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Politica

A sinistra fine dei tentennamenti. Meglio così

Alla fine Giuliano Pisapia non è riuscito a trattenersi e ha risposto all’accelerazione di Roberto Speranza di Mdp con una brutta uscita che tradisce un’insofferenza antica: dice che non vuole fare un “partitino al 3%” ed è una risposta degna di qualche bullo toscano piuttosto che la posa di chi si è sempre professato “gentile”. La distanza che si “sentiva” ora è tutta emersa e manifesta. Ed è meglio così.

Già in Parlamento i “pisapiani” di Campo progressista hanno dimostrato di avere una sconsiderata fiducia e una naturale propensione al dialogo per un governo (e una politica) che per altri invece risulta inconcepibile. Posizioni diverse e legittime che evidentemente non risultano conciliabili. Meglio così.

Qualcuno dice che s’è perso troppo tempo (“sei mesi persi” scrive De Angelis su Huffington Post) per tentare di arrivare a una sintesi. Può essere, certo, eppure nessuno può dire (tra gli intellettualmente onesti, intendo) che non si sia fatto tutto il possibile. Qui non attacca la manfrina della “sinistra litigiosa”, no: qui si tratta di avere provato a tenere un campo largo ma con un perimetro ben definito. In questi mesi Pisapia ha camminato sul filo del bordo e quando si è trattato di scegliere è sceso dall’altra parte. Semplicemente. Meglio così.

L’ex sindaco di Milano ha in testa la doppia missione di “ricostruire il centrosinistra” e guarire il Pd: gli altri no. Meglio così.

Ora, magari, sarebbe il caso di evitare di discutere solo di leader (anche se risulta difficile trovarne uno meno tentennante e riluttante) e raccontare le politiche da mettere in campo. Perché ci si è disabituati, ormai, anche solo a immaginarla, la sinistra.

Buon lunedì.

(continua su Left)

Le bugie sul nuovo 41 bis (di Nando Dalla Chiesa)

(di Nando Dalla Chiesa, da il Fatto Quotidiano, 13 Ottobre 2017)

Ho stima e considerazione del ministro Orlando, con il quale ho anche collaborato sulle mafie al Nord. Ma la libertà di giudizio è irrinunciabile. Specie nei tornanti in cui il vento è a sfavore. La vicenda della “riforma” del 41-bis è una di queste. Alla mafia il carcere non è mai piaciuto, se non come residenza temporanea in cui accumulare potere e prestigio; luogo da cui dare ordini di morte, per brindare poi al loro successo. Figurarsi se poteva piacerle il carcere speciale.

E infatti per 25 anni non ha fatto altro che lavorare ai fianchi questa “eresia”. Basta ricordare le centinaia di 41-bis revocati dal ministro della Giustizia Giovanni Conso nel 1993. E poi l’ abolizione delle carceri speciali di Pianosa e dell’ Asinara con il governo dell’ Ulivo. Di cui i mafiosi detenuti in regime di isolamento furono informati prima ancora del parlamento. E poi le minacce ai parlamentari-avvocati inadempienti verso Cosa Nostra.

Finché nei primi anni duemila Ilda Boccassini notò che di fatto il 41-bis non esisteva più, tanto era stato annacquato. Sapemmo più di recente che nell’ ora d’ aria i capimafia al 41-bis riuscivano addirittura a tenere veri e propri summit: boss di camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra a consesso, a discutere di strategie di affari e di organizzazione.

Ricordo bene quando la Camera approvò la legge. Ricordo il ministro della Giustizia Claudio Martelli entrare in aula ancora terreo per le stragi delle settimane precedenti. E alcuni parlamentari spendere come certa l’ opposizione di Magistratura democratica. Vinse la rivolta morale di chi pensava che se qualcosa si doveva a Paolo Borsellino, il minimo era votare la legge che lui aveva voluto. Non per suo tic personale, ma perché, diversamente da tanti giuristi che ne discettano, lui conosceva bene la mafia, e il suo rapporto con il carcere.

I boss non dovevano più comandare, non dovevano più essere in condizione di comunicare con l’ esterno. Fu un trauma, che per altro produsse una eccezionale fioritura di collaboratori di giustizia. Uomini d’ onore ma non partigiani.

