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Politica

Il sindaco di Seregno, lo zerbino dei mafiosi: le carte dell’inchiesta

Dopo «7 anni» di indagini sulla ‘ndrangheta in Lombardia «posso dire che c’è un sistema» fatto di «omertà» e di «convenienza da parte di quelli che si rivolgono all’anti Stato per avere benefici». Così il procuratore aggiunto della Dda di Milano Ilda Boccassini ha commentato il maxi blitz avvenuto all’alba di martedì: 24 arresti – tra cui il sindaco di Seregno Edoardo Mazza e un dipendente della Procura di Monza, Giuseppe Carello – nelle province di Monza, Milano, Pavia, Como e Reggio Calabria, nell’ambito di un’inchiesta su infiltrazioni della ‘ndrangheta nel mondo dell’imprenditoria e della politica in Lombardia, inchiesta che vede tra gli indagati anche l’ex vicepresidente della Regione Mario Mantovani. Boccassini ha commentato che oggi, a 7 anni dell’operazione Infinito, «è facile» per le cosche «infiltrarsi nel tessuto istituzionale». L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Monza e dalla Procura Distrettuale Antimafia di Milano. In tutto, 27 le misure cautelari: 21 in carcere, 3 ai domiciliari e 3 interdittive, firmate dai gip Pierangela Renda e Marco Del Vecchio. Le accuse: associazione di tipo mafioso, estorsione, detenzione e porto abusivo di armi, lesioni, danneggiamento (tutti aggravati dal metodo mafioso), associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, abuso d’ufficio, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale.

In particolare, un terremoto giudiziario scuote l’amministrazione di Seregno. Agli arresti domiciliari per corruzione è finito il sindaco in persona, il forzista Edoardo Mazza. Sotto accusa i suoi rapporti con il costruttore Antonino Lugarà (in carcere), considerato uomo vicino ad esponenti della ‘ndrangheta. L’imprenditore, come notato dagli inquirenti che hanno ascoltato le intercettazioni, trattava il sindaco come «uno zerbino». L’ipotesi sostenuta dai pm di Monza Giulia Rizzo e Salvatore Bellomo è che Lugarà abbia ottenuto la concessione di un’area del Comune brianzolo, la cosiddetta area «ex Dell’Orto», sulla quale realizzare la costruzione di un supermercato, come contropartita del sostegno e consenso elettorale procurato al sindaco di centrodestra durante la campagna elettorale del 2015. «Ogni promessa è debito», gli dice infatti il sindaco in un’intercettazione. Agli arresti domiciliari anche un consigliere comunale di Seregno, e inoltre sono state emesse tre misure interdittive all’esercizio di pubblici uffici, una delle quali riguarda l’assessore Gianfranco Ciafrone.

Avvocato civilista, 38 anni, Edoardo Mazza è stato eletto nel 2015 nelle fila di Forza Italia alla carica di sindaco di Seregno, paese di 45mila abitanti in provincia di Monza. Per la sua elezione Lega e Forza Italia si sono compattate per sostenerlo. Molto attento ai social network, Mazza ama comunicare servendosi di Facebook. In alcuni di questi interventi, si è distinto per aver preso in mano un paio di forbici quando parlava degli stupratori di Rimini, o per le sue campagne contro i mendicanti, invitando i suoi cittadini a non dare l’elemosina per scoraggiare il loro arrivo in città.

La solidità della coalizione di centrodestra ha mostrato i primi scricchiolii tra maggio e giugno di quest’anno, con le dimissioni del leghista Davide Vismara da segretario di sezione, alle quali sono seguite quelle della collega di partito Barbara Milani da assessore alla Pianificazione territoriale ed all’edilizia privata e poi quelle di due consiglieri comunali, anch’essi del Carroccio. Una «fuga» che alla luce dell’esecuzione della misura cautelare emessa nei confronti del primo cittadino dal tribunale di Monza per corruzione, suona oggi come una presa di distanza preventiva.

L’inchiesta dei carabinieri, partita nel 2015, e che porta la firma dei pm monzesi Salvatore Bellomo, Giulia Rizzo e del Procuratore della Repubblica di Monza Luisa Zanetti e dei pm della Dia Alessandra Dolci, Sara Ombra e Ilda Boccassini, rappresenta una costola dell’indagine «Infinito», che nel 2010, sempre coordinata dalle procure di Monza e Milano, aveva inferto un duro colpo alle «locali» ‘ndranghetiste in Lombardia.

Anche un dipendente dell’ufficio affari semplici della Procura di Monza, Giuseppe Carello, è stato arrestato in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari con l’accusa di rivelazione di segreti d’ufficio. Il procuratore della Repubblica di Monza Luisa Zanetti ha riferito: «Attraverso le sue credenziali accedeva alla nostra banca dati e rispondeva alle domande dell’ imprenditore di Seregno indagato. Viene ascoltato mentre elenca gli indagati davanti alla nostra schermata, poi abbiamo una fotografia che inquadra l’imprenditore con il nostro dipendente». Il procuratore poi ha aggiunto: «Giuseppe Carello, ai domiciliari, ha violato la fiducia del procuratore e del personale giudiziario ed amministrativo che sono totalmente estranei ai fatto. Ha violato il giuramento alle istituzioni».

Come riferito da Boccassini, «è stata individuata una delle persone che era rimasta fuori» dagli arresti dell’operazione Infinito del 2010, e che partecipò in quell’anno al noto summit in un centro intitolato alla memoria di Falcone e Borsellino a Paderno Dugnano. Sono stati identificati i boss della locale di Limbiate, ed è stato sgominato un sodalizio dedito al traffico di ingenti quantitativi di cocaina, con base nel Comasco, composto prevalentemente da soggetti originari di San Luca (RC), legati a cosche di ‘ndrangheta di notevole spessore criminale. Nel corso dell’indagine sono stati ricostruiti, ha spiegato Boccassini, «episodi brutalmente e stupidamente violenti». Per esempio, un cittadino di Cantù che andava al lavoro alle 5 di mattina fu colpito con il calcio di una pistola ma non ebbe il coraggio di denunciare: «Non me lo chiedete perché ho paura e so che sono pericolosi», disse agli inquirenti.

