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Politica

Perché nessuno legge della guerra in Siria

Una riflessione interessante di Anna Momigliano su guerra, giornalismo e disinteresse occidentale:

Sarà l’effetto logoramento? Fino a un certo punto. Qualcuno ricorderà il caso di Francesca Borri, la freelance italiana che nel luglio del 2013, quando il conflitto era ancora relativamente giovane, pubblicò un articolo sulla Columbia Journalism Review in cui parlava del suo lavoro, di quanto fosse difficile piazzare un pezzo e di come fosse sottopagata e presa poco sul serio in quanto donna. Quell’articolo diventò virale, ma provocò anche molte critiche: se nessuno vuole pubblicare un tuo articolo e pagarlo bene, forse è perché non sei abbastanza brava. Il dato interessante qui è però un altro, e cioè che l’articolo della Cjr sollevò un’altra questione rispetto a quella che voleva sollevare: «Ci sono più di 100 mila morti e l’unico pezzo sulla Siria che diventa virale è quello che parla di giornalisti», come ha scritto la stessa Borri sul Guardian.

Perché è così difficile suscitare interesse sulla guerra in Siria? Ne abbiamo parlato con Idrees Ahmad, docente di Comunicazione, Media e Cultura all’università di Stirling, in Scozia, contributing editor della Los Angeles Review of Books e acuto osservatore della politica mediorientale. Tutte le guerre, dice Ahmad, provocano logoramento e assuefazione, e in questo ovviamente la Siria non fa eccezione. Inoltre, prosegue, c’è una tendenza costante, a realizzare la portata di una catastrofe umanitaria a posteriori: «Lo abbiamo visto in Bosnia, lo abbiamo visto in Ruanda». Però, nel caso specifico della Siria, si sono sovrapposti una serie di fattori che ne hanno fatto un conflitto davanti al quale è particolarmente facile non sentirsi coinvolti. Primo, spiega il docente, il racconto della Siria «soffre dall’affaticamento da Iraq»: da un lato, quando la guerra in Siria è iniziata, il pubblico era già assuefatto da quasi dieci anni di guerra in Iraq; dall’altro lato, il fatto che l’intervento americano in Iraq fosse andato così male ha diffuso un’attitudine anti-interventista, per cui è meglio non immischiarsi troppo delle guerre degli altri. Questo «affaticamento da Iraq», prosegue Ahmad, rimanda a un’altra dinamica che spinge le persone a non interessarsi di Siria: «Le reazioni umane davanti a una guerra, solitamente, sono queste: se so, provo empatia; se provo empatia, sento il desiderio di fare qualcosa. Però, a causa dell’Iraq, ci siamo convinti che intervenire porta solo guai, allora si è creata una dinamica inversa: non voglio sapere, così non provo empatia, così non mi viene voglia di fare qualcosa. È, per citare Primo Levi, un’ignoranza volontaria».

Poi, dice, c’è una terza questione che contribuisce a rendere il pubblico più cinico: l’impressione che non ci siano buoni o cattivi. Il conflitto viene visto come una guerra tra Assad (cattivo) e l’Isis (se possibile, ancora peggio), che in realtà è sbagliato, perché in Siria si stanno combattendo tante guerre contemporaneamente, e non è con l’Isis che Assad si sta scontrando in questi giorni. Però resta l’idea che, visto che sono tutti cattivi, meglio non immischiarsi, meglio non starci a pensare su. «Fin dall’inizio c’è stato un tentativo di creare una falsa equivalenza tra il regime e i suoi oppositori, per esempio quando si tentò di incolpare i ribelli degli attacchi chimici di Assad», dice Ahmad. «Poi con l’ascesa dell’Isis nel 2014 è diventato ancora più facile metterla in questi termini».

(l’articolo completo è su Studio, qui)

Una battaglia (politica) per la lettura. Anzi: un piano nazionale per la lettura.

Abbiamo una classe dirigente estranea ai valori della cultura, dunque perchè stupirci se viene fatto poco per promuovere la lettura?”: la domanda l’ha posta a gennaio di quest’anno Giovanni Solimine, presidente onorario del Forum del Libro e della Fondazione Bellonci che organizza il premio Strega. Solimine (che i libri li legge, oltre che parlarne) nella sua intervista propone anche alcune possibili soluzioni:

«“Lo sgravio fiscale per l’acquisto dei libri e un impegno sul territorio per librerie scuole, biblioteche. Soprattutto nelle periferie urbane o in alcuni paesi del SUd, dove i dati di lettura sono molto al di sotto del pur basso 40% della media nazionale”.»