Ebbene, il destino sa apparecchiare i suoi scherzi. Così proprio nel venticinquesimo anniversario della morte di Falcone e Borsellino, quella legge viene irrisa, smontata. Senza particolari sensi di colpa. È la commemorazione senza memoria. Solo che gli eroi dell’ antimafia non sono morti per ricevere medaglie e commemorazioni; sono morti per cambiare questo Paese.

Che invece li commemora e poi torna indietro, come un pendolo implacabile. Obbedendo alle celebri convergenze di interessi, le stesse teorizzate nel maxi-processo istruito dai due giudici. Interessi nobili e ignobili, ignoranze e consapevolezze, suggeritori sopraffini e assassini impazienti; tutti all’opera mentre per mesi si giura che non si sta toccando niente. Ha ben ragione Luigi Manconi, che (illudendosi) rivendica a sé questo risultato, a ricordare che il 41-bis non prevede un di più di afflizione ma un di più (il massimo, vorrei dire) di sorveglianza.

Un carcere non duro, ma speciale. Non afflittivo gratuitamente, ma capace di evitare i collegamenti con l’ esterno. Sicché non ha senso limitare i giornali. Ma ha molto senso non concedere, come si era incredibilmente arrivati a ipotizzare, i collegamenti Skype. E avrebbe, ha molto senso, non concedere liberi contatti con folle di personaggi di nomina politica. O i contatti fisici tra i detenuti e i loro familiari. La proposta di abolire i vetri divisori, almeno con coniuge e figli, era già stata avanzata durante la legislatura 2001-2006. E mi aveva persuaso, per puro istinto umanitario. Giuseppe Ayala, che era con me in commissione Giustizia, ci mise un minuto a gelarmi. E i mafiosi che danno ordini di morte non solo alla moglie ma anche al figlio bambino, sussurrandogli in un orecchio il messaggio che lo zio decodificherà al volo? Ci pensi? Combattere la mafia senza conoscere la mafia, appunto.

Nella richiesta di custodia cautelare nei confronti di Giusy Vitale (era il 1998) la Procura di Palermo rimarcò come il fratello Vito Vitale, profittando della possibilità concessagli di abbracciare i figli minori in carcere, “non ha esitato a sfruttarla a fondo, passando, oralmente, al figlio poco più che decenne, messaggi di fondamentale importanza per l’ associazione mafiosa”. Strategie, estorsioni, soldi. Basta rileggersi quell’ atto per capire che Borsellino non aveva i tic. E che se non siamo un Paese di Pulcinella la circolare della “riforma” dovrebbe essere ritirata con pudore.

Chi può intervenire intervenga. E magari commissioni un bel monitoraggio sulle incredibili perizie mediche e psichiatriche che tengono lontano dal carcere decine di boss mafiosi. Un bel bagno di realtà, occorrerebbe. Tipo quello che è toccato fare alle vittime e a chi se le è piante. Mentre i boss brindavano in carcere a champagne.

 

Ciao Dolly

Le parole più belle le ha trovate Anna Bandettini (qui):

 

E’ stata una persona importante per il teatro e la vita culturale milanese, che il pubblico non ha conosciuto, perché lavorava dietro le quinte. Dolores Redaelli è morta giovedì sera: era stata una delle colonne del Piccolo Teatro e, in anni più recenti, della Fondazione Gaber, ma era stata anche molto di più. Perché “la Dolly”, come tutti la chiamavano, era infaticabile e una appassionata: era lei che portava al Piccolo intellettuali, scrittori, politici, era amica degli artisti, da Mariangela Melato a Lucio Dalla, era una presenza attiva nella politica cittadina, a sinistra, e , non si sa come facesse, la vedevi da Emergency, da Smemoranda, all’Anteo, alla Fondazione de Andrè, perfino al Parenti o all’Elfo.

 

Al Piccolo era entrata nel ‘64, una ragazzina che arrivava dalla Cgil e al colloquio Paolo Grassi le disse ‘Lavorerai con noi per un mese’. C’è rimasta quasi 50 anni: contribuì alla nascita del decentramento teatrale, poi con Giovanni Soresi passò all’ufficio stampa, passò per successi, dolori, gioie e misteri del teatro prima con Strehler e poi Escobar e Ronconi. Nel’71 seguì la nascita del Teatro Canzone di Gaber: la loro fu una amicizia “per sempre” e quando lui morì, collaborò alla Fondazione con Dalia Gaberschik e Paolo Dal Bon che le è stato accanto fino alla fine. Mezza Milano conosceva “la Dolly”, ma solo pochissimi sapevano del tumore al pancreas. Da vecchia lombarda, impegno quotidiano, riserbo, nessun esibizionismo era la sua regola morale, al punto che c’era il mistero sui suoi anni che ora si dice siano 78. L’ultimo saluto sarà lunedì davanti al Piccolo di via Rovello 2, alle 14.30.

