Il 2018 inizia con tutta la profondità di un dibattito ancorato sui sacchetti biodegradabili per quanto riguarda la politica nazionale e con la gara a chi ha il pulsante nucleare più lungo tra i due facinorosi Trump e Kim Jong-un.
Da una parte si assiste impietriti alla rivolta popolare (o forse sarebbe il caso di scrivere “rumorosa protesta” se davvero vogliamo credere che sia rumore sociale ciò che gocciola dai social) di cittadini disperati che fotografano mandarini con l’ultimo modello di smartphone prevedendo la miseria per un “complotto” che dovrebbe logorarli a forza di spicci mentre, tanto per aggiungere tragica comicità alla tragicomica vicenda, il Pd risponde a suon di bufale (lo racconta bene Leonardo Filippi proprio qui su Left). E fa niente che proprio sulla frutta e verdura italiana il The Guardian (qui) ci invita a riflettere sullo schiavismo tutto italiano che è ormai parte integrante dell’economia della grande distribuzione.
Sul fronte internazionale invece ci si diverte a trasformare la tenzone tra Usa e Corea del nord in un reality show in cui i due presidenti diventano personaggi da sit com da citare al bar con il sorriso sulle labbra. La tattica del bullismo ridanciano (di cui qui in Italia siamo maestri assoluti negli ultimi decenni) sembra avere contagiato tutti: discutere di chi abbia il “pulsante più grosso” del resto è comodamente banale, simpatico e inutile come qualsiasi conversazione politica che si rispetti.
Eppure le due discussioni hanno tutte le caratteristiche per essere social: c’è la possibilità di dividersi per fazioni, si può esercitare un notevole tifo, si respira l’odore del complotto internazionale, si può tranquillamente evitare di approfondire e lanciarsi in frasi fatte e c’è tutto lo spazio per immaginare scenari apocalittici.
Intanto da due giorni si continua a discutere di questo. Così.
Buon giovedì.
Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2018/01/04/la-gara-a-chi-ha-il-pulsante-e-il-sacchetto-piu-lungo/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.
L’aumento del divario tra ricchi e poveri non è un fenomeno inevitabile, ma la conseguenza di scelte politiche il cui scopo era proprio quello: l’analisi dell’economista Joseph Stiglitz
Il mondo è sempre più diseguale ed è ormai evidente che non solo esistono elevati livelli di disuguaglianza nella maggior parte dei paesi, ma che queste disparità sono in aumento. Oggi, esse sono molto più pronunciate di quanto non lo fossero 30 o 40 anni fa. È anche chiaro che non esistono eguali opportunità per tutti: le prospettive di vita dei figli di genitori ricchi e istruiti sono molto migliori di quelle di chi ha genitori poveri e meno istruiti. Negli Stati Uniti, ad esempio, le prospettive di un giovane, pur figlio di una famiglia svantaggiata, che va bene a scuola sono molto meno promettenti di quelle di un figlio di famiglia benestante che, però, trascura lo studio. Fino a qualche tempo fa, gli economisti e gli altri studiosi delle scienze sociali cercavano di giustificare queste disuguaglianze con la teoria della «produttività marginale», secondo cui i redditi degli individui corrispondono al loro contributo dato alla società. Tuttavia, se guardiamo anche solo superficialmente all’evidenza dei fatti, vediamo che nessuno degli individui che hanno dato i maggiori contributi alla nostra società – per esempio, attraverso le invenzioni del laser o del transistor o della scoperta del Dna – sono tra i più ricchi. Viceversa, vediamo che tra i più ricchi vi sono molti che hanno ottenuto il loro denaro grazie allo sfruttamento del loro potere di mercato e delle loro connessioni politiche.
La situazione attuale degli Stati Uniti è un buon esempio per illustrare le questioni fondamentali di cui stiamo parlando. Il reddito medio, al netto dell’inflazione, del 90 per cento meno ricco della popolazione è stato sostanzialmente stagnante negli ultimi 42 anni. Allo stesso tempo, il reddito medio dell’1 per cento più ricco della popolazione è aumentato di 4,3 volte. Questo stesso andamento si è verificato nella maggior parte degli altri paesi, anche se in misura meno accentuata. Francia, Paesi Bassi e Svezia sono tre paesi in cui l’aumento della quota dell’1 per cento più ricco è stato più limitato, laddove la Gran Bretagna ha invece visto un aumento quasi uguale a quello degli Stati Uniti. L’Italia si trova in mezzo.
