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Politica

L’Italia dei Zonin

Sequestrati 19 milioni di euro di beni nella villa dell’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza Gianni Zonin. Scrive il Corriere:

“A chiedere il sequestro conservativo, disposto dal gup Venditti, sono stati gli avvocati Renato Bertelle e Michele Vettore – presenti nella villa durante l’attività di inventario dei beni – rispettivamente per 15,5 milioni di euro in rappresentanza di 235 ex risparmiatori, e per 3,8 milioni a nome di altri 41 ex azionisti. «Il sequestro riguarda beni mobili – hanno spiegato i due legali – ovvero opere d’arte, preziosi e tutto ciò che si ritiene abbia un valore all’interno della casa. A breve entreremo a revisionare le due casseforti presenti. Al termine di questo inventario i beni resteranno qui perché spostarli sarebbe pericoloso e costoso, ma sarà nominato un custode, indicativamente il figlio Michele (che è il proprietario dell’immobile, ndr), e i beni resteranno sotto sequestro fino a quando non si procederà con il pignoramento o con la liberazione dal sequestro a fine processo». In caso di condanna serviranno a risarcire i risparmiatori che si sono costituiti parte civile o che faranno causa per danni. Nella villa è presente anche un antiquario esperto in opere d’arte che dovrà valutare gli oggetti di valore. Le operazioni sono solo all’inizio e proseguiranno anche domani. «La villa è molto grande – ha spiegato Bertelle – e gli oggetti che stiamo trovando sono sicuramente di grande pregio, direi importanti».”

Dell’Italia dei Zonin ne parliamo nello spettacolo “Sono tutti uguali” che con Giuseppe Civati abbiamo preparato qualche mese fa. E vale la pena rileggerlo:

Un privilegiato lo riconosci dalla postura che tiene nel tempo libero. L’oppressione non è qualcosa che ti compare sul petto come un ciondolo e nemmeno una favola da raccontare nelle interviste. Se ci pensate bene l’oppressione non sta nemmeno nell’estratto conto in banca, di ognuno di noi. L’oppressione è più la sensazione di avere una colpa e non riuscire a darle una forma e un nome, è il pensiero fisso di non avere diritto alla serenità, convinti di avere fallito da qualche parte e si passa tutto il tempo a ripercorrere il proprio tempo e le proprie azioni, frugandoci dentro, perché all’oppresso solleverebbe trovare l’incrocio, il bivio, dove ha sbagliato qualcosa. E invece niente. Gli oppressi, i diseguali che stanno in fondo, gli incapaci di avere speranza non li riconosci come scrive qualche giornale o come ci insegna qualche Briatore sul posto di lavoro: lì lavorano, aggrappati. Si lasciano andare nei tempi intermedi, nelle tratte pendolari, in coda alla cassa dei supermercati, nel fastidio con cui vorrebbero disinteressarsi delle notizie dei telegiornali, nella vergogna con cui confessano di non poter promettere un futuro più lungo del fine mese, nella rabbia con cui stringono le borse di plastica impigliate sul bus, per strozzarle. E ogni gesto, minimo, è una resistenza alla voglia feroce di lasciarsi andare. E invece resistono. Questi invece no.

Fred Goodwin, nonostante il cognome, affondò la Royal Bank in Scozia (perdite per decine di miliardi di sterline) speculando sui mutui e trascinandola in un’assurda politica di acquisizioni. Oggi ha una pensione da 350 mila sterline e si dedica al restauro di auto d’epoca. James di cognome fa Cayne e guidava la Bear Stearns. Una banca d’investimenti internazionale con una sfavillante sede a New York. Una di quelle che è diventata cenere dopo la bolla del mercato immobiliare americano. «Colpa della mancanza di fiducia», dicevano i guru della finanza, quelli che sanno sempre chi sono i responsabili, quelli che hanno sempre la diagnosi ma chissà perché non indovinano mai una cura. Il giorno che la banca è saltata in aria James Cayne, azionista di maggioranza, non si trovava: stava giocando a golf. Veniamo a noi. Giuseppe è Mussari. Giuseppe Mussari. L’uomo che si mise in testa con MPS di acquistare Antonveneta per l’astronomica cifra di 9 miliardi di euro. La fame dei banchieri, del resto, deve essere un vizio atavico, solo che il boccone questa volta è troppo grosso e rimane incastrato in gola: MPS salta. Salta anche un dirigente MPS dalla finestra, in uno dei nostri suicidi suicidati tutti italiani. Era David Rossi e aveva deciso di dire tutto quello che sapeva. Ma è morto prima. Suicidio, ovviamente. La caduta. Del sistema bancario. Delle azioni. E delle persone. Un’immagine violenta, dolorosa, nel centro del sistema, dal palazzo del potere. Defenestrazione. Mussari e altri manager del gruppo sono accusati di ostacolo alle funzioni di vigilanza (condanna in primo grado a tre anni e sei mesi a Siena), falso in bilancio e aggiotaggio. Ma lui, Giuseppe, è tranquillo. La catena di hotel è intestata alla moglie che per uno scherzo del destino continua a pagare le rate dei prestiti ottenuti da MPS. ,

L’uomo simbolo delle cadute fragorose e degli quali però è sempre lui: Gianpiero Fiorani ex numero uno della Banca Popolare di Lodi diventata, sotto la sua guida, la banca più impopolare d’Italia. Un passato fatto di scivolose scalate (come quella all’Antonveneta), soldi in nero a Singapore e baci in fronte all’ex Governatore della Banca d’Italia Fazio. Uno che passava in scioltezza dagli austeri uffici della finanza alle allegre scampagnate in barca con Lele Mora, ha truffato la sua banca e i suoi clienti, ha confessato molto, ha restituito 34 milioni di euro, e s’è fatto anche il carcere. Oggi è al fianco del padrone dello Spezia Calcio Gabriele Volpi che possiede anche la Pro Recco di pallanuoto per organizzare un’attività di logistica nel settore petrolifero in Nigeria. La sua famiglia ha investito in energie rinnovabili, negozi, un lussuoso ristorante in via D’Azeglio a Bologna e un negozio di specialità alimentari di lusso. Perché se ce l’hai dentro il lusso, quello vero, non lo perdi mai. “I soldi sono come le unghie, prima o poi ricrescono” diceva Fiorani.

Poi c’è “il Gianni”. Gianni Zonin. L’uomo che oltre alla passione per le vigne, il vino e le vendemmie si è dedicato “con cura” (come dice lui) alla Banca Popolare di Vicenza che si è sbriciolata prima di essere salvata dall’ennesimo decreto salvabanche. «Zonin oggi è nullatenente» ripetono preoccupati i soci che hanno perso tutto.