Non funziona nemmeno, questa legge elettorale

Lo spiega bene Alessandro Gilioli:

 

Un Renzi ottimista, ad esempio, oggi dice che la sua coalizione (compresa Ap, una lista alla sua sinistra e qualche altra cosa tipo la possibile lista radical-ulivista di cui si vagheggia in questi giorni) potrebbe arrivare a 200 seggi alla Camera, 110 presi con il proporzionale e 90 con il maggioritario.

Immaginiamo anche che sia vero (sebbene i sondaggi siano parecchio più bassi). Per arrivare alla maggioranza mancano 140 seggi.

E qui entra in gioco Forza Italia con i suoi satelliti, tipo i barboncini della Brambilla. Nel proporzionale (sempre a star larghi) Berlusconi e amici porteranno a casa un 60-65 seggi. Nel maggioritario dipende. Dipende tutto dalla trattativa con la Lega e (probabilmente) Fratelli d’Italia. Poniamo anche che Berlusconi riesca a strappare un 50 per cento dei suoi (e non è detto): ciò vuol dire (sempre stando larghi) che arriveranno alla Camera altri 50-55 berlusconiani. Gli altri saranno di Lega e Fdi. In tutto fa 110-120 di Forza Italia e dintorni.

Insomma, nella più rosea (per loro) delle ipotesi, messi insieme Pd più satelliti e Forza Italia più satelliti avranno 310-320 seggi alla Camera. Siamo sul filo del rasoio, ed è – ripeto – una simulazione molto “ottimista” per entrambe le forze, sebbene proprio questo sia il loro obiettivo politico nel far passare il Rosatellum.

In ogni caso: anche se arrivasse a 320 seggi sarebbe una maggioranza fragilissima, instabile, in mano a cacicchi con straordinaria forza di ricatto, probabilmente costretta a imbarcare qualche voltagabbana, oltre che basata su una piccola truffa agli elettori di centrodestra (dato che la loro coalizione nasce per raccattare voti e dividersi subito dopo). Il tutto tralasciando che con ogni probabilità non corrisponderebbe a una maggioranza tra gli elettori.

Se invece (come appare più probabile, numeri attuali alla mano) le larghe intese restano sotto i 315 seggi, la situazione si complica ancora di più. Perché vorrebbe dire che tenteranno di inglobare in questa “maggioranza-Frankenstein” o la Lega (o pezzi di Lega) o pezzi della lista di sinistra (Mdp-Si etc).

C’è poi lo scenario alternativo, ma anche questo in termini di governabilità è piuttosto nebbioso. Cioè che il M5S nonostante questa legge riesca ad avere almeno un deputato in più rispetto a entrambe le coalizioni. In questa evenienza i grillini salirebbero dal Capo dello Stato per avere l’incarico a formare un governo di minoranza (un mix di esponenti del M5S e di personalità esterne di prestigio) per presentarsi alla Camere e chiedere un voto di “responsabilità” e “governabilità” ai singoli deputati. Fantapolitica, per ora. Anche perché il Presidente della Repubblica non è comunque costretto da nessuno ad affidare il primo incarico al partito che ha preso più voti.

Insomma all’orizzonte si vede un pasticcio notevole.

Hanno appena approvato la seconda legge elettorale in due anni: non escluderei che il 2018 partorisse la terza.

“Siate liberi”

Vale la pena riportare le parole che ha pronunciato oggi in Aula Pippo Civati. Vale la pena leggerle, al di là dei legittimi schieramenti politici di ognuno. Perché le truffe hanno bisogno di lucidità per essere smontate. Ecco qui:

 

È la seconda volta che si ripropone la stessa discussione. La prima volta me la ricordo bene: era il 2015 e uscii dalla maggioranza, non potendo più accettare certe scelte e non volendo conformarmi a comportamenti contrari al mandato elettorale.