Il reddito mediano – il valore centrale della distribuzione – negli Stati Uniti è rimasto sostanzialmente stagnante nell’ultimo quarto di secolo. Ancor più impressionante (come si è visto di riflesso nella politica americana) è che il reddito mediano di un lavoratore maschio, con un lavoro a tempo pieno, è allo stesso livello di più di quattro decenni fa. Ed è sempre più difficile per questi lavoratori «nel mezzo» ottenere posti di lavoro a tempo pieno ben remunerati. Ciò è vero anche per l’Europa, come ad esempio in Spagna e in altri Paesi, dove il reddito mediano oggi è inferiore a quello prima dell’inizio della recente crisi economica. Peggiore è poi quanto è successo negli Stati Uniti ai lavoratori con i redditi più bassi, per i quali il salario reale è ancora oggi al livello di sessanta anni fa. Per questi lavoratori, però, va detto, le cose vanno un po’ meglio in Europa, dove il salario minimo è invece più alto di quello di un tempo.
Nella maggior parte dei paesi avanzati, negli ultimi decenni sono avvenuti diversi grandi cambiamenti nella distribuzione del reddito: più reddito afferisce ai più ricchi; più persone sono in povertà; la classe media si è impoverita, vedendo ridurre la sua importanza relativa; il reddito mediano è rimasto stagnante e la quota di individui con un reddito attorno a quel valore è andata diminuendo. La classe media sta sparendo e un numero sempre maggiore di persone finisce nelle «code» della distribuzione.
La distribuzione del reddito viene di solito riassunta con una misura chiamata “coefficiente di Gini”: questa, nella maggior parte dei paesi, è stata costantemente in aumento negli ultimi anni, indicando un aumento della disuguaglianza. È vero che ci sono alcuni paesi che hanno resistito a questa tendenza, come la Francia e la Norvegia mentre altri, soprattutto in America Latina, hanno visto una diminuzione della disuguaglianza.
C’è quindi una lezione importante che si può trarre da tutto questo: le forze economiche in gioco in tutti i paesi avanzati sono simili, ma i risultati sono notevolmente diversi. La spiegazione di tali differenze è che Paesi diversi hanno perseguito politiche diverse. Possiamo quindi dire che la disuguaglianza è stata una scelta. Se i paesi avessero perseguito altre politiche, i risultati sarebbero stati diversi. Quelli che hanno seguito il modello anglo-americano sono finiti con più disparità.
Vi sono, poi, altre dimensioni della disuguaglianza, oltre a quella del reddito. Tuttavia, voglio sottolineare che i paesi che hanno scelto di avere più disuguaglianza non hanno avuto migliori performance economiche complessive. Come ho sottolineato nel mio libro “Il prezzo della disuguaglianza”, una società paga un prezzo elevato per la disuguaglianza, compresa una prestazione economica peggiore.
Il reddito è solo una dimensione della disuguaglianza. Altre dimensioni sono molto importanti, come ad esempio l’accesso alla giustizia, che non è uguale per tutti, o la partecipazione alle decisioni politiche, che non è la stessa per tutti. Tali dimensioni, però, sono difficili da quantificare. Ci sono invece almeno altre due dimensioni che sono facili da misurare. Una è la disuguaglianza nella salute, come risulta dalle differenze nell’aspettativa di vita. La natura stessa porta alcuni individui a vivere più a lungo di altri. Ma se alcuni individui non hanno accesso all’assistenza sanitaria o non riescono ad ottenere un’alimentazione adeguata, allora ci saranno ancora maggiori disparità nella salute. Di grande preoccupazione, ad esempio, è che una delle principali fonti di morbilità sono le “malattie sociali”, come l’alcolismo, la droga e il suicidio.
