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Politica

Pur di parlare d’altro: “foglioline”

Quindi ora la discussione politica su Liberi e Uguali è tutta sulle “foglioline”. In molte e molti (curiosamente in gran parte provenienti dalla compagine del trio di governo Renzi-Alfano-Berlusconi) lamentano il fatto che Pietro Grasso ospite ieri di Fabio Fazio abbia indicato come “foglioline” le donne in riferimento al logo della sua lista che unisce la sinistra per le prossime elezioni.

 

Balzano all’occhio due questioni. La prima: da anni qualcuno a sinistra (inascoltato) parla di questioni di genere e di ambiente (a proposito: vi ricordate le grasse risate sulla Tampon Tax per abbassare l’iva sugli assorbenti? Ecco. Perché le facce sono più o meno quelle dei pontificatori di oggi) e oggi invece si riscoprono tutti sensibili per il logo di un avversario politico. Se ci deve essere un genere di questa ultima questione è da catalogarsi nell’ipocrisia. La seconda, più grave, è questa indignazione che si solleva su una frase mai pronunciata (a proposito di fake news o peggio fake politic). Ecco il dialogo (qui c’è il video):

 

Grasso: «C’è un liberi/libere, perché noi abbiamo come elemento fondante la parità di genere».
Fazio: «Cioè, le foglioline…?».
Grasso: «Ci sono delle foglioline accanto alla I che danno l’idea dell’ambiente per le foglie, e questa E che dà la possibilità di individuare le donne come elemento fondante della nostra formazione politica, del resto le madri, sorelle, compagne, lavoratrici sono veramente coloro che possono aiutarci a cambiare questo paese».

 

Il nesso foglioline-donne insomma non esiste. C’è l’ambiente (quello che oggi l’ISPRA certifica come devastato dal consumo di suolo su cui questa legislatura non è intervenuta) e c’è la volontà di individuare le donne come “elemento fondante”. Grasso dice “liberi/libere”. E poi c’è l’arguzia di Fazio.

 

Anzi, volendo vedere, ci sarebbe anche da discutere di una politica che (come nel Paese) fatica a declinare una classe dirigente al femminile e ci sarebbe da augurarsi (ne scrive Civati qui) di un’Italia femminile, plurale e costituzionale. Ci sarebbe da discutere di una modifica della legge sulle molestie e violenze sessuali (ne abbiamo parlato in una conferenza stampa alla Camera, evidentemente era meno interessante di una discussione sul simbolo) e ci sarebbe da  discutere di una parità che si raggiunge con le leggi piuttosto che con i simboli (e magari senza medievali Fertility Day). Questo, ci sarebbe. Ma è politica, sì, politica: e qualcuno si accontenta della baruffa. Ecco tutto.

Quando Majakovskji si occupava di pubblicità.

«Uno slancio ancora oggi largamente inascoltato, soprattutto quando indica la fantasia comunicativa come strumento capace di produrre democrazia. In effetti, l’attività da copywriter di Majakovskij mantiene tuttora qualcosa di inaudito. “Arte applicata”, “lavoro d’occasione”, “divertissement”: è evidente come le categorie di comodo scricchiolino davanti alla compattezza politica ed estetica di quell’ispirazione, ma d’altra parte difettiamo di strumenti culturali per prendere sul serio quegli slogan. Pare certo che la fantasmagoria della sua attività pubblicitaria abbia anche contribuito alla fama da istrione, in un equivoco straziante che si trascinò fino alla fine, oscurando – scrisse Jakobson – agli occhi del pubblico la profondità lirica, l’allarme delle sue desolazioni, cosicché quando invece del teatrale succo di mirtillo ha visto scorrere sangue autentico, è rimasto perplesso: è incomprensibile! È assurdo!»

 

Quando Majakovskji si occupava di pubblicità. Un pezzo imperdibile di Studio, qui.

Italia la disumana

«La politica dell’Unione europea di assistere la guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana»: a dirlo è Zeid Raad al-Hussein, Alto Commissario Onu per i diritti umani che è intervenuto sull’immane tragedia dei migranti che in molti fingono di non vedere più. «La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità», ha aggiunto al-Hussein.

E non è la prima volta che l’Onu usa parole così dure. E, a dire il vero, non è nemmeno solo l’Onu visto che da mesi anche qui da noi proviamo a scriverlo tutti i giorni, tutto il giorno. In pochi, a dire la verità, con solo un pezzo di sinistra (Possibile e Sinistra Italiana per parlare delle forze parlamentari) mentre anche dalle parti del Pd ormai il “restare umani” è diventata una frasetta buona per qualche slogan da social network e niente di più.