Proprio su un piano nazionale della lettura (e il deprimente disinteresse della politica) Nicola Lagioia aveva scritto un prezioso articolo per Repubblica (che trovate riportato da Minimaetmoralia qui) in cui scriveva:

«Com’è ovvio la questione del reddito è centrale: chi ha più soldi in tasca compra più libri – se confrontate la classifica delle regioni italiane per libri letti con quella del reddito pro capite, le posizioni coincidono quasi tutte. A parte questo, per il libro sono almeno cinque i punti chiave da cui iniziare la partita: scuole, librerie, biblioteche, comparto editoriale, promozione. Prima di addentrarci nel discorso, una premessa. La filiera del libro in Italia è piena di professionisti di valore. In particolare nelle case editrici (veniamo da una grande tradizione, siamo il paese di Aldo Manuzio) ci sono eccellenze che è difficile trovare anche nei paesi dove si legge più che da noi. Non ho invece mai visto niente di più avvilente dei nostri uomini politici – la maggior parte di essi – quando parlano con enfasi di editoria e promozione della lettura convinti di sapere ciò che dicono. Il mio consiglio a chi ci rappresenta è dunque: siate umili, per una volta fate prevalere l’ascolto sull’ansia di protagonismo. Il vostro compito è favorire il lavoro di chi sa farlo già egregiamente in un contesto ostile.

Cominciamo dalle scuole. Le biblioteche scolastiche sarebbero i luoghi perfetti per la promozione della lettura, se solo fossero sufficientemente attrezzate, se fossero attive (in molte scuole ci sono biblioteche dove in un anno non entra un libro), e soprattutto se ci fosse un bibliotecario, cioè una persona il cui compito è promuovere la lettura tra gli studenti, con strategie che variano a seconda del contesto in cui si trova. Attualmente nelle scuole le biblioteche sono affidate al buon cuore dei docenti che se ne occupano tra mille altre cose. La figura del bibliotecario scolastico – presente in quasi tutti i paesi europei – in Italia esiste solo nella provincia autonoma di Bolzano, non a caso una delle zone in cui in Italia si legge di più. Anche prevedere più tempo per la lettura ad alta voce potrebbe essere un’idea. È importante leggere un testo critico sui Fratelli Karamazov, ma se questo impedisce agli studenti anche solo di iniziare a leggere il capolavoro di Dostoevskij, c’è un problema.

Nei luoghi dove ci sono più librerie e più biblioteche pubbliche si legge di più. Non è solo la domanda che genera l’offerta: spesso accade il contrario. In paesi come la Francia o la Germania ci sono misure a sostegno delle librerie meritevoli (la manovra di dicembre introduce il credito d’imposta, ma è solo un inizio, bisogna fare decisamente di più) che ne fanno dei modelli esemplari. Per ciò che riguarda le biblioteche: esclusi i casi virtuosi (uno su tutti: la Sala Borsa di Bologna) le biblioteche oggi occupano uno spazio marginale nelle pratiche culturali degli italiani – prive di mezzi, drasticamente sotto organico, specie al sud, sono il settore per la promozione della lettura dove il margine di miglioramento è maggiore.

L’editoria italiana è dinamica e altrettanto audace. Non è infrequente che grandi autori stranieri vengano scoperti da noi prima che altrove, e non è raro che gli autori italiani abbiano un certo successo all’estero. A differenza di altri settori (come il cinema o il teatro) l’editoria libraria si autosostiene. Da una parte è un bene (la mancanza di assistenza pubblica costringe a innovare di continuo), ma questo non significa che una buona cornice normativa non possa rinvigorire un settore meritorio. Dai contributi alle traduzioni, a quelli per la vendita all’estero dei diritti d’autore di libri italiani, a un più vasto ed efficace piano di agevolazioni fiscali per chi acquista libri, anche qui, trarre ispirazione da ciò che accade in paesi più evoluti non fa male.

Qualche tempo fa, nel corso di fortunati incontri pubblici che chi ha visto ricorda, la pubblicitaria Annamaria Testa metteva a confronto le nostre campagne istituzionali di promozione alla lettura con quelle di altri paesi. Il paragone era imbarazzante. Di come una campagna di comunicazione istituzionale possa coprirsi di ridicolo ne abbiamo avuto dimostrazione con il Fertility Day. In questo caso il margine di miglioramento non esiste perché bisognerebbe proprio cambiare paradigma.»

In un periodo storico in cui qualcuno si è rimesso a bruciare i libri e in cui più in generale il sapere è trattato come un fastidio (dai “professoroni” ai “radical chic”) impegnarsi per un piano nazionale per la lettura è una rivoluzione culturali. E pensate come suonerebbe bene un’evoluzione in tempi di involuzioni continue. Ecco un impegno da prendere.

Governabilità ch’è sì cara

Di Mattia Mirto

(*socio del  circolo Libertà e Giustizia di Bologna. L’incontro è avvenuto sabato 17 febbraio a Bologna)

Non ce ne voglia Dante se ci siamo permessi di sostituire la libertà con la governabilità, ma anche questo è un tema che alloggia in un contemporaneo Purgatorio, fra invocazioni bipartisan e premi di minoranza (non è un refuso, quello della legge elettorale Renzi-Boschi lo era veramente), giustificati da questa benedetta e sì cara governabilità.