Una dimensione importantissima è l’uguaglianza nelle opportunità e qui, bisogna dire, i Paesi avanzati si differenziano notevolmente tra loro. La relazione tra uguaglianza nelle opportunità e uguaglianza mostra che i paesi con più disparità di reddito (misurata dal coefficiente Gini) hanno meno mobilità tra le generazioni – il che implica che i figli hanno meno opportunità dei genitori. I paesi con meno opportunità includono Stati Uniti, Regno Unito e Italia; mentre quelli con migliori opportunità sono i paesi scandinavi e il Canada.
Le dinamiche della disuguaglianza possono essere spiegate e non è vero che le disuguaglianze non abbiano spiegazione e che siano un risultato ineluttabile dell’operare delle forze del mercato. I cambiamenti in tali dinamiche possono essere descritti in modo semplice in termini delle forze che determinano la distribuzione del reddito e della ricchezza.
Negli Stati Uniti, ad esempio, il sistema educativo vede una crescente segregazione economica geografica che genera disuguaglianza nelle opportunità educative. Gli studi mostrano anche l’elevata correlazione tra opportunità educative e reddito. La riduzione della progressività del sistema delle imposte sul reddito (anzi, ora è regressivo) aumenta anche la disuguaglianza del reddito e della ricchezza. Una riduzione del tasso di risparmio riduce la disuguaglianza; una riduzione della dimensione familiare (media) aumenta la disuguaglianza. Un aumento della dispersione in una delle variabili rilevanti, inclusi i rendimenti a favore del lavoro o del capitale, aumenta il livello di disuguaglianza. Alcuni studiosi hanno anche sostenuto che il cambiamento tecnologico premia di più il lavoro qualificato, aumentando il rendimento dell’istruzione (più si studia, più si guadagna) e quindi la dispersione dei salari.
Sempre più importanti sono poi le rendite, incluse le rendite monopolistiche derivanti dalla crescente concentrazione in molte industrie. L’indebolimento delle norme anti-trust e i cambiamenti nella tecnologia, nonché i cambiamenti nella struttura dell’economia verso settori che sono naturalmente meno competitivi – pensiamo ai giganti dell’high tech – hanno sicuramente contribuito ad un aumento del “potere di mercato” medio nell’economia e quindi delle rendite monopolistiche.
Altre forze, poi, hanno portato ad un aumento dei redditi più alti: i cambiamenti nelle pratiche della corporate governance di molte società hanno permesso ai dirigenti di tenere per sé quote crescenti del reddito delle società. L’aumento della finanziarizzazione dell’economia, combinata con una governance aziendale più debole e una vera e propria diffusa turpitudine morale, hanno portato ad una situazione in cui molti, nel settore finanziario, sfruttano il resto dell’economia.
Allo stesso modo, l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori – risultato sia di sindacati più deboli, che di cambiamento del quadro giuridico che della globalizzazione – hanno portato ad una riduzione del reddito dei lavoratori.
Più in generale, le regole del gioco sono state cambiate a vantaggio di quelli in alto e a svantaggio di quelli in basso, aumentando la disuguaglianza. I mercati non esistono in un vuoto astratto. Vanno strutturati, regolati. Negli ultimi 30/40 anni, le regole del gioco sono state riscritte in modi che aumentano la disuguaglianza e contemporaneamente indeboliscono l’economia.
L’effetto di tutto questo è che si è aperto un enorme divario tra la crescita della produttività e la crescita delle remunerazioni del lavoro (portando ad una marcata diminuzione della quota del reddito da lavoro sul reddito nazionale). Prima della metà degli anni ‘70, produttività e remunerazioni si muovevano insieme, e ciò è stato vero per molti Paesi e settori per lunghi periodi di tempo, fino ad essere visto quasi come una “legge” in economia. Poi, improvvisamente, le cose sono cambiate e non per via del cambiamento nella tecnologia o nella qualità della forza lavoro. Ci sono stati cambiamenti rapidi nelle regole del gioco. Questo è ciò che è successo, non altro: le regole del gioco sono cambiate a favore di alcuni e a danno di molti.
Quali rimedi possiamo invocare? Dobbiamo riscrivere le regole dell’economia di mercato, ancora una volta, fare di meglio per ridurre il potere di mercato monopolistico, l’esclusione e la discriminazione; garantendo una minore trasmissione intergenerazionale dei vantaggi acquisiti, inclusa una minore trasmissione intergenerazionale del capitale umano e finanziario, in parte migliorando l’istruzione pubblica, aumentando la tassazione sull’eredità e reintroducendo una progressività maggiore nelle imposte sul reddito.