L’Onu, nella nota del suo Commissario, ha anche denunciato l’aiuto fornito dall’Italia alla Guardia Costiera libica  per arrestare i migranti in mare «nonostante le preoccupazioni espresse dai gruppi per i diritti umani». Tutto questo nel giorno in cui la Cnn ci mostra le immagini di una vendita di schiavi come carne da lavoro a pochi dollari al chilo: una scena che inorridisce nelle scene Tv ma scivola leggera nella realtà di questo tempo.

Ripensavo all’aggettivo migliore per fotografare l’atteggiamento italiano (e europeo) di questi ultimi mesi. Ci penso ogni volta che una tragedia o qualche orrore ci costringe a scrivere l’ennesimo editoriale che ciclicamente si ripete, anestetizzati come siamo dal flusso continuo di notizie orribili. Ho scritto più volte “feroce” perché la bocca Mediterraneo è stata sostituita dalle mura che nascondono i denti e i morti; ma qui non ci sono brandelli in giro, rimane tutto sepolto, prima in acqua e ora sulla terra. Anche la parola “strage” ormai, purtroppo, risulta svuotata dalle iperboli che troppo spesso il giornalismo osa. E alla fine l’aggettivo migliore, inaspettatamente, sta invece in un documento bollato: “disumano”. Perché di assenza dei caratteri propri dell’umanità cordiale si tratta, in effetti.

È l’Italia. La disumana.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

“La violenza sulle donne è come la mafia”: parla la giudice Paola Di Nicola

Donne coraggiose di cui c’è terribilmente bisogno. Paola Di Nicola intervistata da AGI:

 

Roma – “Il femminicidio ha la stessa valenza culturale, sociale e criminale della mafia. Si deve pretendere dallo Stato lo sforzo dimostrato nel combattere il fenomeno mafioso perché il femminicidio, inteso in senso ampio, arriva ad ammazzare, nel disinteresse assoluto, più della mafia, uccide la vita e la dignità di intere generazioni, rendendole succubi e incapaci di reagire”. Paola Di Nicola, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, si dice convinta, conversando con l’Agi, delle forti analogie tra i due fenomeni, ma denuncia la mancanza di quel “salto di qualità” che deve compiere il Paese per debellare i reati di violenza contro le donne. “Se venisse ammazzato ogni giorno un testimone di giustizia, un pentito, lo Stato alzerebbe immediatamente la guardia, come è doveroso che sia, mentre un giorno sì e uno no viene uccisa una donna e il fenomeno appare normale, è accettato, metabolizzato, ci appartiene, è ineluttabile”, prosegue la gip impegnata da anni nel contrasto alla violenza di genere e autrice del libro “La Giudice – Una donna in magistratura“.

 

Contesto di omertà e rifiuto identico a quello mafioso

Riguardo al fenomeno, “non c’è ancora una coscienza culturale, sociale e politica. La donna vittima di violenze si trova in un contesto di omertà, rifiuto, negazione identico a quello di mafia, ma è sostanzialmente sola”. Per scoprire davvero gli autori dei femminicidi, ma anche di tutti i reati contro le donne, per Paola Di Nicola “si devono leggere gli episodi in un’ottica complessiva e con una visione di genere, altrimenti il fenomeno criminale resterà impunito e diventerà tanto diffuso quanto inattaccabile. Come per la mafia, esistono, infatti, i reati-spia, cioè quelli che costituiscono un univoco indicatore di una violenza più pericolosa e più insidiosa, di una quasi certa escalation. Sono le lesioni, i maltrattamenti nelle famiglie e nei contesti lavorativi, le molestie, l’omesso versamento dell’assegno di mantenimento come ricatto economico e come assenza di riconoscimento della figura genitoriale dell’altro, gli insulti sessisti.

Il 70% delle vittime aveva denunciato l’aggressore

Un dato significativo è che il 70% delle donne vittime dei femminicidi aveva già denunciato il proprio aggressore: questo perché troppe volte gli accadimenti vengono valutati in modo isolato, parcellizzato. Come le estorsioni in un contesto mafioso anche i maltrattamenti vanno letti in maniera non episodica e parziale“. Capacità culturale e “lenti di genere” – sostiene Paola Di Nicola – devono entrare nelle aule di giustizia perché persino lì “spesso si respira il pregiudizio di genere, che è radicato in tutti i protagonisti del processo, uomini e donne, e che si riproduce anche in alcune sentenze di assoluzione degli autori di lesioni, stalking, maltrattamenti”. Secondo i dati Istat, sono circa 3 milioni 466 mila le donne che hanno subito stalking nella loro vita.

 

“In alcune sentenze di assoluzione – spiega la gip del Tribunale di Roma – si ritiene che la donna abbia denunciato le violenze strumentalmente e, quindi, non sia credibile, salvo poi scoprire che nessuno ha offerto alcuna prova sulla strumentalità della denuncia. Nei procedimenti relativi ai reati di violenza contro le donne la valutazione di credibilità della vittima è molto spesso più ficcante, intrusiva, specifica, approfondita, accertamento che non si ritrova in nessun altro tipo di delitto. Perché c’è lo stereotipo che la donna mente, che utilizza il processo per propri fini.

