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Politica

Manifestarsi. Soprattutto in campagna elettorale.

Su Macerata in queste ore si sta facendo molta confusione. Ne ho scritto nel mio buongiorno stamattina qui:

Finisce che  Anpi,  CgilArci e Libera dichiarano sospesa una manifestazione che in realtà è stata indetta da altri: come racconta Csa Sisma “una manifestazione che in pochissimi giorni ha ricevuto appelli, adesioni ed inviti alla partecipazione da tante realtà sociali e singoli cittadini, a livello locale, come a livello nazionale”. E l’appello di ANPI (e gli altri) viene smentito nelle decine di messaggi (e sezioni locali) che decidono comunque di non accettare la sospensione. E così, da fuori, si assiste allo spiacevole balbettio di chi crede che “la politica” si propaghi provando a galleggiare. Ed è un peccato. Alla fine (ovviamente) la Prefettura prende la palla al balzo per vietare “tutte le manifestazioni”. Non si manifesta l’antifascismo, in Italia, nel 2018: la normalizzazione del fascismo come “opinione” contraria è riuscita.

L’antifascismo non è un orpello da sventolare quando il mare è piatto e non tira vento. Mi spiace. No.

(A proposito: mercoledì a Macerata Casapound ha tenuto una conferenza stampa e oggi, giovedì 8 febbraio, Forza Nuova ha annunciato un presidio. Loro.)

Non bisogna abbassare i toni ma bisogna cambiarli (ne ho scritto per Fanpage qui):

varrebbe la pena avere il coraggio di abbandonare la strategia dei tifosi opposti (che tanto premia in termini elettorali e nei clic) e tornare al senso delle parole, lì dove un omicidio è un omicidio, lì dove una disperazione porta con sé il dovere di essere trattata con cura, lì dove un’ideologia incostituzionale non diventa un malessere da sventolare per demolire gli avversari, lì dove un prurito nascosto tra le pieghe di un dramma non viene esaltato per un po’ di pietismo, lì dove le vittime sono le vittime e non i carnefici, lì dove la richiesta di giusta pena non diventa la fame di vendetta, lì dove le strumentalizzazioni vengono prese per quel poco che valgono e non diventano suggeritrici degli editoriali.

E quindi siccome bisogna manifestarsi, soprattutto in campagna elettorale, abbiamo deciso di andarci. Ecco l’agenzia di stampa:

Come scrive giustamente Civati manifestare contro i fascismi non è mai un errore.

 

La “bomba sociale” è la mafia, la corruzione e il silenzio che ci sta intorno

L’ultimo sequestro di beni è avvenuto giusto ieri (e interessa candidati al Parlamento di Lega e Casapound) ma basta scorrere le cronache per incrociare l’impressionante numero di operazioni che regolarmente vengono effettuate dalle Procure: la mafia è viva e lotta insieme a noi ma l’argomento non è abbastanza trendy per meritarsi uno spicchio di attenzione in campagna elettorale.

Eppure mafia e corruzione costano più di qualsiasi altro fenomeno così terribilmente popolare: i mafiosi non stanno negli hotel a cinque stelle. Li gestiscono. Li comprano per riciclare denaro. Hotel, ristoranti, bar, come pezzi di un mondo imprenditoriale (gli ipermercati, ne vogliamo parlare?) che sono gli anabolizzanti di un mercato del lavoro (e quindi dei diritti, dei lavoratori e delle famiglie, dei consumatori, quindi di tutti) che sarebbe il caso di interrogare. Mafie e corruzione come sciolina dei rapporti illeciti che camminano sui bordi della finanza e della politica. Mafie e corruzione che sono il collante impiastricciato all’interno di alcuni uffici tecnici della pubblica amministrazione. Mafie e corruzione che qui, da noi, ottengono crediti bancari che i giovani (e i meno giovani estromessi dal mondo del lavoro) possono solo immaginare. Mafie e corruzione che modificano a proprio piacimento i percorsi della giustizia. Mafie e corruzione che relegano l’Italia agli ultimi posti di quelle classifiche internazionali che un po’ tutti sventolano in campagna elettorale.

