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Politica

Ma che dice l’Europa di Macron?

Sarebbe curioso sapere che ne pensa l’Europa di Emmanuel Macron, che decide di fare Stato autonomo e indipendente per attaccare la Siria compiacendo Trump, gli Usa e tutto il resto. Sarebbe curioso sapere anche che ne dice Macron del suo finto europeismo da quattro spicci (utile finché poteva essere utile per sconfiggere la «guerrafondaia» Le Pen, come disse Macron), che ha sventolato per mesi e che qui in Italia ha eccitato un certo centrosinistra inconcludente e confuso.

Sarebbe curioso sapere che ne dice l’Onu di Macron. Se prima o poi ha intenzione di spiegarci come funzioni un’Organizzazione delle Nazioni Unite che non riesce a tenere uniti i propri Stati membri, come uno di quei ristoranti che non rispetta l’insegna e i menù messi solo per attirare turisti.

Sarebbe curioso sapere che ne pensa il Parlamento francese di questo Macron, che decide di fare la guerra senza concedersi il disturbo di informare la propria assemblea e giustificando tutto questo con l’urgenza di una situazione che si trascina da anni e che faceva comodo lasciare passare inosservata.

Sarebbe curioso anche sapere cosa si siano detti Macron e il principe saudita Mohammed bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell’Iran, che si sono incontrati pochi giorni fa in un faccia a faccia definito «strategico» da entrambe le parti e che è coinciso con la decisione dell’attacco alla Siria.

Sarebbe curioso sapere che ne dicono i macronisti di noialtri che l’hanno celebrato per mero calcolo elettorale nazionale e senza nessuna conoscenza favoleggiando sulla sua capacità politica e di mediazione. E questo si è messo a fare la guerra.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/04/16/ma-che-dice-leuropa-di-macron/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Dipendono ma non sono dipendenti

Sono tracciati in ogni loro movimento. Il datore di lavoro ha un controllo totale sugli orari e può modificarli senza preavviso. Se qualcuno di loro ha dei problemi fisici si sente rispondere dal suo responsabile che gli dispiace ma non può fermarsi. Ovviamente non c’è nessun diritto alla malattia. Se qualcuno di loro risulta troppo lento può capitare che si senta dire “sei lento, sei più lento delle femminucce”. Non timbrano ma devono fare il “login” all’interno dell’app. I padroni delle aziende per cui lavorano si sforzano di convincerci di avere “inventato” un lavoro “agile e con il sorriso” mentre invece i fattorini fanno uno dei mestieri più antichi del mondo.

Sono dipendenti nel senso 2.0: dipendono in tutto e per tutto dall’algoritmo e dalle decisioni dei capi (che incitano la delazione interna in cambio di un progresso di carriera) ma non hanno diritti. I nuovi dipendenti della “new economy” (su cui anche una certa sinistra sembra avere perso il senso della misura)  sono allevati così bene che trovano incredibile rivendicare diritti.

Così ieri i sei rider di Foodora che sono stati “licenziati” (ma non è un licenziamento vero, perché non è un lavoro vero, secondo la legge) dopo avere protestato per la paga troppo bassa in tribunale a Torino hanno capito che la simpatia e la disponibilità non hanno valore legale. E chissà che qualcuno oggi non cominci a pensare che per questo servirebbero contratti seri con diritti seri e magari anche intermediari (quei sindacati che oggi quasi tutti osteggiano) che vigilino sui rapporti di lavoro. E chissà che magari anche qui da noi la politica cominci a rendersi conto (a destra e a sinistra) che quando qualcuno parla di “nuove professioni” è urgente fare due cose subito subito: capire che non siano le vecchie professioni travestite con meno diritti e, in caso contrario, sapere che servono nuove leggi. Politica, appunto.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/04/12/dipendono-ma-non-sono-dipendenti/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

A proposito di autobus

Ha insistito. Si è innervosito. E poi ha preteso che l’autobus non continuasse il suo viaggio. Un sessantenne di Civitella (provincia di Forlì-Cesena) pretendeva che venisse controllato il biglietto di alcuni  passeggeri stranieri. Se l’è presa con l’autista, gli ha chiesto di accostare e verificare di persona e quando quello si è rifiutato ha pensato bene di improvvisarsi controllore chiedendo agli stranieri di mostrargli il biglietto. Mica agli italiani, solo agli stranieri.

