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Politica

No, i nemici dei miei nemici non sono miei amici

C’è (voluta da quell’arruffapopoli che è Matteo Salvini e da alcuni accesi tifosi nella classe dirigente del Movimento 5 Stelle) questa nuova deriva di voler dividere la politica nell’antipatico (e intellettualmente disonesto) chi è con noi e il chi è contro di noi. La polarizzazione di un Paese per accrescere il proprio ego da parte dei governanti è una pratica antica di cui continua ad abusare Trump negli Usa e più o meno tutti i despoti delle peggiori democrazie.

Così se vi capita di inorridire per la chiusura dei porti di Salvini verrete subito bollati come i buonisti di sinistra e messi nel calderone in cui stanno anche gli indignati disattenti sulle politiche di Minniti e allo stesso modo se vi permettete di notare l’ipocrisia di una certa sinistra che strumentalmente si riscopre accogliente vi diranno che no, che non si può fare così, perché altrimenti è un favore a Salvini. Spariscono tutti i toni intermedi e sparisce in fondo anche la sana dialettica politica che permette di cogliere, valorizzare e coltivare le differenze.

Così per il gioco delle opposte tifoserie non si dovrebbe far notare che fa bene Di Maio a chiedere dignità per i rider di Foodora e delle altre aziende simili e fa benissimo a ribadire che non è proprio il caso di accettare il solito patetico ricatto di chi dice se non vanno bene le nostre regole ce ne andiamo dall’Italia. Se si scrive rispondono che quello di Di Maio è solo mero calcolo elettorale e viene da pensare che sarebbe bellissimo che per mero calcolo elettorale si decidesse di riabilitare i diritti dei lavoratori. Così come è una riforma urgente quella che vorrebbero i 5 Stelle per rendere pubblici i bilanci di partiti e fondazioni. Lo fanno solo perché sono immischiati nella questione dello stadio di Roma, dicono gli altri (e probabilmente è vero) ma non si capisce perché la proposta che nel merito è condivisibile debba essere osteggiata.

Il gioco, insomma, è che i nemici dei nostri nemici dovrebbero essere nostri amici e fa niente che certa destra abbia trovato praterie per colpa di certa pessima sinistra. “O con noi o con loro”, dicono, banalizzando il dibattito a un discorso da bar. Poi si stupiscono che i peggiori agitatori diventino protagonisti e ministri.

Che strani, eh?

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/06/18/no-i-nemici-dei-miei-nemici-non-sono-miei-amici/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La vigliaccheria del forte con i deboli, debole davanti ai forti

«Salvini è stato eletto in Calabria, durante un suo comizio a Rosarno tra le prime file c’erano uomini della famiglie Pesce, storica famiglia della ‘ndrangheta affiliati alla famiglia Bellocco, potentissima organizzazione di narcotrafficanti. Non ha detto niente, da codardo non ha detto niente contro la ‘Ndrangheta. Ha detto che Rosarno è conosciuta nel mondo per la baraccopoli e che quello è il suo problema, un feudo ‘ndranghetista da decenni. Questo è Matteo Salvini»: non poteva dirlo meglio ieri Roberto Saviano, dove sia tutta la vigliaccheria del peggior ministro degli Interni mai avuto in Italia, che ancora una volta monopolizza il dibattito pubblico coagulando le diverse fazioni e spargendo bile, questa volta sulla scorta di Saviano.

Matteo Salvini è una “truffa politica”, mediaticamente “un pacchista”, uno di quelli che nel piazzale dell’autogrill ti convince di poter avere qualche sfizio costoso a un prezzo inimmaginabile, pronto poi a svignarsela nel tempo in cui ci si accorge di avere acquistato un mattone al posto di un’autoradio.