E poi c’è il silenzio, intorno. Intorno ai processi, ai testimoni di giustizia lasciati soli, agli appelli degli investigatori, agli oppressi che spesso non riconoscono nemmeno la fisionomia dei loro oppressori. Le mafie e la corruzione, puff, sono spariti dalla campagna elettorale. Normale, del resto: è un tema su cui le bagattelle da verginità politica non se le può permettere nessuno e occorre studiare, studiare, studiare.

Eccola, la “bomba sociale”.

«Non possiamo permettere che ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna»: una lettera ai direttori

(la pubblica Nazione Indiana qui)

Siamo studiosi e studiose, scrittori e scrittrici, preoccupati dal dilagare dell’odio nei media italiani. Odio verso le donne, i migranti, i figli di migranti, la comunità Lgbtq. Un odio che è ormai il piatto principale di moltissimi talk show televisivi nei quali vige da tempo la politica dei microfoni aperti, senza nessuna direzione o controllo. E spesso le parole che escono fuori da alcuni dibattimenti televisivi sono parole che mettono fortemente in crisi o addirittura contraddicono l’essenza stessa della nostra Costituzione, il richiamarsi a un patto antifascista e democratico.

L’attentato di Macerata, dove un simpatizzante neonazista ha cercato la strage di uomini e donne africani, è qualcosa che ci interroga nel profondo. Le vittime sono diventate il bersaglio di un uomo la cui azione terroristica si è nutrita della narrazione tossica veicolata non solo da internet ma anche dal mainstream mediatico. Dopo quello che è successo non possiamo restare in silenzio. Serve una maggiore assunzione di responsabilità, serve un nuovo patto fra chi fa comunicazione e i cittadini.

Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori. Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d’odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell’odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.

Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna. Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.

Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.

Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri. Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite. Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione. E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.

