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Politica

E chi protegge le “nostre” donne dai “nostri maschi”?

(da leggere Valentina Saini per Gli Stati Generali)

Sei donne uccise in meno di venti giorni. Da Pamela Mastropietro, ritrovata il 31 gennaio a Macerata, fino a Federica Ventura, accoltellata dal marito venerdì in provincia di Foggia. Quanto a numero di femminicidi, il 2018 non promette niente di buono.

In Italia viene uccisa una donna ogni due giorni. Ma a riguardo gran parte della politica rimane silente. Eccetto quando i colpevoli (o presunti tali) sono stranieri. Allora una fetta significativa della destra insorge, tuonando contro la presunta emergenza immigrazione. Se però i colpevoli (o presunti tali) sono italiani, l’atteggiamento di quella stessa parte politica cambia; niente discorsi tonitruanti né in Parlamento né ai talk-show o sui social media; non ci si preoccupa di difendere quelle che chiamano “le nostre donne”. (Nostre?)

In Italia, e non solo adesso in campagna elettorale, si parla molto di immigrazione. Ne parlano i politici, definendola spesso una vera e propria emergenza nazionale che causa pericolo e insicurezza. Ne parlano i media, non sempre in modo equilibrato. Il risultato è che l’immigrazione non è solo uno degli argomenti più caldi di questa campagna elettorale. È anche la seconda maggiore preoccupazione tra gli italiani dopo la disoccupazione. Secondo uno studio della Commissione Europea, nel nostro continente sono pochi i paesi più preoccupati di noi: lo scorso settembre il 46% degli italiani segnalava una percezione di insicurezzalegata al fenomeno migratorio.

Il tema dell’immigrazione da troppo tempo viene presentato in maniera semplicistica e talvolta persino distorta. Si parla di emergenza, a causa dell’insicurezza che esso genererebbe. Sia chiaro: il desiderio di sentirsi al sicuro è più che normale, e del tutto comprensibile; del resto è proprio quel desiderio che spinge migliaia di persone a rischiare la vita per emigrare.

Ma allora perché non definire un’emergenza anche la mentalità maschilista che in Italia uccide una donna ogni due giorni?

Il maschilismo sta alla base tanto dei femminicidi, delle violenze sessuali e di quelle domestiche (sia fisiche sia psicologiche), che della discriminazione di genere nel suo complesso. Le vittime che miete sono tantissime. Più di quelle che pensiamo, dato che molte donne che subiscono violenze non denunciano i loro aguzzini. E del resto, bisogna dirlo, non è che lo Stato si dimostri sempre particolarmente efficiente o decisivo nell’aiutarle, e ne abbiamo avuto due tragici esempi proprio con questi ultimi femminicidi: due degli assassini erano già stati denunciati per stalking (a quando i benedetti braccialetti anti-stalking?).

L’Istat ha appena diramato dei nuovi dati sulle molestie sessuali, subite da almeno 9 milioni di donne. In Italia si registrano 11 stupri al giorno, per mano di uomini italiani nel 61% dei casi (dati dei primi sette mesi dell’anno scorso). Un quarto degli omicidi è classificato come femminicidio, e mentre il numero complessivo degli omicidi è calato del 39% dal 2011 al 2016, quello dei femminicidi è sceso solo del 14%.

E sia chiaro, quando una donna viene ammazzata in Italia di solito il femminicida non è affatto straniero. Nel 74,5% dei casi, il colpevole è di nazionalità italiana. I casi degli ultimi giorni poi, non fanno che confermare una tendenza che purtroppo i dati mostrano già da tempo: circa il 75% delle donne viene uccisa nell’ambito familiare. Ossia, teoricamente, il contesto in cui ci si dovrebbe sentire più sicuri. Lo stesso vale anche per gli stupri.

Il maschilismo non si limita a discriminare, il maschilismo uccide. Non è un’esagerazione, ma una certezza più che appurata ormai. Chiamatelo machismo, maschilismo, patriarcato, la sostanza è sempre la stessa. È la cultura che predica e promuove la superiorità del maschio, il suo diritto a possedere tutto ciò che vuole, incluse le donne. Che ripristina, in chiave moderna, un mostruoso ius vitae necisque. Una cultura malata, che miete vittime anche fra gli stessi uomini.

Ed è una questione che dovrebbe essere trattata con la serietà e la rilevanza che merita. Perché in modo più o meno accentuato, con conseguenze più o meno gravi (di certo letali una volta ogni due giorni), i suoi effetti colpiscono la metà della popolazione italiana. È un problema che deve essere affrontato da tutta la società in modo compatto: istituzioni, media, scuola, uomini e donne.

