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Politica

Mancano i ragionamenti, quindi ci si affida alla cronaca (nera)

Gli omicidi a Londra spingono Trump a twittare. Il funerale di Pamela Mastropietro scatena certa destra sui dettagli più peccaminosi e sul “negro” come pericolo del secolo. La percentuale diminuita degli sbarchi invogliano Gentiloni a cantare vittoria.

Sempre di più la politica (e il giornalismo, lo possiamo scrivere? Il giornalismo) quando sono incapaci di costruire un ragionamento cercano affannosamente spunti nella cronaca nera per illudersi (e illuderci) di leggere il presente e di essere davvero sulla cresta dell’onda. Fateci caso: sono completamente andate fuori moda le domande, è scomparso il valore di un dubbio, sono introvabili delle proposte di chiavi di lettura collettive. Il problema non sono i social dentro i social: il problema è la comunicazione social fuori dai social, nel mondo reale, lì dove come classe dirigente bisognerebbe dirigere (appunto) un pensiero, una visione, un progetto, addirittura un Paese.

Se il dibattito politico ha bisogno di strafogarsi di sfondoni lessicali compiuti dagli avversari o aspetta impazientemente di poter azzannare un tweet sbagliato allora significa che quello è il perimetro generale del pensiero. Stretto. Strettissimo.

Cosa c’è di strano quindi che inevitabilmente poi sia tutto così terribilmente ininfluente nella vita reale delle persone? Ma davvero voi andreste a votare qualcuno perché è stato brillante nel commentare il sommario dei tigì? Ma davvero voi comprereste un giornale che cerca notizie per sostenere la propria tesi con cui vi ammorba da anni piuttosto che fare il contrario ovvero costruire pensieri partendo dai fatti?

Mi raccomando, poi stupiamoci tutti.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/07/mancano-i-ragionamenti-quindi-ci-si-affida-alla-cronaca-nera/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La vera invenzione di Apple: l’i-tax

I poveri in Italia, quelli che guadagnano da zero euro all’anno fino a quindicimila euro, pagano più tasse di Apple. Come scriveva ieri Repubblica l’aliquota fiscale più bassa qui da noi è del 23% mentre l’azienda Usa ha chiuso il trimestre con un tax rate del 14,5% grazie soprattutto alla morbidezza dei governi nei confronti delle multinazionali (lottare contro i poveri fingendo di lottare contro la povertà è una costante di questi tempi).

Parliamo, per capirci, di un’azienda che nell’ultimo trimestre ha registrato utili per 13,8 miliardi di dollari.  Con buona pace dei contribuenti, dei clienti ma soprattutto con buona pace di una politica (italiana e internazionale) che usa la parola uguaglianza come se fosse un souvenir di cui accontentarsi, uno di quei colossei in plastica ruvida che è buono per comprarsi la sensazione di essere passati almeno una volta nella vita da Roma.

Il tema, se ci pensate, è enorme perché contiene tutto: la cosiddetta crisi economica che altro non è che l’incapacità (o meglio, la mancata volontà) di far pagare di più a chi ha di più, c’è dentro la rabbia dei lavoratori che si sentono sfruttati non solo sul luogo di lavoro ma anche e soprattutto dalla codardi di una politica assente, c’è dentro il capitalismo più becero che in nome della libertà consente di comprarsi i diritti e i doveri come se fossero merce di scambio.

E c’è il silenzio, tutto intorno, della politica italiana, quella che sulle indignazioni ha costruito i suoi bacini di voti negli ultimi anni è che è talmente vigliacca da non riuscire mai a prendersela con i prepotenti ma solo con gli straccioni. E la guerra tra poveri continua.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/03/la-vera-invenzione-di-apple-li-tax/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Non manca il lavoro: manca la volontà di pagare stipendi dignitosi

Succede così: se c’è una possibilità che sia una di pagare il meno possibile un lavoro potete scommetterci che buona parte degli imprenditori la cavalcheranno bramosi. Poi vi diranno della competitività, della crisi, della globalizzazione e di qualche altra menzogna buona solo per ripulirsi la coscienza. Che poi, a vedere bene, a questi non interessa nemmeno la coscienza pulita ma interessa piuttosto non essere condannabili, semplicemente. L’etica, nel mondo del lavoro, è un vezzo che si possono permettere solo i pochi che sono in grado di rivenderla oppure di pagarla come hobby, al posto del golf.