Al CafèTeatro CostArena di Bologna siamo giunti al terzo incontro con il professor Gianfranco Pasquino che mette la sua sapienza al servizio di chi si ferma a fare colazione al bar, dando piccoli grandi aiuti su come interpretare il panorama politico nazionale in vista delle elezioni politiche del 4 marzo.

Il politologo apre la discussione parlando proprio della confusione ingenerata da alcuni politici fra il concetto di governabilità e quello di maggioranza parlamentare, molto spesso sovrapposte. La governabilità è la capacità di trovare convergenze sull’attuazione di un programma di governo, se su questo si forma una maggioranza parlamentare pre o post elettorale poco conta; così come, ai fini della governabilità non è automatico che la maggioranza debba essere statica, ma in un sistema parlamentare può mutare, e non è una patologia del sistema.

Questo si comprende ancora meglio quando il professore afferma, ammettendo che alcuni suoi colleghi non la pensino esattamente così, che la governabilità migliori all’aumentare della rappresentanza. Cioè quando, tramite una buona legge elettorale, i parlamentari sono espressione vera e vicina del territorio e dell’elettorato, questi sono più propensi a trovare accordi di governo efficaci per incassare risultati utili da mostrare al successivo appuntamento elettorale. La stabilità politica scaturita da questa convergenza si manifesta con una buona capacità decisionale dell’Esecutivo.

Altro tema, a cui molti sono sensibili, toccato durante il dibattito è l’esperienza politica e parlamentare pregressa rispetto all’assunzione di incarichi di governo. È abbastanza chiaro quanto l’aver maturato esperienza in campo parlamentare o comunque di governo del territorio possa essere un grande aiuto nel sapersi districare tra i fili della governabilità; e anche qui si rompe e si inverte una tendenza che negli ultimi anni ha visto come sporca la presenza prolungata delle stesse persone all’interno delle Istituzioni. Il processo più sano sarebbe quello di rinnovamento graduale che vede i membri con più esperienza e capacità ricoprire i ruoli apicali, con buona pace di rottamatori e apriscatole istituzionali.

E per restare in temi controtendenza, Pasquino fa notare come la percezione che l’elettore dovrebbe avere dell’eletto è quella di un rapprentante migliore di sé, e quindi sarebbe opportuno che il metodo di scelta del candidato (cosa che l’attuale legge elettorale non consente) tenesse conto delle migliori attitudini politiche di chi riceve l’investitura popolare e non, come spesso viene detto, di semplici capacità professionali o imprenditoriali che sole non dimostrano nessuna capacità di buon governo. Insomma, va bene la stima, ma dovrebbe essere calibrata su competenze politiche migliori delle proprie.

Il termine anglosassone ‘accountability’ rende meglio l’idea di questo rapporto di delega da parte dell’elettore verso chi viene ritenuto idoneo a governare.

Come per i precedenti incontri, ci si è resi conto di quanto la legge elettorale sia fondamentale per un corretto funzionamento della democrazia rappresentativa e la governabilità sia molto spesso il pretesto con cui vengono celate incapacità personali a ricoprire incarichi di governo.

Quindi una buona legge elettorale, che metta i candidati nelle condizioni di dover rispondere non solo al partito (o al capo del partito) ma anche agli elettori, metterebbe il Parlamento nelle condizioni di dover garantire dal Governo l’attuazione di programmi politici, il cui tradimento verrebbe pagato con il successivo appuntamento con le urne.

(fonte)

A proposito delle politiche economiche della Bonino e del suo essere “di sinistra”

(Silvia Bianchi scrive per Gli Stati Generali del programma politico di Emma Bonino e vale la pena leggerlo con attenzione. Per parlare di contenuti, appunto.)

Tra gli elettori delusi del Pd si va diffondendo l’idea di “votare per la Bonino” (dicono proprio così: per la Bonino; forse perché, in effetti, è l’unica abbastanza sicura di entrare in Parlamento).

La scelta è del tutto legittima; lascia però un po’ sorpresi che qualcuno la compia “perché il Pd non è abbastanza a sinistra”. Con quella parte politica il programma di Più Europa ha solo pochi elementi in comune, cioè la proposta sull’immigrazione e quelle sull’ambiente e sui diritti civili (che però fuori dall’Italia sono spesso adottate da governi di destra: basti pensare alla legalizzazione della cannabis in alcuni Statidegli USA, al matrimonio egualitario voluto in Gran Bretagna da Cameron, all’eutanasia che nei Paesi Bassi è stata introdotta nel 2002 da un ministro del partito liberale); per il resto, si tratta di un programma liberale e liberista.

Per rendersene conto basta esaminare le proposte della lista radicale in campo economico. La più rilevante è senza dubbio il congelamento della spesa pubblica per cinque anni, unita al taglio delle imposte sui redditi di persone e imprese:

“Il debito pubblico italiano (…) è diventato una zavorra insostenibile per l’economia del paese. Per affrontare il problema proponiamo il congelamento della spesa pubblica in termini nominali per la durata della prossima legislatura insieme a una rimodulazione delle tasse con taglio delle aliquote sui redditi di persone e imprese e riduzione della spesa fiscale: in tal modo si realizzerebbe una redistribuzione di risorse dal pubblico al privato (…) Congelare la spesa nominale significa fissarne un limite invalicabile per cinque anni, il che comporta una riduzione della spesa stessa misurata sul PIL se inflazione e crescita economica sono positive. Occorre quindi tagliare uscite correnti e agevolazioni fiscali per compensare l’aumento inerziale dei costi delle pensioni, intervenendo sulla spesa corrente sulla base delle linee guida degli ex commissari alla spending review“.