Non è un caso che abbiamo il sistema che abbiamo, con le regole che ha. Agli “interessi particolari” piace che sia così. Potrei avere esagerato un po’, in passato, quando ho detto che gli Stati Uniti avevano un governo dell’uno per cento, per l’uno per cento e fatto dall’uno per cento, o quando ho suggerito che siamo passati da una democrazia con una-persona-un-voto ad una con un-dollaro-un-voto. Ma è chiaro che alcune delle politiche che sono state perseguite sono state fortemente svantaggiose per l’economia nel suo complesso e hanno creato, allo stesso tempo, più disuguaglianze: ci sono stati solo pochi vincitori e molti vinti.
[Ampi stralci della lecture che l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz ha tenuto a Bologna nel corso della Conferenza Internazionale sulle Diseguaglianze (2-4 novembre) promossa dalla Fondazione di ricerca dell’Istituto Cattaneo. Fonte.]
Più che la rabbia della vittima c’è il senso di sconfitta del cittadino di fronte al Potere, negli occhi di uno degli ex ragazzi che nel luglio del 2001 attraversarono le notti della macelleria messicana della Diaz e del carcere cileno di Bolzaneto.
Gilberto Caldarozzi, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso, ovvero per aver partecipato alla creazione di false prove finalizzate ad accusare ingiustamente chi venne pestato senza pietà da agenti rimasti impuniti, è oggi il numero 2 – Vice direttore tecnico operativo- della Direzione Investigativa Antimafia, ovvero il fiore all’occhiello delle forze investigative italiane, la struttura alla quale è affidata la lotta al cancro criminale.
La nomina, decisa dal ministro dell’Interno Marco Minniti, passata quasi in sordina ed ignorata dalla politica, risale a poche settimane fa.
Se ne sono accorti, quasi casualmente nei giorni scorsi i reduci del Comitato Verità e Giustizia per Genova, un gruppo formato da ex arrestati della Diaz e di Bolzaneto e dai loro famigliari.
“Molti dei ragazzi tedeschi, vittime della polizia nel luglio 2001 – racconta un membro del Comitato – spiegano di avere provato paura quando, ritornati in Italia per i processi o per le vacanze hanno incontrato agenti in divisa. Mi chiedo come si possa dire a queste persone che l’Italia è cambiata se uno dei massimi dirigenti del nostro apparato di sicurezza è oggi proprio colui che ieri fece di tutto per accusarli ingiustamente e coprì gli autori materiali dei pestaggi e delle torture”.
Caldarozzi, ex capo dello Sco, la Sezione criminalità organizzata, considerato un “cacciatore di mafiosi”, per la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è invece uno dei responsabili dei comportamenti di quella notte del 2001 e dei successivi comportamenti degli apparati di Stato, che sono valsi al nostro paese due condanne per violazione alle norme sulla tortura. Scrissero i giudici della Cassazione per Caldarozzi e gli altri condannati: “hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”. Non esattamente una medaglia da inserire nel proprio curriculum.
D’altra parte, a luglio di quest’anno sono scaduti i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e i dirigenti condannati per la Diaz che non erano andati in pensione sono rientrati in polizia.
In un intervento sulle sentenze della Cedu, pubblicato sul sito Questione Giustizia di Magistratura Democratica, il pm del processo Diaz Enrico Zucca affronta il caso Caldarozzi: “L’ultimo dei rientri, che si fa fatica a conciliare con quanto espresso nei confronti del condannato in sede di giudizio di Cassazione, è quello che riguarda l’attuale vice-capo della Dia, che vanta così nel suo curriculum il “trascurabile” episodio della scuola Diaz”.
Il capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli, in un’intervista a Repubblica dell’estate ha voluto finalmente affrontare il tema G8 senza tabù, dichiarando che lui al posto di “Gianni De Gennaro (allora capo della polizia oggi presidente di Finmeccanica, ndr) si sarebbe dimesso”. A quanto si sa, i funzionari rientrati in polizia sarebbero stati destinati a ruoli non di primo piano. Ma Caldarozzi è sfuggito a questa logica. Essendo la Dia una struttura che dipende direttamente dal Ministero, per lui, che vanta con Minniti e con il gruppo De Gennaro un’antica amicizia, si sono spalancate le porte dei piani alti.