Se quella era la volta dell’arroganza, questa è la volta della disperazione. Una mossa della disperazione dopo tanti fallimenti della legislatura che non esito a definire «vergogna».

Una legislatura-vergogna nei modi e nella sostanza. Dopo cinque anni siamo arrivati a una legge elettorale che non garantisce solo i nominati, garantisce soprattutto chi li nomina.

Una legge del Cipolla potremmo dire: una legge elettorale della stupidità, autoritaria nei modi con cui viene approvata, quanto autolesionistica nei risultati.

Pensata per penalizzare gli avversari di un movimento, lo fa crescere e fa crescere anche le destre che il partito del governo dice di volere fermare, proprio le destre con le quali la minoranza di governo – perché di minoranza ormai si tratta – è alleata in quest’operazione.

Fare del male agli altri facendone però di più a se stessi e alla qualità del sistema in generale: questa legge contiene la propria condanna, perché chi di poltrona ferisce, di poltrona perisce.

Nata per tenere insieme uninominale e proporzionale, la legge non è né proporzionale, né uninominale: questa legge è solo pessima.

Sarebbe stato possibile sbloccarla, con il dibattito e con il voto dell’aula, questa legge, possibile e necessario. Con due schede, il voto disgiunto, l’abolizione delle coalizioni, la soglia unica e più consistente, la libera scelta dei candidati nella quota proporzionale.

Invece ci ritroviamo con un trucco, con un uninominale a grappolo in cui il voto non è libero e c’è di fatto un’unica lista bloccata in cui si vede bene il candidato del collegio, abbastanza bene il simbolo e molto poco le liste bloccate che sono ad essi collegate.

Ci ritroviamo con coalizioni fittizie, coalizioni che peraltro esistono solo in Italia, coalizioni precarie, temporanee: coalizioni della domenica. Ci si allea con qualcuno sapendo che poi ci si alleerà con qualcun altro. Coalizioni fedifraghe.

Anche in questo caso la legge fregherà chi si vuol far fregare: Giorgia Meloni lo ha capito, Matteo Salvini – corso in soccorso dell’omonimo – pare proprio di no.

Ci ritroviamo poi con una legge piena di clausole e di eccezioni e non a caso prevede un bugiardino (absit) sulla scheda, cosa più unica che rara.

All’insegna di una certa cultura politica – o, forse, meglio: una sottocultura politica – si rivendica con orgoglio il precedente della “legge truffa” del 1953: segnalo che fu una discussione tormentata e combattutissima, che finì con Andreotti con il cestino sulla testa, Ingrao ferito in piazza, il Presidente della Camera ferocemente contestato, le dimissioni del Presidente del Senato e con una profezia che nemmeno Fassino: perché la legge non raggiunse il suo scopo e fu abrogata l’anno dopo. E quella fiducia non portò certo fortuna a chi la pose, com’è accaduto anche con l’Italicum, peraltro, che qui fu votato.

L’ex premier – il vero franco tiratore di questa storia – impone e forza, com’è suo costume, e Gentiloni obbedisce: ecco non siate troppo gentili con il Capo, siate costituzionali, perché questo è un disastro che provoca sfiducia, non fiducia. È la legge della sfiducia: anche il vostro nume tutelare Giorgio Napolitano vi ha abbandonato.

Volenti non fit iniuria: siccome il voto dei cittadini non potrà essere libero e consapevole in questo marchingegno volutamente complicato e pensato da menti ossessionate dal potere a tutti i costi, lo sia il vostro.

Care colleghe, cari colleghi, almeno una volta in questa legislatura, siate liberi.

“I montanari possono assomigliare ai marinai: fanno un lungo giro per il mondo e poi tornano a casa”: l’intervista a Guccini

(fonte)

 

L’addio che l’ha fatto più soffrire l’ha dato alla sigaretta: “Ho smesso di cantare in maniera naturale, senza patemi: sentivo che con la musica non avevo più niente da dire e l’ho piantata. Finirla con il fumo, invece, mi sta facendo penare: è da un mese e dieci giorni che non ne accendo più una e mi manca, accidenti se mi manca”. Da sedici anni e nove mesi Francesco Guccini ha lasciato Bologna e vive a Pàvana, un borgo a quattrocento novantuno metri sopra il livello del mare, in pieno Appennino tosco-emiliano, vicino a quello che alla fine della Seconda Guerra Mondiale era il confine che separava l’Italia liberata dall’Italia occupata dai nazisti, la linea gotica.