Giulio Cavalli
Vanessa Roghi
Helena Janeczek
Igiaba Scego
Sabrina Varani
Christian Raimo
Paolo di Paolo
Michela Monferrini
Frederika Randall
Graziano Graziani
Francesca Capelli
Shaul Bassi
Loredana Lipperini
Shulim Vogelmann
Amin Nour
Reda Zine
Sabrina Marchetti
Amir Issa
Alessandro Triulzi
Francesco Forlani
Fiorella Leone
Francesca Melandri
Ilda Curti
Marco Balzano
Alessandro Portelli
Attilio Scarpellini
Filippo Tuena
Francesco M.Cataluccio
Laura Bosio
Gianfranco Pannone
Antonio Damasco
Franco Buffoni
Evelina Santangelo
Caterina Bonvicini
Lisa Ginzburg
Camilla Miglio
Emanuele Zinato
Andrea Inglese
Andrea Raos
Maria Grazia Meriggi
Alessandra Di Maio
Roberto Carvelli
Francesco Fiorentino
Grazia Verasani
Caterina Venturini
Alessandra Carnaroli
Lorenzo Declich
Gennaro Carotenuto
Silvia Ballestra
Chiara Valerio
Marco Belpoliti
Paola Caridi
Marco Missiroli
Alessandro Robecchi
Valeria Parrella
Nicola Lagioia
Enrico Manera
Jamila Mascat
Maria Luisa Venuta
Rossella Milone
Giacomo Sartori
Antonella Lattanzi
Barbara del Mercato
Amara Lakhous
Rino Bianchi
Carola Susani
Roberto Carvelli
Isabella Perretti
Rosa Jijon
Davide Orecchio
Antonella Lattanzi
Simone Giusti
Simone Siliani
Alberto Prunetti
Chiara Mezzalama
Elisabetta Mastrocola
Teresa Ciabatti
Andrea Tarabbia
Antonella Anedda
Elisabetta Bucciarelli
Francesco Fiorentino
Paola Capriolo
Paolo Morelli
Simona Vinci
Giorgio Vasta
Orsola Puecher
Antonio Scurati
Vins Gallico
Daniele Petruccioli
Enrico Macioci
Maria Grazia Calandrone
Eraldo Affinati
Elena Pirazzoli
Leonardo Palmisano
Emiliano Sbaraglia
Maura Gancitano
Marco Mancassola
Rosella Postorino
Alessandra Sarchi
Carlo Lucarelli
Giorgio Pecorin
Gianni Biondillo
Ornella Tajani
Mariasole Ariot
Giorgio Fontana
Girolamo Grammatico
Francesca Ceci
Brunella Toscani
Tommaso Giartosio
Attilio Scarpellini
Simone Pieranni
Elisabetta Liguori
Giuliano Santoro
Orofino di Giacomelli
Maria Grazia Porcelli
Giovanni Contini
Federico Faloppa
Federico Bertoni
Flaminia Bartolini
Dario Miccoli
Emanuela Trevisan Semi
Alessandro Mari
Tommaso Pincio
Laura Silvia Battaglia
Anna Maria Crispino
Andrea Bajani
Renata Morresi
Francesca Fiorletta
Federica Manzon
Angiola Codacci Pisanelli
Alessandro Chiappanuvoli
Società italiana delle Storiche
Benedetta Tobagi
Giuseppe Genna
Fabio Geda
Daniele Giglioli
Angelo Ferracuti
Alessandro Bertante
Riccardo Chiaberge
Giorgio Mascitelli
Gherardo Bortolotti
Annamaria Ferramosca
Anita Benedetti
Letizia Perri
Luisella Aprà
Masturah Atalas
Rosalia Gambatesa
Barbara Summa
Lorenzo D’Agostino
Anna Toscano
Fabrizio Botti
Chiara Veltri
Sergio Bellino
Barbara Benini
Valentina Mangiaforte
Maria Motta
Emanuele Plasmati
Giuseppe Maimone
Paolo Soraci
Pina Piccolo
Graziella Priulla
Leonardo Banchi
Valentina Daniele
Massimiliano Macculi
Susanna Marchesi
Corrado Aiello
Giovanni Scotto
Liliana Omegna
Domenico Conoscenti
Francesco Falciani
Mario Di Vito
Ileana Zagaglia
Maria Elena Paniconi
Antonio Corsi
Stefano Luzi
Nicola Marino
Barbara Lazzarini
Antonella Bottero
Camilla Mauro
Pietro Saitta
Gianni Montieri
Francesca Del Moro
Adam Atik
Maurella Carbone
Sabrina Fusari
Francesa Perlini
Antonella Bastari
Donatella Libani
Alessandra Pillosu
Lidia Massari
Gianni Girola
Andrea Fasulo
Lidia Borghi
Roberta Chimera
Gaetano Vergara
Camilla Seibezzi
Lisa Dal Lago
Nicoletta Mazzi
Annamaria Laneri
Sandra Paoli
Cristina Nicoletta
Leonardo De Franceschi
Olga Consoli
Chiara Barbieri
Valentina De Cillis
Letizia Perri
Angelo Sopelsa
Alessandra Greco
Simone Buratti
Giacomo Di Girolamo
MariaGiovanna Luini
Costanza Matafù
Lorenza Caravelli
Elena Maitrel Cavasin
Leopoldina Bernardi
Donatella Favaretto
Simona Brighetti
Margherita D’Onofrio
Ivana Buono
Manuela Olivieri
Maria Cristina Mannozzi
Helleana Grussi
Elisabetta Galeotti
Antonio Sparzani

(si può firmare qui)

Elezioni 2018. Tre risposte a “Il Salto”

(fonte)