Non ci vuole un genio della finanza per capire che è impossibile “coprire” l’aumento inevitabile della spesa pubblica (sanitaria e pensionistica in particolare) con i risparmi generati da una faticosa spending review;  il risultato sarà quindi una  riduzione delle risorse disponibili e un peggioramento dei servizi pubblici.

D’altra parte, appare poco “socialista” anche la proposta di “una drastica riduzione delle imposte dirette, (…) da perseguire attraverso un abbassamento delle aliquote marginali e medie” da compensare con l’aumento delle imposte indirette (“accorpamento dell’aliquota intermedia dell’IVA con quella più alta“) e con la reintroduzione della tassa sulla prima casa.

Le cose non vanno meglio se si esaminano gli altri punti del programma: vi si trovano la riaffermazione del principio del pareggio di bilancio; le privatizzazioni delle imprese pubbliche e dei servizi pubblici locali (come la fornitura dell’acqua o il trasporto urbano) e il passaggio ai privati della gestione del patrimonio demaniale; il rafforzamento della contrattazione aziendale; il mantenimento del Jobs Act e della legge Fornero sull’età pensionabile. Sembra di rileggere la famosa “Agenda Monti“, ispirata a sua volta dalla lettera della Troika al governo italiano (agosto 2011): nulla a che vedere con la visione delle forze di sinistra, sia italiane che europee.

C’è infine il tema dell’Europa, rivendicato dalla lista radicale nel suo stesso nome: a prima vista questo può sembrare un punto di contatto con la sinistra, ma non lo è. La sinistra intende “democratizzare l’Europa“,superando l’attuale assetto inter-governativo per affidare il potere a un Parlamento Europeo pienamente sovrano; i Radicali puntano invece a una struttura di “federazione leggera“ (seppure con  l’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea e del Consiglio dell’Unione Europea), in cui gli Stati devolvono all’Unione alcune delle loro funzioni (ricerca scientifica, controllo delle frontiere, difesa, diplomazia…), il metodo di governance economica attuale viene rafforzato (unione bancaria, Fondo Monetario Europeo, ministro europeo delle finanze) e l’Italia deve ambire a sedere al tavolo franco-tedesco come pari tra i pari: tutt’altra cosa dall’aspirazione a una vera democrazia transnazionale. 

In definitiva, quindi, “votare la Bonino” significa scegliere un alleato decisamente “di destra” del Partito Democratico. Gli ottimisti forse pensano che saranno le linee programmatiche su immigrazione e diritti civili a entrare in un eventuale programma di coalizione, mentre quelle su economia e fisco verranno lasciate da parte: non c’è però da farsi troppe illusioni, perché sul primo tema Renzi ha già chiarito di preferire la strategia di Minniti, mentre sul secondo saranno gli alleati “popolari” a tirare il freno a mano.

Insomma: per un elettore di sinistra, sostenere “Più Europa” come alternativa al Pd vuol dire “mettere una toppa peggiore del buco”. Che fare allora: turarsi il naso e votare per il partito di Renzi? Astenersi? Scegliere una lista più a sinistra? Ogni opzione ha le sue buone ragioni: l’importante, come sempre, è fare una scelta informata e consapevole.

(fonte)

Questa sarebbe una buona stampa

L’editoriale di Martin Baron, direttore del Washington Post:

Durante la campagna per le presidenziali e poi durante il primo anno della nuova amministrazione americana, molti di noi nel mondo della stampa hanno cominciato a domandarsi perché le vecchie regole del giornalismo sembravano non essere più applicabili. Com’era possibile che quando riportavamo che quello che diceva un candidato (poi presidente) era falso, l’opinione pubblica sembrava non curarsene? Com’era possibile che così tante persone credessero in cose non vere, anche se eravamo in grado di documentare che erano false? Com’era possibile che siti creati dal giorno alla notte riuscissero a disseminare falsità e teorie del complotto deliranti senza subire conseguenze, ma al contrario guadagnando pubblico?

Alcune risposte le ho trovate in un libro del 1985, che mi hanno consigliato di leggere, Divertirsi da morire: il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, del compianto Neil Postman. L’idea di Postman era che lo spostamento del consumo di informazione dalla parola stampata al segnale televisivo aveva trasformato le fondamenta del nostro modo di comunicare, alterando la nostra cultura e la nostra politica. Postman sosteneva che la cosiddetta Era dell’Esposizione – dove la gente si informava attraverso la parola scritta e argomentazioni fondate su evidenza e logica – era stata sostituita dall’Era dello Spettacolo. Le apparenze, in pratica, contavano più del ragionamento.