Potete scommettere che, a differenza di molti cittadini comuni dove per comuni si intende normalmente lavoratori, i datori di lavoro hanno sempre le idee molto più chiare sulla politica: per loro c’è chi sta dalla loro parte e chi sta contro di loro. Non servono ideologie. Non servono nemmeno mirabolanti promesse. L’importante è sentirsi garantiti dove la garanzia sta tutta nell’evitare che a qualcuno in Parlamento e al governo non venga idea di intaccare i diritti che negli anni si è riusciti impunemente a demolire.

Il capolavoro vero è stato nel considerare vecchia la lotta di classe quando davvero oggi come allora il mondo si divide in sfruttati e sfruttatori. Solo che mentre gli sfruttatori possono godere dell’appoggio di dichiarati servi tra la classe dirigente gli sfruttati d’altro canto possono al massimo sperare in quelli che molto timidamente provano a prenderne le difese senza però disturbare quegli altri. Ci hanno convinto (lo faranno anche oggi, tra i commenti di questo post) che la solidarietà tra lavoratori e imprenditori sia obbligatoria ma dimenticano di dirci che il patto è stato spezzato dal turbocapitalismo già da qualche decennio. E chiedere a uno schiavo di ringraziare il padrone mi pare davvero un po’ eccessivo. Scusatemi. Sarà l’aria del primo maggio.

Il punto forse è che ci sarebbe bisogno di sapere, di avere il pensiero, che qualcuno dica senza troppa timidezza che il problema non è che non ci sia il lavoro ma che troppo spazio è stato dato a chi il lavoro lo vorrebbe pagare il meno possibile (clienti e padroni) e che la buona educazione quando si tratta di discutere di diritti e di dignità è una trappola per topi. Dicono che sia finita la lotta di classe e intanto aumentano gli sfruttati. Fate due conti.

Buon mercoledì.

 

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/05/02/non-manca-il-lavoro-manca-la-volonta-di-pagare-stipendi-dignitosi/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

#acasaloro, il debutto e poi quello che viene

Alla fine ce l’abbiamo fatta. Siamo andati in scena con A Casa Loro che adesso, come succede dopo un’anteprima, diventa grande ed è pronto per andare in giro. È una scommessa ardita, questo spettacolo, perché, credetemi, negli anni ho scoperto ben bene come ci voglia coraggio anche a metterli in scena certi temi, anche a farsene organizzatori. E la questione della Libia e dell’immigrazione continua ad essere uno di quesi discorsi che si preferisce lasciare alle conversazioni private. Lo scriviamo anche nello spettacolo:

«Solo che i morti di indifferenza muoiono che non se ne accorge nessuno. Si spengono come lampadine di una strada deserta in cui non passa nessuno.

Il vicolo deserto in cui non passa nessuno, trattato come un sacco dell’umido da chiudere stretto senza nemmeno guardarci dentro, per non rovinarsi l’appetito, è la Libia di cui tutti parlano e nessuno legge, la Libia che è diventata la discarica dei nostri errori e dei nostri orrori. E invece lì dentro ci sono storie che vanno prese a piene mani e portate in giro. Con pazienza, cura. Come quando si cambia una lampadina, appunto.»

Intanto ringrazio tutti quelli che a questo spettacolo hanno lavorato duramente in questi mesi: Nello Scavo nella scrittura, Amanda Pisi e Giordano Gelati nell’organizzazione e nella cura, Alessandro Nidi nella regia video e tutti quelli che ci hanno creduto fin dall’inizio. Come scrive Civati (che sull’immigrazione si spende da sempre) nel suo post:

L’atto unico (senza appello, potremmo dire) è forse la cosa migliore che sia stata pensata e messa in scena sul luogo comune più scontato della politica nazionale (e non solo nazionale, ahinoi): una vera lezione sul modo di rendere «plastica» l’esperienza delle migrazioni e dei suoi protagonisti.