«La ‘ndrangheta è l’associazione mafiosa più pericolosa perché si insinua nel tessuto economico e ha rapporti con le istituzioni. Bisogna scoprire questi legami e tagliarli di netto»: così il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, ex ministro dell’Interno ha commentato la maxioperazione in Lombardia. «Chi rappresenta il popolo nelle istituzioni – ha spiegato Maroni ai microfoni di Radio 24 – deve ovviamente stare lontano e rifiutare ogni rapporto con queste persone. Se poi qualcuno ci casca, è giusto che venga estromesso immediatamente dalla politica alle istituzioni».

Mario Mantovani, consigliere regionale lombardo di Forza Italia ed ex vicepresidente della Lombardia, già arrestato due anni fa in un’altra inchiesta, è indagato per corruzione (non gli vengono contestati reati di mafia) in un filone dell’indagine. Da quanto si è saputo, l’accusa riguarda i suoi rapporti con l’imprenditore Antonino Lugarà, lo stesso che ha intrattenuto rapporti con il sindaco di Seregno. Mantovani ha scritto su Facebook: «Avvenuta perquisizione questa mattina presso i miei uffici in relazione ai fatti (su cui indaga la procura di Monza) di cui nulla so, che apprendo dai media di stamane e che sono lontanissimi dal mio agire politico e personale. Nulla è emerso. Sempre a disposizione della trasparenza e della legalità». Secondo la ricostruzione delle indagini, Lugarà avrebbe dato «la disponibilità e l’impegno a procurare consenso elettorale e l’appoggio politico» durante la campagna elettorale del maggio e giugno 2015 a favore di Mazza «nonché assicurando l’appoggio di Mantovani». «Ciao Mario ti ringrazio molto per la vittoria di Seregno è anche merito tuo, quando puoi ti vorrei incontrare», scriveva Lugarà in un sms.

(fonte)

L’ordinanza completa:

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Gino Strada: «La politica di Minniti è un atto di guerra contro i migranti»

È finito su tutti i giornali per avere definito il ministro Minniti “sbirro” eppure Gino Strada, fondatore di Emergency, da tempo sta provando a denunciare ben altro che un semplice aggettivo: la situazione libica adottata dal governo miete, giorno dopo giorno, le sue vittime nel silenzio di un pezzo d’informazione e della politica. Per questo abbiamo voluto sentirlo cercando di andare oltre la polemica buona per qualche articolo indignato.

Gino Strada, si è parlato dello “sbirro Minniti” ma sembra che si sia perso il cuore del suo discorso sulla questione umanitaria in Libia. Che ne pensa?
Ovvio, perché ai media non interessa quello che dico ma preferiscono fermarsi sullo “sbirro”. Noi abbiamo fatto un comunicato stampa, tre settimane prima, in cui dicevamo che la politica di Minniti era un atto di guerra contro i migranti. Abbiamo usato esattamente queste parole: “atto di guerra contro i migranti” e quel comunicato non lo ha ripreso nemmeno il giornale delle focolarine… è bastato dire “sbirro”. Questa è la cosa più deprimente dell’informazione italiana.
Ma cosa manca, al di là della politica, per riuscire a raccontare le dimensioni del dramma che si sta vivendo? Mancano gli intellettuali?
Manca l’etica. Mancano i valori e mancano quelle che una volta si chiamavano “le palle”. Mancano etica e valori perché la politica non segue più il principio che poi dovrebbe plasmare la sua azione: in base ai principi si dovrebbero prendere certe scelte. Il caso dei migranti (che ha segnato di fatto la fine dell’Europa: possono andare avanti per vent’anni, gettare centinaia di milioni di euro ma l’Europa è sostanzialmente finita) è un esempio paradigmatico: si è messa in atto la politica “a prescindere”. Se le mie scelte politiche determinano il fatto che alcune persone ci lascino la vita o vengano torturate o vengano stuprate e io non mi occupo di queste cose, che modello di società sto proponendo? La mia visione sociale diventa quella di Pablo Escobar, capisci? Anche lui ha fatto ammazzare non so quante persone in Colombia eppure Medellin in dieci anni si è trasformata da case di fieno e paglia a una città decine di volte più ricca. Non si può prescindere dai principi!

 

(la mia intervista a Gino Strada è sul numero di Left che trovate in edicola, oppure in digitale qui. Il sommario del numero è qui)

Il “caso Regeni” e l’Italia che chiagne (e se ne fotte)

Un pezzo da leggere, da Linkiesta:

 

Quella di Giulio Regeni è una vicenda a doppia velocità.

Da una parte ci sono la società civile, il grosso dell’opinione pubblica e il mondo della cultura uniti nel chiedere giustizia per una vicenda che grida vendetta; dall’altra il mondo della politica e, a cascata, quello dell’informazione televisiva mainstream da essa controllata, per cui Regeni – prima dell’inchiesta del New York Times di agosto – costituiva una seccatura di cui fortunatamente si cominciava a parlare meno.

La forza dei simboli è quella di colpire le persone in profondità, oltre la ragione, mettendole in comunicazione diretta con il proprio inconscio. Giulio Regeni ha da subito rappresentato il simbolo della contraddizione profonda su cui si basa l’Italia 2017, quella che tutti, in vario modo, vivono sulla propria pelle.

Per la generazione dei genitori, per i draghi e le virago del ’68 o del ‘77, Giulio è il figlio che avrebbero voluto avere.