Non sto pronosticando che questa profezia si avvererà. Ma penso che dobbiamo riconoscere che è cambiato qualcosa di fondamentale nella nostra professione. Forse il giornalismo non funziona più come in passato. Forse il pubblico non elabora più l’informazione come faceva prima. Il presidente degli Stati Uniti centra un punto essenziale quando sottolinea i suoi indici d’ ascolto televisivi. O quando spiega il suo comportamento su Twitter dichiarando: « Bisogna tenere vivo l’interesse della gente » . È evidente che c’è una dose massiccia di show, di performance, in questa amministrazione. Donald Trump ha imparato qualcosa dai 14 anni in cui ha presentato il reality The Apprentice. Sul contesto mediatico e la comunicazione politica ai giorni nostri forse ha imparato più di quello che la stampa ancora non riesca a cogliere.

Non sto esprimendo un’ opinione sui risultati delle elezioni presidenziali o sulle politiche del presidente. Ho un profondo rispetto per il nostro sistema democratico e il diritto dei cittadini di scegliere chi preferiscono per guidare il Paese. Lasciare che la gente discuta di ciò che è giusto e appropriato: questo è il nostro sistema. Questa è la stessa democrazia che garantisce a noi della stampa americana il diritto costituzionale di pubblicare liberamente, senza interferenze del Governo, ed è un diritto che mi sta molto a cuore.

Ma i padri fondatori degli Stati Uniti crearono una democrazia dove il presidente non è un re. Occupa un ruolo centrale. Ma anche il Congresso. E anche i tribunali. E anche la stampa, che è il motivo per cui i fondatori stilarono il primo emendamento alla Costituzione. La libertà di espressione, che è uno dei diritti citati nell’emendamento, è un limite all’azione del Governo. E lo stesso vale per la libertà di stampa. Questi diritti erano disegnati per costringere il Governo a rendere conto del proprio operato.

Come sta funzionando tutto ciò in questo momento? Trump ha dato un contributo eccezionale al mescolamento tra fatti e finzione. Durante la campagna elettorale, non si è limitato a screditare la stampa: ha cercato di marginalizzarci, di disumanizzarci, definendoci « feccia » , « la forma più bassa di umanità » , « la forma più bassa di vita » . Quattro settimane dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, ci ha etichettati come « il nemico del popolo americano » . Alla fine dell’anno definiva i mezzi di informazione « una macchia sull’America » . Il primo giorno della sua presidenza, è andato alla Cia a dichiarare guerra contro i media. E guerra è stata. Da quando ha annunciato la sua candidatura, nel 2015, Trump ha postato più di mille tweet critici verso la stampa. Durante la campagna, meditava di intentare cause contro i mezzi di informazione per sovraccaricarci di costi legali e multe. Ora invoca il licenziamento di giornalisti. In generale questo presidente, che fa un uso aggressivo della libertà di espressione, dice che il primo emendamento offre « troppa protezione » alla stampa. Il mese scorso ha definito le leggi sulla calunnia «una frode e una vergogna», promettendo di modificarle.

Qui al  Washington Post ci ispiriamo ai principi formulati per la nostra organizzazione nel 1935: «La prima missione di un quotidiano è raccontare la verità il più fedelmente possibile». A giudicare dal traffico digitale, dall’impennata degli abbonamenti e dei commenti dei lettori, gran parte del pubblico pensa che sia quello che stiamo facendo. In mezzo agli incessanti attacchi della persona più potente del pianeta, la risposta per noi è chiara: fare il nostro lavoro. Dobbiamo anche essere più trasparenti, rivelare come svolgiamo il nostro lavoro, raccontare alle persone chi siamo.

Le tensioni tra la stampa e il presidente non sono cosa di oggi. Un film recente racconta un pezzo di questa storia e si chiama The Post. Il regista è Steven Spielberg e il film parla dello scontro fra la stampa e il presidente Nixon sulla pubblicazione dei “Pentagon Papers”, la storia top- secret del coinvolgimento Usa in Vietnam tra il 1945 e il 1967. L’amministrazione Nixon si mosse per bloccarne la pubblicazione, minacciando un’ azione penale. Il caso arrivò alla Corte suprema, che deliberò in favore della stampa e del suo diritto di pubblicare. Quell’opinione esprime nel modo migliore lo spirito che anima oggi la redazione del Washington Post e anche di altri importanti mezzi di informazione statunitensi. È la nostra anima.

Ma da parecchi mesi, ormai, noi giornalisti siamo costretti a ricordarci che non ci basta avere un’ anima. Dobbiamo avere anche una spina dorsale. E sono felice di riferire che abbiamo anche quella.

C’è aria da prereferendum del 4 dicembre. In bocca al lupo a tutti

C’è il voto utile. La solita solfa ripetuta del “non c’è alternativa” viene trasmessa a canali unificati: vorrebbero farci credere che questo sia l’unico mondo possibile. Poi c’è il pericolo “populismo” che viene sventolato (con l’aggiunta delle fake news che vengono viste dappertutto, anche quando non ci sono, oppure sono semplicemente diverse opinioni e soprattutto solo quelle degli altri) e intanto tutti si lasciano prendere la mano dalla tentazione di diventare populisti.