Elezioni 2018. Tre domande a… Giulio Cavalli, candidato con Liberi e uguali

«Per brevità chiamato artista», dice di sé. Giulio Cavalli in questi anni lo abbiamo letto e apprezzato sui palcoscenici di molti teatri. Alle prossime elezioni del 4 marzo è candidato alla Camera dei deputati al collegio di Monza-Brianza, come indipendente per Liberi e uguali, in quota “società civile”. Non è alla sua prima esperienza elettorale, è già stato consigliere regionale in Lombardia nel 2010, eletto con la lista di Italia dei valori e poi passato a Sel. Il suo collegio non ha un “big” da sfidare ma un intero sistema. «Un collegio in cui il centrodestra ha tradito più di tutti la retorica dell’essere anti mafioso», dice Giulio. «È il collegio in cui, tra Lega e Forza Italia, il big che ho contro è la criminalità organizzata o addirittura il fascismo».

Verso il 4 marzo faremo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercheremo di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre. Le tre domande del Salto a Giulio Cavalli.

Riunioni a porte chiuse, assemblee, parlamentarie… Qualunque lettrice o lettore ti chiederebbe: com’è stata decisa la tua candidatura?
Per competenza e non per appartenenza. Di preciso, per le competenze in materia di criminalità organizzata, il collegio in cui sono candidato è una delle zone della Lombardia con la più alta densità ‘ndranghetista. Uno dei Comuni nel mio collegio è stato sciolto per mafia.

Nella vita scrivi e reciti. Perché hai accettato di candidarti?
Perché scrivere è un atto politico, e perché continuo a credere che gli editoriali scalfiscono molto poco – soprattutto in questo momento – una politica autoreferenziale. Perciò, un editorialista che riesce a tenere l’essere appuntito all’interno di una lista può far bene. Soprattutto perché, se ci pensi, a sinistra manca l’educazione all’autocritica. Probabilmente qualcuno pensa che candidare i giornalisti sia il modo migliore per smussarli… nel caso in cui l’avessero pensato di me approfitto per dire loro che non è così.

Se fossi un ministro ombra di Liberi e uguali, quale saresti e perché?
Il ministro alla solidarietà. È una parola che sembra improvvisamente diventata fuori moda, un Paese solidale è anche un Paese pronto a punire e fermare duramente le ingiustizie. Essere solidali non significa essere morbidi. Ma se devo dire la verità mi piacerebbe anche l’idea di un ministro all’antifascismo, e mi auguro che Liberi e uguali insieme a Potere al popolo possano essere i baluardi dell’antifascismo in questo Paese. Perché non si può essere moderatamente antifascisti, o lo si è o si è inequivocabilmente amici dei fascisti.

In divisa sputi sulle vittime e ti guadagni un posto sicuro nelle liste di Salvini

“Esprimo piena soddisfazione per l’assoluzione in appello di tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi. In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie”.

E poi.

Su Federico Aldrovrandi: “La condanna è ingiusta, si tratta di un errore giudiziario. Di fronte al dolore della madre non abbiamo nulla da eccepire ma non possiamo confondere verità con pietismo. Tutti i giorni muoiono giovani sulle strade, ma non diamo la colpa alle strade. C’è più di un ragionevole sospetto, le cause della morte di Aldrovandi sono altre. Non è il fermo di polizia la causa”.

A proposito della legge sulla tortura: “L’obiettivo della legge è difendere non la brava gente, ma fornire strumenti ai delinquenti. Le vera vittima di questa legge sono le persone perbene”. E poi: “Acute sofferenze psicologiche. Cosa significa sofferenza psicologica verificabile? Da che cosa, da una ricetta medica per farmaci ansiolitici o da una perizia a pagamento? Ogni delinquente può lamentare sintomatologie avendole apprese da Internet”.