Guccini ha scritto canzoni che si vorrebbero far studiare a scuola, o forse si studiano già. Quando capita che le passino alla radio – scriveva Edmondo Berselli – può venir voglia di cambiare stazione: si ha l’impressione di averle ascoltate abbastanza, di conoscerle tutte, di conoscerle troppo, con quell’erre moscia, i ritornelli brevi e le strofe lunghissime, le locomotive, gli eskimo, gli incontri, le incazzature, le bottiglie di vino. Poi, però, le si ascolta ancora e non suonano come ci si aspettava. Stupiscono, come se avessero il potere di rinascere.

“Ho scoperto – dice Guccini – che i montanari possono assomigliare ai marinai: fanno un lungo giro per il mondo e poi tornano a casa. A me è successo. Qui a Pàvana sono cresciuto con i miei nonni quando non c’era l’acqua corrente, era da poco arrivata l’elettricità e alla sera ci scaldavamo al fuoco del camino. La vita mi ha riportato nello stesso posto quando a scuola hanno accettato la richiesta di trasferimento di mia moglie, nel 2001. Non abbiamo pensato: ‘Adesso cambiamo vita’. È successo. Ho lasciato Bologna e oggi non so più cosa sia. La città che ho abitato è scomparsa. Non ci vado più volentieri. Non sopporto il traffico, le distanze da percorrere. Una volta uscivo di casa a mezzanotte e mezza. Oggi a quell’ora sono a letto da un pezzo. È cambiata Bologna. Sono cambiato io”.

Qualcosa è rimasto uguale?

Il desiderio di scrivere. L’unico periodo della mia via in cui non ho scritto è stato durante il servizio militare. Per il resto, ho sempre scarabocchiato ovunque. Quando facevo il giornalista alla ‘Gazzetta di Modena’ mi precipitavo alla macchina da scrivere ogni volta che avevo un attimo libero. Abbozzavo racconti, cominciavo romanzi, anche storie di fantascienza – poi, perdevo i fogli per strada. Il computer è stato la svolta. Da quando l’hanno inventato, ho iniziato a scrivere e a sapere dove ritrovare quel che avevo scritto.

Lo fa ogni giorno?

Scrivo solo quando mi vien voglia. Un’ora, un’ora e mezza. A volte niente. Appena mi stanco, smetto. Era così anche con le canzoni. Quando volevano uscire, venivan fuori da sole. Non mi sono mai obbligato a comporle.

Era quello che voleva fare da piccolo?

Da ragazzino, non mi è mai passato per la mente di fare il cantautore. Non sentivo di appartenere al mondo delle canzoni. Ero convinto che avrei fatto lo scrittore. Leggevo così tanto che mi veniva naturale crederlo.

Cosa leggeva?

Tutto quello che mi capitava per le mani. Alla fine dell’estate, quando i villeggianti se ne andavano dalle case che avevano affittato, andavo e razzolavo quello che avevano lasciato dentro. Spesso erano gialli. E in quelle settimane che precedevano il ritorno a scuola, al pomeriggio, li leggevo uno dopo l’altro.

L’altra letteratura quando è arrivata?

Più tardi conobbi gli americani. Era una moda leggere gli scrittori statunitensi del secondo dopoguerra. Lo facevano tutti, l’ho fatto anch’io. Poi all’università conobbi Dickens e più in là gli italiani: Calvino, Pavese, Fenoglio, Pratolini e Manzoni.

I russi?

Li ho letti con gran fatica, mi confondevo con i nomi, quei nomi incredibili che avevano, Andrej, Sergey, Anatole, Petja, alcuni mi sembravano cambiassero tre o quattro volte durante il romanzo. Mi disorientavano.

Ha appena scritto, con Loriano Macchiavelli, “Il tempo degli elfi” (Giunti): il titolo è un tributo a Tolkien?

Una ragazza americana, intorno al sessantanove, mi regalò “Lo Hobbit” in un’edizione paperback. Entrai in quel mondo magico e poi in quello de “Il Signore degli anelli”. Mi travolse.