Poi ci sono quelli che i cognomi non se li ricorda nessuno. Mario è un pensionato che abita a Empoli e, andato in pensione, aveva da parte cinquantamila euro. In Banca Etruria. Ne ha persi 40 mila. “Mi hanno dato in mano solo un foglio”, dice. Roberta Gianni invece ha 50 anni e non riesce più a dormire. Non bastano le gocce, le tisane, i farmaci. Niente. Lei ha perso 62 mila euro, 20 mila sua madre e 10 mila sua sorella. Maria racconta: «Io e mia sorella down ci sedemmo davanti a quell’impiegata di banca. Aveva il pancione. “Nessuno meglio di te che aspetti un bambino può capirmi”, le dissi. “Questa sorella disabile è come mia figlia, l’ho cresciuta io, e i soldi che hai davanti sono gli unici che possiede. Serviranno per assicurarle un aiuto, una badante. Vuole investirli in modo sicuro, senza rischio di perderli». L’impiegata di banca rassicurò. E la ragazza down, sì, proprio lei, firmò il contratto. Che riporta una data, 3 giugno 2013, e una sigla maledetta I0004931405, una di quelle che contrassegnano le obbligazioni subordinate emesse da Banca Etruria. Ora quel contratto è carta straccia. E la ragazza down ha perso i 30.000 euro che sarebbero dovuti servire a darle un’assistenza. Il fatto è che, davvero, la disuguaglianza alla fine sta anche negli occhi, dico, ti fa vedere al rovescio il mondo. Così ci sono quelli per cui le banche sono l’unico sportello in paese, l’impiegata che è la figlia dell’amica, che conoscono da quando era alta così. “Mettili in banca”, dicevano i nonni ai nipoti, che “poi altrimenti li spendi, che almeno sono al sicuro”. Il dottore, il parroco, il salumiere e la banca sono i punti cardinali di quelli che non si sentono mica traditi da Gianni, Gianpiero e quegli altri lassù, no: traditi dall’ingiustizia. Se li ascoltate dicono così. Ingiustizia. Gli altri, invece, i rapaci, vedono le gambe come pioli di una scala per arrampicarsi al cielo. E mentre salgono cagano di sotto.

MUSICA

Tu da che parte stai? Stai dalla parte degli amici banchieri, molto munifici e generosi quando si tratta di accendere un mutuo e di concedere un fido oppure dalla parte delle persone comuni, alle prese con le loro imprese? Mutuo e fido, due parole, anche queste cariche di significato. Il mutuo soccorso di chi si mette dalla parte di chi rischia e di chi investe oppure fedeltà al potere del politico fido, che sa come comportarsi e che cosa fare, perché ha le spalle coperte? Ci vuole cuore e cervello per difendere i fragili. E provare a guardare a fondo nelle storie. Ce n’è una, nascosta tra le pieghe dell’ultimo crac, quello della Banca Popolare di Vicenza guidata da Gianni Zonin che meriterebbe una risposta. La protagonista è Cecilia Carreri, ex giudice vicentino che ha una domanda che le martella la testa: come sarebbe andata se nel 2002 Zonin fosse uscito di scena? Cecilia Carreri ha indagato sulla Banca Popolare di Vicenza e su Zonin agli inizi degli anni 2000. La Carreri accusava Zonin (e non solo lei, c’era anche un’appuntita relazione di Bankitalia dopo un’ispezione) di “usare la Banca come cassaforte personale. Balzava evidente l’assoluta mancanza di controlli istituzionali su quella gestione”. Il suo procuratore capo, lo racconta lei in un suo libro, la fermò per strada per chiederle di archiviare. Si rifiutò. L’indagine venne affidata a un altro gip e venne archiviata. Lei venne cacciata dalla magistratura con la colpa di “aver messo sotto sforzo la schiena”. Il procuratore che le consigliò di lasciar perdere quell’indagine, invece, finì a lavorare per Zonin, “come molti miei colleghi”, dice Cecilia. Oppure sulla Banca di Lodi, quella di Gianpiero Fiorani, e la storia sempre troppo poco raccontata di una stagista della banca che il 22 gennaio del 2003 prende carta e penna e scrive al Corriere della Sera: «Oggi – scrive la stagista – mi sono convinta dell’opportunità che io faccia conoscere anche ad altri le cose di cui sono venuta a conoscenza.» Basta, insomma, con «il far finta di nulla, questa deleteria e oramai radicata abitudine del popolo italiano […]. Vorrei dire che quanto accaduto a Bipop, fra poco si presenterà con maggiore virulenza anche per la Popolare di Lodi». E poi: «La cosa che più mi ha sconcertata è l’utilizzo scellerato che la banca fa dei nuovi strumenti finanziari […].». Era in vigore «un simpatico meccanismo: se la transazione va bene, cioè vi è un guadagno, tutti gli utili rimangono sul conto» della controparte complice, che «procede poi a effettuare i trasferimenti al buon Boni; se va male, le perdite vengono addossate alla banca. Semplice ed efficace». «Alla fine gli unici che ci rimetteranno saranno i piccoli risparmiatori [… ] . Quanto detto è solo il coperchio di un intreccio intricato […]. Ci sono persone che sanno ma fanno finta di nulla […].» La lettera non è mai stata pubblicata. Nessuno se n’e accorto. Niente di niente. Fino al dicembre del 2015, quando Fiorani viene arrestato e succede quello che è successo. Il diavolo sta nei dettagli ma anche le brave persone ogni tanto rimangono incastrate nelle pieghe. Cassandre. Gufe. Disturbavano le aquile, nessuno le ha ascoltate. Fino alla caduta.

Se tornasse di moda la gentilezza

Alla luce dei risultati delle ultime elezioni, ma ancora di più guardando i premiati a classe dirigente di questo Paese, appare evidente che la gentilezza (insieme al senso della misura, la serietà, la cultura intesa come memoria e spessore professionale e più in generale il sapere) sia ormai terribilmente fuori moda, se non addirittura insopportabile. Nel gioco stritolante della selezione delle notizie (che devono essere virali più che vere) l’attacco sfrontato, smodato, possibilmente volgarotto è il metodo infallibile per salire agli onori della cronaca e acquisire velocemente la popolarità fondamentale per diventare qualcuno.

La gentilezza intanto è stata derubricata a debolezza. Il solito gioco di spargere spasmi e disperazioni (vere, presunte o percepite) ha sdoganato la necessità di uomini duri e soli al comando relegando i “gentili” a brave persone non all’altezza della situazione, come se la pratica politica o dirigenziale debba per forza essere un agone di lacrime, merda e sangue piuttosto che l’esercizio di pensiero lungo e visioni aperte. Prendersi cura diventa irrimediabilmente meno importante del distruggere il nemico (e, se il nemico non c’è, ce lo si può sempre inventare), governare è stato svuotato a sinonimo di difendere e l’autorevolezza si misura in base al volume o secondo la simulata ferocia delle promesse messe in campo.