Sono le parole non di un Giovanardi qualsiasi ma di Gianni Tonelli, segretario del Sindacato autonomo di Polizia, candidato blindato nella Lega di Salvini. Uno che è riuscito addirittura a beccarsi le rimostranze dei suoi stessi colleghi del suo stesso sindacato che giusto ieri hanno detto: “Ora è tutto chiaro: la maglietta della polizia di Stato regalata a Salvini aveva un obiettivo politico”, in riferimento a una maglietta della divisa indossata da Salvini durante un comizio. “Ci prepariamo ad una campagna elettorale che vedrà sicurezza e lavoro tra le priorità dell’agenda sociale e politica. Un rappresentante dei poliziotti tra le file di un partito che parla di sicurezza in termini di paura mirando alla pancia della gente, senza pensare minimamente ai problemi reali della nostra categoria”.

Bravo Tonelli. Salvinista da così poco (eppure così uguale da sembrare un gemello separato alla nascita) è già riuscito nel miracolo di far scrivere al SIAP un comunicato ragionevole come non si leggeva da tempo.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/01/31/in-divisa-sputi-sulle-vittime-e-ti-guadagni-un-posto-sicuro-nelle-liste-di-salvini/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

La politica tradizionale. E la famiglia. E chi la inneggia

Se qualcuno tenta di convincermi della giustezza delle sue idee (o della popolarità del suo pensiero) con frasi del tipo “si è sempre fatto così”, “difendere la tradizione” o “è normale (giusto) così” di solito mi domando come ho fatto a infilarmi in una discussione così stupida, invento un impegno e saluto.

Quando a farlo sono invece politici di primo piano (purtroppo) che hanno a disposizione mezzi e modi per sparare le loro cazzate in prima visione allora la reazione diventa più laboriosa e tocca, ancora una volta, provare a ripercorrere le loro grevi storie personali per provare a smascherarli.

Partiamo dall’inizio. Sono appesi un po’ dappertutto i manifesti elettorali di Giorgia Meloni, con tanto di logo della sua formazione Fratelli d’Italia anche lei liquefatta nell’ennesimo conato di berlusconismo resuscitato di nuovo, che ci invita alla difesa della famiglia tradizionale. “DIFENDI LA FAMIGLIA TRADIZIONALE”, intimano con il solito imperativo fascioemergenziale.

E qualcuno potrebbe pensare che faccia proprio ridere che a difendere la famiglia “tradizionale” siano la Meloni (madre non sposata), Salvini (pluriseparato, dalla famiglia larghissima) e quel Berlusconi, su cui non c’è bisogno di aggiungere altro.

I “tradizionalisti” (che sia un presepe o la famiglia) sono quelli che non hanno nemmeno lo spessore per essere conservatori e che hanno bisogno di coniare tradizioni simboliche (in realtà inesistente) per confezionare un messaggio all’altezza della loro superficialità.

La Meloni ieri ha dichiarato: “Noi difendiamo le famiglie naturali, quelle che fanno figli. Sono queste a dover ricevere contributi dallo Stato, non quelle degli immigrati”.

La “famiglia tradizionale”, insomma è solo un modo per sputare xenofobia e omofobia. Senza nominarle. Di tradizionale insomma c’è solo la meschineria politica. La solita.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/01/22/la-politica-tradizionale-e-la-famiglia-e-chi-la-inneggia/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.

Un’azione politica contro violenze e molestie? La politica. Ad esempio.

Rivedere la legge, ad esempio. Che è compito della politica ma come sappiamo la politica ha bisogno di essere stimolata, diciamo. E la legge italiana su violenze e molestie continua ad essere debole per i tempi ristretti della denuncia (Beatrice Brignone aveva presentato un progetto di legge proprio per allungare gli attuali 6 mesi a 12), per prevedere la procedibilità d’ufficio e magari pensare a “un’aggravante da quattro a sei anni se la molestia è commessa nell’ambito di una qualsiasi tipologia di rapporto di lavoro, formazione, docenza” come nel novembre scorso aveva proposto MDP con Laura Ricciatti.