Del resto sono anni che lo sentiamo dire, «Aiutiamoli a casa loro», a cui qualcuno (totalmente svaporato) ha voluto aggiungere: «davvero». Uno slogan che non spiega niente ma liquida tutto, come lo speculare «padroni a casa nostra», con l’immancabile corollario del «prenditeli a casa tua».

Ecco. Ora facciamo in modo che A Casa Loro vada in giro per casa nostra. Grazie a tutti.

#acasaloro

Un post condiviso da Giulio Cavalli (@giuliocavalli) in data:

S’i’ fosse foco, arderei ‘l referendum

In diretta televisiva nazionale, nella trasmissione di Fabio Fazio (quella che vorrebbe farci la predica invitando spesso i bulli trattandoli come indispensabili moralizzatori), è stato ospite quel Matteo Renzi che il 23 marzo del 2018 aveva dichiarato «ora starò zitto per due anni». È durato fino al 29 aprile. Del resto si sa che una delle qualità migliori delle trasmissioni di Fazio è proprio quella di essere “aperta” a tutti, come ospiti, mica solo quelli di una cerchia ristretta.

Quindi, quello che aveva dichiarato (anzi, che aveva promesso, per calmare gli animi dopo la sconfitta) di voler essere un senatore semplice, ha parlato a lungo della crisi politica di queste settimane usando il «noi» come lo userebbe chi si ritrova a guidare un partito, mica come un dimissionario convinto. Del resto se è vero che in molti nel Pd chiedono che venga consultata la base, è anche vero che a Renzi è bastato un giro in bici nei giorni scorsi per sapere cosa pensa la gente con la solita umiltà di chi ritene il proprio punto di vista come unica realtà possibile e accettabile.

Ha insistito ancora sul referendum costituzionale (che è la batosta che più gli brucia, sembra ancora di più della pesante sconfitta elettorale) insistendo nel dire che accetta il risultato degli elettori, che però secondo lui è sbagliato, ovvio. Ha detto di avere cominciato a fare politica per andare contro il partito-azienda di Berlusconi (infatti ci si è solo alleato, e che diamine), ha detto che gli italiani hanno votato per mandare il Pd all’opposizione (degradando, se possibile, ancora di più i suoi elettori che sono sempre meno), ha collegato la mancata riforma costituzionale alla pessima legge elettorale di cui è padre politico (e invece la sentenza della Consulta dice tutt’altro, come eroicamente tenta di spiegare Lorenzo Pregliasco da giorni qui) e infine ci ha tenuto a dirci che il caso della colf pagata in nero (forse) dalla compagna di Roberto Fico diventerà il Watergate italiano (e fa niente che i genitori di Renzi, nel frattempo, siano stati indagati in un’inchiesta di fatture false).

Non era in diretta. Era in differita dal 2014. Ma quando si tratta di intossicare un po’ il clima è sempre tra i migliori. Lui e Silvio.

Buon lunedì.

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De Luca, Berlusconi e la storia usata come lettiera

“Il Pd vive come gli ebrei negli anni delle leggi razziali: braccati, umiliati e senza patria”: parole di tre giorni fa pronunciate dal presidente della Campania Vincenzo De Luca, uno di quelli che senza sparate sui giornali non esisterebbe nemmeno. Uno di quelli che in un partito serio non verrebbe candidato nemmeno come amministratore di condominio.

“Siamo di fronte a un grave pericolo. L’altro giorno stavo dando una mano a delle persone e gli ho chiesto come si sentissero di fronte a questa formazione politica, che non si può certo definire democratica. Uno mi guarda negli occhi e mi dice ‘credo che ci sentiamo come gli ebrei al primo apparire della figura di Hitler‘”: parole pronunciate ieri da Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia (non è un leader, su, non scherziamo con il senso delle parole) e pregiudicato, che in Paese normale sarebbe fuori dalla politica da anni, dovrebbe spiegarci parecchie cose ( tra cui la provenienza del denaro con cui ha cominciato ad essere imprenditore e le amicizie mafiose dei suoi stretti collaboratori come Marcello Dell’Utri).