Se tornasse di moda la gentilezza (intesa nel senso più pieno di rispetto e cura benevola, genuina) l’esercito di fanfaroni che farcisce la nostra quotidianità sarebbe fuori gioco. Se tornasse di moda la gentilezza (la cura di esporre con calma le proprie opinioni con un’alta capacità di ascolto) le baggianate sarebbero smontate dal tempo dell’approfondimento. Se tornasse di moda la gentilezza (l’inclinazione ad occuparsi di tutti) la politica, il giornalismo, la gestione delle aziende, l’amministrazione dei partiti si misurerebbero sulla proposta (è obbligo della gentilezza l’essere costruttivi) piuttosto che sulla guerra. Se tornasse di moda la gentilezza (lo so, sembra un’utopia) avremmo una classe dirigente a cui non sarebbe più concesso essere roboante, poi nullafacente e poi roboante di nuovo.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/03/15/se-tornasse-di-moda-la-gentilezza/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Ho scritto una bufala. Scusatemi

Il 27 febbraio, in occasione del mio abituale buongiorno, avevo deciso di condividere un testo attribuito a Goebbels che ho incrociato in una discussione con un collega. Gli undici principi (qui trovate il mio articolo) erano un’illuminante fotografia di alcune dinamiche elettorali e il riferimento bibliografico (Goebbels’ Principles of Propaganda di Leonard W. Doob, pubblicati in Public opinion and propaganda; A book of readings edito da The society for the psychological study of social issues) mi hanno indotto a credere che fosse importante renderli pubblici per aprire una riflessione.

E ho sbagliato. Ho peccato di superficialità. Ho dato credito a una fonte che non ne aveva. Se cercate in rete gli undici principi sono estremamente diffusi in tutte le lingue del mondo eppure la traduzione letterale di quel passaggio negli scritti di Leonard W. Doob è sostanzialmente diversa. Roberto Sedda nel suo blog ha scritto un lungo post (e lo ringrazio, perché la sua critica mi corregge ma soprattutto mi permette di essere migliore) ne riporta una traduzione:

  1. Il propagandista deve avere accesso alle informazioni riguardanti i fatti e l’opinione pubblica
  2. La propaganda deve essere pianificata ed eseguita da una sola autorità
    1. questa deve emettere tutte le direttive riguardanti la propaganda
    2. deve spiegare le direttive agli ufficiali principali e deve mantenere alto il loro morale
    3. deve sovraintendere alle attività delle altre agenzie che hanno conseguenze sulla propaganda
  3. Le conseguenze propagandistiche di un’azione devono essere considerate quando la si pianifica.
  4. La propaganda deve influenzare la politica e le azioni dell’avversario
    1. censurando il materiale propagandisticamente desiderabile che può fornire all’avversario informazioni utili
    2. disseminando apertamente propaganda i cui contenuti o tono inducano l’avversario a trarre le desiderate conclusioni
    3. inducendo l’avversario a rivelare informazioni vitali circa se stesso
    4. non facendo riferimento a un’attività dell’avversario che si desidera venga compiuta, se qualunque riferimento discrediterebbe quell’attività
  5. Informazioni operative e declassificate devono essere disponibili per condurre una campagna propagandistica
  6. Per essere accolta, la propaganda deve catturare l’attenzione del pubblico e deve essere trasmessa attraverso un mezzo di comunicazione che riscuota attenzione.
  7. La sola credibilità deve determinare se un prodotto propagandistico debba essere vero o falso
  8. Lo scopo, il contenuto e l’efficacia della propaganda nemica; la forza e l’efficacia di uno scoop; e la natura della campagne propagandistiche in corso determinano se la propaganda dell’avversario dovrebbero essere ignorate o smentite
  9. La credibilità, le informazioni riguardo all’avversario e i possibili effetti della comunicazione determinano se materiali di propaganda debbano essere censurati
  10. Materiali provenienti dalla propaganda del’avversario possono essere utilizzati nelle operazioni se questo aiuta a diminuire il suo prestigio o sostengono gli obiettivi propri del propagandista
  11. La propaganda nera può essere impiegata invece di quella bianca qualora questa sia meno credibile o possa produrre effetti indesiderati
  12. La propaganda può essere facilitata da leader dotati di prestigio
  13. La propaganda va accuratamente gestita rispetto al momento
    1. la comunicazione deve raggiungere il pubblico prima della propaganda concorrente
    2. la campagna di propaganda deve iniziare al momento più opportuno
    3. Un tema propagandistico deve essere ripetuto, ma non oltre il punto dopo il quale l’effetto diminuisce
  14. La propaganda deve etichettare eventi o persone con frasi o slogan distintivi
    1. questi devono evocare le risposte desiderate che il pubblico già possiede
    2. questi devono essere capaci di essere imparati facilmente
    3. questi devono essere utilizzati più e più volte, ma solo in situazioni appropriate
    4. questi devono essere a prova di effetto boomerang
  15. La propaganda rivolta al fronte interno deve prevenire il sorgere di false speranze che possono essere schiacciate da eventi futuri
  16. La propaganda rivolta al fronte interno deve creare il livello di ansia ottimo
    1. la propaganda deve rinforzare l’ansia riguardante le conseguenze della sconfitta
    2. la propaganda deve ridurre l’ansia (diversa da quella riguardante le conseguenze della sconfitta) che sia troppo alta e che non possa essere ridotta dalle persone da sole
  17. La propaganda rivolta al fronte interno deve diminuire l’impatto della frustrazione
    1. la frustrazione inevitabile deve essere prevista e anticipata
    2. la frustrazione inevitabile deve essere posta in prospettiva
  18. La propaganda deve facilitare il reindirizzamento dell’aggressività specificando il bersaglio dell’odio
  19. La propaganda non può agire direttamente su forti contro-tendenze, ma invece deve offrire qualche forma di azione o distrazione, o entrambe.

Letti così i 19 comandamenti suonano sicuramente meno agghiaccianti (e soprattutto meno “utili” per sovrapporsi alla nostra realtà) nonostante risultino istruttivi ma non è questo il caso in cui mi interessa dire “ho sbagliato ma di poco” o “il senso di fondo è lo stesso”. Il documento originale lo trovate qui.

In questo tempo ritengo fondamentale non cedere alle semplificazioni e non accettare scorciatoie utili per sostenere le nostre opinioni quindi me ne scuso con i miei lettori. Perché quello che possiamo (e dobbiamo) fare è usare la nostra scrittura (e confidare nei nostri affezionati lettori) per tenere l’informazione sempre dritta e le parole sempre pulite. Ogni errore è una lezione se lo si riconosce.

Buon lunedì.

(A proposito di propaganda nazista tornano utili i link dell’United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC, qui:

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Cittadini=elettori: l’equazione che sfugge alla sinistra

Sì, è vero, ieri moltissimi utenti che utilizzavano versioni piratate dell’applicazione Spotify per ascoltare musica a illegalmente si sono incazzati perché l’azienda ha deciso di tutelarsi bloccando tutte le versioni a scrocco. È vero anche che tra chi grida “onestà!” c’è quello che ritiene normale una raccomandazione, una spintarella o piccolo piacere personale per saltare le liste d’attesa, per ottenere un lavoro o addirittura compie le stesse identiche azioni per cui condanna gli altri al rogo. È anche vero che l’insicurezza percepita è smentita dai numeri nettamente in calo per omicidi, scippi e rapine ed è matematicamente incontestabile che l’evasione delle multinazionali e la corruzione nella politica abbia costi giganteschi rispetto alle briciole che richiede l’accoglienza.