E sono solo alcune delle soluzioni fattibili di cui discutere, tutti (perché è un problema maschile, anche se ai fallocrati dà così fastidio sentirselo dire) e magari sfruttando il momento di consapevolezza che sembra riaccendersi.

Eccolo, un impegno da campagna elettorale.

Devo darvi una notizia che una notizia non lo è: sono fatto così.

Faccio un mestiere particolare, io: troppi. Nasco stando sui palchi a limare le risate contro il prepotere dei prepotenti e per quello mi sono ritrovato in qualcosa di pauroso e pesantissimo per le persone che mi stanno intorno: a forza di affilare monologhi sono finito costretto a guardarmi le spalle. Era una cosa che faceva impazzire dal ridere Dario Fo, ogni volta che ci capitava di parlarne.

Poi non riesco a non mettermi a scrivere ogni volta che trovo una storia che non sia stata raccontata abbastanza: mi chiamano giornalista ma in realtà sono un cantastorie che in mancanza di palchi si butta sulla carta e la penna perché non sopporto che le storie rimangano sepolte dalle porte chiuse e dalle finestre abbassate. Mi chiamano giornalista ma forse sono semplicemente uno spazzacamino che stura le notizie che a qualcuno rimangono in gola.

Mi occupo di mafie. Sì. Senza aver mai pensato di esserne né l’antieroe né il nemico numero uno ma con la consapevolezza che le mafie, sì, mi hanno cambiato la vita. In peggio. La mia e quella dei miei figli. Perché in questo la mafia è come la politica: tu puoi non occuparti di loro ma loro si occupano di te. E in tutti questi anni passati ad attraversare l’Italia ho scoperto eroi quotidiani e silenziosi che mi hanno insegnato più dei saggi: tra le vittime di mafia, tra i loro famigliari e tra le centinaia di persone che dell’antimafia ne hanno fatto davvero una professione (nel senso rotondo e pulitissimo di “professare” i propri valori)  ho incontrato persone che mi hanno insegnato la virtù della schiena dritta, delle scelte difficili e ho respirato il “profumo della libertà” contro “il puzzo del compromesso”. Sarebbero quasi da ringraziare, quegli stronzi che pensavano di intimorirmi.

Poi ho i libri. I miei libri. Che alla fine sono un distillato di me. Un pinta di Giulio, per dire. E ho la fortuna di avere editori che hanno creduto in me e lettori che mi scrivono lettere che sono più belle dei miei capitoli.

Poi ho la politica. Sì. Che è una passionaccia che coltivo e che auguro ai miei figli di coltivare. In Regione insieme a Pippo Civati abbiamo raccontato le mafie e il formigonismo quando ne parlavano in pochissimi. L’ho fatto lì, in faccia a Formigoni e in faccia agli stessi politici che con la ‘ndrangheta stabilivano le cordate elettorali. Faccio politica ogni volta che scrivo, recito e presento un libro: ogni volta che qualcuno tenta di colpirmi dicendomi “sei troppo politicizzato” lo prendo come un complimento da mettere nel cassetto degli attacchi che mi fanno piacere. Mi auguro un Paese politicissimo, aborro l’apolitica (e l’antipolitica) che ha sempre aperto la strada alle truffe e agli imbonitori.

Eccolo il mio mestiere, pieno di rivoli. E ogni volta ne pago volentieri il prezzo. Per questo quando Liberi e Uguali mi ha chiesto di candidarmi alla Camera, nella mia Lombardia, ho pensato che ci vuole fegato a candidare un rompicoglioni come me, critico per indole e di natura avverso alle servitù di scuderia (nonostante il cognome), ma credo che la sinistra (sì, la sinistra, anche se qualcuno vorrebbe farla passare di moda) ogni tanto tocchi anche costruirla con qualcosa in più degli editoriali. E ho accettato. Sono candidato a Monza nel collegio plurinominale alla Camera. Sarà un mese bellissimo.