(continua qui)

«Essere antifascisti è impedire ai neofascisti di manifestare»: cosa disse Sandro Pertini a Genova nel 1960

«Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.
Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova il suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologià di reato.
Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.
Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.
Questi valori, che resteranno finché durerà in Italia una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui.
La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero. Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.
E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria , purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.
Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune.
Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?
Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima.
Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.
E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti.
Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.
Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni.
Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.
Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza., il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.
Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra Liguria, le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre.
Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista.
A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza?
Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.
Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.
Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.»

(grazie a Christian Raimo per averlo riproposto, qui)

Ambasciator non porta verità

“E’ un messaggio di continuazione dell’impegno. I risultati ottenuti sono stati basati su uno stretto raccordo e una concertazione quasi quotidiana tra le istituzioni, il governo italiano, l’ambasciata, la Procura di Roma – che ha fatto un lavoro straordinario – e la Procura del Cairo e su questa strada dobbiamo continuare per avere la verità sulla brutale esecuzione di Giulio”: aveva detto così lo scorso 24 gennaio Giampaolo Cantini quando si era ritrovato (povero lui) a fingere di commemorare i due anni dalla scomparsa di Giulio Regeni da ambasciatore italiano in Egitto.

Ci hanno detto che il ritorno dell’ambasciatore italiano in terra d’Egitto sarebbe servito per “trovare la verità” e invece, sei mesi dopo, registriamo la saldatura dei ghiotti rapporti commerciali (la scenetta dell’amministratore dell’ENI De Scalzi insieme a Al Pisi è una di quelle notizie che dovrebbe sanguinare e invece niente) ma nessun concreto passo in avanti sulla morte di Giulio Regeni.

Lo dice senza troppi giri di parole la famiglia di Giulio: “non è stata registrata in realtà nessuna ‘reazione’ da parte della magistratura egiziana sulla informativa italiana che ricostruisce le precise responsabilità di nove funzionari di pubblica sicurezza egiziani perfettamente individuati. Sono passati, da quel 14 agosto, altri sei mesi”. “Se, come ci era stato garantito dal nostro Governo– dice la famiglia Regeni – l’invio dell’ambasciatore, doveva consentire il raggiungimento della verità processuale su ‘tutto il male del mondo’ inferto su nostro figlio, il fine evidentemente non è stato raggiunto e la missione in questo senso è fallita. Non è possibile normalizzare i rapporti con uno stato che tortura, uccide e nasconde oltraggiosamente la verità, se non a scapito della credibilità politica del nostro Paese e di chi lo rappresenta”.

Missione fallita. Giulio è morto. Questi sperano che il ricordo e la fame di giustizia si spenga. E invece no, non si spegne.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/14/ambasciator-non-porta-verita/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

Mafia nigeriana? Ottima occasione per parlare di tutte le mafie.

Alla fine (per il solo fatto che sia nigeriana) anche la mafia torna prepotentemente alla ribalta nel dibattito politico di questa campagna elettorale: a quelli che si rivendono come difensori della povera Pamela da qualche ora è venuta la brillante idea di puntare alla “paura organizzata” blaterando con superficialità e ignoranza di una presunta mafia nigeriana (ovviamente dipinta tutta scimmiesca e impegnata nei suoi riti vodoo) pur di tenere sempre alta la paura che accende la guerra tra disperati.

E allora parliamo, di mafia. Parliamo di tutte le mafie (nigeriana inclusa, così togliamo l’alibi alla destra di non occuparci di anche di loro) partendo da un concetto semplice semplice: anche nel campo della criminalità organizzata gli stranieri (ovvero le mafie straniere) fanno i lavori che gli italiani (ovvero Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita) non vogliono più fare. La classe dirigente criminale, anche a livello internazionale, è tutta nostrana e da qualche anno è in missione all’estero per spolpare altri Paesi dopo avere mangiato il nostro. L’emergenza criminale, per intendersi, è la ‘ndrangheta italiana che sta colonizzando la Germania. Chiedete agli amici tedeschi, se vi capita. Quindi per non cadere nel patetico errore di essere forti con i deboli e deboli con i forti cominciamo ad occuparci di loro. Di tutti.

Ma occupiamocene seriamente: discutere di mafie collegandole alla cronaca nera (peggio ancora occuparsene se è nero l’assassino) è un offesa alla storia di questo Paese che nella lotta alla mafia ha perso i suoi uomini migliori. E se davvero vogliamo occuparci della “certezza della pena” (che torna sempre di moda in campagna elettorale) allora non c’è niente di meglio che punire i corrotti e i corruttori (che sono l’anello di congiunzione tra mafie e politica) e indignarsi con forza ogni volta che scorgiamo qualcuno di loro sornione, impunito o addirittura classe dirigente.