Però molta gente non lo sa. Volendo immaginiamo anche uno scenario peggiore: non lo capisce. In un momento storico in cui la complessità e lo studio sono rovinosamente passate di moda (solo ieri ho ricevuto tre inviti per sottoscrivere appelli a Mattarella perché nomini qualcuno presidente del consiglio senza curarsi di sapere che serve una maggioranza parlamentare, per dire) sembra sfuggire a molti (soprattutto a sinistra) che la sfida sta nel ristabilire la realtà (e la propria agenda delle priorità) piuttosto che deridere i cittadini. Per capirsi: ieri in molti hanno grevemente ironizzato su chi sta cercando informazioni per ottenere il reddito di cittadinanza promesso in campagna elettorale da Luigi Di Maio (con la razzista equazione terroni=fannulloni come il Salvini d’antan) piuttosto che occuparsi di una propaganda che non è stata inchiodata da giornalisti che facessero davvero i giornalisti (a proposito: Il Fatto Quotidiano ci ha informato che la proposta di Di Maio è economicamente insostenibile, a urne chiuse) oppure piuttosto che interrogarsi sull’assoluta inefficacia delle smentite da sinistra. Magari, volendo strafare, ci si potrebbe interrogare anche sulla progressiva demolizione della scuola e della “cultura” in generale che ci ha portato ad avere un terreno così facilmente fertile per le mirabolanti promesse che impunemente vengono propinati da decenni (parzialissima analisi del voto: chi vota M5S spesso semplicemente crede che sia giusto “dare un’occasione” a questi visto che gli altri, deludenti, sono più o meno gli stessi).

Dare dei cretini agli elettori no, non è una grande idea. Irridere gli elettori non è la strategia giusta per riconquistarli. E forse il risultato elettorale ci dice che non funziona nemmeno sbizzarrirsi nel perculamento degli avversari politici. Se Di Maio bussa per chiedere un appoggio al suo eventuale governo non si risponde trafugando i suoi congiuntivi sbagliati ma si coglie l’occasione di segnalare le incompatibilità di programma e (magari, proprio per osare un po’) si chiarisce come si farebbe quello che vorrebbero fare loro. Per rifiutare l’ipotesi di un’alleanza non si dice “e ma anche voi quell’altra volta” e nemmeno “no mi sono offeso” ma si stende una risposta politica (magari discussa e approvata in quei passaggi democratici che fanno di un partito un “partito”) in cui si elencano (assumendosene le responsabilità) i motivi dell’insuperabile incompatibilità. Si fa politica, insomma, praticando serietà piuttosto che appuntarsela al petto. Se la sinistra è ai minimi termini forse sarebbe il caso che si interroghi sui propri dirigenti, piuttosto che sugli elettori.

Buon venerdì.

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Si è servi per la natura di servire più che per i padroni

C’è rumore di ferraglia tra le retrovie del post elezioni che si apparecchia per tentare di apparecchiare un governo che riesca a stare in piedi: è lo sfrigolamento di notabili carcasse che dovrebbero essere i vip del pensiero della classe diligente del Paese che si illude di essere dirigente pensando che non si noti il cambio di consonante. Li riconosci in prima battuta perché si sono sperticati in tutto: lo furono sperticatamente nei confronti di Renzi, lo furono sperticatamente contro il Movimento 5 Stelle perculato con snobismo in ogni suo centimetro, e oggi sono gli stessi che praticano inversioni a u sentendosi Machiavelli.

Si parte da Eugenio Scalfari: prima era un convinto sostenitore di Renzi e del renzismo tanto da bullarsi delle colazioni passate insieme a favellar di banche e decreti legge poi, sentendo odore di Caporetto, si è affidato a Berlusconi come cavaliere salvatore, trattando Di Maio come un ragazzetto indegno anche del proprio moccolo e infine ieri ha beatamente dichiarato che «(Di Maio) ha dimostrato un’intelligenza politica notevole, perché di fatto il Movimento è diventato un partito. Lui addirittura ha steso la lista dei ministri e l’ha voluta portare al Quirinale». E ipotizzando l’appoggio del Pd ha immaginato non più due partiti distinti ma «diventa un unico partito, Di Maio il grande partito della sinistra moderna. Allora la faccenda cambia – ha beatamente dichiarato -, se lui diventa la sinistra italiana voterò per questo partito».

Poi c’è Sergio Marchionne (che chissà perché viene interpellato per ogni noce caduta come se fosse un illuminato) che scarica Renzi e prova timidamente ad avvicinarsi al M5s dicendo “abbiamo visto di peggio”.

E infine c’è Confindustria che per bocca del suo presidente dichiara di “prendere atto del voto” (cara grazia) e dichiara di “non avere paura di Di Maio e Salvini” (dopo mesi passati a bollarli come pericolosi sovvertitori) definendo addirittura il M5s “democratici”.

E poi, nel sottobosco, è tutto un riposizionarsi di corsa per farsi trovare pronti all’addomesticamento. Non stupisce la velocità con cui scendono dal carro del vincitore ma soprattutto la velocità con cui si sono messi a martellare quello nuovo per il padrone successivo.

Così, d’incanto, si sbriciolano (ancora, per l’ennesima volta) le credibilità incredibili di un’intellighenzia italiana flessibile e giravoltosa. Del resto si è servi più per natura che per la presenza di un padrone, da queste parti. Tanto alla fine un aforisma di Pasolini rimodellato per la situazione si trova sempre da qualche parte.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/03/07/si-e-servi-per-la-natura-di-servire-piu-che-per-i-padroni/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Ne dovremmo licenziare molti, di insegnanti, se leggessimo quello che scrivono

«Ringrazio Dio ogni giorno per avermi fatto fascista», ha scritto una maestra di Rivarossa che insegnava in alcune scuole elementari del Cavanese, in Piemonte. Si chiama Alessandra Pettorusso ed era in servizio l’anno scorso presso la direzione didattica di Castellamonte quando è stata segnalata alla Polizia postale e all’Ufficio scolastico regionale. Aveva il contratto in scadenza e il suo contratto si è concluso con la fine dell’anno scolastico, ha spiegato il dirigente scolastico. Lei si è difesa dicendo che era solo «una ricerca sociologica». Già.

Poi c’è Manfredo Bianchi, che ha pensato bene di portare la bandiera di Salò in cima al monte Sagro, sulle Alpi apuane, e condividere la foto su Facebook, ovviamente insegnante: «Se tutti i fascisti e gli antifascisti fossero stati come lui, allora l’Italia sarebbe un posto migliore» ha detto di lui il consigliere di centrodestra di Carrara.

Oppure c’è Marco Ricchi, che nel suo profilo Facebook (aperto e pubblico) sei mesi fa salutava i suoi studenti dell’Itis Galilei di Arezzo: «Una scuola fantastica della quale porterò sempre un bellissimo ricordo. Ed un bellissimo ricordo saranno tutte le meravigliose ragazze e i meravigliosi ragazzi con cui ho lavorato o che semplicemente ho avuto il piacere e lonore (scritto così, nda) di conoscere», scrive. Peccato scriva cose come:

«Se fossimo nello stato confederato dell’Alabama, quei negri, nel giro di qualche mese, friggerebbero sulla sedia elettrica……..»;

«Si parla di immigrazione all’infinito senza trovare una soluzione ragionevole, per noi e per loro. E invece è tanto semplice risolvere la questione» (aggiungendo la canzone “Faccetta nera”);

Mostra fiero il proprio tatuaggio fascista scrivendo: «Cosa mi succederà onorevole Fiano: il carcere a vita o l’amputazione del braccio?!»;

inneggia al Ku klux klan e via così. Sotto i suoi post ogni tanto qualche suo studente commenta: «Grande prof!»