Come tutti gli “uomini senza qualità” ha bisogno di un nemico per esistere poiché la sua idea è il niente. Solo che, come si conviene agli spargibile di quart’ordine, non ha nemmeno il polso per prendersela con i cattivi che contano quindi si ostina a proiettare come fonte di tutti i mali gli ultimi del mondo: lascia in mare aperto donne e bambini e non ha trovato un secondo per dire qualcosa sull’italianissimo Paolo Di Donato che ieri con altri 4 è stato arrestato a Benevento con l’accusa di truffa ai danni danni dello Stato, falso e corruzione per essersi arricchito sulla pelle dei migranti. Non ha le palle di dirci qualcosa sul vecchio amico Roberto Formigoni (che la Lega ha servito strisciando per anni) a cui ieri sono stati sequestrati 5 milioni di euro per la corruzione che stava dietro la gestione dei rinomati ospedali Maugeri e San Raffaele. Non ha avuto la decenza di discutere in Europa (dove per anni è stato profumatamente pagato per oziare nella sua perenne campagna elettorale via social) il trattato di Dublino che ora contesta. Non gli scappa un solo cenno di dissenso per i ricchi del mondo che continuano ad arricchirsi sulle spalle di un mondo in rovina. Non ha nemmeno un briciolo di coraggio per scrivere un tweet su quanto sia immensamente grande (rispetto a quello di cui si occupa tutto il giorno tutti i giorni) il mercato delle mafie e della corruzione.

Salvini non parla di mafiosi, corrotti e corruttori perché ne è piena la storia del suo partito, dei suoi predecessori, dei suoi alleati nei comuni e nelle regioni e di alcuni suoi attuali sostenitori. Salvini scarica Giulio Regeni perché se la fa sotto se Al Sisi fa la voce grossa. Salvini imita Trump e quello, per rendere chiaro quanto non se lo fili nemmeno di striscio, riesce addirittura a fare i complimenti all’invisibile premier Conte. Salvini dichiara di avere l’onore di incontrare papa Francesco e quello lo smentisce. Salvini l’altro ieri ha applaudito i carabinieri che a Lamezia hanno arrestato 5 rom ma non li ha applauditi (disdetta, erano sempre loro) quando confiscarono i beni alla moglie del suo deputato Furgiuele per reati di mafia.

Tutto così: uno strabico per viltà che non centra mai l’obiettivo grosso e che confida sul fatto che le piccole disperazioni bastino per sembrare un rivoluzionario. E invece sotto il rumore delle sue sparate cova il silenzio si cattivi che contano. E se ne accorgeranno tutti, prima o poi. Anche quelli che oggi, suoi alleati, sperano che qui fuori ci si dimentichi che il silenzio è complice.

Buon venerdì.

(P.s. per quelli che dicono «rispondendogli gli fate un piacere»: risponderemo colpo su colpo, tutti i giorni se servirà, come abbiamo già scritto qui e come dice chiaramente la copertina del numero in edicola da oggi)

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/06/22/la-vigliaccheria-del-forte-con-i-deboli-debole-davanti-ai-forti/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’onestà con garbo di Maran

Ieri il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato di avere parlato con il suo assessore Pierfrancesco Maran e di avere saputo da lui «che in realtà non c’è stata nessuna offerta» e basta leggere le intercettazioni che riguardano il costruttore Luca Parnasi, arrestato ieri nell’ambito dell’operazione che riguarda la costruzione del nuovo stadio a Roma, per accorgersi come gli “ambasciatori” spediti a Milano si fossero resi conto fin da subito che non c’era spazio per mettere in pratica nel capoluogo lombardo una pratica corruttiva.

«Siamo andati a parlare con l’assessore Maran, quello di Milano, no? – racconta Giulio Mangosi al telefono con una tale Valentina – E Simone (Contasta, anche lui agli arresti, ndr) che gli prova a vendere alla Tecnocasa un appartamento… e quello dice, amico mio no! Cioé qua funziona così… qua se tu mi dici che la cosa la riesci a fare è perché la puoi fare, a me non mi prendi per culo perché io non mi faccio prendere… io… io non voglio essere… non voglio prendere per il culo chi mi ha votato. Siamo andati dall’assessore a fare una figura (incomprensibile) cioè proprio, sembravamo i romani… quelli sai… dei centomila film che hai visto? I romani a Milano»

I due se la ridono: «peggio di Totò», dicono.