 

Nelle sentenze motivazioni che non convincono

Una donna vittima di violenze viene di frequente sottoposta nel processo a domande di accusa e difesa estenuanti nelle quali le si chiede di sviscerare i particolari più intimi della propria vita e del proprio modo di essere, approccio impensabile nei confronti, per esempio, della vittima di una rapina”. Ma lo prevede la legge? “Assolutamente no – risponde la giudice – ci sono anche pronunce della Cassazione che reputano sufficiente la denuncia della vittima per condannare per lesioni, stalking, maltrattamenti.

 

E invece molte sentenze assolvono con motivazioni che non convincono: perché manca ad esempio la certificazione medica che dimostra le lesioni oppure perché mancano testimoni. Tutti passaggi sconfessati dal fatto che gran parte dei reati che si consumano in contesti familiari non hanno testimoni – avvengono in camera da letto, in casa quando non è presente altra gente – e che la quasi totalità delle donne vittime di violenza domestica non si fa refertare le lesioni subite per paura. Talvolta in qualche sentenza si arriva addirittura a definire i lividi delle vittime come atti di autolesionismo”.

 

Per Paola Di Nicola, “questo è dovuto al fatto che il pregiudizio di genere appartiene a chiunque e gli stessi magistrati non ne sono estranei perché la magistratura fa parte della realtà sociale e culturale di un Paese. Anche se – riconosce – si sta creando una cultura giudiziaria sempre più avveduta e impegnata a sradicare questo tipo di pregiudizio. In questi anni la magistratura ha fatto coraggiosi e innovativi passi in avanti in questo ambito, a partire dalle Procure, pur nella consapevolezza che dentro e fuori le aule di giustizia la strada sia ancora lunga”. Prima del momento conclusivo del processo c’è, infatti, tutta la fase in cui gli episodi di violenza sono in pieno svolgimento e viene richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, dalle quali ancora oggi, non di rado, c’è “una sottovalutazione delle situazioni: ci sono casi di maltrattamenti che vengono liquidati nei verbali come ‘lite coniugale’. Si trascurano poi elementi significativi come lo stato in cui era l’abitazione con piatti e bicchieri rotti per terra, mobili distrutti, coltelli lanciati o il perdurare dell’atteggiamento aggressivo dell’uomo anche alla presenza di polizia o carabinieri”.

 

Necessario liberarsi dai pregiudizi culturali 

Per la gip del Tribunale di Roma, questo è lo stesso pregiudizio culturale che porta i vicini di casa a non segnalare episodi di violenze con la giustificazione di non voler entrare nella privacy di altre famiglie. Quegli stessi vicini di casa che farebbero esattamente il contrario davanti a un furto o a una rapina.”Purtroppo prima vittima dello stesso pregiudizio, dello stesso stereotipo – continua la sua analisi – è anche la donna che subisce violenza e il suo comportamento gioca un ruolo decisivo: prima denuncia lesioni, stalking o danneggiamenti, ma poi ritira la querela – e qui gli inquirenti possono fare ben poco – per non essere accusata di aver distrutto la famiglia o nella speranza illusoria di poter recuperare un rapporto. E anche quando si giunge faticosamente al processo, è la stessa vittima che entra in un’aula di giustizia temendo, spesso a ragione, di non essere creduta, convinta di aver violato la ‘regola’ comune secondo la quale le donne devono tacere quello che subiscono, di essere andata contro e oltre il proprio ruolo e il proprio modello”. Su questi sentimenti della donna fa leva “con astuzia l’imputato, soprattutto quando ci sono figli.

 

Questo atteggiamento, assieme all’assenza della consapevolezza di commettere un reato, accomuna tutti gli autori delle violenze, di diverse classi sociali, strati professionali, contesti culturali, religiosi, da nord a sud. I carnefici, inoltre, colpiscono le donne, non solo perché a un certo punto si è alzato il livello dello scontro, ma proprio perché appartenenti al genere femminile di cui non tollerano autonomia e capacità”. Come si fa a uscire da questa infernale spirale? “Soltanto acquisendo la consapevolezza del pregiudizio – conclude Paola Di Nicola – è possibile liberarsene per costruire una nuova identità capace di scuotere l’immobilismo che ci rende tutti complici di una strage silenziosa ma quotidiana”.

SondaLife recensisce lo spettacolo Mafie Maschere e Cornuti

(fonte)

 

(Visto il 28 novembre 2017 al Teatro della Cooperativa)

Di e con Giulio Cavalli

UNA RISATA CHE SBRICIOLA

 

Il Teatro Cooperativa prosegue, con la giullarata antimafiosa Mafie, maschere e cornuti di e con Giulio Cavalli, nel presentare pièces di solido teatro civile.