Come i loro figli, Regeni si scontra contro un Paese incapace di riconoscere e premiare il merito, dove il talento – si tratti di una redazione di un quotidiano, un dipartimento universitario o il forno di una panetteria – è un fastidio, una minaccia per le gerarchie esistenti e le rendite di posizione, da combattere fino a rendere inoffensivo. Ma a differenza dei loro figli, Giulio sulla sua vita non accetta compromessi e invece di accontentarsi, magari grazie ad una raccomandazione, prosegue dritto per la sua strada: se ne va all’estero, impara cinque lingue, si guadagna la fiducia di Istituzioni internazionali che davanti ad Alfano scoppierebbero a ridere.

Per costruirsi il futuro che le generazioni precedenti hanno svenduto, Giulio è disposto a tutto, anche a fidarsi delle persone sbagliate, precipitando in una situazione più grossa di lui che gli sarà fatale.

Così, a pensare a Regeni, i genitori si macerano nei sensi di colpa; quella generazione che non solo ha perso, ma che addirittura si è portata via il pallone per impedire a quella successiva di giocare, leggendo del corpo straziato di Giulio si sente colpevole e cerca redenzione indossando come un cilicio il braccialetto giallo che lo ricorda. Nello stesso tempo, Giulio Regeni è un simbolo anche per la generazione dei figli, di cui rappresenta la perfetta sublimazione delle loro aspirazioni.

 

Regeni è quello che studia e lavora ogni giorno su stesso, non accettando niente che sia al di sotto dell’eccellenza; quello che per inseguire la propria vocazione è pronto a lottare fino in fondo, senza lasciare nulla di intentato. Quello, insomma, che come tutti vuole ribellarsi, ma che a differenza di quasi tutti ha il coraggio di farlo sul serio.
Regeni è quello che studia e lavora ogni giorno su stesso, non accettando niente che sia al di sotto dell’eccellenza; quello che per inseguire la propria vocazione è pronto a lottare fino in fondo, senza lasciare nulla di intentato. Quello, insomma, che come tutti vuole ribellarsi, ma che a differenza di quasi tutti ha il coraggio di farlo sul serio.

Per questo Giulio Regeni, per la generazione dei figli, diventa “un eroe”: non per le torture che ha subito da prigioniero ma perché quelle torture sono state il risultato di una ribellione a cui tutti, almeno una volta, hanno ambito. Divenuta simbolica e quindi “di principio”, il caso Regeni ha messo in ridicolo l’intera classe politica attuale come poche altre vicende erano riuscite a fare.

Modificata geneticamente dalla logica dei “followers”, la politica negli ultimi anni ha cercato di diventare puro sentimento, col risultato di scadere spesso in un mercante in fiera di populismi. I leader-venditori si sono illusi di poter governare compiacendo le pulsioni più elementari dei clienti-elettori, tipo piazzisti di aspirapolveri al mercato del sabato (non a caso, il politico più di successo dal 1994 a oggi è proprio un ex venditore).

Ma attraverso una vicenda come quella di Regeni, la realtà traccia una riga netta, obbligando il politico a una scelta di campo: da una parte il sentimento caro al piazzista, dall’altra la realpolitik del democristiano.

 

(continua qui)

 

 

Vittoria, arrestato l’ex sindaco PD. Quello che parlava di “macchina del fango”.

Ne scrive (tra gli altri) La Spia ma sono molto contento per chi, da tempo, denunciava i fatti ed è stato isolato. Un abbraccio a Paolo. Lui sa.

 

Mafia: sindaco di Vittoria indagato per corruzione elettorale =

 (AGI) – Catania, 21 set. – E’ indagato anche l’attuale sindaco di Vittoria (Ragusa), Giovanni Moscato, nell’ambito dell’indagine “Exit poll” della Guardia di finanza, coordinata
dalla Procura di Catania. Il primo cittadino, per il quale non e’ prevista misura cautelare, risponde di corruzione elettorale. Moscato, 40 anni, avvocato, con la sua elezione nel
giugno 2016, a capo di liste civiche ed esponente del centrodestra, aveva fatto segnare una svolta storica a Vittoria, un comune che per 70 anni e’ stato retto da un esponente della sinistra. Secondo gli inquirenti, l’ex sindaco Giuseppe Nicosia e il fratello consigliere Fabio, tra i sei arrestati di oggi per scambio elettorale politico-mafioso, nel turno di ballottaggio si sarebbero schierati per Moscato, il quale avrebbe promesso la stabilizzazione dei 60 dipendenti della ditta che si occupa dei rifiuti.
Un patto scellerato che ha gestito le sorti elettorali, politiche e amministrative di Vittoria,
grosso centro della provincia di Ragusa, per almeno un decennio, garantendo appalti, affari, lauti profitti alle organizzazioni mafiose. Una regia sciagurata che ha dato
sostanza all’inquietante e consolidato intreccio tra politica e boss.
E’ quello che emerge dall’operazione “Exit Poll” della Guardia di finanza, coordinata dalla Procura di Catania, culminata con l’arresto per scambio elettorale politico-mafioso, di sei persone, tra amministratori e boss, per fatti collegati alle elezioni comunali di Vittoria del
giugno 2016. 
Ovvero: Giuseppe Nicosia e il fratello Fabio, attuale consigliere comunale, Giovambattista Puccio e Venerando Lauretta, entrambi gia’ condannati per associazione mafiosa, Raffaele Giunta e Raffaele Di Pietro.
UN EX SINDACO ARRESTATO, UNO IN CARICA INDAGATO 
Tra i destinatari della misura cautelare degli arresti domiciliari l’ex sindaco del Pd Giuseppe Nicosia, primo cittadino per due mandati consecutivi dal 2006 al 2016; e il fratello Fabio, 51 anni, eletto consigliere comunale a Vittoria nella tornata elettorale del 2016. E risulta indagato per corruzione elettorale l’attuale sindaco Giovanni Moscato.
Il primo cittadino, avvocato di 40 anni, per il quale non e’ prevista misura cautelare, con la sua elezione, a capo di liste civiche ed esponente del centrodestra, aveva fatto segnare una svolta storica a Vittoria, un comune che per 70 anni e’ stato retto da un esponente della sinistra. Secondo gli inquirenti, l’ex sindaco e il fratello, nel turno di ballottaggio si
sarebbero schierati per Moscato. 