Quando quelli si sono rifiutati ha cominciato ad inveire costringendo l’autista a fermare la corsa e chiamare i carabinieri perché le focose intemperanze (razziste, si può dire?) dell’anziano non sfociassero in qualcosa di peggio. È l’aria che tira dalle nostre parti di questi tempi, qui dove in nome della xenofobia (che è razzismo travestito) molti disperati credono di trovare la giustizia sociale prendendosela con altri più disperati di loro. Qui dove stanare uno straniero senza biglietto è l’aspirazione di una moltitudine di sceriffi fai da te che s’imbruttiscono nel cercare conferme dei propri teoremi per poter dire che avevano ragione loro, che “non sono razzisti ma” e che l’invasione (e non la mala politica, i furbi, i mafiosi e i corrotti) è la causa di tutti i mali. Quando l’ultima spiaggia per resistere al proprio disagio è nell’inchiodare gli altri significa che la situazione è terribilmente infiammabile e lassù c’è una classe dirigente che prima o poi dovrà fare i conti con i mostri che ha creato.

I carabinieri hanno denunciato il sessantenne per interruzione di pubblico servizio (l’autobus è rimasto bloccato per più di mezz’ora).

E gli “stranieri” avevano tutti un regolare biglietto.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/04/05/a-proposito-di-autobus/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Fino all’ultimo giorno, l’importante è uccidere Dj Fabo

Dj Fabo non l’ha ucciso Marco Cappato, no. E non ha nemmeno agevolato il suicidio se davvero (come è vero) il diretto interessato ha inseguito quel gesto con il sospiro di chi arriva a una liberazione. Non l’ha ucciso la fidanzata, non l’ha ucciso sua madre e non l’ha ucciso nemmeno la pm che non è riuscita a trattenere le lacrime sostenendo l’accusa. Dj Fabo lo uccidono tutti i giorni i chiodi di un cattolicissimo benpensare che crocifigge chi si permette di credere che non ci sia una strada comandata per la libertà ma piuttosto che il diritto all’autodeterminazione sia sacrosanto (laicissimamente sacrosanto) nel momento in cui non danneggia nessuno.

E se è vero che la legge non sempre è giusta e soprattutto non sempre è al passo con la sensibilità dei diritti e dei tempi è altresì vero che gli stessi che si scandalizzarono quando Matteo Salvini disse sulla legge sul biotestamento che lui si occupa «dei vivi, mica dei morti» oggi ci spiegano che la scelta del Governo di difendere in Corte costituzionale il divieto del codice penale risalente agli anni 30 che norma il reato di cui è imputato Marco Cappato è una scelta “politica”.

Hanno aspettato l’ultimo giorno utile per difendere una norma liberticida (che andrebbe cancellata presto, piuttosto che difesa) riuscendo nella mirabile impresa di ridare fiato ai tromboni sempre impegnati a scegliere cosa sia giusto per gli altri (e di solito molto permissivi con se stessi).

Come dice Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Luca Coscioni: «Per quanto riguarda Marco Cappato, il suo collegio di difesa che coordino e l’Associazione Luca Coscioni, il nostro obiettivo non cambia: vogliamo far prevalere, contro la lettera del codice penale del 1930, i principi di libertà e autodeterminazione riconosciuti dalla Costituzione italiana e dalla Convezione europea dei diritti umani, nella convinzione che Fabiano Antoniani  avesse diritto a ottenere in Italia il tipo di assistenza che – a proprio rischio e pericolo – ha dovuto andare a cercare all’estero con l’aiuto di Marco Cappato».

Tutti consapevoli che il prossimo governo sarà ancora peggio.

Buon martedì.