Giulio Cavalli, attore e autore teatrale da tempo minacciato, e quindi protetto dalle forze dell’ordine, per la sua attività antimafia, è giullare dell’oggi e senza l’ausilio di costumi e scenografie recupera proprio dalla tradizione giullaresca, rinverdita e rinvigorita negli ultimi decenni del XX secolo da Dario Fo, uno dei modi cardini del teatro popolare: porre alla berlina i potenti con lazzi e sberleffi per smitizzare tutto quello che ”ci fanno credere invincibile ed invece non lo è”. Lavorando soprattutto sulla parola Cavalli, che è fermamente convinto, a ragione, che la parola contro la mafia funziona, propone un teatro diretto che dà fastidio. Nomi, cognomi, fatti e fattacci, aneddoti snocciolati uno dietro l’altro proposti con irriverente ironia che fanno ridere ma inchiodano lo spettatore a riflettere.

Tutto lo spettacolo gira attorno a una potente considerazione di Mark Twain, citata da Cavalli durante lo spettacolo: “Non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma bisogna temere ciò che crediamo vero e invece non lo è”. Figure/figuri, da Riina a Provenzano, ai loro epigoni e uomini della politica e della finanza contigui alla mafia, sono sbriciolati attraverso il suscitare risate. Anche una risata fa male ai potenti o ritenuti tali.

Lo spettacolo si conclude con un finto e sollecitato bis dedicato alla figura poco nota ai più, scrivente compreso, dimenticata, e ancora da chiarire, di Bruno Caccia, magistrato ucciso a Torino nel 1983 nell’attimo di libertà, allontanata la scorta, in cui passeggiava col cane. A ragione Cavalli propone questo ricordo staccato dal resto del corpo della giullarata proponendo un momento intenso, quasi lirico, di teatro tout court.

Affianca Giulio Cavalli il bravo fisarmonicista Guido Baldoni in realtà sottoutilizzato in uno spettacolo, che forse ha bisogno di qualche limatura, ma che è da non perdere.

Mafie, maschere e cornuti rimarrà in scena al Teatro della Cooperativa fino al 6 dicembre.

 

(Adelio Rigamonti)

A proposito di Ostia e CasaPound

Valer la pena leggere l’articolo di Internazionale:

 

“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti.

Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione.

“Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentato e ha protestato perché non era stato invitato.

Una lunga lista
Il giorno successivo, Biondo è stato aggredito da un ragazzo di Blocco studentesco accompagnato da altri otto militanti all’uscita da un locale di Casal Palocco. “Sono uscito verso le otto dal bistrot Ciaocore dove stavo studiando con un mio amico”, racconta. “Nel parcheggio ho incontrato otto ragazzi di Blocco studentesco e abbiamo cominciato a discutere della giornata della cultura che si era svolta il giorno prima in piazza Anco Marzio in maniera abbastanza tranquilla”.

All’improvviso uno degli studenti di Blocco studentesco “ha chiesto se ero antifascista”. Quando Biondo ha detto di sì è arrivata la replica: “Allora sei un uomo di merda”, insieme a una testata sulla bocca. “Ho cominciato a vedere tanto sangue e piegato dal dolore non ho reagito”, racconta il ragazzo, mentre l’aggressore e gli altri sono scappati. Biondo è andato al pronto soccorso dove gli hanno dato sette giorni di prognosi. Se l’è cavata con un dente rotto che ha dovuto farsi ricostruire. Ha presentato un esposto alla polizia, ma continua a ricevere minacce e insulti.

 

(continua qui)

Cosa succede sul fronte TAP

Condivido (in tutti i sensi, mica solo social) quanto scritto dai Comitati di Possibile di Legge e “Renata Fonte”:

 

I due circoli salentini sono contrari a quest’opera. Dal punto di vista energetico la Puglia, in particolare il Salento, ha già dato. Ha già contribuito, in maniera sin troppo eccessiva, all’interesse nazionale. La politica energica del nostro Paese è decisamente iper stressante per il nostro territorio, con conseguenze nefaste: dai fumi di Cerano alle emissioni nocive dell’Ilva di Taranto. Poi uniamo le recenti autorizzazioni ministeriali date a società petrolifere per la ricerca di petrolio al largo di Santa Maria di Leuca. E se, a queste condizioni,  aggiungiamo al tavolo della discussione il gasdotto TAP che coinvolge il nostro territorio,  la frittata è fatta. Senza dimenticare, che oltre l’impianto TAP che ha visibilità nazionale, c’è in ballo anche  l’impianto “Eastmed” un «tubo» che porterà in Italia, ad Otranto (Le), il gas estratto dai giacimenti offshore di Israele e Cipro. Entrambi i gasdotti sono ritenuti di importanza strategica nazionale, ritenuti fondamentali per una diversificazione dell’approvvigionamento del gas per il nostro Paese. Ed è anche questo interesse strategico che noi mettiamo in discussione, con le conseguenze normative che questa valutazione porta con sé. Ovvero la serie di  provvedimenti d’urgenza attinenti alle infrastrutture ritenute strategiche in fase di programmazione, approvazione dei progetti, anche con finalità di accelerazione delle procedure di realizzazione delle opere.