Applicata, inoltre, la misura interdittiva della sospensione dai pubblici uffici nei
confronti dell’assessore al Bilancio dell’epoca, Nadia Fiorellini, per falsificazione delle autenticazioni delle sottoscrizioni delle liste elettorali.
Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania, sono state svolte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza che ha eseguito gli arresti
anche a carico di Giombattista Puccio, 57 anni, detto “Titta u ballerinu”, di cui e’ stata accertata nel 2003 la contemporanea appartenenza a Cosa nostra e Stidda, coinvolto in diverse operazioni contro il clan stiddaro “Dominante – Carbonaro” (Operazioni Squalo nel 1994 e “Flash Back” nel 2006) ed e’ indicato da piu’ collaboratori di giustizia quale attuale
esponente di spicco della Stidda; Venerando Lauretta, 48 anni, gia’ condannato per la sua appartenenza al clan “Dominante – Carbonaro”; Raffaele Di Pietro, 55 anni, e Raffaele Giunta, 55 anni, entrambi con vari precedenti penali; i due risultano aver svolto un ruolo di intermediazione attiva nell’accordo criminale stretto tra politica e mafia.

LO SCELLERATO INTRECCIO LUNGO UN DECENNIO
Le Fiamme Gialle hanno effettuato intercettazioni telefoniche, perquisizioni, sequestri e acquisizioni documentali. Un contributo notevole e’ stato fornito anche dalle dichiarazioni
di alcuni collaboratori di giustizia da cui e’ emerso con chiarezza l’intreccio affaristico-politico-mafioso che, nella citta’ di Vittoria, sostengono gli inquirenti, “ha condizionato e orientato le scelte elettorali anche prima delle elezioni amministrative del 2016”. Il quadro delineato dai collaboratori di giustizia e’ infatti molto ampio ed evidenzia come i fratelli Nicosia abbiano ricevuto a Vittoria il sostegno elettorale della “Stidda” sia nelle amministrative del 2006 e 2011, sia nelle regionali e nazionali del 2008 e 2012. Il
convogliamento dei voti, secondo quanto accertato, e’ stato ricompensato dal sindaco Giuseppe Nicosia con l’assegnazione di appalti e posti di lavoro a favore degli attuali coindagati Giunta e Di Pietro. In questo inquietante scenario le attivita’ dei finanzieri del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Catania hanno consentito di tracciare i contatti tra i fratelli Nicosia ed esponenti di vertice della Stidda, particolarmente attiva in area vittoriese nella gestione economica di interi settori quali la raccolta della plastica e la produzione degli imballaggi per i prodotti ortofrutticoli.

Quello che ha da dire Marco Lillo sul caso Consip (e sul presunto “golpe”)

E vale la pena leggerlo. Almeno per mettere in fila i fatti.

 