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Sotto i proclami un mese di niente

È curioso che i due, Di Maio e Salvini, si trasformino improvvisamente in quieti adoratori delle istituzioni e sfegatati seguaci del presidente della Repubblica in vista delle prossime consultazioni. È curioso (e piuttosto pericoloso) che da ormai un mese riescano nel misero giochino del dichiarasi vincitori di elezioni che non ha vinto nessuno e pure insistano nel maramaldeggiare un incarico che gli spetterebbe – dicono loro – di diritto nutrendo grandi aspettative per il loro primo appuntamento con Mattarella come se fosse lui la chiave di volta di uno stallo che invece richiederebbe solo un po’ di concreta politica.

Di Maio insiste nel pretendere di essere presidente del Consiglio poiché era suo il nome sotto il simbolo del Movimento 5 stelle sulla scheda elettorale e fa niente che la legge elettorale non prevedesse nessuna indicazione in questo senso. A forza di continuare a insistere con la semplificazione (ma l’hanno fatto in molti, anche a sinistra) lo slogan pubblicitario è diventato un atto politico che dovremmo accettare come regola per la popolarità della consuetudine, evidentemente. Quando il Movimento 5 stelle presentò la squadra dei ministri qualcuno provò a dire che nonostante lo spettacolino funzionasse parecchio in questi tempi di confusa ignoranza delle regole e della democrazia esiste un iter consolidato e normato per costituire un governo, qualcosa di un po’ più complesso di un sfilata in stile calcistico a inizio stagione. Nelle prossime ore sarà Mattarella, a ripeterglielo.

Dall’altra parte Matteo Salvini non sa più cosa inventarsi per usurpare i voti di Berlusconi facendo finta che Berlusconi non esista. E così rivendica il risultato della coalizione di centrodestra (che è sicura e serena come un safari in cabriolet) fingendo che sia tutto suo e usa tutti questi ultimi giorni per imparare la parte del responsabile istituzionale sperando che ci si dimentichi in fretta dei suoi conati sparsi contro tutti in questi ultimi anni. Anche lui, ovviamente, ha scambiato un hashtag per una promessa che chissà chi dovrebbe concedergli e continua a farsi immortalare con la faccia tronfia di chi si apparecchia da premier.

Il punto è che nessuno ha la maggioranza parlamentare. Nessuno dei due. E Di Maio non vuole Berlusconi anche se si terrebbe volentieri Salvini e Salvini d’altro canto non può permettersi di fidanzarsi con Di Maio tenendo in disparte Berlusconi. Tutto esattamente come un minuto dopo le elezioni. Tutto fermo. Tutto uguale. È passato un mese, abbiamo assistito a una moltitudine di schermaglie e di foto in posa ma non è cambiato niente. Non è servito a niente. Sotto i proclami un mese di niente. E ora quelli del «rispettare la volontà del popolo» si affidano a Mattarella. Che gli dirà, con il solito garbo e con poco agio, che il popolo ha chiesto a Di Maio e Salvini di fare politica, oltre ai post su Facebook.

Buon martedì.

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Sarebbe una bella opposizione, quella agli indegni

Che poi se ci pensate è soprattutto una questione di dignità. Dignità nel senso di misura, forma, etica e potabilità di ciò che è universalmente riconosciuto come ingiusto, falso o disonesto. Se improvvisamente diventasse obbligatoria la dignità – obbligatorio averla, obbligatorio pretenderla – il fumus con cui si giustificano azioni indegne non verrebbe preso in considerazione, nemmeno se sparato di grancassa su tutti i media: una bugia sarebbe una contraddizione che una volta svelata pretenderebbe la dignità di farsene carico e di agire di conseguenza.

Se la dignità fosse obbligatoria il problema del giorno non sarebbe Bardonecchia, lo sconfinamento e i pruriti nazionalisti ma piuttosto sarebbe il succo dell’azione, quello che è veramente successo, il perseguitare un disperato come se fosse una priorità nazionale e, se la dignità fosse obbligatoria, il ministro Minniti non potrebbe ergersi a maestro di politica estera e sicurezza senza che goccioli dappertutto il sangue libico con etichetta italiana. Se la dignità fosse uguale per tutti non ci sarebbe una gara su chi è più xenofobo, disumano e respingente. Ci sarebbero i degni e gli indegni e Minniti e francesi sarebbero nella stessa squadra.