Era considerata una lettura di destra, allora. Provava imbarazzo?

Tolkien era ambivalente: in Italia lo avevano adottato i gruppi di destra, ma in America erano gli studenti americani di sinistra e gli hippie a ispirarsi a lui. Vedevano dentro i suoi libri un inno al ritorno alla natura, a un’idea di vita essenziale, lontana dalla società. Lo stesso principio che ha mosso i primi ripopolatori dei nostri Appennini, per lo più anarchici che – dopo gli anni di piombo, per paura di finire nei guai – salirono su queste montagne a fondare le loro comunità. Quelle degli elfi, appunto: che sono dei personaggi del romanzo mio e di Loriano.

(Un giallo ambientato nei boschi, tra ispettori della forestale, lupi, un omicidio, capre tibetane e una certa caducità dell’idealismo)

Lei coltiva la stessa utopia della natura?

Io non coltivo alcuna utopia, non l’ho fatto mai: sopravvivo abbastanza tranquillamente senza. Non credo che sia necessario privarsi di tutto – elettricità, riscaldamento, acqua calda e fredda – per tornare alla purezza originaria. Né sono come chi è convinto che basti andare a funghi nel fine settimana per ristabilire l’armonia dell’uomo con ciò che lo circonda.

In passato era più facile questo rapporto?

Il contadino aveva un po’ di terra, una mucca in stalla, qualche gallina, magari un maiale. Non si poneva il problema del rapporto con la natura. Sopravviveva, facendo una vita durissima. Al punto che il lavoro in fabbrica – magari meno umano, ma di certo più riposante – gli appariva lieve.

Oggi com’è vivere in montagna?

L’Appennino è in completa decadenza. I boschi sono abbandonati. Le foglie che cadono ogni anno dai castagneti si accumulano a quelle che sono cadute l’anno precedente. Nessuno se ne prende più cura.

Si sente lontano dal mondo?

Non sono un eremita, mi sento dentro il mondo. Ne avverto le tensioni e i conflitti.

Cosa la preoccupa di più?

Quello tra Trump e Kim, due matti che non si da bene come reagiranno alle follie che l’uno farà all’altro.

E l’Italia?

Parlo di politica solo ogni tanto con gli amici. Non sento di appartenere a nulla, se non a me stesso.

Dario Fo però scrisse che lei era la voce del movimento. Oggi il movimento è quello a 5 Stelle.

Dario si era innamorato della figura del giullare fino al punto di avvicinarsi a quella di Beppe Grillo. L’ultima volta che lo vidi, poco prima che morisse, parlammo d’altro – non gli ho mai chiesto il perché di quella scelta. Certo, anche a me piacciono i giullari. Ma non in politica.

Cos’hanno di diverso questi ragazzi dei 5 Stelle da quelli del vostro movimento?

Noi allora non desideravamo far carriera: volevamo cambiare il mondo. Forse, nemmeno i 5 Stelle desiderano il potere. Alcuni di loro però se lo stanno prendendo. Vogliono scalare le posizioni di comando, occuparle, contare. Noi eravamo anarcoidi, più istintivi. Loro si danno da fare. Tutto sommato, sono dei professorini.

Le piacerebbe essere riconosciuto nella letteratura come è successo a Bob Dylan?

Ho molto invidiato Dylan per il premio Nobel. E non spetta a me stabilire se ho avuto o non ho avuto un ruolo nella letteratura italiana. Ma, se dovesse accadere, mi gratificherebbe molto.

Ma se scioperano i ministri, gli altri che dovrebbero fare?

Ho grande rispetto per la sofferenza (augurandoci che non sia simulata e elettorale) di chi in queste ore ha deciso di aderire allo “sciopero della fame” (pur con una fame molto blanda) per l’approvazione dello “Ius soli”. Deve essere terribile essere stati eletti per mettere in pratica un programma elettorale che è stato tradito se non addirittura sovvertito dopo la famosa “non vittoria di Bersani” e soprattutto dopo il ciclone Renzi che ha portato quel che fu Partito democratico ad essere il miglior esperimento di centrosinistra simulato degli ultimi vent’anni in Italia.