di Marco Lillo

Per smontare il teorema del ‘complotto’ contro Matteo Renzi costruito dal Noe dei Carabinieri con la complicità del pm Henry John Woodcock e del Fatto è molto utile una semplice cronologia.
Quando il capitano Gianpaolo Scafarto, ai primi di settembre del 2016, avrebbe fatto alla pm di Modena Lucia Musti la confidenza generica su un’indagine non meglio precisata (“Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi”) erano già accaduti alcuni fatti. In particolare un signore toscano amico di Tiziano Renzi di nome Carlo Russo era già entrato più volte nell’ufficio di Alfredo Romeo per parlare degli appalti che interessavano all’imprenditore. Non solo in Consip ma anche in Grandi Stazioni e in Inps. Stando alle informative di Gianpaolo Scafarto di quel periodo erano già accaduti questi eventi: il 3 agosto Romeo aveva chiesto a Russo di incontrare il padre del premier di allora perché aveva problemi con il suo amico amministratore di Consip, Luigi Marroni, per una serie di appalti del valore di centinaia di milioni di euro. Russo aveva proposto allora di fare una bisteccata a casa di Tiziano Renzi con lo stesso Marroni. Il 31 agosto Romeo era tornato alla carica e Russo aveva riferito così la risposta di Tiziano: “gli ho detto che … dobbiamo fare sto passaggio con Marroni! M’ha detto dice: ‘Fammi finire sto casino prossima settimana ci mettiamo’”.
Quando Scafarto avrebbe fatto la sua profezia, Romeo aveva già proposto a Russo il famoso ‘accordo quadro’ che poi sarà precisato meglio il 14 settembre nel famoso foglio che – secondo l’interpretazione dei Carabinieri – reca l’offerta di 30 mila euro al mese per Tiziano Renzi in cambio di un incontro al mese con Luca Lotti e con Luigi Marroni per propriziare un occhio di riguardo su Romeo da parte della Consip guidata da Marroni.
La confidenza di Scafarto (‘scoppierà un casino arriviamo a Renzi’) quindi non è la prova del movente delle sue macchinazioni contro Tiziano e Matteo ma un annuncio abbastanza prevedibile (e certamente scorretto se vero) sulla base di indizi già raccolti.
Prima però ricordiamo come è nata la teoria che piace tanto ai grandi giornali, alla politica e ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura vicini a Renzi.
Il teorema (ben descritto ieri in un pezzo di Carlo Bonini su Repubblica) vuole connettere due fatti che non c’entrano nulla: lo scoop del Fatto del luglio 2015 sulla telefonata di Matteo Renzi con il generale Michele Adinolfi e lo scoop del Fatto del 2016-2017 sul caso Consip. Ebbene il teorema è delineato nel libro del segretario del Pd Avanti.
Renzi ricorda così il nostro scoop della telefonata tra lui e il generale della GdF Adinolfi, nella quale i due sparlavano di Enrico Letta, intercettata nel 2014 e pubblicata dal Fatto il 10 luglio 2015. “È la prima volta – scrive Renzi – in cui faccio la conoscenza del Noe, Nucleo operativo ecologico dell’Arma dei carabinieri, che su incarico di un pm di Napoli, il dottor Woodcock, mi intercetta. Apprenderò dell’intercettazione mentre sono presidente del Consiglio, grazie a uno scoop del Fatto Quotidiano firmato da un giornalista che si chiama Marco Lillo. Segnatevi mentalmente questo passaggio: Procura di Napoli, un certo procuratore, il Noe dei carabinieri, il Fatto Quotidiano, un certo giornalista. Siamo nel 2014, non nel 2017, sia chiaro. Che poi i protagonisti siano gli stessi anche tre anni dopo è ovviamente una coincidenza, sono cose che capitano”.
L’insinuazione che Il Fatto abbia ottenuto le notizie per i due scoop nel 2015 e nel 2016-7 sempre grazie al Noe e al pm Woodcock è falsa e diffamatoria ma trova subito una grancassa nelle istituzioni.
Il libro esce il 12 luglio e sembra il canovaccio delle domande poste al pm Lucia Musti di Modena appena cinque giorni dopo dal presidente della prima commissione del Csm. L’avvocato Giuseppe Fanfani, ex sindaco Pd di Arezzo, amico di Maria Elena Boschi e già legale del padre, ascolta con i suoi colleghi del Csm il procuratore di Modena nell’ambito del procedimento contro Henry John Woodcock finalizzato a capire se il pm di Napoli che ha osato intercettare il padre del leader Pd debba essere trasferito per incompatibilità.
La pm Lucia Musti ha ricevuto per competenza nell’aprile del 2015 le carte del fascicolo Cpl Concordia, istruito da Woodcock, nel quale era contenuta l’intercettazione di Matteo Renzi con il generale Adinolfi. La telefonata è divenuta pubblica nel luglio 2017 perché non era più segreta e Il Fatto – come la Procura di Napoli ha ricostruito già nel 2016 – l’ha avuta da fonti non investigative in modo pienamente lecito. E non era più segreta per una svista non del pm Woodcock ma degli uffici dei pm dell’antimafia che l’avevano ricevuta per competenza di materia da Woodcock proprio come la dottoressa Musti l’aveva avuta a Modena.
I pm di Napoli nel 2015-2016 indagarano i carabinieri del Noe che avevano aiutato il personale di segreteria, oberato di lavoro, a effettuare la scansione delle pagine senza avvedersi che l’informativa depositata non era quella omissata ma la versione precedente, che non conteneva gli omissis. Così quelle due pagine così delicate con i giudizi sprezzanti di Renzi su Letta sono finite nel computer della Procura accessibile a tutti gli avvocati del procedimento. Tre avvocati (almeno) ne vennero in possesso e così Il Fatto ha potuto acquisire tutte le carte pubbliche del fascicolo, compresa quella che doveva restare segreta. Questo tragitto è stato accertato con certezza dai pm e dai loro periti informatici grazie anche alle perquisizioni ai danni dei giornalisti del Fatto e in particolare al sequestro e all’analisi del computer del collega Vincenzo Iurillo che ha firmato quello scoop con chi scrive questo articolo.
I carabinieri del Noe furono indagati e interrogati ma i pm Alfonso D’Avino e Giuseppe Borrelli ne chiesero l’archiviazione a febbraio 2016 perché “E’ da escludersi che la scansione integrale della informativa del 15.10.2014 sia stata intenzionalmente effettuata dai militari al fine di renderla ostensibile attraverso il suo inserimento al TIAP (il sistema informatico della Procura, ndr)”; 2) “la pubblicazione degli atti era avvenuta ad opera del cancelliere (incolpecole anche lui, ndr) addetto alla segreteria del pm dell’antimafia Cesare Sirignano”.