La questione Tap, a Melendugno, come dicevamo ha avuto la ribalta nazionale. E’un caso eclatante perché non c’è mai stato il coinvolgimento degli enti locali, della cittadinanza e delle associazioni attive sul territorio. Un silenzio assordante davanti alle richieste provenienti dalla cittadinanza più o meno organizzata. Siamo anche preoccupati per quello che accade in queste ore a Melendugno (Le). Il paese si è risvegliato militarizzato: con un’ordinanza, il prefetto assegna un pezzo del territorio “nella disponibilità delle forze di polizia” . Nelle diverse zone interdette sono presenti oltre 250 agenti.

Cosa sta succedendo in queste ore?

I lavori sono ripresi nella notte 1 e Melendugno si è risvegliata militarizzata: con un’ordinanza, il prefetto assegna un pezzo del territorio “nella disponibilità delle forze di polizia” . Nelle diverse zone interdette sono presenti oltre 250 agenti. I residenti bloccati: “Sembra la guerra” 2

Anche questa volta i lavori sono ripresi in notturna, così come è accaduto questa estate con altri fortissimi momenti di tensione. 3

Che seguono quelli del Marzo 2017 con una carica della polizia sui manifestanti e  tra i «caricati» ci sarebbero anche due consiglieri regionali, Mino Borraccino, di Sinistra Italiana, e Tony Trevisi, del Movimento 5 Stelle oltre il sindaco di Melendugno. 4

Il fronte dei sindaci salentini è diviso in due 5

:

  1. da una parte il fronte guidato dal Sindaco di Trepuzzi (da qui non passa Tap, sic!) Giuseppe Taurino (Pd) che, pur ritenendosi contrario alla Tap, ha lanciato l’iniziativa di una partecipazione al tavolo interministeriale con Tap e Snam che ora mettono sul piatto circa 50 milioni di euro oltre le compensazioni territoriali. A Taurino si aggiunge Mario Accoto Sindaco di Andrano (csx) ed il Presidente della Provincia, Antonio Gabellone (cdx).
  1. I Sindaci dei Comuni di Castrì di Lecce, Martano, Melendugno, Vernole e Zollino, guidati da Marco Potì (Socialista)  Sindaco di Melendugno  che hann convocato gli STATI GENERALI DELLA SALUTE E DELL’AMBIENTE DEL SALENTO con questa descrizione dell’evento 6 
    : “Il Salento vive oggi un momento drammatico a causa delle molteplici emergenze ambientali e sanitarie.Sentiamo forte il dovere, da cittadini prima e da Amministratori locali poi, di rinsaldare quel vincolo di sana solidarietà che ci deve appartenere per riuscire a far prevalere gli interessi dei cittadini, gli unici interessi per cui vale la pena battersi.A tal proposito per il giorno venerdì 17 novembre 2017, alle ore 18, ci autoconvochiamo per discutere delle emergenze di cui sopra, a partire dalla TAP e tutto ciò che, grazie alla grande coesione dimostrata sino ad ora, può essere combattuto.Ti aspettiamo alle Officine Cantelmo a Lecce, insieme a tanti Sindaci e Amministratori locali, Rappresentanti Istituzionali, libere associazioni, cittadini e tutti coloro che amano veramente il Salento. Il Salento ha una sola voce, e questa voce chiede il rispetto dell’ambiente e della salute dei suoi cittadini.”

Le elezioni a Ostia le hanno già vinte gli Spada e i Fasciani

Come se non bastasse il fatto che per Roma giri una giornalista sotto scorta per le loro minacce (Federica Angeli, che scrive per Repubblica) ieri Roberto Spada è rimbalzato su tutti i telegiornali mentre in pieno giorno, sotto l’occhio di una telecamera, prende a testate un giornalista Rai come nemmeno nelle peggiori fiction di mafia. Così, apertamente e liberamente, mentre tutto intorno Ostia si prepara al ballottaggio di un voto erroneamente considerato locale ma che invece propone tutti i lineamenti di una mafia parafascista che su Roma ci riporta ai periodi bui della banda della Magliana e di altri terrificanti personaggi della storia capitolina.