Del resto stiamo parlando di un governo che, per pugno di Minniti, ha “liberato” il Mediterraneo (o almeno così dicono, così credono, poiché manca poco vedrete alla normalizzazione dei flussi) sommergendo i diritti umani direttamente sulla terraferma libica evitando che sporchino in giro. Stiamo parlando di un governo che, su sanità e scuola e povertà, ha fatto ciò che sembrava irrealizzabile per il Berlusconi delle sue stagioni migliori. Parliamo di un governo che ha fatto impennare il bilancio di armamenti e delle amicizie con i guerrafondai.

Facile quindi immaginare che, se ti allei con la destra, anche lo “Ius soli” rimanga una bella intenzione. Non c’è bisogno di essere fini politologi. Del resto come poter spiegare che lo “Ius soli” non ha nulla a che vedere con la cittadinanza indiscriminata agli stranieri se tutte le mattine ti accompagni a braccetto con Angelino Alfano, quello che dice «la legge è giusta ma non dobbiamo perdere voti»?

Tuttavia la domanda vera, leggendo i giornali di stamattina, è un’altra: ma se componenti di primo piano di governo protestano contro se stessi (le alleanze che si sono scelti, la direzione politica che hanno loro stessi voluto prendere e tutto il resto) con lo sciopero della fame esattamente cosa dovrebbero fare le migliaia di persone senza cittadinanza?

Perché poi, attenzione, questi sono gli stessi che tengono lezioni sul populismo e sul senso della misura. Loro.

Buon venerdì.

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Forse sarebbe il caso che la Lorenzin si occupasse dell’aria, più che della Raggi

Non sono un accanito sostenitore della politica di Virginia Raggi nella gestione della città di Roma ma forse sarebbe il caso che qualcuno sottoponga con una certa urgenza alla ministra Beatrice Lorenzin (quella che sventola banali concetti spesso pseudoscientifici come fossero clave contro l’avversario politico di turno) le osservazioni del rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane” realizzato dalla Fondazione sviluppo sostenibile, organizzazione nata con l’obiettivo di promuovere soluzioni congiunte alla crisi climatica e a quella economica.

Perché mentre la Lorenzin (spalleggiata dal professor Walter Ricciardi, docente universitario di Igiene e presidente dell’Istituto superiore di sanità, nominato dalla Lorenzin) ci raccontava che il tracollo della salute dei romani fosse tutta colpa della sindaca Virginia Raggi (dimenticando come la sanità sia di competenza regionale e sbadatamente omettendo i tagli del ministero che presiede) secondo il rapporto sull’aria delle città italiane nel nostro Paese sono circa 91mila le morti premature all’anno causate dall’inquinamento atmosferico. In Germania sono 86mila, in Francia 54mila, nel Regno Unito 50mila, mentre in Spagna circa 30mila. L’Italia ha inoltre il poco invidiabile primato della media più alta di morti premature all’anno per inquinamento per milione di abitanti, 1.500 contro una media europea di mille.

La zona più inquinata in assoluto dalle polveri sottili di particolato (Pm2,5), secondo il rapporto della Fondazione sviluppo sostenibile, è la Pianura Padana. Le città più inquinate sono Milano (dove il particolato fine uccide il maggior numero di persone), Venezia e Padova. Nel Centro e Sud le zone che hanno fatto registrare il maggior numero di sostanze inquinanti nell’aria sono Napoli, Taranto, la Sicilia sudorientale, Frosinone, Benevento, Roma e la valle dell’Arno.

Tra le cause, secondo il rapporto, il primo posto spetta alle automobili, la combustione di legna in stufe e camini e le attività agricole (che sarebbero responsabili del 96% delle emissioni di ammoniaca). Le soluzioni proposte? Sempre quelle: favorire la mobilità pubblica, investire nelle strutture ciclo-pedonali, aumentare l’efficienza energetica degli edifici, favorire l’agricoltura biologica, gestire nella maniera corretta i reflui zootecnici per ridurre l’azoto e limitare maggiormente le emissioni degli impianti industriali e tutte le altre cose che sentiamo ripetere da anni. Da anni.

Tanto che non fanno più titolo né notizia. E allora e ai ministri non resta che ripiegare sulle siringhe per strada della Raggi.

Avanti così.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

Onorevole senza onore

Si chiama Mario Caruso, è un ex finiano eletto all’estero nella circoscrizione Europa con la lista di Mario Monti e ovviamente adesso nega e minaccia querele. Anzi, di più: all’operatore delle Iene che lo riprendeva mentre imbarazzato (non) dava risposte ha detto, in dialetto stretto, di essere pronto a “risolverla” come fanno al suo paese, con un accento poco vagamente minaccioso.