L’audizione della dottoressa Musti al Csm doveva essere diretta ad appurare le responsabilità dei magistrati in quella fuga di notizie. Woodcock in questo caso non aveva alcuna responsabilità ma il pm Musti ne approfitta per fare due dichiarazioni contro la polizia giudiziaria preferita dal pm napoletano: i carabinieri del Noe.
La prima riguarda il fascicolo Cpl Concordia del 2015 e l’allora vicecomandante del Noe dei Carabinieri Sergio De Caprio, alias Ultimo.
Questa è la ‘la seconda versione’ del verbale pubblicata dal quotidiano Repubblica (diversa da quella del giorno precedente) riguardo all’incontro Ultimo-Musti per le carte dell’indagine Cpl Concordia del 2015: “Il presidente Fanfani chiede: «Chi glielo disse?». Musti: «Il colonnello De Caprio mi disse: “Lei ha una bomba in mano, se vuole la può fare esplodere”». Fanfani: «Ma in riferimento a cosa?». Lei: «Ma cosa ne so? Cioè, io non lo so perché erano degli agitati. Io dovevo lavorare su Cpl Concordia, punto, su quest’episodio di corruzione. Dissi ai miei, “prima ci liberiamo di questo fascicolo meglio è”».
Musti quindi sta dicendo al Csm che Ultimo quando consegnò il fascicolo Cpl Concordia a Modena disse che era una bomba. Il fascicolo non era centrato su Renzi ma sulla coop emiliana e conteneva intercettazioni del 2014 riguardanti: 1) i rapporti tra Massimo D’alema e la Cpl Concordia; 2) la Fondazione Icsa fondata da Marco Minniti ma lasciata dall’ex sottosegretario nel 2013; 3) intercettazioni su altri personaggi del Pd tra cui anche Matteo Renzi ma non solo lui.
Dal testo del secondo (e probabilmente vero) verbale pubblicato da Repubblica ieri si evince chiaramente che il pm Lucia Musti non dice e nemmeno insinua mai che ‘la bomba’ a cui faceva riferimento Ultimo fosse l’intercettazione di Renzi con Adinolfi.
La seconda cosa che dice il pm Lucia Musti al Csm riguarda il fascicolo che nel 2016 vedeva il solito Noe, sempre sotto la direzione del pm Woodcock, impegnato sul versante Consip. Così sempre Repubblica (sempre nella seconda versione del verbale ieri) riferisce la versione del pm Lucia Musti su un suo incontro con il capitano Scafarto ai primi di settembre del 2016: «Lui mi ha parlato del caso Consip, un modo di fare secondo me poco serio, perché un capitano, un maresciallo, un generale sono vincolati al segreto col loro pm, non devi dire a me che cosa stai facendo con un altro. Quindi, quando lui faceva lo sbruffone dicendo che sarebbe “scoppiato un casino”, io dentro di me ho detto “per l’amor di Dio”. Una persona seria non viene a dire certe cose, quell’ufficiale non è una persona seria». Fanfani vuole dettagli: «De Caprio ha detto “Ha una bomba in mano”, mentre Scafarto “succederà un casino”?». Musti risponde: «Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi».
E’ evidente dalla lettura di questa versione del verbale l’inesattezza di quanto pubblicato il giorno prima. Lucia Musti non ha mai dichiarato che Ultimo e Scafarto le dissero: ‘Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi’.
Una cosa è la bomba Cpl Concordia di cui parla Ultimo senza alcun riferimento a Renzi e alla sua conversazione con Adinolfi poi pubblicata dal Fatto.
Altra cosa è quel generico “scoppierà un casino arriviamo a Renzi” che sarebbe stato detto nel settembre 2016 dal capitano Scafarto quando aveva già in mano indizi pesanti su Tiziano Renzi.
La scorretta rappresentazione della realtà fatta dai grandi quotidiani insinua che la bomba di cui parlava Ultimo a Lucia Musti nel 2015 fosse l’intercettazione Adinolfi-Renzi. Non basta. la grande stampa e il Pd al seguito forzano anche il senso della frase di Scafarto per insinuare un intento complottistico del Noe contro Renzi nel 2016.
Scrive sul punto Il Corriere della Sera di venerdì “Il fatto che l’ex capitano del Noe abbia detto a Musti, quattro mesi prima di consegnare l’informativa e anche prima che fosse registrata la famosa frase «Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato» falsamente attribuita a Romeo («assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità il Renzi Tiziano», scrisse Scafarto nel rapporto), potrebbe far immaginare che l’obiettivo dei carabinieri fosse proprio il padre dell’ex premier. Come se fosse un possibile movente della successiva manipolazione dell’intercettazione. E chi volesse ipotizzare che quello fosse lo scopo dei falsi contestati a Scafarto (…) ora avrebbe un motivo in più per sostenerlo”.
La rappresentazione di un colloquio in cui Scafarto parla con Musti prima di avere nelle mani gli indizi e le registrazioni che inguaieranno Tiziano Renzi ha permesso al Pd Michele Anzaldi di presentare un’interrogazione al Governo e ha fatto parlare di ‘fatti di gravità inaudita’ all’ex segretario Pd Dario Franceschini e di “complotto” al capogruppo Pd Luigi Zanda. Grazie a questo modo di fare informazione non è apparsa ridicola la visita di Matteo Renzi a Rignano così raccontata in un pezzo dal titolo “Consip, Renzi subito a Rignano dal padre. Con lui il faccia a faccia della pace”.
Il pezzo è uscito il 14 settembre, proprio nel primo anniversario del giorno del famoso pizzino. Il 14 settembre 2016 infatti Alfredo Romeo scrisse su un foglietto ritrovato il giorno dopo nella spazzatura dal Noe e interpretato come un’offerta nero su bianco al ‘compare di Tiziano Renzi, Carlo Russo, di 30 mila euro al mese, destinati a ‘T.’ che secondo la tesi accusatoria sarebbe Tiziano Renzi.
Al di là delle conseguenze politiche della strumentalizzazione delle frasi della pm Musti, c’è una conseguenza giudiziaria di non poco conto. Alla Procura di Roma sono state trasmesse dal Csm le dichiarazioni della pm di Modena perché i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi valutino se inserirle nel fascicolo contro Woodcock. Non solo. Lunedì prossimo la solita prima commissione del Csm presieduta dal solito Giuseppe Fanfani convocherà i due pm di Napoli, Giuseppe Borrelli e Alfonso D’avino, che si sono occupati del’indagine sulla pubblicazione da parte del Fatto dell’intercettazione Renzi-Adinolfi.
In pratica il presidente della commissione del Csm convoca i procuratori aggiunti di Napoli e trasmette carte alla Procura di Roma perché finalmente si indaghi a fondo nella direzione del collegamento tra i due scoop del Fatto, proprio la direzione auspicata dal leader Matteo Renzi nel suo libro.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Il triste declino dei beni culturali