Come se in fondo il processo di Mafia Capitale (e che tristezza leggere decine di editoriali tutti proni a sminuire un fenomeno che continua a sanguinare) fosse solo un incidente e non la spia di una criminalità che addirittura si esibisce pubblicamente nella minaccia come potrebbe accadere a Corleone o a Casal di Principe. Chiunque sappia qualcosa di fatti di mafia sa bene che quel naso spaccato (addirittura pubblicato sulla propria pagina Facebook) è una medaglia che accresce l’onore marcio di chi, proprio con la violenza, si è affrancato in un territorio omertoso e spaventato.

Ostia è la terra di mafia dei nuovi fascismi pericolosamente coalizzati con l’illegalità del territorio (oltre che intrinsecamente illegali, per Costituzione) che dietro al falso mito della “cura dei bisogni della città” trasforma mafiosi in potabili imprenditori, la violenza e le minacce in “perdita di pazienza” e l’estrema destra in legittime posizioni politiche.

Oltre alla solidarietà doverosa ai giornalisti di Nemo, malmenati nello stesso Paese che facilmente si offende quando crolla nella classifiche della libertà di informazione, forse sarebbe il caso di aprire anche alcune riflessioni: c’è la responsabilità di chi negli ultimi mesi (fior fiore di giornalisti) ha legittimato Casapound come se davvero fosse un partito politico e non solo un grumo di orribile passato e c’è anche l’inutile tiritera di chi punta il dito contro “il web” senza rendersi conto che internet (come la politica, l’imprenditoria e il giornalismo stesso come ha dimostrato la prima pagina di Libero di ieri) è solo la fotografia reale di un Paese che normalizza la ferocia e poi se ne lamenta.

Buon giovedì.

(continua su Left)

Biotestamento, la figlia dell’allievo di don Milani: “Il suo urlo di dolore aspetta una risposta da politici. Per lo Stato è dovere”

(da Il Fatto Quotidiano, fonte)

 

“L’urlo di dolore di mio padre, che è lo stesso di molti altri che non sanno emetterlo, aspetta una risposta dalla politica e dallo Stato”. Chi parla è Sandra, la figlia di Michele Gesualdi, l’ex allievo di don Lorenzo Milani, ad una settimana dalla pubblicazione della lettera che il babbo, il 13 marzo scorso, ha inviato ai presidenti della Camera e del Senato e ai capigruppo parlamentari per affrettare l’approvazione della legge sul testamento biologico. Sandra Gesualdi, giornalista, da mesi dà voce al padre che l’ha persa a causa della terribile malattia che l’ha colpito da tre anni, la Sla, girando per tutta la penisola a presentare il libro del padre, Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana, edito da San Paolo.

Lei è diventata la voce del padre, presenta i suoi libri: perché?
Perché sono sua figlia, semplice. Non conosco altri modi per aiutarlo e stargli vicino se non quello di farmi tramite di idee e pensieri suoi. Credo in questo di essere privilegiata, gli assisto la sua parte raziocinante e questo permette di ampliare e irrobustire la mia. Giorno dopo giorno le nostre radici si intrecciano.

Veniamo alla lettera. Che cosa ha spinto suo padre a scrivere la lettera sul testamento biologico?
Quella lettera è un grido di dolore che non ammette strumentalizzazioni o fraintendimenti. Intimo e acuto, di una persona lucida, consapevole e profondamente cattolica che mette a disposizione una situazione privata per cambiare la situazione a favore di molti. Michele vorrebbe una legge che renda pacifico il rispetto della sua volontà di malato terminale e della sua dignità che è anche quella di tanti malati come lui. La legge offre a tutti pari opportunità e fa sentire i suoi cittadini e le loro famiglie meno soli di fronte a decisioni difficilissime che creano turbamento, dubbio e lacerazione. Questo è un dovere dello Stato, sostenere e dar certezza, in ugual misura, a ogni suo cittadino. Soprattutto a quelli più fragili.

Le reazioni dei parlamentari a cui è indirizzata?
Al momento hanno risposto, tramite twitter, solo Grasso e Boldrini. Poi molti messaggi privati dalla società civile e da sacerdoti amici. La sensazione è che l’appello abbia ridato impulso a un dibattito che tocca molti, moltissimi. Un impulso a pensare.

Perché la Chiesa tace?
La Chiesa è una realtà composita. Non prese posizione neppure nel 1965 per la vicenda dei cappellani militari. Non condannò quel gruppo di cappellani che avevano dichiarato l’obiezione di coscienza espressione di viltà ed estranea al comandamento cristiano dell’amore. Non prese posizione a favore di don Milani quando scrisse le due bellissime lettere ai cappellani e ai giudici, tutte concentrate sul primato della coscienza e che hanno contribuito a far approvare la legge sull’obiezione. Veri e propri documenti sociali e civili.