Poi c’è Junker, ancora: «Dobbiamo prepararci allo scenario peggiore, cioè un governo non operativo in Italia e una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo», ha detto il presidente della Commissione europea. Del resto Junker è lo stesso che non voleva interferire nel dibattito del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, ma disse che non voleva la vittoria del no (che poi vinse). È lo stesso che sbagliò la previsione su Brexit, sull’accordo commerciale tra Olanda e Ucraina. Un indovino, insomma.

Ci sono quelli che dicono che se perderanno se ne andranno (chi dalla politica, chi dall’Italia) che poi sono gli stessi che da vent’anni sono sempre qui.

Ci sono i bulli, convinti di vincere che irridono gli elettori e gli avversari.

Insomma c’è la stessa aria del famoso referendum del 4 dicembre scorso, le stesse festanti previsioni. In bocca al lupo. A tutti.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/23/ce-aria-da-prereferendum-del-4-dicembre-in-bocca-al-lupo-a-tutti/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

“Respingiamoli”: LEFT, cosa ci abbiamo messo dentro

Il fronte neoliberista e anti migranti non è mai stato così unito.
La destra minaccia espulsioni di massa. Il centrosinistra “celebra” un anno dal decreto Minniti.
Ecco gli effetti di una partita elettorale giocata sulla negazione dei diritti umani

COPERTINA

Fuggi dalla guerra? Peggio per te

di Leonardo Filippi

Il racconto dei migranti: «Non sapevo che la neve bruciasse»

di Claudio Geymonat e Federica Tourn

Vivere, lavorare e morire ai tempi della ghetto economy

di Giulio Cavalli

Storia di Topu, cinque lingue, due lavori e un sogno

di Amarilda Dhrami

Oltre le barriere della Fortezza Europa

di Simona Maggiorelli

L’esercito delle colf in fuga dalla Moldavia

di Yurii Colombo

Amnesty: questo non è un pianeta per donne e bambini

di Luca Leone

Protezione dei minori, Italia in grave ritardo

di Letizia Magnani


Gaetano Azzariti: Prima i diritti poi i vincoli di bilancio

di Donatella Coccoli

L’Eni e il risiko del gas in Medioriente

di Roberto Prinzi


Momentum, terrore delle destre

di Domenico Cerabona

Liam Young (Labour): Una rivoluzione tra i giovani

di Bethan Bowett-Jones e Giuliano Granato

La ricetta di Barcellona: democratizzare la cultura

di Steven Forti


Come impoverire una lingua millenaria

di Alessandra Colarizi

Il suono e il potere della scrittura

di Federico Masini

La trappola letale degli psicofarmaci

di Maria Gabriella Gatti

Via la parola razza dalla politica

di Pietro Greco

47Soul, l’arabic sound alla conquista di Londra

di Lorenzo Fargnoli


le rubriche

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(lo trovate in edicola o in digitale qui)

Abbiamo un piano contro la violenza sulle donne

ActionAid ha predisposto un piano contro la violenza sulle donne che è un punto programmatico già pronto per la politica chiaro, semplice. Un gioiello.