Eppure tra l’odore dell’inchiesta romana (che bisognerà poi vedere come andrà a finire) si coglie un dato significativo che era andato perduto: non sono tutti uguali, no, e distinguere per non confondere sarebbe un primo passo per recuperare ecologia nel dibattito politico. E non sono diversi i milanesi dai romani (come Mangosi prova a convincersi al telefono per giustificarsi) e non sono nemmeno diversi gli appartenenti di una fazione rispetto all’altra: semplicemente anche nella politica (così come in tutti i campi) esistono persone che praticano l’onestà con garbo e con misura, senza farne un vessillo da sventolare come clava contro gli avversari.

La corruzione endemica del nostro Paese (così come gli stretti rapporti con le mafie) non è affare di un solo partito e tantomeno un tema da usare per concimare la propaganda: si combatte (se davvero si vuole combattere) con i comportamenti e con i prerequisiti morali che dovrebbero essere richiesti a qualsiasi pezzo di classe dirigente di questo Paese. Che gli amichetti di Parnasi trovino incredibile che la corruzione non sia normale è il campanello d’allarme di cui la politica dovrebbe occuparsi (al di là dei risvolti giudiziari). Che la politica riparta dai comportamenti (più che dagli annunci e dalle dirette Facebook) sarebbe una buona pratica per tutti.

Buon giovedì.

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Un governo di scafisti

Se è scafista chi mette in pericolo delle vite umane per un tornaconto personale, che siano soldi o che sia potere, allora Matteo Salvini e Danilo Toninelli ieri hanno vinto il premio internazionale di scafisti del giorno: usano persone per accrescere la propria credibilità, tengono in ostaggio dei disperati e la chiamano trattativa politica, gli uomini e le donne e i bambini per loro diventano cose da spremere per ottenere un risultato.

Se è scafista chi vende per agevole un’azione rischiosa, potenzialmente mortale, minimizzandone i rischi e normalizzando il dolore allora per il governo italiano, guidato da quei due, è stato un’ottima banda di scafisti: ci hanno detto che le persone “stanno tutte bene” su una barca in cui sta terminando il cibo, dove ci sarebbero almeno una quindicina di donne incinta, alcuni feriti per le angherie subite. Stanno tutti bene, dicono quelli. Anzi, Salvini ha addirittura detto di avere proposto il trasbordo di donne e bambini. Proposta mai arrivata alla nave, dice la portavoce di Aquarius. Ognuno decida liberamente chi mente tra i due.

Se è scafista chi utilizza la violenza per ottenere a tutti i costi un obiettivo allora Salvini che esulta per una nave deviata in Spagna è uno scafista. Toninelli che esulta per la storica vittoria politica è uno scafista. E la cosiddetta vittoria è patetica oltre che malsana: vale quanto vincere una gara sui 100 metri puntando una pistola in testa al giudice di gara.

Se è scafista chi distorce la realtà per convincersi (e convincere) dell’ineluttabilità delle proprie azioni allora Salvini e Toninelli che gridano vittoria ma dimenticano che una nave italiana con 1000 migranti sbarcherà nelle prossime ore valgono come quelli che in Libia promettono un’accoglienza dignitosa alle loro vittime. Le bugie, del resto, sono l’humus indispensabile per i crimini. Sempre. È una bugia tutto quel bel discorso dei 5 miliardi di euro che Salvini insiste nell’indicare come spesa per i migranti (da tagliare) omettendo il fatto che non sono soldi dell’Italia (ma un deficit concesso dall’Europa proprio per gestire i flussi migratori) e che non possano essere usati per altro.

Intanto la Aquarius è ferma da 24 ore in attesta di istruzioni. E la domanda rimane la stessa: ma se dovesse morire qualcuno, chi ne risponde?

Loro, gli scafisti.

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Il “cambiamento” del ministro Fontana

Il 14 febbraio scorso, a Verona, l’allora europarlamentare Lorenzo Fontana (che ora è ministro per la famiglia, tra le altre cose) ha presentato il suo bestseller La culla vuota della civiltà. All’origine della crisi scritto a quattro mani con Ettore Gotti Tedeschi (sì, proprio lui, l’ex vicepresidente dello Ior). In collegamento video ha partecipato anche Salvini.