Se la dignità fosse uguale per tutti, le parole avrebbero un peso oltre che un senso. Salvini e Di Maio avrebbero addosso tutte le frasi che si sono detti, uno contro l’altro, e un abboccamento non potrebbe avvenire senza prima disfarsi di loro: non è un “avvicinamento” ma è un cambio di linea politica. Ed è così indegno cavalcare il cambiamento dopo essersi intascati i voti per farsi la guerra.

Se la dignità valesse per tutti ci sarebbero i “senza diritti”, i “senza casa”, “i senza lavoro”, i poveri, gli umiliati, i “senza speranza”, i periferici che sarebbero una violazione della dignità come diritto. Ci si concentrerebbe sui carnefici e non sui disperati.

Se la dignità fosse obbligatoria i servetti di Berlusconi non potrebbero discettare di diritti delle donne, Salvini sarebbe (nella migliore delle ipotesi) colui che ha ricandidato Umberto Bossi condannato in primo grado a 2 anni 3 mesi per appropriazione indebita, Casaleggio non potrebbe discettare di democrazia digitale avendo provato a registrarne il marchio, una certa parte del Pd dovrebbe raccontarti del proprio recente passato piuttosto che disquisire di futuro, un pezzo di sinistra dovrebbe placidamente farsi da parte e qualche ministro dovrebbe chiedere scusa.

Se la dignità fosse obbligatoria si scriverebbe che una porzione di questo Parlamento, anche se ha ancora addosso il profumo di nuovo, si porta dietro l’odore della fogna, intriso com’è di promessi dimissionari mai dimissionati, di volgari provocatori sempre sull’onda, di incapaci e di bolliti.

Sarebbe una bella opposizione, quella agli indegni.

Buon lunedì.

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Tutti così zitti che tocca dare ragione a Salvini

«L’indipendenza della Catalogna è probabilmente una cattiva idea, certamente va contro gli interessi della più ampia nazione spagnola e molto probabilmente contro gli interessi della stessa regione. … Madrid deve iniziare a parlare con i suoi avversari e smettere di cercare di incarcerarli.» A scriverlo è Jean Paul Goujon sul Times, non proprio un pericoloso quotidiano progressista.

C’è l’ex presidente arrestato per «ribellione, sedizione e malversazione per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna» (che scritto così sembra un reato da cartone animato), vi è il mandato d’arresto europeo per Meritxell Serrat, Toni Comín e Lluís Puig e Clara Ponsatí; ci sono decine di arresti; c’è la repressione e soprattutto, manca la politica.

Ma sulla questione catalana (ma va?) continua a pesare anche il silenzio dell’Europa che sembra avere definitivamente deciso di di disinteressarsene. «Se permettessimo alla Catalogna di separarsi – e comunque non sono affari nostri – altri faranno lo stesso. Non voglio che succeda. Non mi piacerebbe che tra 15 anni avessimo un’Unione Europea con 98 stati», aveva dichiarato già lo scorso ottobre Jean-Claude Juncker. E quindi a posto così.

Per farla breve: il premiere spagnolo Rajoy è riuscito a infiammare il movimento indipendentista catalano (pacifico, popolare e con una grande capacità di mobilitazione) preferendo la repressione giudiziaria alla soluzione politica. L’Europa tace. L’Italia tace. E tutto intorno c’è tanto silenzio e tanto immobilismo che addirittura risultano sensate le parole di Salvini che chiede il dialogo piuttosto che le manette. Tutti talmente pavidi che alla fine tocca dare ragione Salvini.

Buon mercoledì.

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Le parole di Fico e le risposte che mancano

Centralità del Parlamento. Nessuna scorciatoia in aula nell’iter dell’approvazione delle leggi. «In un contesto in cui il rapporto tra il potere legislativo e il potere esecutivo continua a essere caratterizzato dall’abuso di strumenti che dovrebbero essere residuali, in cui poteri e competenze sono spesso trasferiti in altre sedi decisionali, dobbiamo impegnarci a difendere il Parlamento da chi cerca di influenzare i tempi e le scelte per vantaggio personale. Le decisioni finali devono maturare solo e soltanto nelle commissioni e nell’Aula perché soltanto un lavoro indipendente può dare vita a leggi di qualità». Poi taglio dei costi della politica e dei privilegi. Garantire un alto livello qualitativo della discussione parlamentare, garantire il rispetto di tutte le componenti sia di maggioranza, sia d’opposizione. Poi ha ringraziato la Boldrini (e chissà la bile che ha gocciolato Salvini) e il presidente della Repubblica.