Azzerare la violenza sulle donne è prima di tutto una battaglia culturale: probabilmente la più importante, capace di trasformare l’intera società. È possibile se la si assume come una priorità di tutti noi, a tutti i livelli, non solo relegata a una politica, a un dipartimento, a un Ministero, ma come sfida e impegno per tutto il Paese, in cui ciascuno di noi, a partire dai gesti più semplici che scandiscono la nostra quotidianità, può fare la differenza. Nessun candidato che ambisce a rappresentarci dovrebbe chiamarsi fuori da questo impegno, nessun partito può esimersi dall’identificare azioni chiave per perseguire questo ambizioso, ma realizzabile obiettivo. Un Ministero per le Pari Opportunità, con potere di spesa e coordinamento di azioni interministeriali è il minimo requisito per un Governo che dichiara di accettare la sfida per una società meno diseguale e meno discriminatoria.
Non può esserci vittoria nella battaglia alla violenza sulle donne senza una strategia ben chiara, definita nelle attività e programmata nel tempo. Per questo, ActionAid chiede l’attuazione del Piano Nazionale Antiviolenza 2017-2020, e che esso sia seguito da Piani successivi negli anni a venire, finanziati e monitorati, per assicurare stabilità in termini di azioni strutturali e finanziamenti. Il Piano attuale dovrebbe ispirare l’azione di istituzioni, cittadini, scuole, media per i prossimi 3 anni. I fondi sono stati annunciati e sono in aumento rispetto a quanto stanziato finora. È importante che il Piano e i finanziamenti procedano di pari passo, il più possibile in maniera integrata nella pianificazione degli interventi e nella loro valutazione. Il Piano dovrà essere conosciuto e al centro dell’azione coordinata tra i Ministeri, in uno sforzo di alto livello di impegno istituzionale.
Quote significative degli ultimi stanziamenti non sono state utilizzate. Inoltre è difficile ricostruire la filiera di spesa di larga parte delle risorse. Questa situazione fa perdere fiducia agli attori e alle attrici che lavorano contro la violenza nella capacità del sistema di usare a pieno le risorse disponibili. Affinché i fondi siano utilizzati efficacemente e le azioni tracciate e valutate, serve che entrambi questi elementi siano costantemente monitorati tramite un sistema che garantisca accesso ai dati amministrativi e finanziari, così come trasparenza e puntualità nella rendicontazione.
ActionAid chiede l’attivazione di nuove e più efficienti forme di assistenza e sostegno alle donne che subiscono violenza e ai/alle loro figli/figlie. A partire dal sostegno ai Servizi territoriali (sociali e di inserimento lavorativo) dei Centri antiviolenza e degli altri attori sociali (imprese, forze dell’ordine, sindacati) che entrano in gioco in queste circostanze, in particolare per facilitare l’empowerment economico delle donne. L’accesso al mondo del lavoro, il sostegno al reddito durante il percorso di uscita dalla violenza, strutture di accoglienza di secondo livello e il rafforzamento dei centri nella loro capacità di interpretare bisogni economici e fornire orientamento alle donne che hanno subito violenza sono azioni prioritarie sulle quali investire con determinazione.
La prima cosa di cui c’è bisogno dopo aver subito una violenza, è protezione. Per questo ActionAid chiede il rafforzamento delle reti che uniscono e mettono in collaborazione tra di loro tutte le istituzioni, le associazioni e gli organismi del privato sociale operanti nel sostegno e nell’aiuto alle donne che subiscono violenza e ai loro figli. Più sinergia, più coordinamento, più efficienza, in poche parole: più protezione.
Le nuove generazioni, i nostri figli, devono imparare fin da subito a relazionarsi in modo inclusivo, rispettoso e non discriminatorio nei confronti degli altri. Spetta alla scuola educare fin da piccoli gli adulti di domani, sensibilizzando e formando gli studenti per prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere. Le scuole e gli attori del privato sociale possono essere incoraggiati nella promozione di percorsi educativi che coinvolgano bambini, adolescenti e ragazzi oltre al personale docente e alle famiglie. Finanziamenti adeguati a tal fine vanno previsti per non far sì che restino azioni isolate o lasciate alla buona volontà delle istituzioni scolastiche.
Rifiutare gli stereotipi e non tollerare sessismo anche nella politica è una condizione imprescindibile per costruire un dibattito pubblico rispettoso, inclusivo, che sia di esempio per il dialogo tra cittadini e cittadine.
Le mutilazioni genitali femminili devono tornare a essere una priorità dell’azione di contrasto alla violenza, in un’ottica di dialogo e di integrazione delle comunità migranti presenti in Italia. Si stima che diverse migliaia di donne e ragazze abbiano subito nei paesi d’origine la mutilazione degli organi genitali. Bambine e giovani donne possono essere a rischio di subire le suddette mutilazioni al loro rientro nei paesi d’origine: un’azione di prevenzione nei luoghi educativi e nei presidi della salute e dell’istruzione italiani è cruciale. Per continuare a combattere questa pratica, chiediamo al futuro Governo italiano di assicurare azioni strutturali e continuative nel tempo per prevenire le mutilazioni femminili, con risorse adeguate e certe, valorizzando in particolare le attività che mirano al coinvolgimento delle comunità provenienti da Paesi dove il fenomeno è ancora diffuso.

Trovate tutto il materiale della campagna qui.

Diario di campagna (elettorale, anzi meglio: culturale) /2

Una soddisfazione che mi tengo stretta di questa campagna culturale (prima che elettorale) è la gente. Mica solo quelli che ci voteranno (niente classismi, da queste parti) ma le persone che in questo Paese hanno ancora voglia di parlare di politica, piuttosto che di politici: quelli che alle proposte non chiedono “di chi sei?”, “chi ti manda?” o “di chi sei amico?” ma le valutano per quello che sono. I migliori editorialisti politici li ho incontrati nel mio giro di collegio di Monza e della provincia, in questo pezzo d’Italia che nonostante le paure prova ancora a non perdere il senno, qui dove i piccoli e medi imprenditori non credono alla farsa della demolizione dei diritti dei lavoratori come unica strada verso la produttività per il semplice fatto che sono anche loro lavoratori. Qui, dove volantinando al mercato può succedere che un elettore di Liberi e Uguali, uno del Movimento 5 Stelle e un convinto elettore del PD si fermino a confrontarsi per capire cosa servirebbe a Paese e non “chi” servirebbe al Paese. Alla fine della discussione uno di loro, andandosene, mi ha detto: “Giulio, proviamo comunque a fare bene, tutti” e a me è sembrato un impegno bellissimo, sentendolo così.