Ha detto in quell’occasione Fontana: «La crisi demografica in Italia sta producendo numeri da guerra. E’ come se ogni anno scomparisse dalla cartina geografica una città come Padova. Noi non ci arrendiamo all’estinzione e difenderemo la nostra identità contro il pensiero unico della globalizzazione, che oggi ci vuole tutti omologati e schiavi. La politica deve produrre un cambiamento culturale, con azioni che guardino ai prossimi 20-30 anni: ne va della sopravvivenza della nostra civiltà»

Gotti Tedeschi: «La crisi demografica è la vera origine della crisi economica perché ha prodotto calo del Pil, consumismo, corsa al ribasso dei costi di produzione, delocalizzazioni e, parallelamente, invecchiamento della popolazione, aumento dei costi fissi e quindi delle tasse, indebitamento».

Salvini: «Se le culle sono vuote, se le ragazze e i ragazzi, oggi in Italia, non hanno certezze, non hanno diritti, non hanno lavoro, non scommettono sul futuro e non mettono al mondo dei figli è chiaro che poi, a sinistra, c’è qualche ‘genio’ che dice: ‘Te li mando sui barconi i tuoi futuri figli’. Noi diciamo no e vogliamo investire sulla famiglia, come prevede la Costituzione, aiutare le mamme a essere mamme e i papà a essere papà e, aggiungo, i nonni a tornare ad essere nonni, consentendo loro di andare in pensione dopo anni di lavoro. Il primo parametro economico e sociale su cui verrò misurato al governo sarà il fatto che torneranno a nascere i bimbi che non stanno più nascendo perché gli italiani torneranno a scommettere sul loro futuro».

Si legge nel libro: “Dal 1978 a oggi l’aborto (legale) ha impedito la nascita di sei milioni di bambini italiani, anche – lo sottolineiamo – a causa di una certa cultura politica, cara alla sinistra, che demonizza l’obiezione di coscienza e preferisce eradicare la vita piuttosto che agire sul sistema dei consultori e, più in generale sulla prevenzione dell’aborto. L’Institute of Family Policies americano ha calcolato che il numero degli aborti nei Paesi dell’Europa (cosidetta) “unita”, 1.207464, equivale al deficit nel tasso di natalità europeo”. 

E poi: “E non penso sia più un mistero che vi sia un interesse internazionale dietro l’indebolimento progressivo di un Paese come l’Italia, una regia dietro la crisi attuale, favorevole soprattutto a sdoganare la vendita del nostro patrimonio. Leggendo queste pagine si capisce quale strategia il ‘Ghota’ mondiale abbia in mente, quale idea di società vogliano venderci, svendendo la nostra identità, e soprattutto quale strada intraprendere”.

Tanto per chiarire che no, non si è trattato di una frase sfortunata. Fontana è proprio così, oscurantista e complottista di natura. Ed è un ministro del governo del cambiamento.

Buon venerdì.

 

 

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Qui dove rovistare tra i rifiuti è chiamato “rubare”. E si spara

Colpi di fucile. Mirato, puntato come un tirassegno solo che qui è ancora più divertente perché a cercare di non farsi ammazzare c’è un uomo vero, in più “negro”. Sacko Soumayla è morto come si muore nelle zone di guerra, con un colpo ficcato dentro alla testa e le gambe che crollano. Sacko era entrato con i due suoi compagni Madiheri Drame, 30 anni, e Madoufoune Fofana, 27 anni, la vittima era entrata all’ex Fornace, una fabbrica abbandonata nella zona di San Calogero, vicino a Gioia Tauro e alcuni bianchi e puri scesi da un Panda hanno cominciato a prenderli a fucilate.

Cercavano lamiere per costruire una baracca da aggiungere alla baraccopoli di San Ferdinando, una zona di pacchia, come direbbe il ministro dell’Interno Matteo Salvini, dove non troppo tempo fa un incendio ha ucciso Becky Moses. Non è solo un omicidio a sfondo razziale, è una tentata strage se non fosse che gli altri due sono riusciti a mettersi al riparo.