Fare le cose sul serio. Seriamente.

(Giulio Cavalli, Giuseppe Civati)

Il metodo Goebbels applicato alla campagna elettorale

(via Alberto)

Sia chiaro, nulla di cui scandalizzarsi: è la politica, una cosa sporca e cinica in cui ognuno deve fare l’interesse proprio e della propria parte. L’importante però è cercare di non cascarci.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

3. Principio della trasposizione.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.

8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.

9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali. Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.

11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

 

Favino, Sanremo e due buone notizie

Lasciamo perdere la politica, per ora, così com’è erroneamente intesa in quest’epoca in cui la gara ad essere immediatamente comprensibili continua a partorire banali banalizzatori, incapaci di raccontare la complessità. Parliamo di spettacolo, prima di tutto: perché il monologo di Pierfrancesco Favino nella serata di chiusura di Sanremo è soprattutto teatro, sia nella scrittura di Bernard-Marie Koltès sia nella scelta stilistica della recitazione. E il monologo di Favino (che sia piaciuto o meno dal punto di vista dell’interpretazione non è importante, ora) è stato un “evento” in grado di sconquassare il placido mondo della prima serata italiana: un artista sulla cresta dell’onda ha deciso di prendere una posizione su un tema che divide e inevitabilmente espone ad attacchi e giudizi. Incredibile, eh?

È così terribilmente fuori moda per gli uomini di spettacolo prendere posizione che alla fine serve Sanremo per scoprire che il teatro (e la letteratura, la pittura e le arti tutte) in realtà hanno tutte le parole che servono per leggere il nostro tempo:

«Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa
più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero
loro finiscono qua e io finirò laggiù
laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne
Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro
se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più
Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba
l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.
Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,
ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così
almeno ti avrò detto quello che ti devo dire».

Scritto nel 1977, recitato negli anni in moltissimi teatri sparsi per il mondo: improvvisamente sbuca a Sanremo. Qualcuno dice che è stato recitato male, qualcuno dice che Favino non avrebbe dovuto “svendere” un testo del genere al mainstream (il reato sarebbe quello di avere recitato un testo bellissimo di fronte a troppe persone, una cosa del genere), qualcuno dice che i razzisti hanno applaudito Favino ma poi continueranno ad essere razzisti.

Io, nel mio piccolo, registro due cose due: in un momento in cui va di moda “tenere i toni bassi” (che è un modo elegante per arrogarsi il diritto di non prendere posizione), Favino invece parteggia e in più qualche milione di italiani hanno hanno sentito nominare un autore che difficilmente avrebbero potuto incrociare nella televisione nostrana. Mi paiono entrambe buone notizie.

Buon lunedì.

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È Minniti “l’uomo nero”

Da Salvini ti aspetti le salvinate. È normale. Sai anche che Berlusconi ogni tanto, per dare un colpetto ai sondaggi, finisce per fare il razzistello per un pugno di voti. Di Forza nuova e CasaPound non ne scriviamo nemmeno per ecologia intellettuale. Ma forse sarebbe il caso, una volta per tutte, di aprire un dibattito serio (senza tifosi, serio davvero) sulle responsabilità del peggior ministro dell’Interno degli ultimi anni, marchiato come uomo di “centrosinistra”, che è Marco Minniti.

L’uomo è nero (cito il titolo di un bel libro di Catone e Maestri in uscita nei prossimi giorni) perché appare intoccabile e indiscutibile, ammantato com’è del fregio “di sinistra”, è nero perché scherza amorevolmente sulla scrivania di Mussolini per aizzare l’applauso dei presenti (il video eccolo qui) ed è nero perché viene consapevolmente usato da un pezzo del Pd per schiacciare l’occhiolino a destra.

Ma parliamo di politica, appunto. Minniti ha promosso i torturatori di Genova. Minniti ha legittimato il fango sulle ong offrendo una sponda istituzionale alla campagna di isolamento (a proposito, che fine ha fatto la salvifica inchiesta del prode Zuccaro?). Minniti si è inventato il reato di povertà chiamandolo «decoro urbano». Minniti è quello che oggi vergognosamente ha il coraggio di dichiarare di avere previsto il sangue di Macerata e per questo avrebbe bloccato gli sbarchi (ha fermato i migranti per fermare i fascisti, un po’ come ripulire la Germania dagli ebrei per non far vincere Hitler). Minniti è quello che difende l’accordo con la Libia («si tollerano le torture pur di gestire il fenomeno migratorio ed evitare gli sbarchi», erano state le parole durissime dell’Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad Al Hussein. Che aggiunse: «La sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità». E pure: «Siamo scioccati dagli abusi nei campi»).