Ce ne sono decine. Centinaia. Vi do una notizia: gli odiatori seriali di cui sentite tanto parlare in giro stanno sui social ma hanno una vita vera, un lavoro e spesso sono dipendenti pubblici. Eppure sembra d’improvviso che l’unica insegnante di cui parlare sia Lavinia Flavia Cassaro (che secondo la ricostruzione de La Stampa e i video che circolano avrebbe offeso le forze dell’ordine) come se fosse il capro espiatorio di tutti i mali. E, attenzione, qui non si tratta di difendere nessuno, ma di chiedere uguaglianza di trattamento (giornalistico e giudiziario) per tutti. Perché il giochetto di rendere un fatto particolare sintomo generale è un trucchetto infingardo, vigliacco e tipico della propaganda fascista (eccola qui).

Poi, magari, un giorno, la smettiamo di fare politica sfogliando le pagine di cronaca provando a fare altro che appiattirsi subalterni alla narrazione fallace. Magari con uno sguardo ampio. Magari.

Buon venerdì.

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Perché studiare latino e greco. Risponde Gramsci.

di ANTONIO GRAMSCI [Quaderni dal Carcere, 4 [XIII], 55]

Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale. La lingua latina o greca si impara secondo grammatica, un po’ meccanicamente: ma c’è molta esagerazione nell’accusa di meccanicità e aridità. Si ha che fare con dei ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza fisica, di concentrazione psichica in determinati oggetti. Uno studioso di trenta-quarant’anni sarebbe capace di stare a tavolino sedici ore filate, se da bambino non avesse «coattivamente», per «coercizione meccanica» assunto le abitudini psicofisiche conformi? Se si vogliono allevare anche degli studiosi, occorre incominciare da lì e occorre premere su tutti per avere quelle migliaia, o centinaia, o anche solo dozzine di studiosi di gran nerbo, di cui ogni civiltà ha bisogno.

Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti. Si può sostituire il latino e il greco e li si sostituirà utilmente, ma occorrerà sapere disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie, in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale. In questo periodo lo studio o la parte maggiore dello studio deve essere disinteressato, cioè non avere scopi pratici immediati o troppo immediatamente mediati: deve essere formativo, anche se «istruttivo», cioè ricco di nozioni concrete.

Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata. La cosa più paradossale è che questo tipo di scuola appare e viene predicata come “democratica”, mentre invece essa è proprio destinata a perpetuare le differenze sociali. Il carattere sociale della scuola è dato dal fatto che ogni strato sociale ha un proprio tipo di scuola destinato a perpetuare in quello strato una determinata funzione tradizionale.

Se si vuole spezzare questa trama, occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale, ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovane fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come uomo capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. Il moltiplicarsi di tipi di scuole professionali tende dunque a eternare le differenze tradizionali, ma siccome, in esse, tende anche a creare nuove stratificazioni interne, ecco che nasce l’impressione della tendenza democratica. Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un manovale diventi operaio qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare “governante” e che la società lo pone sia pure astrattamente nelle condizioni generali di poterlo diventare.

Anche lo studio è un mestiere e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio anche nervoso-muscolare, oltre che intellettuale: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo e il dolore e la noia. La partecipazione di più larghe masse alla scuola media tende a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni. Molti pensano addirittura che la difficoltà sia artificiale, perchè sono abituati a considerare lavoro e fatica solo il lavoro manuale. È una quistione complessa. Certo il ragazzo di una famiglia tradizionalmente di intellettuali supera più facilmente il processo di adattamento psicofisico: egli già entrando la prima volta in classe ha parecchi punti di vantaggio sugli altri scolari, ha un’ambientazione già acquisita per le abitudini famigliari. Così il figlio di un operaio di città soffre meno entrando in fabbrica di un ragazzo di contadini o di un contadino già sviluppato per la vita dei campi.

Ecco perchè molti del popolo pensano che nella difficoltà dello studio ci sia un trucco a loro danno; vedono il signore compiere con scioltezza e con apparente facilità il lavoro che ai loro figli costa lacrime e sangue, e pensano ci sia un trucco. In una nuova situazione politica, queste quistioni diventeranno asprissime e occorrerà resistere alla tendenza di rendere facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato. Se si vorrà creare un nuovo corpo di intellettuali, fino alle più alte cime, da uno strato sociale che tradizionalmente non ha sviluppato le attitudini psico-fisiche adeguate, si dovranno superare difficoltà inaudite.

«Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione»

Davvero non c’è una spiegazione alle stragi d’Italia, agli omicidi eccellenti, alle collusioni pericolose? Davvero sono passati troppi anni dagli eventi per capire, per sapere, per ricordare? Davvero non c’è soluzione alle questioni del presente, che ci attanagliano ogni volta che parliamo del triangolo tra criminalità, politica e giustizia? Una croce a cui il nostro Paese sembra inchiodato da decenni senza molte possibilità di riscatto, con protagonisti che – a tutt’oggi – occupano le pagine dei giornali e portano i nomi di politici notissimi e faccendieri incarcerati, di imprenditori e amministratori della cosa pubblica che hanno raccolto scabrose eredità del passato, perfino di imbelli candidati alle elezioni prossime venture.

Ci interessa ancora la verità dei fatti o siamo rassegnati, ormai, a farci bastare la loro apparenza? Magari perché questa verità è scomoda da accettare o troppo complessa da esaminare, mentre la post-verità – che ne è la ’narrazione’ superficiale e banalizzata, come ricordano gli Oxford Dictionaries – grazie ad abbellimenti e sottrazioni riesce a distorcerla, trasformandola in qualcosa d’altro, più facilmente ricevibile? A evitarci, insomma, tutte quelle domande a cui non sappiamo dare risposta, riuscendo così a schivare anche le conseguenze che le risposte comporterebbero.

Il tema della post-verità, che non liquida la verità ma la rende superflua e irrilevante, è sotteso – fin dal titolo – al libro ”La verità sul processo Andreotti”, uno svelto volumetto (pp. 87, Editori Laterza), appena uscito in libreria, denso di nomi, fatti e date ma, soprattutto, di chiarimenti. È scritto da due magistrati, Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte, che hanno deciso di analizzare quel procedimento dal loro osservatorio privilegiato.

Dottor Caselli, affermate di voler ristabilire una prospettiva corretta contro il negazionismo.