Il suo esilio, per altro non è stato quello di un appestato. Gli anni di interdizione li ha trascorsi lavorando come consulente della sicurezza per le banche e poi come consulente per la Finmeccanica dell’ex capo De Gennaro. Si parlò anche di “collaborazioni” con il Sisde, i servizi segreti, proprio come, sempre a stare alle voci, si racconta intrattenga oggi il anche pensionato Franco Gratteri, ex capo della Direzione centrale anticrimine, il più alto in grado fra i condannati della Diaz.
Nonostante l’Italia, tra molte contestazioni e distinguo, si sia dotata da qualche mese di una legge sulla tortura, sembra essere completamente inevaso uno degli aspetti più volte ricordati dai giudici europei. Quello che riguarda non gli autori materiali delle torture bensì tutta la scala gerarchica e i regolamenti interni che non provvedono a isolare i torturatori e chi li ha coperti nelle fase preliminare delle indagini, e che poi non provvede, se non a radiarli, perlomeno a bloccare le progressioni di carriera, o in estremo subordine ad assegnarli ad incarichi non operativi. Diciassette anni dopo aver disonorato – lo dicono, per sempre, i giudici della Cassazione, anche se molti poliziotti e altrettanti politici non hanno mai accettato questa sentenza – la polizia italiana, Gilberto Caldarozzi viene premiato con una delle poltrone più importanti della lotta al crimine. La “macelleria messicana” è stata archiviata dallo Stato.
Una giornata politica passata tutta a discutere del rosso nel logo di Liberi e Uguali, di parole che Grasso non ha mai pronunciato e delle lezioni di pluralismo che il PD renziano impartisce al resto del Paese. Continua a leggere
Avrebbe dovuto essere il “grande mediatore” in grado di ricucire i rapporti tra il Partito democratico e le diverse anime a sinistra e invece Piero Fassino si porta a casa una “coalizione” spelacchiata che assomiglia terribilmente alle tante liste civetta che fino alle prossime elezioni spunteranno un po’ dappertutto. Ieri è stata presentata la lista “Insieme” (con tanto di simbolo di ulivista memoria) che comprende i Verdi, il Psi di Riccardo Nencini, l’ex ministro Giulio Santagata, vicino a Romano Prodi, e probabilmente qualche esponente ex di Sel (si sussurra il nome di Dario Stefàno).
Una lista che, bisogna dirlo, riesce a lasciare addirittura perplesso uno come Tabacci, storicamente sempre forte di stomaco, che con il suo partito (?!) Centro democratico ha deciso all’unanimità di non prenderne parte. Il deputato Capelli (che di Tabacci è il braccio destro, nell’enorme galassia della sua formazione politica) ha detto che il vero problema è Renzi: «Nulla di personale ma anche alla luce delle sue ultime dichiarazioni, “prenderemo oltre il 30 per cento, saremo il primo gruppo in Parlamento”, sembra di risentire il Berlusconi del 2011 che diceva che tutto andava bene e che la crisi non c’era perché i ristoranti erano tutti pieni».
Sparito Campo progressista di Giuliano Pisapia. Addirittura “perplesso” Casini. Qualcuno lancia l’idea di una “lista civica Gentiloni” (cosa c’è di più civico di un presidente del Consiglio, del resto).
Avanti così.
Buon venerdì.
Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2017/12/15/e-cosi-a-sinistra-fassino-ha-partorito-il-topolino/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.
Che Paese grottesco che siamo, qui da noi, dove Marina Berlusconi riesce a dare un’intervista a cui basterebbe sostituire qualche parola per trasformarla in un lucido j’accuse contro proprio quello che la sua famiglia è stata per l’Italia. Qui da noi, dove basta cercare profitto con libri e giornali per spacciarsi per editore o addirittura maître à penser, intellettuale di risulta.