Il silenzio della Chiesa preoccupa suo padre?
Nel suo ultimo libro Michele lo dice chiaramente e mette “due Chiese a confronto”: una in linea con gli interessi costituiti, l’altra quella schierata con gli ultimi e gli emarginati che lotta contro le ingiustizie sociali. E conclude che la Chiesa cammina lentamente ma prima o poi arriva. Nel frattempo, aggiungo io, dovrebbe dare conforto alle sue creature sofferenti.

Suo padre ha parlato con il Papa della malattia quando, il 20 giugno, ha fatto visita a Barbiana?
E’ stato un incontro privato e in quanto tale vorrei rimanesse. Francesco nella cucina povera di Barbiana era atteso come un padre che conforta, accoglie e protegge. E  non era atteso solo da mio padre.. Profonda tenerezza, commozione e naturalezza hanno fatto da cornice a quei minuti. Il tempo si è fermato e riavvolto.

Di cosa ha più paura suo padre in questo suo calvario?
Le rispondo direttamente con le sue parole (intervista a Radio Radicale del 29/10/17) e anche in questa occasione adempio al mio compito.. “Oggi mi fa un po’ paura non sapere cosa si trova nel mondo sconosciuto, ma ho anche molta speranza. Mi fa poi paura sapere la sofferenza che questo mio stato dà alle persone che amo. Per quanto riguarda  il mondo conosciuto ho  paura  che si costruiscano muri per chiudersi nel proprio egoismo anziché  ponti che aprono le braccia e i cuori alla umanità sofferente”.

Don Milani avrebbe apprezzato  la lettera di Michele?
Credo che don Lorenzo gli abbia insegnato a trattenere il respiro quando gli ha insegnato a guardare e riconoscere il cielo le notti d’estate a Barbiana. Lo ha corredato di saggezza, rabbia, giustizia e tenera ruvidezza. Mi risponda lei. Se suo figlio mettesse a disposizione la sua sofferenza per migliorare il mondo in cui viviamo, lei sarebbe contento?

David Rossi e quel testimone misterioso

(Ne avevo scritto un anno fa per Left. Sono contento che si ritorni sul tema. Ecco il pezzo da Repubblica.)

 

PERCHÉ l’avvocato Luca Goracci non abbia mai rivelato l’incontro misterioso, lo spiega egli stesso: “Era la terza o la quarta persona che si presentava millantando di sapere qualcosa sulla morte di David Rossi, poi sparita nel nulla. E non avrei mai potuto provare niente”. Certo è che nell’episodio della fine violenta del capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena ogni particolare rischia di non essere insignificante.

La morte, avvenuta mentre infuriava la bufera giudiziaria sull’acquisizione della banca Antonveneta, la sera del 6 marzo 2013 in circostanze mai chiarite, è stata archiviata due volte come suicidio. E ora è giunto il momento di raccontare anche questo episodio, per assurdo che possa apparire. Ecco allora che cosa è successo nei giorni tra la fine di febbraio e i primi di marzo del 2016 al legale che sta minuziosamente seguendo per la famiglia di Rossi questa vicenda, ostinandosi a non credere alla versione ufficiale.

“Il caso di David”, rievoca Goracci, “era stato riaperto a novembre 2015. A febbraio mi telefona un tizio dicendomi che mi deve parlare del caso Rossi. Non vuole dare il numero di telefono, ma richiama sempre lui. Dopo un appuntamento mancato ci incontriamo nel mio studio: doveva essere l’inizio di marzo 2016. Sui quaranta, un metro e ottanta, distinto. Dice di essere un imprenditore che lavora nel mantovano. Dice di conoscere Rossi e di farsi vivo solo ora dopo tre anni passati all’estero, perché il caso era stato riaperto”. Ma quale segreto ha da rivelare? “Mi dice “, continua Goracci, “di aver fissato un incontro con David alle ore 18 del 6 marzo 2013, giorno della sua morte. Però di essere arrivato in ritardo di quasi due ore. Dice perfino di ricordare che il suo orologio, quando si trova ai Ferri di San Francesco segna dieci minuti alle otto”. In quel momento David è già a terra nel vicolo. “Il mio interlocutore dice di essere arrivato proprio lì e di aver visto il corpo di Rossi. Fa per avvicinarsi, ma succede l’imprevedibile: viene assalito alle spalle da tre o quattro persone. Dopo una breve lotta si divincola e scappa, mentre sente esplodere un colpo d’arma da fuoco”, ricorda l’avvocato. A questo punto Goracci gli chiede il perché di quell’appuntamento. “Ed è lì”, spiega il legale della famiglia, “che lui comincia a parlare di conti correnti aperti dalla banca con l’intervento di alcuni dirigenti per i finanziamenti necessari alla sua attività imprenditoriale a Brescia e Mantova”. A Mantova anche Rossi si recava spesso, visto che era vicepresidente del Centro Palazzo Te, una Fondazione culturale comunale. Nel racconto affiorano altri particolari: “Lì a Mantova, secondo il mio interlocutore, si frequentavano con cadenze quasi settimanali. E un giorno, forse verso la fine del 2012, lui si sarebbe recato con Rossi a Roma per incontrarsi con una persona che avrebbe consegnato loro una valigetta, e poi David si sarebbe fatto accompagnare all’Ospedale di Siena con quella valigetta”. La storia sembra sempre più sconclusionata. Ma Goracci, dopo l’incontro, ricorda un curioso particolare riferitogli in un’occasione dal fratello di David, Ranieri. E verifica quella circostanza: un giorno del 2012 David si era effettivamente presentato in ospedale, dove il padre era ricoverato, proprio con una valigetta.