L’idea del libro scritto con Lo Forte, collega della Procura di Palermo e pm nel processo Andreotti, nasce dalla constatazione che la verità sul processo è stata fatta a brandelli. La Cassazione ha confermato in via definitiva la sentenza della Corte d’appello di Palermo, che ha dichiarato “il reato di associazione a delinquere [con Cosa nostra] commesso fino alla primavera del 1980”, ma prescritto per decorso del tempo. Eppure un’ossessiva campagna di fake news – a tutti i livelli – ha truffato il popolo italiano (in nome del quale le sentenze vengono pronunciate), facendogli credere che l’imputato sia stato pienamente e felicemente assolto. Non esiste in natura un imputato assolto per aver commesso il fatto! È un’offesa alla logica e al buon senso. Eppure, ancora recentemente ho letto che Andreotti non fu condannato “perché non si riuscì a dimostrare che si fosse mai adoperato personalmente per favorire Cosa nostra”. Invece è scritto a tutto tondo nella sentenza della Corte d’appello – confermata in Cassazione – che l’imputato “con la sua condotta […] ha non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale e arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo, manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. E tutto questo sulla base di un elenco dettagliato di fatti gravi, tutti provati. Non fu condannato solamente in quanto il reato commesso era prescritto. Senza che l’imputato avesse rinunciato alla prescrizione, come avrebbe potuto.

Una vicenda emblematica del processo Andreotti?

Tra i tanti fatti gravi provati, ne ricordo uno in particolare. La partecipazione a due incontri con Stefano Bontade e altri boss (presenti Lima e i cugini Salvo) per discutere di fatti criminali riguardanti Piersanti Mattarella, l’onesto presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia il 6 gennaio 1980. Senza che Andreotti abbia mai denunciato, a nessuno, gli elementi utili a far luce su tale delitto che pure conosceva, in quanto derivanti dai diretti contatti avuti coi mafiosi.

Esistono somiglianze con l’attuale processo sulla trattativa Stato-mafia?

Lo Forte ed io abbiamo pensato che potesse essere utile nel caso Andreotti chiarire le vicende processuali in sé, anche per comprendere meglio alcuni aspetti essenziali della storia del nostro Paese. Lo sviluppo della trattativa Stato-mafia (su cui è ancora in corso un delicato processo a Palermo, attualmente in gran parte a giudizio in primo grado, con alcune posizioni trattate in “abbreviato”), nel libro viene inquadrato nell’ambito della politica di “relazioni esterne” con la società e lo Stato, che caratterizza tutta la storia di Cosa nostra. Un susseguirsi di rapporti – a seconda della stagione – di coesistenza o di compromesso, di alleanza o di conflitto: dalla strage di Portella della Ginestra al Golpe Borghese; dagli omicidi politici mafiosi degli Anni Settanta/Ottanta alla stagione del pool antimafia e del maxiprocesso; dalla strategia stragista degli anni ‘92-’93, con la cornice appunto delle “trattative”, fino agli scenari attuali.

Come valuta la recente riforma delle intercettazioni?

Il mio giudizio coincide con l’intervento di Roberto Scarpinato, che MicroMega ha pubblicato integralmente. Vero è che il ministro Andrea Orlando ha promesso una sorta di “monitoraggio”, con riserva di modificare la riforma all’esito ove le perplessità di Scarpinato e altri risultassero riscontrate in concreto. Ma non sappiamo chi sarà il nuovo ministro della Giustizia. Se fosse ancora Orlando, secondo me, ci si potrebbe fidare. Ma se non fosse lui? Se fosse, per esempio, l’avvocato Giulia Bongiorno (una delle possibili candidate del centro-destra) avrei qualche perplessità in più. Non tanto per la sua posizione nel merito della riforma (anche Bongiorno ha espresso alcune critiche), quanto piuttosto per quel che dell’avvocato si può leggere nelle prime due pagine dell’introduzione al nostro libro sul processo Andreotti. Una questione di metodo, spoglia di profili “personali”.

Il tema della legalità è uno dei grandi assenti di questa campagna elettorale.

Paradossalmente viene da dire: meglio così! Che in campagna elettorale non siano inflitti ulteriori colpi a un vocabolo – quello della legalità – che soffre da tempo. Che va protetto e usato con parsimonia per evitarne la strumentalizzazione da parte di personaggi impresentabili, che hanno scelto di convivere (se non peggio) con il malaffare. La speranza è che nella nuova legislatura si parli di legalità non più come slogan, ma come obiettivo vero. Da perseguire senza cedere a quell’altra tentazione tipica di certa politica: l’evaporazione dei fatti, la cancellazione del mondo reale che ci circonda. Il mondo reale, oggi, parla di una grandissima quantità di risorse sottratte dall’illegalità economica (evasione fiscale, corruzione e mafia). Una rapina che si traduce nel colossale impoverimento della nostra collettività. Senza risorse, la qualità della vita è fatalmente destinata a peggiorare. Perciò la legalità non è solo questione di “guardie e ladri”, ma costituisce per tutti un vantaggio, una diretta convenienza. La buona politica dovrebbe muovere in questa direzione. Non correre con occhi bendati in direzioni di cui s’ignora il senso oppure in una direzione conosciuta e utile sempre e soltanto ai “soliti noti”.

Cos’è più urgente fare per migliorare la situazione della giustizia in Italia? Quali misure dovrebbe attuare un futuro governo?

Diciamo prima quel che non si dovrebbe fare mai. La separazione delle carriere fra pm e giudici, che invece tanto sta a cuore a molti avvocati e a Silvio Berlusconi, il quale va ancora raccontando la storiella dei magistrati che prendono il caffè insieme e quindi per ciò stesso farebbero… pastette. La separazione sarebbe una vera jattura, perché in tutti i paesi in cui c’è separazione, il pm di fatto prende ordini o riceve direttive vincolanti dal governo. Dovremmo, in Italia, rinunciare all’indipendenza dei pm e darli in pasto a certa politica, quella che – ripeto – è fatta anche di impresentabili? Sarebbe un vero e proprio suicidio per la prospettiva di una giustizia che punti alla eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Quanto alle misure da attuare in positivo mi limito a due punti essenziali: la riforma della prescrizione (siamo l’unico paese al mondo, in cui essa non si interrompe mai) e la riforma dei gradi giudizio. Se proprio non si vogliono ridurre (anche in questo caso siamo l’unico paese al mondo con un rito processual-penale di tipo accusatorio che tollera una pletora di gradi), almeno si introducano dei severi filtri di grado in grado, per impedire i ricorsi inutili, pretestuosi e dilatori. Altrimenti il processo non finisce mai! È ipocrita lamentarsi poi se tutto ciò comporta una giustizia denegata al posto della giustizia.

Sta emergendo un fenomeno nuovo di cui si parla ancora poco: le mafie organizzate da immigrati nel nostro Paese, ad esempio quelle nigeriane.

Le mafie di “importazione” (dalla Nigeria come dall’Est europeo) vanno contrastate con la stessa determinazione con cui si combattono le organizzazioni “indigene”. Forze dell’Ordine e magistratura già lo fanno. Probabilmente servirebbero strumenti legislativi (un aggiornamento del 416 bis) specificamente mirati su queste nuove realtà.