Ma la decadenza di un Paese che assomiglia sempre di più all’odore dei conati salviniani sta soprattutto nei commenti all’accaduto: da una parte c’è la politica che tace quasi tutta perché con il governo giallo verde i “negri” possono morire e dall’altra ci sono quelli che giustificano l’accaduto dicendo che quelli stavano rubando.

Se rovistare tra i rifiuti e le macerie diventa un furto allora il degrado è compiuto: siamo nel tempo in cui avere vistosamente bisogno di aiuto, essere pubblicamente disperati e essere oscenamente poveri è insopportabile. Lo chiamano decoro, ordine, sicurezza e pulizia ma ha l’odore dell’intolleranza verso ciò che vorremmo nascondere dalla vista.

Fate così: stamattina gridate “ladro” a qualcuno che cerca di recuperare spizzichi di cibo dalla spazzatura. Guardatelo bene in faccia, come non reagisce. Quella è la fotografia di un’epoca.

Buon lunedì.

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Nessuna pacchia, nessun respiro. Caro Salvini, resisteremo ogni secondo

Matteo Salvini è una persona banale, semplice semplice, terra terra. È convinto che le sue stellette da ministro dell’Interno possano fare davvero paura e oggi, protetto dall’immunità parlamentare, promette querela in ogni dove come un berlusconiano qualsiasi, uno di quelli che devi cercare su google quando ti fa scrivere dal suo avvocato per averlo citato di sguincio in un articolo qualsiasi.

Matteo Salvini è uno di quelli che alla fine finisce per credere alle sue bugie, sono gli esemplari peggiori, e a forza di fare campagna elettorale si convince che le sue iperboli siano davvero la fotografia della realtà: così alla fine deve intervenire il Viminale per ricordargli che i rimpatri che continua a promettere costerebbero più del reddito di cittadinanza e qualche suo amico cerca di fargli leggere i numeri di un’invasione che esiste solo nel suo cervelletto.

Matteo Salvini è anche un furbo. Furbo nel senso di convinto di farla franca grazie all’indulto dell’indignazione: si dichiara padre di tutti i figli dei migranti (con un po’ di paracattolicesimo che qui da noi funziona sempre) e poi firma un contratto di governo insieme al M5s (che ormai di Salvini è il muretto di sponda come quello che serve per arrivare presto in porta alle partitelle dell’oratorio) in cui dichiara che i bambini negri si iscrivono all’asilo solo dopo tutti i bianchi.

Matteo Salvini è preoccupato. Molto. Moltissimo. Perché non si governa con una diretta facebook e da ministro gli tocca fare i conti con quella realtà che violenta ogni volta che inventa uno slogan: la realtà di guidare un partito che ha affossato l’Italia servendo Berlusconi, la realtà di un partito che ha promesso al Nord le promesse che ora si è messo a raccontare al Sud, la realtà di un’intelligenza politica che in due giorni è riuscita a fare incazzare perfino la Tunisia che grazie al salvinismo ha trovato il suo momento di gloria.

Salvini è il niente mischiato con il niente se non ha un nemico. Salvini non esiste, davvero. C’è se i negri spennano i piccioni ai semafori o esiste sulla coda di qualche stupro: Salvini è il più grande business costruito sui problemi che finge di combattere. Esiste solo come negazione. Se meno per meno non facesse più sarebbe zero. Assoluto.

Salvini è convinto che in questo Paese arrabbiato (e lui ha concimato la rabbia per anni) il suo ruolo da ministro finirà per metterlo al riparo. E invece è vero al contrario: c’è un pezzo di Paese che ribatterà colpo su colpo ad ogni sua fanfaronata, ad ogni suo lisciare la pancia peggiore del Paese. Potrà sdoganare qualche manipolo di razzisti che riemergono dalle fogne ma sarà sempre contraddetto dai molti capaci di essere lucidi.

Salvini sparisce nel momento in cui si realizza una soluzione. Salvini esiste se si ingigantisce il problema.

E noi resisteremo ogni secondo di ogni giorno di tutti i giorni. Ci dovrà fare l’abitudine. Il ministro deve provare cosa significa l’opposizione. Se non la fanno quelli che la dovrebbero fare li sostituiranno i tanti che tengono la schiena dritta. Come Aboubakar Soumahoro che ieri in parole semplici si è opposto a Salvini come la sinistra non riesce a fare da tempo.