Era il 7 novembre. “La narrazione prende poi una piega strana, il tizio comincia a parlare di denaro in nero che veniva dalle fatture di operazioni immobiliari a Mantova. Pare tutto assurdo. Ci salutiamo a finisce lì. Non l’ho più visto né sentito. Ma ricordo bene che si era presentato come Antonio Muto”.

Quando si pronuncia quel nome, a Mantova è automatico associarlo a quello dell’Antonio Muto processato e assolto, tanto in primo quanto in secondo grado, dall’imputazione di contiguità con le cosche mafiose che in quella zona controllano affari, politica e appalti. Oggi ha 55 anni: quando è arrivato da Cutro, nella provincia calabrese di Crotone, era appena un ragazzo che faceva il muratore. Adesso, come lo descrive la giornalista della Gazzetta di Mantova Rossella Canadè nel suo libro inchiesta “Fuoco criminale – La ‘ndrangheta nelle terre del Po”, è “il costruttore più noto e più chiacchierato della città”. A giugno scorso è finito ancora in manette con l’accusa di aver distratto fondi dalla sua società impegnata in una grande iniziativa immobiliare nel centralissimo piazzale Mondadori, poi fallita, in favore di una seconda società creata per una gigantesca speculazione nell’area vincolata di Lagocastello. Operazione che a sua volta ha originato un’inchiesta su presunte pressioni che a dire dei magistrati sarebbero state esercitate su Consiglio di Stato e ministero dei Beni culturali per far cadere quel vincolo. E l’11 dicembre il gip di Roma dovrà decidere se mandare a processo Muto insieme ad alcuni personaggi di primo piano come l’ex senatore democristiano ed ex consigliere della Finmeccanica Franco Bonferroni, l’ex presidente della Commissione Lavori pubblici del Senato Luigi Grillo e l’ex presidente del Tar Lazio Pasquale De Lise. Ma anche l’ex sindaco forzista di Mantova Nicola Sodano, architetto di origini crotonesi che gli inquirenti ritengono cointeressato con Muto nella vicenda Lagocastello. Domanda d’obbligo: che c’entra la banca senese in una vicenda così torbida? Nelle carte dell’inchiesta sulla ‘ndrangheta c’è un pentito il quale riferisce ai magistrati di aver appreso da Muto che “a Siena c’era un altissimo funzionario che sboccava i movimenti, anche se poi voleva la sua parte”. Non è un pentito qualsiasi, ma il commercialista della cosca. Vero o falso che sia, è un fatto che i soldi per piazzale Mondadori, 27 milioni e mezzo, siano arrivati proprio dal gruppo Monte dei Paschi. A Siena Muto, accompagnato da Bonferroni, ha incontrato a più riprese alcuni dirigenti: una volta pure l’ex amministratore delegato Fabrizio Viola. Quanto a Rossi, anche lui è effettivamente di casa a Mantova, dove il Monte ha rilevato molti anni prima la Banca agricola mantovana. Come detto, David è stato designato nel 2011 alla vicepresidenza del Centro Palazzo Te in rappresentanza della banca senese: lo stesso giorno in cui il sindaco Sodano ne è stato nominato presidente.

Le sorprese, però, non sono finite. Quindici giorni dopo quella misteriosa visita del sedicente imprenditore mantovano all’avvocato Goracci, il giornalista Paolo Mondani che sta conducendo un’inchiesta sui grandi debitori delle banche italiane intervista per Report su Rai3 proprio Antonio Muto. E ci manca poco che l’avvocato Goracci, davanti al teleschermo, caschi dalla sedia: “Non era la stessa persona che avevo incontrato. Decisamente un altro”. Qual è allora l’identità del misterioso visitatore? Forse quella di un omonimo? “Antonio Muto costruttori edili fra Mantova e Provincia saremmo una quindicina “, dice l’intervistato a Mondani. Abbiamo controllato. Di Antonio Muto iscritti al registro delle imprese ce ne sono 44, e di questi 4 operano in provincia di Mantova: due sono di Cutro, il terzo di Crotone. Quanti di loro affidati dal Monte dei Paschi?

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