Il discorso di Roberto Fico durante il suo insediamento come presidente della Camera è stato un ottimo discorso. Se si chiudessero gli occhi potrebbe essere in molte sue parti ciò che avremmo voluto sentire dal leader (che non c’è) di un centrosinistra che non c’è: «Valori che per essere affermati nella nostra Carta costituzionale hanno richiesto il sacrificio di tanti uomini e tante donne nella lotta contro il nazifascismo. Vogliamo ricordare quel sacrificio con particolare commozione oggi, nell’anniversario dell’eccidio delle Fosse ardeatine», ha detto Roberto Fico, ponendo il tema dell’antifascismo come il centrosinistra si è dimenticato di fare negli ultimi anni.

Non sappiamo che direzione prenderà la formazione del prossimo governo (e nell’aria non si annusa nulla di buono) ma ancora un volta mentre dalle macerie del centrosinistra si alzano risolini snob sugli umili trascorsi lavorativi del presidente della Camera (poi un giorno capiremo quando il centrosinistra è diventato così scemo da prendere per il culo gli umili, i poveri e i disperati) qualcun altro con coraggio (o fosse anche per mero calcolo elettorale) trova il coraggio e l’occasione per dire quello che il centrosinistra non dice.

Vi propongo un gioco: cercate sui giornali degli ultimi giorni un ribattere nel merito sul punto politico le parole di Fico e una valutazione o un’opposizione o una proposta sui programmi del prossimo governo. Ecco.

Buon lunedì.

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«Io in fondo al buco»: la mia intervista a Vanity Fair #Santamamma

(Recuperato con un po’ di ritardo ecco la mia intervista su Santamamma per Vanity Fair)

IO, IN FONDO AL BUCO

Qualcosa mancava dentro di lui. Era il nome della mamma che lo aveva lasciato. Poi, GIULIO CAVALLI ha scoperto le proprie radici. E ha capito anche il perché di una scorta