Ed è, ancora una volta, una storia di abuso di potere intriso come al solito di insano maschilismo che sembra uscita dal manuale dei nostri politici peggiori, scollegati dalla realtà e portatori di quel fastidioso senso di impunità che indigna e e squalifica il Parlamento.

In un servizio della trasmissione televisiva Le Iene l’onorevole Caruso ammette pacificamente di avere assunto «per piacere personale» il figlio del sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi: peccato che il figlio in realtà in ufficio non si sia mai visto, sostituito da una giovane ragazza (che è la persona che ha denunciato la situazione) che ha lavorato per un anno e mezzo nell’ufficio di Caruso senza stipendio, senza contratto e con la promessa mai mantenuta di essere regolarizzata.

Poi ovviamente ci sono anche le avances nei confronti della ragazza (come un messaggio dopo mezzanotte in cui l’onorevole scrive «sono a casa, valuta te cosa fare») che avrebbero potuto “sbloccare” la situazione lavorativa: un quadretto desolante e completo di una classe dirigente che acuisce la disaffezione verso un Paese che si ostina a non cambiare nei suoi comportamenti peggiori.

Ora vedrete che Caruso (e il sottosegretario Rossi) verranno cavalcati come sineddoche della politica tutta e sventolati per sparare nel mucchio. Eppure la soluzione è semplice e veloce: l’articolo 54 della Costituzione dice chiaramente che «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge» e quindi Caruso (e il sottosegretario Rossi) hanno evidentemente atteggiamenti incostituzionali. In un Paese sano verrebbero rimossi in fretta e mandati a ristudiarsi l’etica e la lealtà verso le istituzioni. Osserviamo, quindi.

Buon martedì.

(continua su Left)

Così Rajòy ha fatto “di una palla di neve una slavina”

La frase l’ha scritta ieri da De Gregorio su Repubblica, per descrivere il disorientamento di una Barcellona che assiste alla militarizzazione di un voto che per insipienza politica si trasforma in scontro e così schiaccia le rivendicazioni politiche della Catalogna e il suo referendum in una turpe macchia che gocciola sulle pagine dei giornali di tutto il mondo: e così la gente, scrive la De Gregorio, si ritrova “incredula di fronte all’incapacità di una classe politica che ha fatto di una palla di neve una pericolosissima slavina. Una classe politica che passerà alla storia per avere trasformato un dosso stradale in un muro, e di avere guidata bendata allo scontro”.

Oggi invece le cronache riportano i rimasugli degli scontri: secondo fonti catalane ci sarebbero almeno 800 feriti di cui un centinaio gravi (lo dice il portavoce del governo catalano Jordi Turull) mentre il governo nazionale risponde raccontando del ferimento di una dozzina di persone e dell’arresto di sei persone tra cui un minore. Ma i numeri, si sa, non riescono mai a raccontare le storie e le persone e da queste parti negli ultimi giorni sono utili soprattutto a strappare da una parte dall’altra.

Le immagini, invece, che non hanno bisogno di troppa interpretazione raccontano delle pattuglie della polizia nazionale che usano una violenza nera, dalle radici buie, mentre azzannano anche donne ed anziani. C’è un poliziotto che come in un’esibizione di wrestling scalcia al volo una persona che è già per terra, ce ne sono due che tengono per mani e piedi una vecchia donna trasportata come un cencio, ci sono le manganellate della polizia contro i vigili del fuoco che presidiano un seggio, c’è l’espressione ferma dei Mossos (la polizia catalana) mentre mettono in atto un “ammutinamento” che non si cicatrizzerà troppo facilmente.

E il referendum è diventato un corpo a corpo da cui, comunque finirà non può uscire nulla di buono. Ma soprattutto la politica, che dovrebbe essere la difficile meccanica della sintesi, ne esce a brandelli riuscendo nel capolavoro (in questo caso come in molti altri) di partorire rabbia. E chi cavalca meglio di tutti gli altri la rabbia? Quegli stessi avvoltoi che sparirebbero nella nebbia in una sana democrazia.

Buon lunedì.

(continua su Left)