Mafie, criminalità, immigrazione senza regole alimentano un clima di tensione, aggressività e timori incontrollati, utilizzati a volte per fini politici distorti e dalla cattiva informazione. È esagerato parlare di governo della paura?

Paura e insicurezza sono problemi seri da affrontare e possibilmente da risolvere. Invece sempre più di frequente si rivelano occasioni da sfruttare. Questi mali da sanare, sembrano essersi trasformati in opportunità d’investimento politico e massmediatico. Prima si accresce la paura – che c’è per cause obiettive – ma ci si lavora su per espanderla. Poi, invece di governarla, si finisce per restare governati dalla paura, nel senso che è la paura che oggi (molte, troppe volte) sembra dettare le scelte della politica e dei media. Con rischi evidenti di deriva democratica.

Come si comporta una società che ha paura?

Qui ‘rubo’ una formula al mio amico, don Luigi Ciotti: la sicurezza rischia di trasformarsi in una specie di killer. Nel senso che (intesa in un certo modo) cancella o, quantomeno, pregiudica decenni di lavoro sulle radici della violenza. Se la paura è un’opportunità di investimento, facilmente avremo non riforme vere, ma più che altro gesti simbolici, rassicuranti, un’indignazione che spesso può essere in prevalenza strumentale. Inoltre (forse non ce ne rendiamo conto, ma è sempre più così) impariamo a vivere nell’ostilità contro tutto e tutti, specie quando non si va oltre il recinto delle nostre individualità, degli interessi particolari o personali. Tuttavia vivere immersi nella cultura del sospetto non è più vita: succede che si modifica, in negativo, la qualità della nostra esistenza. Anche perché si comincia così e poi non si sa dove si va a finire. Oggi i rom, domani chissà.

Ma la sicurezza non è argomento più che valido, tanto più per chi – come lei – ha trascorso una vita da magistrato?

Se quello della sicurezza diviene un terreno da coltivare, anziché una questione da risolvere, occorre fare molta attenzione: i timori si autoalimentano. Le risorse a disposizione saranno prevalentemente, se non esclusivamente, convogliate su controlli e sempre più controlli (tipica la richiesta di impiego dell’esercito), su forme di repressione, nuovi reati e così via. Sempre meno, invece, saranno le risorse impiegate per scuole, ospedali, alloggi, più lampioni in periferia, trasporti pubblici meno degradati, politiche di inserimento e integrazione. Col risultato che, nel medio-lungo periodo, la criminalità invece di diminuire rischia di aumentare o rimanere sui livelli che già la caratterizzano. Il che comporta un aumento dell’insicurezza. Ecco il cortocircuito, pericoloso quando non si superano i luoghi comuni. Quando non si cerca di ragionare con la testa anziché con la pancia.

www.micromega.net , 1 marzo 2018

Tre italiani arrestati per l’omicidio del giornalista slovacco Jan Kuciak. Ecco le priorità.

La questione delle mafie è un allarme internazionale. E noi ne siamo i primi responsabili. Quello che sta succedendo in Slovacchia è di una gravità inaudita eppure qui da noi la campagna elettorale non riesce a guardare più in là dei piccoli cortili.

L’imprenditore italiano Antonino Vadalà è stato arrestato dalla polizia slovacca, che indaga sulla morte del giornalista ucciso, Jan Kuciak. Lo scrive il quotidiano locale Korzar. Secondo i media, stamattina la polizia ha fatto irruzione negli appartamenti dell’imprenditore, a Michalovce e a Trebisov, nell’est del Paese. Insieme a lui sono stati arrestati anche il fratello Bruno e il cugino, Pietro Catroppa. Della famiglia Vadalà e dei presunti legami con la ‘ndrangheta ha scritto Kuciak nel reportage pubblicato ieri dal suo giornale.

“È verosimile che dietro l’omicidio ci siano le famiglie calabresi . È ovvio che la ‘ndrangheta è capace di fare queste cose”, ha commentato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, ai microfoni di “6 su Radio 1”. “La ‘ndrangheta – ha aggiunto – è radicata, non infiltrata, non solo in tutta Italia ma anche nei Paesi europei come Germania, Svizzera ma anche nell’est europeo, oltre che in Slovacchia anche in Bulgaria e in Romania. La ‘ndrangheta si sta estendendo verso l’Est. Va dove c’è da gestire potere e denaro e dove ci sono da gestire opportunità. Le mafie stanno acquistando latifondi per piantare vigneti, per piantare colture, il cui fine è quello di arrivare ai contributi europei. Un fenomeno che accade in Italia ma anche fuori. Il dramma è che l’Europa non è attrezzata sul piano normativo a contrastare le mafie, in particolare la ‘ndrangheta. In Europa da decenni non c’è la percezione dell’esistenza della mafia, prova ne è che gli Stati europei non vogliono attrezzarsi sul piano normativo come l’Italia. Ancora stanno discutendo se inserire nel loro ordinamento l’associazione a delinquere di stampo mafioso”.

L’omicidio del giornalista 27enne ha già fatto cadere le prime teste a Bratislava: oltre alle dimissioni del ministro della Cultura, hanno fatto un passo indietro dall’ufficio del governo i due coinvolti nell’inchiesta del giovane reporter sugli affari della ‘ndrangheta calabrese in Slovacchia. Si tratta di Maria Troskova, ex fotomodella e oggi assistente del premier Robert Fico, e del segretario del consiglio di sicurezza Vilian Jasan. Nel reportage incompiuto di Kuciak, che oggi il suo giornale ha pubblicato integralmente, i due sono indicati come persone vicine a un imprenditore italiano che farebbe parte dell’orbita ‘ndranghetista.

“Collegare i nostri nomi con un atto deprecabile (l’assassinio del giornalista) come fanno alcuni politici e media è assurdo”, hanno affermato i due in una nota comune. “Di fronte alla strumentalizzazione dei nostri nomi, nella lotta politica contro il premier Fico, abbiamo deciso di lasciare i nostri incarichi all’Ufficio del governo fino alla conclusione delle indagini”, hanno scritto nella dichiarazione congiunta, esprimendo le condoglianze alle famiglie di Kuciak e della sua compagna. A proteggere i suoi collaboratori, lo stesso premier: “Non potete connettere le persone con un assassinio premeditato senza presentare una prova rilevante”, aveva detto ieri. In giornata sono arrivate anche le dimissioni del ministro della Cultura Marek Madaric (Smer, democratici sociali). “Il ministero della Cultura è il dicastero più vicino ai media. Dopo quello che è successo, non riesco ad immaginare di rimanere a fare il ministro. La mia decisione è connessa con l’assassinio del giornalista”, ha detto Madaric, che con le indagini giornalistiche di Kuciak non ha nulla a che fare. L’opposizione chiede invece le dimissioni del ministro dell’Interno Robert Kalinak e del capo della polizia Tibor Gaspar.