Vanity Fair (Italy)10 May 2017di MARINA CAPPA

La sua nuova vita parte da un trolley azzurro. È con questa unica compagnia che Giulio Cavalli arriva in treno da Roma a Milano. Fino a poco tempo fa, non sarebbe stato possibile: per dieci anni, è stato sotto scorta ed era inimmaginabile che si muovesse da solo. Drammaturgo, attore, consigliere regionale, scrittore (è appena uscito il suo libro Santamamma, dove racconta la propria storia di bambino adottato e la ricerca della madre naturale): Cavalli a quasi 40 anni ha tante anime. Ma, in un gioco di specchi, ognuna riflette l’altra. Quanto c’è di autobiografico in Santamamma? «Il sentimento è molto autobiografi…co, i fatti sono in parte trasfi…gurati. Scriverlo mi è servito più del Prozac». È per curare il «buco» che l’accompagna da sempre che ha deciso di scrivere? «Un giorno, mentre ero in Consiglio regionale, ricevo una telefonata: l’orfanotrofi…o di Milano in cui vivevo prima dell’adozione era diventato la sede della Provincia, qualcuno aveva scoperto i miei documenti, e voleva 500 euro per farmeli avere. Li avrei pagati, poi li ho avuti in altro modo». Che cosa c’era dentro? «Il nome di mia madre, che è quello scritto nel libro: Maria Roberta Gatti, pensare che i miei genitori adottivi sono Cavalli… Sono andato a cercarla, scappando dalla scorta, non l’ho trovata ma ho scoperto che è una disperata, ha avuto 7-8 gli da un altro uomo che – altro paradosso – è un pregiudicato del 41 bis. Di mio padre invece so solo che era un macellaio, nato a Bari». Quando ha saputo di essere adottato? «I miei genitori me l’hanno sempre detto». Si sentiva diverso dagli altri bambini? «No. La questione mi è esplosa con la nascita del mio primo figlio (Cavalli è padre di Tommaso, Leonardo e Martino, 11, 8 e 5 anni, ndr). Fino ad allora mi ero convinto che i legami di sangue non contassero, e invece mi sono accorto che le radici, l’identità hanno un senso». Lei adotterebbe? «Non so se ne avrei la forza. L’adozione per me è come un dolore piccolo ma cronico, che ogni tanto torna». Quando? «Quando ho fatto la mia prima tournée, con Linate 8 ottobre 2001, avevo il terrore di incontrare mia madre in giro, su un treno, senza riconoscerla, o di arrivare in un paese e a mia insaputa passare vicino alla casa dove lei vive. Sono sempre stato maniaco del controllo, e questo dubbio mi mandava in tilt. Oggi so dove abita, ho anche il numero di cellulare, ma non intendo chiamare». Invece, quando ha scoperto di avere un fratello, lo ha cercato. «Giuseppe ha un anno meno di me ed è l’unico fratello “pieno”: è il pezzo che mancava della mia famiglia, abbiamo vissuto le stesse cose nello stesso posto, passando dalle stesse mani. Ci siamo visti, lui è un architetto, ma il nostro rapporto è ancora molto a distanza». Dell’orfanotrofio ha ricordi? «È un buco nero. Mia madre dice che, quando ci è entrata, i bambini le si attaccavano alle ginocchia, supplicandola di portarli via. Come un canile». Quanta rabbia ha provato? «È arrivata con gli anni, e l’ho fatta scontare a mamma e papà». Come ha preso il fatto che la sua madre naturale sia una donna «disperata»? «Questo ha come certificato che l’adozione è stata la scelta giusta. E mi ha sollevato dal dubbio lancinante di essere stato strappato a una famiglia che avrebbe potuto allevarmi». Strappato? «Le istituzioni sono irrispettose degli a etti, lo dico perché io sono stato eroso dallo Stato che voleva proteggermi e negli ultimi 10 anni ho vissuto una vita che non c’entra nulla con la realtà. Mi sono trovato cucito addosso il personaggio dell’eroe che denuncia tutto, ma non lo volevo. Quindi, alla ne questo è il libro di un pervertito anafettivo». Com’è andata l’«erosione»? «Io nasco regista, ma Paolo Rossi mi manda in scena al posto suo. Penso sia un giro di giostra, poi però faccio Linate e divento il teatrante civile. La ’ndrangheta si interessa a me, e io per legittima difesa accetto di fare politica (nel 2010 è eletto consigliere regionale in Lombardia per l’Italia dei Valori, poi passerà a Sinistra Ecologia Libertà, ndr)». In che senso per legittima difesa? «In Italia essere sotto scorta e uomo di teatro è una colpa che imbarazza lo Stato, e chi ti protegge te la fa scontare. Così finisco a occuparmi di criminalità organizzata per meritarmi la scorta». Quando è arrivata la scorta? «Nel 2005, facevo una storia sulla ma a siciliana che voleva uccidere Crocetta e a una famiglia gelese di Lodi non è andata giù. Quando arriva la scorta gli antimafiosi mi cannibalizzano: perché lui sì e il magistrato no? E io sbaglio, alzo il tiro, racconto la ma a in Lombardia, così le minacce crescono. Mi sentivo il Saviano da discount milanese. In più, il mondo letterario mi aveva disconosciuto per via della politica, e la politica mi delegittimava in quanto teatrante. Volevo scappare». Che rapporti aveva con gli uomini che la proteggevano? «Bellissimi, ma appena diventavamo amici li spostavano. Con i loro superiori invece ho un pessimo rapporto. La mia prima foto con Miriana esce perché un paparazzo ha dato 50 euro a un uomo della mia scorta per farsi dire dov’ero. Mi capitava anche di non poter entrare in un ristorante semivuoto perché stavo sulle palle al caposcorta. Miriana l’hanno fatta tornare in treno a Roma perché non era formalmente mia moglie». La donna di cui parla è Miriana Trevisan, ex velina e valletta di Mike Bongiorno. Come vi siete conosciuti? «Mi ha scritto perché aveva letto il mio Nomi, cognomi e infami. Io l’ho presa per il culo: una velina che legge un libro così… Era il periodo più basso della nostra vita, lei aveva problemi fisici, io ero una brutta persona, prepotente, egoriferito, terrorizzato dal fatto di poter essere ricattato…». Ricattato? «Quando vivi circondato da persone che di te sanno tutto, che ascoltano ogni tua telefonata, e ti si piazzano attaccati se parli con qualcuno questa paura ti viene». Alla fine però la scorta gliel’hanno tolta. «Non proprio. È che sono andato via da Milano, con la mia compagna. Adesso sono quattro anni che stiamo insieme: Miriana è una donna buonissima». Ma il buco di cui parla nel libro, che deriva dall’essere stato adottato, è inne riuscito a colmarlo? «Non è colmo, ma adesso ha un fondo. La vera guarigione è stata scoprire che mio fratello ha lo stesso buco, e che io sono stato all’altezza di ciò che mi è capitato». Oggi si parla molto di adozioni: lei che cosa vorrebbe aggiungere? «Non si insiste abbastanza su quanto è destabilizzante non sapere da dove vieni. I forum di persone adottate che cercano i genitori sono un horror, un mondo di feriti che non guariscono più. Io penso che l’essere stato adottato ha amplificato quello che mi è successo poi. E per anni mi sembrava di non interpretare una vita autentica, che una parte di me fosse stata sbianchettata, e io dovevo recuperare ciò che avevano provato a cancellare. Era come essere spettatore di me stesso. Poi, a un certo punto, ho notato che non ero mai stato gentile con nessuno: quello è stato lo snodo, rendermi conto che ognuno combatte la propria eroica battaglia. Ci vuole coraggio a essere buoni, e forse questo è oggi il mio compito».