Tutti e due a parlare di ebrei e di Hitler ovviamente sfruttando l’aria del 25 aprile, inserendosi nel tema caldo del momento per farsi notare di più e meglio con tutto l’egocentrismo di cui sono capaci. Ma qui la colpa è infinitamente più grave: qui siamo di fronte a due membri della classe dirigente che usano la Storia come zerbino, come una lettiera in cui fare i propri bisogni sperando di poter dare due zampate per coprire tutto. Sulla pelle dell’antifascismo e del popolo ebraico.

Buon giovedì.

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La supercazzola progressiva ma flat

L’ultima puntata di questa perdibile saga che sono questi cinquanta giorni di consultazioni sono i patetici tentativi di raccontare simili programmi elettorali che si contraddicono con iperboli oratorie che sono degne dei pacchisti che si incrociano nei parcheggi di qualche autogrill. L’ultimo in ordine di tempo è il capogruppo al Senato del Movimento 5 stelle Danilo Toninelli che in scioltezza ha aperto alla flat tax leghista con una dichiarazione che lascia basiti: «La semplificazione fiscale è anche una nostra priorità. Una flat tax che non svantaggi le fasce più deboli e rispetti il criterio della progressività scolpito nella nostra Costituzione per noi va bene», ha detto Toninelli.

E fa niente che una flat tax che «rispetti la il criterio della progressività scolpito nella nostra Costituzione» valga più o meno come augurarsi un pollo capace di librarsi in volo: l’importante è scovare formule retoriche per rendere potabile tutto ciò che serve per tentare di non innervosire i propri elettori. Così la flat tax che fino a qualche mese fa veniva bollata come «incostituzionale», «che scassa i conti dello Stato», «una bufala» (tanto da meritarsi sul blog di Grillo il nomignolo «flop tax») ora diventa «semplificazione fiscale». Fantastico.

La politica, quando non si è capaci di farla, diventa un esercizio retorico per nascondere sotto le metafore i propri fallimenti. Così ci tocca pure sentire Salvini che apre al reddito di cittadinanza, il M5s apre alla flat tax, i distanti fingono di essere simili per annusarsi e poi reagiscono offesi se il corteggiamento non funziona. E ora, dopo averci detto per settimane quanto si assomigliano di là a destra, proveranno per qualche giorno a simularsi di centrosinistra. Di governo, nemmeno l’ombra.

Buon martedì.

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La perseveranza di Bernie per i (suoi) talk show

500 video all’anno. Bernie Sanders non ha inventato niente nella politica americana ma ha la capacità di fare quello che funziona, di insistere e di farlo bene. E così, in una certa disattenzione generale, Bernie si è creato il suo piccolo impero di comunicazione che gli permette di scavalcare i media tradizionali e collezionare qualcosa come 800 milioni di visite. Ne scrive Studio:

Partiamo, come accennato prima, dal talk show. Si chiama, banalmente, The Bernie Sanders show ed è pubblicato a cadenza variabile su Facebook. Ad oggi sono disponibili sedici puntate – potete vederle tutte a questo indirizzo, cliccando sulla playlist “The Bernie Sanders show”  – il format è quasi sempre quello di un’intervista faccia-a-faccia, dove gli ospiti spaziano da Bill Nye, il popolarissimo divulgatore scientifico noto come “the science guy”, ad Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che alcuni fan di Sanders vedono come una possibile partner per il 2020, passando per Al Gore e il sindaco di New York Bill de Blasio. Poi, si diceva, c’è il podcast: è disponibile su iTunes, GooglePlay e sul sito del senatore: anche qui, la cadenza è variabile. In alcuni casi, i temi si sovrappongono a quelli del Bernie Sanders show, in altri si tratta di puntate separate. A questo si aggiunge il lavoro, con format più fluidi, da un ben nutrito ufficio stampa: «Il personale media di Sanders è composto da tre professionisti, incluso Armand Aviram, l’ex produttore di NowThis News, e tre stagisti pagati», scrive Debenedetti. Soltanto lo scorso anno, aggiunge, «hanno pubblicato 550 video brevi su Twitter e Facebook».