Così Marina Berlusconi dice: «Non discuto capacità imprenditoriali, lungimiranza e coraggio di coloro che questi giganti hanno fondato e sviluppato, personaggi che segneranno la storia. Ma se oggi i Cinque Grandi del web sono le maggiori società mondiali per valore di Borsa è anche perché hanno potuto operare in un contesto del tutto privo di regole». Dimentica, sbadata, di essere a capo di un impero che il padre ha costruito proprio grazie alle regole “pro domo sua” che certa politica (anche a sinistra) gli ha concesso con tanta generosità.
Poi: «Mi pare si continuino a sottovalutare le implicazioni economiche, politiche e sociali, di cui fatico perfino a immaginare la portata. È un mondo che va governato, prima che tanta potenza ci sfugga di mano». E fa niente che proprio un grande gruppo editoriale e televisivo (di cui porta il cognome) abbia “governato” senza controllo gli impulsi peggiori di una propaganda che oggi è marcita per diventare ciò che è. Chissà se non fosse stato il caso di governare quell’esercito di reti televisive e testate giornalistiche che potentissimo ha avvelenato la politica italiana. Già. Chissà.
Poi parla di tasse. E dice: «Ma le pare accettabile che l’anno scorso Amazon abbia versato al fisco italiano 2,5 milioni di euro e Facebook neppure 300mila? E poi ci sono i comportamenti “disinvolti” delle multinazionali del web, sanzionati da multe miliardarie, ci sono le decine di cause – in Italia Mediaset ha fatto da apripista – sull’utilizzo di contenuti e copyright». Il che, sia chiaro, è un discorso giustissimo se non fosse che cotanta figlia sia figlia di cotanto padre che proprio sul versante fiscale (condito con qualche corruzione qua e là) ha dato il peggio di sé. Magari un testimonial più credibile contro l’elusione fiscale dei giganti del web si sarebbe potuto trovare in giro, no?
E poi la chicca: «Che fine farebbero tutti i sacrosanti discorsi su autonomia editoriale, pluralismo delle voci, libertà degli autori?». Già.
Del resto da noi va sempre così: gli immorali ci fanno la morale, i truffatori si propongono come numi tutelari, i sempiterni ci danno lezioni di rinnovamento, i fascisti ci spiegano la democrazie. Avanti così.
Buon martedì.
Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2017/12/05/gli-immorali-che-ci-fanno-la-morale-marina-berlusconi-e-il-pericolo-dei-giganti-del-web/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.
Abbiamo spinto perché fosse tutto veloce, immediato, superficialmente pungente: sarà stato per un incasso pubblicitario che sul web è calcolato sul clic piuttosto che sul tempo di lettura o forse sarà stata per tutta questa smania di arrivare per primi piuttosto che meglio ma alla fine il giornalismo che si sostiene con le colonnine fitte di pruriti, scapezzolamenti, gattini e video più brevi dell’advertising che li introduce ha la sua fetta di responsabilità per questa disabitudine alla complessità che è diventata rissa, bile seriale e inevitabilmente anche valanga di castronerie bevute per vere.
Forse converrebbe andare a ricercare con cura da archeologo innamorato dove sia il punto in cui si è deciso che tutto ciò che è troppo complesso sia inutilizzabile per la comunicazione “smart” a cui si sono affezionati in tanti poiché fascinosamente comoda e deresponsabilizzante. Sarebbe il caso di interrogarsi quando si è deciso, il giorno esatto (magari saperne anche l’ora, per appuntarcela nel diario delle nostre sviste peggiori) in cui abbiamo permesso di ridurre ogni dibattito alla combutta in cui possano partecipare al massimo due squadre, quella del fortissimamente sì e del fortissimamente no, buttando via tutto quello che ci potrebbe stare in mezzo poiché troppo lento da intuire, troppe battute per poterlo comunicare, troppo complesso (appunto) e quindi barboso, complicato, etichettato come 1.0.
Un Paese che si scanna su Riina tra la fazione di chi lo vorrebbe seviziare anche da morto e chi lo vorrebbe santo e intanto sono superflui tutti i commenti intermedi; un Paese che riduce il tema del maschilismo all’inneggiare qualcuna come Giovanna D’Arco o all’affondarla come puttana ed è barboso tutto il resto; un Paese che spreca paginate di politica sul gioco della torre dei futuribili premier, travestendo il quiz da editoriale di analisi politica; un Paese per cui Giulio Regeni o è vittima o è carnefice, e ci siamo persi il ragazzo, la sua storia, la sua famiglia, la politica estera e tutto il resto; un Paese in cui una notizia falsa che corrobora una nostra convinzione è una bugia bianca mentre invece una notizia vera che disturba le nostre idee è un “pensiero unico imposto” che smontiamo con un “ma anche” per chiudere la discussione.