A scatenare il terremoto politico a Bratislava, l’avvio delle indagini della polizia e la pubblicazione dell’articolo di Jan Kuciak sulle attività della ‘ndrangheta in Slovacchia. Il giovane si è occupato in particolare di quattro famiglie ritenute dell’orbita della criminalità calabrese, con le mani in pasta soprattutto nell’agricoltura, nel fotovoltaico, nel biogas e nell’immobiliare. Il reporter ha anche indagato i legami tra la malavita e gli ambienti politici vicini al premier. Secondo Kuciak, i clan hanno in Slovacchia decine di società e grazie a frodi e manipolazioni sfruttano milioni di euro dai fondi europei. “Hanno cominciato a svolgere attività imprenditoriali qui, a sfruttare i fondi europei, ma soprattutto a costruire rapporti con importanti persone degli ambienti politici, fino all’ufficio del governo della Repubblica slovacca”, ha scritto Kuciak. Il quotidiano ceco Mlada fronta Dnes scrive che uno degli imprenditori calabresi in questione ha un business nel settore immobiliare anche nella Repubblica Ceca, con sede in via Na Prikope, una delle strade più prestigiose di Praga.

(fonte)

È la cultura l’antidoto alla dissoluzione civile

Oggi su Il Messaggero è uscito un appello che condivido completamente e che ritengo sia uno degli aspetti più urgenti nei prossimi anni. L’hanno sottoscritto molti personaggi della cultura italiana (quelli che ultimamente dalle parti del Parlamento vengono trattati con uno sbuffo) e centra in pieno la crisi culturale italiana. Le bufale, l’odio, la disperazione incontrollata, le reazioni violente e tutto quello che a cui stiamo assistendo in questi bassissimi giorni di bassa propaganda sono figli di un vuoto culturale che va curato con uno sguardo lungo non condizionato dalle prossime elezioni, dal prossimo congresso o dalle beghe delle correnti di partito ed è uno sforzo che dobbiamo a noi ma soprattutto ai nostri figli.

Ieri iscrivevo del piano nazionale per la lettura (qui) proprio per questo: è tempo di seminare cultura anche se non porta voti immediati. È tempo di prendersi la responsabilità di una funzione pedagogica della politica senza tentennamenti.

Ecco l’articolo di Huffington Post:

La cultura è la “grande assente della campagna elettorale, proprio quando servirebbe un “impegno a tutto campo per puntare sulla cultura” che è “il motore della crescita civile”, per questo dopo il 4 marzo i partiti “fra i primi compiti” devono darsi quello di “puntare sulla cultura” con l’obiettivo di restituire all’Italia “il suo ruolo di culla della cultura e della civiltà”, attingendo “anche alla competenza e all’energia delle migliori risorse del paese”.

Lo chiedono, in un appello-manifesto pubblicato dal quotidiano ‘Il Messaggero’, 50 appunto fra le “migliori risorse del paese”, cinquanta intellettuali e artisti capitanati da Marina Valensise, fondatrice di Vale, ovvero Valorizziamo aziende artisti lavoro esperienze. Tra i firmatari anche la psicoterapeuta Vera Slepoj, lo scrittore Raffaele La Capria, il regista Carlo Verdone, l’antichista Maurizio Bettini, il musicista Paolo Fresu e lo storico della lingua italiana Luca Serianni.

“A scuola – inizia il testo dell’appello, cui si può aderire all’indirizzo mail appelloperlacultura@gmail.com – gli allievi prendono a coltellate i professori e i loro genitori li prendono a calci. Nei musei, si oscurano i nudi di Schiele e le bambine di Balthus. Nelle università si riscrive la storia, e nei teatri si riadattano i classici ai pregiudizi contemporanei. Per le strade, il pestaggio sostituisce il confronto delle idee, mentre sul web spopolano l’insulto e la condanna preventiva. In tutto il mondo, negare la cultura genera nuova violenza, ma in Italia si aggiunge il rischio della dissoluzione civile”.

“Urge perciò – prosegue il testo – un impegno a tutto campo per puntare sulla cultura, purtroppo grande assente della campagna elettorale. Restituiamo all’Italia il suo ruolo di culla della cultura e della civiltà. Rilanceremo l’Europa guidandone la rifondazione, restituendo non solo dignità ai cittadini, ma futuro a chi sente di esserne privo. Cultura è aver cura, è il motore della crescita civile, è coscienza del patrimonio inestimabile di cui siamo depositari, a cominciare dalla lingua che parliamo, dai monumenti fra i quali viviamo, dai centri storici e dal paesaggio che ci circondano”.

E ancora:

“Puntare sulla cultura significa valorizzare i tesori ricevuti in dono dal passato e farli rivivere per consegnarli alle nuove generazioni, col senso pieno di comunità che accompagna chi ne è consapevole. Ritornare alla cultura vuol dire, dunque, pensare nuove strategie per educare e ispirare i più deboli, grazie ai prodigiosi strumenti che abbiamo a disposizione. E’ questo uno fra i primi compiti che spettano a chiunque, dopo il 4 marzo, avrà responsabilità al governo o all’opposizione. Abbia cura della cultura e dei diritti dei cittadini, attinga anche alla competenza e all’energia delle migliori risorse del paese, e valorizzi nell’interesse di tutti un immenso capitale da preservare con passione”, conclude il manifesto.

Ecco l’elenco completo dei firmatari, insieme a Marina Valensise: Vera Slepoj, psicoterapeuta; Raffaele La Capria, scrittore; Carlo Verdone, regista; Maurizio Bettini, antichista; Paolo Fresu, musicista, compositore; Luca Serianni, storico della lingua italiana; Quirino Principe, filosofo della musica; Toto Bergamo Rossi, restauratore; Patrizia Asproni, Presidente Confcultura; Pina Amarelli Mengano, imprenditrice; Paolo Portoghesi, architetto; Enrico Vanzina, sceneggiatore e scrittore; Carlo Olmo, storico dell’architettura; Massimo Bottura, cuoco; Enrico Rava, musicista; Eva Cantarella, grecista; Elio Pecora, poeta; Raffaele Casarano, musicista, compositore; Marco Filoni, filosofo; Marco Giammona, ingegnere; Emanuele Trevi, scrittore; Stefano Gervasoni, musicista, compositore; Paola Gribaudo, editore; Vittorio Montalti, musicista, compositore; Marco Tullio Giordana, regista; Daria Galateria, saggista;

E, ancora, Dino Rubino, musicista, compositore; Marcello Smarrelli, storico dell’arte e curatore; Paolo Gori, editore; Alessandro Campi, storico e politologo; Alberto Saravalle, professore, avvocato; Elena Loewenthal, traduttrice; Antonio Forcellino, restauratore; Emanuele Torquati, pianista; Massimo Alvisi, architetto; Giuseppe Caccavale, artista; William Greco, musicista, compositore; Luca Campigotto, fotografo; Francesco Filidei, musicista, compositore; Giorgio Sasso, violinista; Enzo Restagno, saggista; Francesco Mario Corrao, arabista; Cristian Comencini, scrittrice e regista; Brunello Tirozzi, fisico; Noemi Paolini Giachery, saggista; Emerico Giacheri, italianista; Roberto Deidier, comparatista; Bianca Maria Frabotta, italianista; Silvia Ronchey, bizantinista; Massimo Di Gesu, compositore; Ennio Pouchard, critico d’arte.