di Claudio Meloni

 

Se un merito dobbiamo attribuire alle riforme del Ministro Franceschini, certamente questo sta nel fatto che oggettivamente il tema della gestione pubblica del nostro patrimonio culturale è stato riportato al centro del dibattito politico. Possiamo aggiungere che purtroppo i meriti si esauriscono in questa premessa, nell’apparente rovesciamento dell’assunto neo liberista che identificava la spesa sulla cultura come socialmente improduttiva con un altro, dello stesso

segno, che propone la messa a reddito del patrimonio come una sorta di panacea dello sviluppo, lo sfruttamento commerciale dei nostri siti come l’unico mezzo della loro valorizzazione. In realtà entrambi questi metodi stanno determinando un progressivo arretramento delle gestioni pubbliche, una certificazione dell’impossibilità da parte dei bilanci pubblici di provvedere alla manutenzione e conservazione del patrimonio, arrivando, in alcune ardite teorizzazioni, ad immaginare che il problema sia l’eccessiva concentrazione dei beni culturali nel nostro paese, e che questo determini appunto l’incapacità sostanziale da parte dello stato e delle istituzioni pubbliche a provvedere al loro mantenimento.

I dati che malinconicamente l’Istat fornisce nelle sue relazioni annuali presentano una realtà ben diversa: la spesa per la tutela è ai livelli più infimi della storia, la spesa pubblica pro capite continua a diminuire, il paragone con gli altri paesi europei è vergognoso proprio nel suo rapporto tra spesa complessiva e dimensione del patrimonio posseduto. Dovrebbero essere questi i temi veri del dibattito, invece assistiamo ormai da troppo tempo ad una bolla mediatica fatta di prove muscolari sul numero di visitatori che aumentano in una sorta di battaglia immaginifica tra i conservatori, ovvero quelli che non prescindono dal binomio tutela/fruizione, e i cosiddetti innovatori, coloro che pensano che noi non abbiamo mai sfruttato adeguatamente le potenzialità che il nostro patrimonio offre a causa della eccessiva attenzione alla sua tutela. Anche in questo caso andrebbe avviata una operazione di demistificazione: i visitatori aumentano progressivamente da quando si sono adottate politiche di ampliamento degli orari, e sono aumentati in modo del tutto consistente persino sotto la gestione Bondi Galan. Politiche di ampliamento dovute esclusivamente agli accordi di produttività che sono in vigore dal 2000, per le quali noi rivendichiamo con orgoglio la paternità e che hanno prodotto questi risultati esclusivamente grazie allo sforzo reale e misurabile dei lavoratori pubblici. In quest’operazione verità non dovrebbero neanche essere trascurati i riflessi dello spostamento – verso il nostro Paese – di consistenti flussi turistici, deviati da altre mete mediterranee o europee per gli effetti degli attacchi terroristici di matrice islamista.

In questo contesto si calano le riforme Franceschini, i cui segni distintivi sono la decontestualizzazione del sistema museale dal ciclo della tutela e il ridimensionamento pesante delle Soprintendenze e del ciclo archivistico-bibliotecario. Il tutto giocato sulla presunta scommessa della valorizzazione come idea estremizzata della fruizione. Questo ha comportato uno spostamento pesante di risorse umane e finanziarie a favore del sistema museale, ed oggi assistiamo, spesso sgomenti, al progressivo abbandono di un sistema di tutela diffusa del patrimonio che era esempio da seguire per tutta la comunità internazionale e all’introduzione di singolari esperimenti organizzativi, quali ad esempio i poli museali regionali, che si stanno rivelando disastrosi proprio nell’obiettivo di valorizzare il patrimonio diffuso. Ancora oggi un quarto dei visitatori si concentra sui siti e sui territori a maggiore richiamo e casomai in questi casi il problema che si sta ponendo è quello di limitare l’eccessivo afflusso, non di incrementarlo, ad esempio a Firenze e Venezia.

Con il risultato che oggi ci troviamo i musei, che in Italia sono sempre espressione del territorio di appartenenza, sganciati dal contesto in cui si sono creati e divisi artificialmente dai cicli di tutela e conservazione che li hanno generati. E ancora ignorati persino dai cittadini che di quel territorio sono parte: su questo incide la mancata progettazione/attivazione dei percorsi integrati che dovevano essere l’obiettivo della Direzione Turismo, dei Poli Museali e anche dei Segretariati Regionali.

Ci chiediamo inoltre che senso ha avuto lo spezzettamento dello straordinario tessuto archeologico di Roma, quando proprio l’unicitá della Soprintendenza aveva garantito i risultati di cui oggi il Ministro si fregia e quando proprio su questa unicità si immaginavano ardite progettazioni  di ricomposizione sociale del tessuto urbanistico.

E che senso avrà il previsto abbandono del modello di Soprintendenza a Pompei, quando è da tutti certificato che il problema di quel sito non è certo la scarsa fruizione ma la sua manutenzione. E ancora: che senso ha immaginare modelli di autonomia per i grandi musei, quando la scarsità strutturale delle professionalità necessarie al loro funzionamento impedirà per molti anni ancora la loro effettiva realizzazione.

Pertanto anche le poche felici intuizioni che queste riforme, come ad esempio l’identificazione di standard organizzativi per i musei, rischiano di affogare nel mare magnum delle deficienze organizzative strutturali alle quali non si è voluto o saputo far fronte.

E la nostra principale preoccupazione, anzitutto come cittadini, è quella che riguarda il destino dei settori applicati alla tutela del patrimonio, investiti da una serie di provvedimenti di deregolamentazione delle normative di tutela che riguardano sia le politiche paesaggistiche che quelle sul patrimonio e sulle esportazioni delle opere. Per finire alla previsione di assoggettamento delle Soprintendenze ai Prefetti, una operazione di accentramento politico-burocratico senza precedenti nella storia del nostro paese.

Queste considerazioni caratterizzano il giudizio complessivo che abbiamo dato su questa riorganizzazione e ci hanno portato alla condivisione di un percorso critico che non si è limitato alla mera visione sindacale, tramite la ricerca di punti di contatto con il mondo associativo e intellettuale che ha espresso le nostre stesse preoccupazioni. Un percorso che ha avuto il suo momento più alto nella manifestazione del 7 maggio 2016 e nella coalizione di Emergenza Cultura il terreno privilegiato di iniziativa e analisi critica.