E poi ci stupiamo se lì dove ci dovrebbe essere un senso di appartenenza figlio di una condivisone d’intenti e di ideologie (anche le ideologie, insieme alle idee, sono diventate roba troppo complessa per avere il permesso anche solo di pronunciarle) alla fine ci troviamo solo tifo. Abbiamo concesso una lenta e sistematica rottamazione della credibilità dei saperi e ora ci fingiamo stupiti di fronte all’ignoranza. Abbiamo dopato la vitalità trasformandola in culto e ora ci lamentiamo della propaganda. Ne scrivevo in un mio buongiorno di un anno fa: c’è da innamorarsi dei dubbi e da allenarsi all’essere terribilmente fallibili. Un popolo incapace di leggere le complessità sarà sempre arido, inumano, sloganizzato e continuerà a sentirsi comodo solo dentro il perimetro stretto di un commento sui social o un luogocomunismo da aperitivo.
C’è da studiare, rimboccarsi le maniche, ambire a saperne di più, a fare meglio. Anche se sembra così terribilmente fuori moda.
Buon martedì.
Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2017/11/28/ne-fake-news-ne-i-social-il-problema-e-la-maleducazione-alla-complessita/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui.
Nel numero di Left che trovate in edicola (o che potete acquistare in versione digitale qui) ho intervistato Cecilia Strada e ne è venuto fuori un bel ragionamento sulla pace, anche lei così tristemente sparita dall’agenda politica. Ecco le battute iniziali:
«Sono andata lontano per capire quello che succede qui», racconta Cecilia Strada. L’ex presidente di Emergency (dal 2009 a luglio 2017) non ha nessuna intenzione di riposarsi e continua imperterrita sulla strada della pace e dei diritti. Abbiamo voluto chiacchierare con lei sul momento attuale e sugli scenari futuri, anche a partire dal suo La guerra fra noi, appena uscito per Rizzoli.
Diranno i maligni: ma c’era proprio bisogno di un ennesimo libro sulla guerra?
Beh, intanto risponderei che è il mio primo libro, quindi volevo scriverne almeno uno anch’io! E in realtà è un libro che descrive guerre diverse: il giorno in cui l’ho presentato a Roma stavamo festeggiando in una trattoria e alcuni canadesi mi hanno chiesto di che parlasse e gli ho risposto “di tanti tipi di guerra”. C’è la guerra fatta con le pallottole sparando al Campus a Kabul, c’è quella preparata (come avviene nella fabbrica di bombe in Sardegna). Poi ci sono quelli che pagano il conto della guerra (che sono sempre i poveracci, sia che siamo noi con i nostri diritti negati e i soldi che non ci sono mai per il sociale e invece si trovano sempre per le armi, sia che siano quelli al di là del mondo). E infine c’è la guerra che torna a chiedere il conto: abbiamo passato decenni a riempire zone del mondo di armi, violenza e insicurezza, ci abbiamo mandato gli eserciti, gli abbiamo portato via le risorse e la conseguenza la vediamo oggi sotto forma di un flusso inverso di persone che da quei Paesi scappano, migrano, si spostano e vengono qui. È un cerchio in cui siamo tutti collegati.
Scrivi che una pistola vive almeno 70 anni. Viene prodotta e spedita per un obiettivo che in tanti anni può cambiare e alla fine magari te la ritrovi puntata addosso. Eppure i temi del disarmo e più in generale del pacifismo sembrano non funzionare più qui da noi. Perché?