Minniti è quello che oggi vorrebbe convincerci che le manifestazioni fasciste e quelle antifasciste pari sono. Eccolo qui, Minniti.

Buon venerdì.

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L’antifascismo non è un orpello da sventolare quando il mare è piatto e non tira vento. Mi spiace. No.

Provando a ricapitolare: a Macerata è avvenuto una «violenza» con una «spregevole ideologia alla base» in cui «sei persone sono state» bersaglio di una sparatoria «in Italia nel weekend a causa del colore della loro pelle. Vittime innocenti di una violenza causata da razzismo e xenofobia odiosi». Le parole sono del vicepresidente della Ue Frans Timmermans, tanto per chiarire quanto sia lapalissiano il fatto. Fascismo. Si dice così. Si pronuncia così. Si scrive così.

In un Paese che dal fascismo è uscito a brandelli (tanto da inserirlo come odioso pericolo nella propria Costituzione) dopo un fatto fascista verrebbe naturale pensare che ci sia da rispondere che la politica risponda con la schiena dritta e a voce alta. “Ma siamo in campagna elettorale!”, dice qualcuno. Tanto meglio. Politica nel tempo della massima manifestazione di intenti: essere antifascisti è un prerequisito da affermare anche e soprattutto in campagna elettorale. “Ma poi gli xenofobi potrebbero creare disordini!”, dice qualcun altro. E allora sarà l’occasione per lo Stato per ribadire la Costituzione e mostrarsi fermo nel rispetto delle regole, verrebbe da rispondere. “Ma la gente non vuole divisioni!”, bisbiglia il sindaco di Macerata. Male, sarebbe da rispondere: il contrario di fascismo è democrazia. Si tratta di difesa della democrazia. Mica di un parte politica. “Meglio aspettare, stare tranquilli”, dicono alcuni. Ma Macerata non è “tranquilla”: Macerata è una città sporcata dall’onta della vergogna. Non ha bisogno di “restare tranquilla” ma di tornare ad essere tranquillamente democratica.

E coma finisce? Finisce che  Anpi,  Cgil Arci e Libera dichiarano sospesa una manifestazione che in realtà è stata indetta da altri: come racconta Csa Sisma “una manifestazione che in pochissimi giorni ha ricevuto appelli, adesioni ed inviti alla partecipazione da tante realtà sociali e singoli cittadini, a livello locale, come a livello nazionale”. E l’appello di ANPI (e gli altri) viene smentito nelle decine di messaggi (e sezioni locali) che decidono comunque di non accettare la sospensione. E così, da fuori, si assiste allo spiacevole balbettio di chi crede che “la politica” si propaghi provando a galleggiare. Ed è un peccato. Alla fine (ovviamente) la Prefettura prende la palla al balzo per vietare “tutte le manifestazioni”. Non si manifesta l’antifascismo, in Italia, nel 2018: la normalizzazione del fascismo come “opinione” contraria è riuscita.

L’antifascismo non è un orpello da sventolare quando il mare è piatto e non tira vento. Mi spiace. No.

(A proposito: ieri a Macerata Casapound ha tenuto una conferenza stampa e oggi Forza Nuova ha annunciato un presidio. Loro.)

Buon mercoledì.

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La lezione la dà la mamma di Pamela

Avviso a tutti quelli che dicono che la morte di Pamela Mastropietro giustifichi la violenza del povero ebete fascista e razzista di Macerata. Le parole qui sotto sono di Alessandra Verni, madre di Pamela. Leggetele bene, tenetele a mente, ripetetele a voce alta ad ogni piccolo razzista vi capiti di incrociare. Ditegli che il “vendicatore” disgusta anche le vittime: è un capolavoro di idiozia.

Dice la madre di Pamela: «Chiediamo solamente giustizia. Pene esemplari per chi ha ucciso e fatto a pezzi nostra figlia. Ma condanniamo fermamente l’attacco di ieri, non siamo razzisti e anche Pamela se fosse ancora viva sarebbe inorridita per questo atto di odio»

E poi: «Condanniamo questo gesto. Il presunto colpevole per la morte di nostra figlia Pamela si trova in carcere, e ieri il gip ha convalidato l’arresto. Vogliamo che paghi per quello che ha fatto: ha ucciso la nostra piccola e distrutto la nostra vita. Detto questo noi non vogliamo altro sangue sulle strade e non cerchiamo questo tipo di vendette. Siamo brave persone». 