Poi c’è il dibattito nazionale, quello tossico, di cui alla fine bisogna occuparsi e questi giorni per me sono i giorni in cui i miei colleghi di Fanpage si ritrovano sommersi dagli insulti. Io conosco Sacha Biazzo, che sta dietro al servizio di cui tutti parlano: conosco la sua sete di storie e la cura che mette nel suo lavoro. Conosco Gaia Bozza che in tutto questo si è meritata spintoni e sberle alla convention di De Luca. Conosco l’impegno civile di Antonio Musella che si è sentito dare del camorrista dal presidente della Regione Campania. Conosco il direttore Francesco Piccinini dagli anni in cui tutti e due giovanissimi sognavamo di diventare giornalisti giornalisti, come avrebbe detto Siani, in mezzo ai troppi timidi. Vederli coinvolti nel solito becero giochetto di giudicare chi dà le notizie piuttosto che i fatti che stanno dentro quelle notizie per me è un dolore anche personale. Questa davvero è la fotografia di un “potere sfacciato” come dice Marco Demarco in un’intervista che vi consiglio di leggere.

Poi c’è la questione dell’antifascismo e, permettetemi, parlarne oggi significa decidere di avere il coraggio una volta per tutte di ripristinare i valori della sinistra. Ne ho parlato insieme a Laura Boldrini e Onorio Rosati due giorni fa a Cinisello Balsamo, se avete voglia di spendere dieci minuti del vostro tempo quello che ho da dire è tutto qui:

Se volete aiutarci, partecipare, sapere qualcosa scrivetemi.

Se volete sostenerci il conto corrente della nostra campagna è qui: iban IT30Q0558433470000000018002 (Banca Popolare Milano intestato a Leonardo Salerno mandatario elettorale campagna Giulio Cavalli elezioni politiche 2018)

C’è molto da fare, insomma.

 

Il giornalismo d’inchiesta nel Paese de’ servi

Ricapitoliamo. Il giornale Fanpage.it pubblica un’inchiesta sul ciclo dei rifiuti in Campania che coinvolge alcuni esponenti politici tra cui il candidato di Fratelli d’Italia Luciano Passariello e l’assessore al comune di Salerno Roberto De Luca, che non è omonimo di quel De Luca del Pd ma è proprio il figlio, che non è il figlio candidato alla Camera con il Pd ma è un altro figlio parcheggiato a fare l’assessore. E per fortuna De Luca non ha moltissimi figli, insomma.

La Procura apre un’inchiesta giudiziaria sull’inchiesta giornalistica. Anzi, a ben vedere la Procura “brucia” l’inchiesta giornalistica facendo uscire i nomi prima che Fanpage rendesse pubblico il proprio lavoro. Ma questo ci sta, per carità, se i magistrati hanno ritenuto necessario intervenire d’urgenza. Però c’è un però: la Procura non aveva idea di cosa stesse succedendo nel ciclo dei rifiuti in Campania ma è stata informata dal direttore d Fanpage, Francesco Piccinini, che ha deciso già da tempo di informare la Procura. È un dato importante: se sentite dire in giro che “i giornalisti hanno rovinato le indagini” sappiate che senza i giornalisti quelle indagini non esisterebbero nemmeno, per dire.

Poi la Procura decide di indagare anche Fanpage (il suo direttore e il giornalista Sacha Biazzo). “Atto dovuto”, dicono. E forse lo dicono perché un po’ si vergognano anche loro di indagare chi ha scoperchiato un illecito di cui non avevano minimamente idea. Fatto sta che il fatto che Fanpage sia indagato è elemento utilissimo per chi vuole sminuire il suo lavoro tant’è che Matteo Renzi (segretario del partito che ha inventato Vincenzo De Luca, che ha candidato un suo figlio in Parlamento e che appoggia l’altro figlio al comune di Salerno) dice, intervistato da Fanpage, che non può esprimere giudizi “perché anche voi siete indagati”. Se Renzi non dovesse parlare con gli indagati dovrebbe evitare approcci con più di qualcuno dei suoi candidati alle prossime politiche ma nessuno glielo fa notare. Se Renzi non dovesse parlare di indagini in corso dovremmo stralciare metà delle sue dichiarazioni negli ultimi mesi (dall’indagine Consip alle indagini sulle banche). Ma nessuno glielo fa notare.

Poi Vincenzo De Luca, governatore della Campania, dice che l’inchiesta di Fanpage «è un attacco della camorra». I sostenitori di De Luca prendono a sberle una giornalista. Tommaso Cerno (candidato PD) dice che Fanpage ha messo in piedi tutto per “colpire De Luca” (come se non sapesse che un’indagine giornalistica non si sa mai dove andrà a parare ma del resto Cerno è solo stato un direttore di giornale, che sarà mai). Dappertutto si legge che il problema è chi ha dato la notizia, mica la notizia. E intanto i media nazionali si dimenticano di raccontare i rapporti tra politica e criminalità.

Bene così. Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/19/il-giornalismo-dinchiesta-nel-paese-de-servi/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.