È una buona domanda. Ma io non ho la risposta. In generale nella vita devo ammettere che preferisco cercare le domande. In generale penso che il pacifismo non abbia un buon ufficio stampa mentre la guerra ha un ufficio marketing efficientissimo, poiché è necessaria la propaganda di guerra per convincere i cittadini a sponsorizzare, celebrare e pagare questa pazzia totale che è la guerra. C’è un grosso equivoco nel credere che la pace sia qualcosa di passivo, per niente eccitante quando invece si tratta di qualcosa estremamente attivo: la pace la dobbiamo costruire ogni giorno con i nostri comportamenti, partendo dal nostro quartiere. Non è passività. La pace è un’attività. E non è nemmeno vero che sia sacrificio: non ci ritroviamo a…
(Continua su Left. Il sommario del numero in edicola è qui.)
La lettera con cui le Edizioni E/O dicono no a Amazon non è solo una questione editoriale ma pone interrogativi ben più ampi. Per questo vale la pena leggerla. E discuterne. Eccola qui:
Da anni ormai Amazon è diventato il più grande negozio on-line di libri (e non solo) nel mondo. Ovunque tende al monopolio e in alcuni paesi già controlla la maggior parte del mercato. Ha creato occupazione, ma ha costretto alla chiusura tantissime librerie (con conseguente perdita di posti di lavoro). Numerose testimonianze giornalistiche documentano le cattive condizioni di lavoro nei magazzini del colosso on-line. Attualmente è in corso un’agitazione sindacale nel magazzino di Piacenza a causa delle condizioni di lavoro che i sindacati definiscono “insostenibili” e Amazon non si è neppure presentata all’incontro di mediazione convocato in Prefettura.
La chiusura delle librerie causata dalla concorrenza spietata di Amazon significa anche impoverimento economico e culturale del territorio: vengono a mancare essenziali luoghi di ritrovo e di cultura. Molti consumatori però accettano Amazon per i suoi prezzi (in genere più scontati quando le leggi nazionali lo consentono) e per l’efficienza. Abbiamo visto con quali conseguenze per le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti e per l’impoverimento del territorio, Amazon riesce a ottenere questa efficienza.
I suoi prezzi spesso vantaggiosi sono il risultato di una politica che a volte è arrivata ai limiti del dumping (vendere a prezzo minore o pari a quello d’acquisto dai fornitori); di una frequente elusione delle tasse (nell’ottobre 2017 Amazon è stata condannata dalla Commissione Europea a pagare alla UE 250 milioni di tasse non versate; “¾ dei suoi profitti non sono stati tassati”, ha denunciato la Commissione); di condizioni economiche inaccettabili richieste agli editori.
Noi siamo appena stati oggetto di tali richieste. Ci è stato richiesto uno sconto (quello che gli editori pagano ai distributori e alle librerie come loro “quota” del ricavo finale) a loro favore troppo gravoso per noi e neppure giustificato dal volume dei loro affari con la casa editrice. Di fronte al nostro rifiuto, Amazon ha sospeso l’acquisto di tutti i nostri libri e ha reso quelli che aveva in magazzino. (Attualmente sul loro sito i libri E/O cartacei sono in vendita solo attraverso soggetti terzi, quindi a condizioni più sfavorevoli per tempi di consegna e per costi di spedizione addebitati al cliente).
A questo punto i consumatori potrebbero dire che si tratta di negoziazioni tra imprese e che a loro interessa solo avere un buon prezzo e un servizio efficiente. Il nostro punto di vista è che siamo in presenza di un’azienda che tende pericolosamente e con parziale successo ad avere una posizione dominante nel mercato del libro, sicuramente per quanto riguarda il settore dell’e-commerce. Quindi non un’azienda qualsiasi, ma QUELLA che potrebbe in futuro essere l’unica (o quasi) venditrice di libri. È evidente che il pericolo per la libertà di espressione è reale, costante e quotidiano. Inoltre le case editrici hanno bisogno di margini economici sufficienti per investire nella ricerca di nuovi autori e di nuove proposte. Se questi margini vengono troppo erosi, le case editrici rischiano di sparire (assieme alle librerie, agli autori e a tutto il mondo del libro).
Per questo abbiamo detto NO. Per questo chiediamo il vostro sostegno di lettori, di cittadini che non possono ridursi a essere solamente consumatori ma sono consapevoli di essere anche parte di un territorio (che non può essere desertificato), lavoratori e soggetti degni e liberi di una comunità plurale.
Sandro Ferri, Sandra Ozzola
Fondatori delle Edizioni E/O