Ci si rivede, Matteo.

Buon martedì.

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Hanno sbagliato tutti. Ma splendidamente

Ha sbagliato Di Maio. Ma come al solito ci metterà parecchio ad accorgersene. Si è affidato a Salvini (lui che guida il Movimento che diceva “mai con con nessuno”) che è la sintesi della vecchia politica con tutta la modernissima xenofobia che scuote l’Europa. Di Maio si è fidato di Salvini ha avuto bisogno di Salvini (perché no, non ha vinto le elezioni, appunto) e ci è cascato in pieno: davvero c’è qualcuno che pensa che Salvini non sappia benissimo che questa crisi di governo porterà il centrodestra a governare tranquillamente dopo le prossime elezioni (per la gioia di Berlusconi e soci)? Davvero c’è qualcuno che è convinto che se Salvini sarà il prossimo presidente del consiglio designato si impunterà su Savona (che non proporrà nemmeno)? Davvero c’è qualcuno che non ha capito che Conte serviva proprio per avere un premier debole da far cadere alla bisogna senza intaccare il proprio consenso? Non scherziamo, su. Ma non si preoccupi Di Maio: è già stato mangiato dal duo Di Battista-Grillo. Ma come al solito ci metterà parecchio ad accorgersene.

Ha sbagliato l’opposizione (ah sì, c’è un’opposizione?) che ha lasciato il campo libero per intere settimane e non ha trovato niente di meglio che parlare di spread per sventolare l’inefficienza del potenziale governo gialloverde. Aiutando così l’ipotesi dei poteri forti contro il governo del cambiamento l’opposizione è apparsa assente, solo in attesa di interventi d’altri e inevitabilmente ben poco attraente in occasione di prossime elezioni. Ascoltare poi lezioni di Costituzione da quelli che hanno provato a stravolgerla non è stato un gran spettacolo. Diciamo.

Ha sbagliato anche Salvini. Sì. Ma non se ne accorgerà nessuno. Incaponirsi su Savona (Mattarella avrebbe accettato Giorgetti che della Lega salviniana è un uomo di punta, per dire) è roba da bambini dell’asilo ed è un comportamento indicativo di un fallimento programmato. Ma non se ne accorgerà nessuno e sarà molto difficile riuscire a raccontarlo.

Berlusconi forse l’ha indovinata, ancora una volta. Alle prossime elezioni rischia di essere al governo (anche se appena sotto a Salvini) come un Conte qualsiasi ma con un curriculum molto più corposo e per niente inventato: corruzione, falso in bilancio e vicinanza agli uomini di mafia sono esperienze che contano, qui da noi.

Ha sbagliato Renzi. Ritirato per finta e fiero dei suoi errori giudicati dagli elettori. Ma gli elettori sono cretini, dicono i suoi. E tra qualche mese andranno dai cretini a richiedere il voto. Pensa te.

Alla fine che succede? Succede che oggi al Colle sale Carlo Cottarelli, un economista, perché qui da noi è l’economia che governa la politica mica il contrario.

E Salvini gode.

Avanti così.

Buon lunedì.

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Perché la Casa internazionale delle donne andrebbe difesa (anche) dagli uomini

È un episodio singolo ma è anche il paradigma di una deriva. Che Virginia Raggi, con l’appoggio del suo consiglio comunale, voglia chiudere la Casa internazionale della donne a Roma facendo leva sull’affitto (esoso) non interamente pagato è roba che dovrebbe interessare tutti coloro che hanno a cuore diritti, cultura e l’ecologia sociale di una città.

Non funziona nemmeno l’articolato equilibrismo della sindaca che dichiara di «non voler chiudere la Casa delle Donne» ma semplicemente «farla tornare nelle mani dell’amministrazione comunale». La frase, pur funzionale dal punto di vista della propaganda e della difesa politica, non ha nessun senso: la Casa nasce come spazio autonomo e ha la sua storia (e la sua forza) proprio nell’indipendenza di pensiero e di azione rispetto alla politica circostante: la Casa non può tornare nelle mani dell’amministrazione semplicemente perché non ci è mai stata e perché proprio nella sua distanza dalla politica ha trovato la forza di farsi rifugio e accoglienza per molte donne che nel corso degli anni hanno dovuto affrontare benpensanti, democristianismi, bigotti e tutto il resto.

