 2017». Tutto questo Left lo aveva anticipato quattro mesi fa.

In pratica il terrorismo su una norma che avrebbe dovuto diminuire l’impatto ambientale (e che costa molto meno della frutta e della verdura confezionate) ha fatto aumentare la spesa delle famiglie. Mica per inflazione o mala politica. Per ignoranza. Celebrata come se fosse una rivoluzione.

Buon lunedì.

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Sperare che gli altri falliscano non porta voti. E non fa bene al Paese

Sì, lo so, scrivo qualcosa di scontato ma di questi tempi sembra piuttosto difficile mettere in fila gli elementi per una serena discussione che non abbia effetti dirompenti sulle opposte furiose tifoserie ma, al di là del fatto che sia vera o meno la frase attribuita a Renzi da La Stampa (“e adesso pop-corn per tutti”) si sente in giro una certa malcelata soddisfazione nel pregustare il fallimento dell’asse Lega-M5S (e Berlusconi bonario) come se il fallimento degli altri al governo sia un buon modo per recuperare voti nei loro confronti.

Succede ora ma è un atteggiamento snob che si ripete ciclicamente. Mettersi comodi a ripetere «bene ora vediamo cosa sapete fare, vedrete come fallirete» è roba da litigi tra bambini, una ripicca velenosa e piuttosto irresponsabile che accende gli animi lì dove la politica diventa tifo da stadio ma non tranquillizza per niente chi spererebbe che questo Paese possa funzionare meglio. Mettersi ad urlare in faccia a qualcuno «avete votato i fascioleghisti ora teneteveli» è roba da bar sotto casa, non è un atteggiamento da classe dirigente. Prendere per il culo gli elettori non è un buon modo per tornare, alle prossime elezioni, a chiedergli il voto.

Se dalle parti del centrosinistra hanno intenzione di intendere l’opposizione come una sequela di tweet ironici, fotomontaggi di pessimo gusto, perculate su congiuntivi e sintassi e trafugamenti continui di dichiarazioni passate degli avversari poi smentite dai fatti allora è il caso che qualcuno vada dai dirigenti del centrosinistra a dirglielo chiaro: avete fatto cose di destra e alla fine hanno votato la destra ora sappiate che se farete i populisti voteranno sempre l’originale. Piuttosto cercate di capire cosa volete diventare voi. Meglio.

Buon venerdì.

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Tanto tuonò che governo

Dai che forse ce l’hanno fatta. Hanno trovato la quadra per mettere in piedi un governo. E fa niente che fosse la prima ipotesi percorsa, quella che poi è stata sputata, vomitata e ripetutamente offesa come “errore da non ripetere” con reciproci scambi di accuse per cui la Lega era schiava di Berlusconi secondo il Movimento 5 stelle e il Movimento 5 stelle era una manica di incapaci secondo la Lega. Ora hanno fatto pace, ritirato tutto. E hanno fatto un governo per suggellare la ritornata amicizia.

Dai che forse ce l’hanno fatta. Avrebbero voluto “fare fuori” Silvio Berlusconi e invece hanno trovato questa comoda via d’uscita per cui sarà Berlusconi stesso a tenere in mano i voti per governare (o per fare cadere il governo da un giorno all’altro) rendendolo improvvisamente protagonista dallo scarto periferico che era. L’amichevole astensione di Berlusconi (indispensabile per governare) è ritenuta potabile. Così è se vi pare. Lui sembrava finito e invece ancora una volta è indispensabile. E ancora una volta c’è qualcuno che crede al fatto che sia disposto a rimanere periferico. Beati voi.

Dai che forse ce l’hanno fatta. Ci hanno provato con la Lega. Poi sono andati dal Pd dicendo che con la Lega ormai «il forno era chiuso» e poi sono tornati dalla Lega. L’importante è «mettere in piedi un governo», dicono. Benissimo, ora capiremo come sia possibile trovare una sintesi tra i poli opposti. Come se fosse tutto uno scherzo.

Dai che ce l’hanno fatta. Alla fine più di tutto è contata la paura di tornare alle elezioni, come nei Parlamenti poltronifici che si rispettino dove ciò che conta è soprattutto non rischiare di perdere il posto. L’autopreservazione è il primo punto del programma, la preservazione e lo sviluppo del Paese vengono solo dopo.

Ma c’è una cosa, più di tutto, che ora conta: il governo, appunto. Che è cosa ben diversa dalla propaganda e dalla campagna elettorale. Ora aspettiamo con ansia la soluzione di tutti i problemi e di tutte le emergenze che sono state sventolate (spesso a caso) in questi ultimi anni. Ora c’è da fare politica che è cosa ben diversa dalla propaganda. Ma soprattutto ora c’è da dirigere, oltre che fregiarsi di essere classe dirigente.

Buon giovedì.

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