Noi, il prodotto, Facebook e lo scandalo che non andrebbe sventolato a caso

Il caso Cambridge Analytica in Italia ha, come al solito, agitato la penna dei soloni di casa nostra che si eccitano ogni volta che intravedono all’orizzonte un complotto, una tragedia imminente e, meglio ancora, un “pericolo dal web” e così in queste ore è tutto uno sperticarsi sul dramma di “essere spiati”, “essere controllati” e “essere condizionati” in vista del voto.

Peccato che i “nostri dati rubati” che leggete un po’ dappertutto siano una bufala colossale: su Facebook (come su altri social) i nostri dati, le nostre preferenze, le nostre inclinazioni all’acquisto sono il prezzo che paghiamo per usufruire del servizio. Succede così anche su Google. Ma, udite udite, succede così anche con il nostro negoziante di fiducia che senza bisogno di sofisticati algoritmi ci prova a vendere ciò che sa potrebbe convergere con i nostri gusti. Noi cediamo a Facebook i nostri dati nel momento stesso della nostra iscrizione. Vi ricordate quando da giovani i nostri genitori ci invitavano a leggere bene tutto quello che firmavamo? Ecco. Semplice semplice.

Peccato anche che il trauma di “essere spiati” sia una mezza bugia. I dati degli utenti vengono profilati. La profilazione è (letterale da Wikipedia) “l’insieme di attività di raccolta ed elaborazione dei dati inerenti agli utenti di servizi (pubblici o privati, richiesti o forzosi) per suddividere l’utenza in gruppi di comportamento”.

E, in ultimo, peccato che la presunta “minaccia per la democrazia” sia una tecnica che esiste da decenni (anche fuori dai social, nel momento stesso in cui un leader politico assume il ruolo di agitatore di popolo utilizzando paure spesso non veritiere perché sa che funzionano su una parte consistente dell’elettorato) e non ci sono prove che alla fine funzioni.

Che Facebook sia un “campo di battaglia su cui gli Stati cercano di operare” (come dice Christopher Wylie, il whistleblower che ha scoperchiato il caso Cambridge Analytica) è un tema che dibattiamo da anni e che non parla del “pericolo della rete” ma ci dice soprattutto (ancora una volta) della manipolazione da parte della politica. Cominciare a scriverne bene sarebbe il primo passo.

Buon mercoledì

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