Preoccupa ancora di più che la politica (in questo caso di tratta di Roma ma il discorso è molto più ampio e pariteticamente molto più trasversale) si metta a fare una sommaria relazione sull’attività pluriennale della Casa definendo l’attività fallimentare per gli ammanchi economici nei confronti della pubblica amministrazione: la Casa internazionale delle donne (così come capita per molte realtà associazionistiche) ha sostituito lo Stato lì dove lo Stato non ha avuto il coraggio (o la voglia, o il guadagno in termini di consenso) di arrivare. Se dovessimo stilare un bilancio totale le attività di formazione, di costruzione di coscienza civica, di informazione sui diritti, di consultorio e di appoggio credo che dovrebbe essere il comune di Roma a risultare terribilmente creditore.

Ma la battaglia della Casa internazionale delle donne concede a noi uomini un’altra occasione: difendere quello spazio senza volerselo mangiare e senza intestarsi una lotta. Interessarsi dei diritti degli altri: i diritti, del resto, sono quasi sempre quelli degli altri, come diceva Pasolini.

Perché oggi tocca a loro ma domani sarà un altro luogo, di diritti e di cultura, ad essere pesato per il bilancio piuttosto che per l’attività ed è bene che questi capiscano il prima possibile che il business dei diritti non funziona, non ha mai funzionato, se non per riempire la bocca di qualche becera uscita elettorale.

Buon venerdì.

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«Confermare la collocazione europea»: ciao ciao sovranisti salvinisti

Uno degli scotti da pagare nello spararle grosse in campagna elettorale è che poi, soprattutto in caso di vittoria, arriva la resa dei conti e diventa tutto terribilmente difficile. Provate a ripensare ai politici che si sono avviati spediti a governare sull’onda di un’immagine convincente per poi schiantarsi miseramente. Solo Berlusconi, forse, è riuscito a durare abbastanza a lungo da essere considerato un’anomalia. Lui e Andreotti. Sulle affinità elettorali (più che elettive) tra i due ci sono due belle pubblicazioni da leggere: la sentenza Andreotti (non il bigino di Vespa) e quella Dell’Utri.

Così succede che ora che Giuseppe Conte si prepara a essere presidente del consiglio sono bastate quattro parole quattro (tre più un articolo determinativo) per spegnere gli intestini che Matteo Salvini si è divertito a stuzzicare famelicamente in campagna elettorale in cambio di un pugno di voti: Conte ha esordito sottolineando la “necessità di confermare la collocazione europea“. Il turbosovranismo leghista in salsa elettorale è già svanito. Pluff.

In Europa si va a chiedere di cambiare le regole d’ingaggio (e sarebbe ora) ma la politica internazionale è qualcosa di più complesso di un cliccatissimo post su Facebook. Il governo deve ancora partire ma l’uscita dall’Euro e il tripudio degli aspiranti Farage è già spento prima di iniziare.

E i prossimi mesi saranno così: un equilibrio difficile tra ciò che si è promesso e ciò che si riuscirà davvero a mantenere. Con una differenza che però è sostanziale: se è vero che con Di Maio il Movimento 5 Stelle già da tempo ha limato le proprie posizioni cercando una quadratura del cerchio dall’altra parte Salvini ha giocato a fare l’incendiario senza mai pensare al piano b. E ogni volta che dovrà scendere a compromessi ritirerà fuori il democristianesimo di Di Maio accendendo senza remore il conflitto interno. Ha appena sciolto la coalizione con cui si è presentato alle elezioni. Ricordate?

Buon giovedì.

(A proposito, consiglio non richiesto all’opposizione che vuole costituirsi parte civile: augurare a Conte di fallire significa augurare al Paese di fallire. Non è una grande idea. Così, per dire. Proposte, piuttosto. Proposte.)

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