Debenedetti ha ribattezzato l’operazione, tra il serio e il faceto, “Bernie tv”, facendo notare che, tra l’altro, c’è una discreta ironia: in molti si aspettavano che, se non avesse vinto, sarebbe stato Trump a lanciare una sorta di “Trump tv”, una sorta di Fox News ma ancora più di destra (questo non lo cita, però nel libro Fire and Fury si legge che molti nello staff della campagna di Trump puntavano proprio a una carriera mediatica). L’obiettivo, scrive il giornalista «non è generare profitti», visto che i soldi utilizzati sono quelli del Senato, inoltre «non ci sono piani di espandersi oltre ai social media». Quello che sta facendo Sanders, dal punto di vista comunicativo, è quello che stanno cercando di fare tutti i politici, ovvero raggiungere gli elettori direttamente bypassando i media tradizionali. Solo che lui lo fa meglio: «È qualcosa di fantasmagorico. Nel primo anno il pubblico della Bernie tv si è impennato: i suoi video sono stati visti 800 milioni di volte».

Trovate tutto qui.

L’articolo 11 non tollera attacchi mirati né bombardamenti come avvertimento

Gli amici dei miei nemici sono miei nemici. I nemici dei miei nemici sono miei amici. Gli amici dei miei amici sono miei amici. Se vi sembra un adagio superficiale, semplicistico e piuttosto stupido mettetevi il cuore in pace perché in quelle tre frasi c’è tutto lo spessore della politica estera vista dalla politica italiana, l’Italia condannata alla conclamata irrilevanza internazionale e europea che negli ultimi anni ha deciso di osservare il resto del mondo dalla lente distorta dei “patti firmati” rinunciando completamente a sviluppare un’analisi critica (e propria) sui fatti internazionali.

Ora si tratta della guerra in Siria ma è solo l’ultimo capitolo di una storia che viene da lontano e che ha spinto il governo (e tutte le sue diverse “voci” che siano stampa, internet o televisione) a dividere la realtà in tutto bianco e tutto nero, rinunciando alla complessità e al dovere di costruire una propria chiave di lettura.
La guerra in Siria racconta sotto le mentite spoglie di un “attacco mirato” e di un “avvertimento” è un altro capitolo della truffa internazionale che ciclicamente viene perpetrata in cui sempre decidiamo consapevolmente di cadere e che spesso la storia smentisce qualche anno dopo.

Per riuscire a far digerire la guerra ormai anche la narrazione è più o meno la stessa: si prende una zona calda del mondo in cui viene facile illustrare il deterioramento dei diritti (e in Siria basterebbe la successione famigliare al potere di Assad padre con Assad figlio per richiamare subito alla successione dinastica che funziona sempre perfettamente), si costruisce un allarme imprescindibile che diventa un alto rischio per la comunità internazionale (ultimamente funzionano moltissimo le armi chimiche che non richiedono nemmeno lo sforzo di essere documentate), si evita accuratamente di utilizzare il vocabolario bellico fermandosi alle “azioni dimostrative” e ci si prepara agli attacchi rivendendoli come rimbrotti.

Non conta fermarsi sulla narrazione della complessità o interrogarsi sulla chiave di lettura collettiva che si vuole dare alla Storia: i pro-Trump magnificano l’attacco in Siria in nome del fascino decisionista del presidente americano, a loro basta quello, i macronisti esultano per l’azione poiché garantisce Trump, in Gran Bretagna si applaude la May per lo sgarbo a Putin, esultano perfino i principi sauditi che hanno visto sempre in Assad un nemico da abbattere urgentemente.