Ce n’è anche per tutti quelli che parlano di “immigrazione fuori controllo”. Leggete bene cosa dice Alessandra: «Esiste una politica di accoglienza sana, e il 4 marzo ognuno di noi andrà alle urne sapendo come votare. Noi siamo per la non violenza assoluta e non vogliamo essere strumentalizzati.»

E io, non so voi, quando mi capita di incrociare così tanta dignità davanti al dolore mi inchino. E penso che ci sia davvero il Paese per resistere a tutto questo.

Buon lunedì.

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Due, tre domande alle attrici del “manifesto” contro “il sistema” della molestie

Le attrici italiane (non in ritardo, perché sono mesi che cerchiamo di spiegare che ogni denuncia ha i suoi tempi naturali) riescono finalmente a produrre un documento sul cinema italiano e sul tema delle molestie (fino a ieri sembrava che solo qui da noi l’industria cinematografica fosse un parco giochi di nuvole sorridenti) e scrivono una lunga lettera in cui accusano il «sistema» e dichiarano di essere «quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo». Scrivono cose sensate e il fatto che abbiano deciso di scriverle è una cosa positiva. Pare però che scrivano come se fossero esterne. Osservatrici. E questo distacco è abbastanza impressionante. Ecco perché questa lettera non emoziona, non tocca nessuna corda in particolare.

È un primo passo, dice qualcuno, rispetto al mortificante silenzio di questi ultimi mesi (o ancora peggio: il mortificante sostegno ai presunti molestatori piuttosto che alle vittime) ma dentro il documento ci sono alcune questioni che forse sarebbe la pena porre.

«Non appena l’ondata di sdegno si placa, – scrivono le 120 attrici – il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le “molestate” e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare». Bene. È possibile sapere perché siete mancate durante «l’ondata di sdegno»?

Poi. «Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse». È sempre piuttosto facile essere solidali con tutti perché, come diceva quel geniaccio antipatico di Dario Fo, poi è come non essere solidale con nessuno. Questo documento quindi dice che è vero ciò che hanno raccontato Asia Argento, Miriana Trevisan, le diverse ragazze su Brizzi (e poi Giorgia Ferrero, Giovanna Rei, Alessandra Ventimiglia e tutte le altre)? E perché non citarle? È stato importante il lavoro de Le Iene e di Dino Giarrusso? E, soprattutto, hanno quindi cambiato idea Nancy Brilli e Cristiana Capotondi che nella furia di difendere Brizzi (basta leggere qui, per citare un articolo a caso) scrivevano «assisto con dolore alle accuse che stanno rivolgendo in queste ore a Fausto Brizzi» o «non può essere la paura che ti venga bloccata la carriera a non farti parlare»? E che dicono quelle che se la prendevano con chi denuncia «senza metterci la faccia» ora che invece preferiscono non accusare il singolo ma piuttosto il «sistema»?

«Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema», scrivono, nel Paese (ricordiamolo) in cui tutti sottoscriverebbero un manifesto per dire che “la mafia è brutta” ma sempre troppi pochi fanno i nomi dei mafiosi, nel Paese in cui si dice che “la politica fa schifo” ma si è sempre timidi a specificare quale politico, nel Paese in cui la corruzione “è il male” ma guai a fare i nomi dei corrotti. Hanno letto, le sottoscrittrici della lettera, come è stato “rovesciato” il mondo del cinema (e gli altri) negli Usa e negli altri Paesi (civili) del mondo? E soprattutto: se è vero che loro sanno i nomi e i cognomi sono convinte davvero che gli orchi smetteranno di essere orchi solo grazie a questa lettera che archivia il passato? E, ancora, che ce ne facciamo delle vittime che sono state? A posto così?

È un primo passo, dicono in molti. Tardivo e poco coraggioso, dico altri. Eppure sarebbe stato bellissimo (sarebbe quasi un Nuovo cinema paradiso) avere il coraggio di ammettere di avere paura. Scrivere nero su bianco che fare i nomi costa. C’è più forza nell’ammettere la paura che nel proclamarsi paladine di una battaglia che nasce già piuttosto spuntata.

Se è il primo passo di un cammino, bene. Se è l’unico passo allora ha l’odore di un condono.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/02/02/due-tre-domande-alle-attrici-del-manifesto-contro-il-sistema-della-molestie/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.