Intanto, dall’altra parte, i guerrafondai per definizione, quel pezzo di destra che in Putin ha individuato da sempre l’uomo forte e sovranista da guardare con ammirazione, improvvisamente diventano pacifisti: non c’è analisi della situazione politica, gli basta sapere che la Russia non condivide l’attacco per decidere da che parte stare. È la politica internazionale (anche quella) vissuta come tifo, divisi non per differenza di pensiero e di valori ma semplicemente per appartenenza. È ancora una volta la politica che diventa una partita di calcio, un campo in cui ci sono i buoni che sono buoni e i cattivi i che sono sempre irrimediabilmente cattivi. Nessun tono intermedio, nessuna concessione alla conoscenza della storia o alla natura geopolitica della zona. Tutti siriani o tutti putiniani, tutti filo Assad o tutti a urlacciare contro il dittatore. In mezzo, niente.

Se c’è qualcosa che più di tutto ha relegato l’Italia all’irrilevanza internazionale forse è proprio questo muoversi per partito preso e mai per partito scelto. Il pacifismo, l’intervento bellico e le crisi internazionali sono solo campi diversi su cui giocarsi partite locali e localistiche. Un provincialismo naïf senza né capo né coda risibile nello scacchiere del mondo. Poi ci sarebbe la Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Il pacifismo insomma non è la paturnia di una certa sinistra fuori dal tempo e fuori dal mondo ma è un principio costituzionale che non prevede l’utilizzo della forza come soluzione delle controversie internazionali: la questione non è ideologica ma strettamente politica. In quel parlare (spesso a proposito) di rispetto della Costituzione solo quando torna utile pro domo sua i nostri dirigenti politici perseverano nel dimenticare che l’articolo 11 della nostra Costituzione non prevede e non tollera “attacchi mirati”, bombardamenti come avvertimento e tantomeno la violenza in risposta alla violenza. Ma anche su questo, statene certi, verrà presto il momento che sarà da buonisti invocare la pace. E continuerà la guerra, contro ogni disperato abbastanza disperato da non riuscire a fare sentire la propria voce.

L’editoriale di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola


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Quel verminaio dietro la morte di Stefano Cucchi

Se non vi è bastato tutto lo schifo che è uscito in questi anni sulla morte di Stefano Cucchi (ammazzato di botte e vituperato dagli individui peggiori della classe politica di certa destra) preparatevi ad aggiungere un altro disgustoso capitolo che arriva direttamente dalla caserma dei carabinieri di Tor Sapienza, Roma, quello stesso quartiere che qualche tempo fa manifestava contro il “pericolo sicurezza” degli stranieri e che oggi scopre di avere avuto carabinieri mendaci e terribilmente insicuri.

Nell’udienza di ieri del processo a carico di cinque carabinieri avvisati di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia si è scoperto che le relazione sullo stato di salute di Cucchi sono state ritoccate per cercare di sollevare gli uomini dell’Arma dalle loro responsabilità. Nella prima relazione si legge che Cucchi “riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare” tanto da dover “essere aiutato” anche per salire le scale mentre veniva portato all’udienza preliminare per la convalida del suo arresto mentre nella seconda versione spariscono i dolori e  si legge che Cucchi “era dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto”.

A compilare la relazione è stato il carabiniere Francesco Di Sano (e ci sono anche due relazioni quasi identiche del piantone di Tor Sapienza peccato che il piantone dica davanti al giudice che la seconda non l’ha mai firmata) ma le correzioni (lo hanno raccontato gli stessi carabinieri ieri in aula) sarebbero state richieste dai loro superiori. Avete letto bene: dai loro superiori.

Ogni capitolo di questa storia è un verminaio. Sono passati anni ma piano piano si infiltrano verità. E ora, come scrive la sorella Ilaria, ora qualcuno comincia a tremare davvero. Stefano Cucchi tremava per la paura e le botte, ora questi tremano per lo spiraglio di giustizia.

Buon mercoledì.

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