Sarebbe però sbagliato imputare solo alle riforme di questo governo il profondo stato di declino organizzativo che vivono i cicli pubblici nei beni culturali, le cause sono più profonde e riguardano fattori strutturali, dai tagli che la spesa sulla cultura ha subito in misura molto maggiore degli altri settori al mancato ricambio generazionale dovuto al prolungato blocco del turn over, fino alla vera e propria deregolamentazione che ha subito il mercato del lavoro in tale ambito. Questi processi si sono accompagnati ad una mancanza di visione strategica rispetto ai processi di innovazione organizzativa nei servizi, ad una progressiva burocratizzazione delle strutture e procedure ministeriali, a processi di esternalizzazione produttiva che hanno avvolto tutti i cicli lavorativi, fino al raschiamento del fondo del barile rappresentato dalla diffusione incontrollata di forme di falso volontariato che non sono altro che sfruttamento mascherato del lavoro e lesione della dignità dei lavoratori coinvolti.

La triste vicenda del falso volontariato alla Biblioteca Nazionale di Roma ne è esempio emblematico,  ma anche l’abuso nel ricorso alla società in house Ales per sopperire a carenze di professionalità interne è indicatore di una governance che apparentemente taglia il costo del lavoro ufficiale, salvo poi ricorrere a  veri inganni per coprire i fabbisogni professionali emergenti. Lo ricordiamo sempre: per i soloni del bilancio statale avere un lavoratore esternalizzato o comprare una fotocopiatrice è la stessa cosa, è una spesa per servizi e quindi la riduzione del costo del lavoro è solo apparente, serve solo per le statistiche ufficiali, mentre cresce, non censito, quello esterno, con caratteristiche penalizzanti per i lavoratori che hanno subito progressivi peggioramenti nelle condizioni salariali e normative. Lavoratori in gran parte giovani e grandemente professionalizzati, sacrificati dai tagli al bilancio e dalla logica del costo zero che ragioneristicamente si è imposta ai processi di riorganizzazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un organico ufficiale del ministero che ha perso un quarto delle sue capacità occupazionali teoriche dal 1997 ad oggi, una età media del personale di ruolo di 55 anni, un impoverimento progressivo del suo tessuto professionale, una carenza che attualmente si aggira intorno alle 3000 unità complessive rispetto al pur ridotto organico teorico, un paradossale esubero determinato dalla riorganizzazione in alcuni territori strategici come ad esempio la Campania, addirittura un surplus di personale sancito dall’ultimo taglio del costo del lavoro nella prima area funzionale.

In questi anni difficili abbiamo dovuto affrontare una situazione complessa dovuta ad un processo di ristrutturazione che via via ha stravolto la fisionomia organizzativa ministeriale, addirittura con interventi in successione, attuati tramite “normette” introdotte con leggi omnibus, che hanno radicalmente cambiato persino la prima riforma del Ministro Franceschini. Basti pensare alle modifiche subite dal sistema delle Soprintendenze, prima miste e poi uniche con conseguenti modifiche degli ambiti territoriali di competenza, o al trattamento riservato al sistema degli Archivi e delle Biblioteche, pesantemente ridimensionato nei suoi assetti organizzativi ma poi reso destinatario di pesanti competenze di tutela su tutto il patrimonio archivistico e bibliografico nazionale, sottratte con un colpo di mano normativo alle regioni. Fino alla vera e propria proliferazione di musei e parchi autonomi, con lo spezzatino delle aree archeologiche più importanti di Roma e Napoli.

In questi anni non ci siamo certo sottratti al confronto, abbiamo tentato di mantenere condizioni accettabili di tutela dei lavoratori e di garantire i servizi, continuando a sottoscrivere accordi di produttività che garantissero orari di fruizione ampia in tutto il territorio nazionale. Abbiamo chiesto a gran voce che la riorganizzazione fosse accompagnata da investimenti organizzativi e occupazionali, abbiamo continuato a denunciare tutte le storture organizzative che le riforme hanno prodotto, ci siamo opposti alla deriva propagandistica della falsa valorizzazione tentando di rappresentare la condizione reale di caos sovrapposto al declino strutturale dei cicli lavorativi, siamo stati insieme a chi denunciava l’attacco al sistema di tutela del patrimonio e siamo stati protagonisti in una miriade di iniziative tese a difendere le condizioni di tutti i lavoratori, a partire da quelli che maggiormente hanno subito condizioni di sfruttamento. Non ci siamo limitati alla mera difesa di posizione, abbiamo cercato di essere propositivi e allo stesso tempo di governare le contraddizioni provenienti da scelte organizzative improvvisate e non condivise dai lavoratori. Abbiamo subito un grave attacco ai diritti costituzionali dei lavoratori, a cui è stato ignominiosamente limitato il diritto di sciopero con motivazioni pretestuose e tramite un decreto legge, e a cui viene oggi persino impedito la libera espressione di critica tramite la manomissione autoritaria del Codice Etico. Abbiamo combattuto la privatizzazione strisciante e denunciato il progressivo arretramento delle gestioni pubbliche a favore di quelle private, tramite le forme indirette che quasi sempre comportano benefici e profitti ai privati e costi di gestione a carico dell’erario pubblico. Abbiamo proseguito a fare la contrattazione integrativa e la abbiamo costantemente indirizzata al confronto sui processi riorganizzativi, mantenendo e addirittura potenziando condizioni di confronto che la norma ci voleva sottrarre.

Ma tutto questo sforzo non è stato sufficiente: ancora oggi ci troviamo in mezzo al guado di una riorganizzazione incompleta ed in una situazione prolungata dì transitorietà che determina disorientamento e paura tra i lavoratori, soggetta alla mutevolezza di un quadro politico che, nel suo insieme, poco lascia intravvedere rispetto ad un reale e profondo mutamento di rotta.

In questa situazione ci apprestiamo ad affrontare la campagna per il rinnovo delle Rsu, che è il nostro vero momento di verifica democratica con i lavoratori. La affrontiamo consci delle difficoltà ma anche con la consapevolezza di avere idee salde e una visione strategica su quello che possiamo fare e su quello che si deve cambiare.

È quello che deve radicalmente cambiare passa attraverso un radicale ripensamento dei processi di riorganizzazione che parta dalla ricomposizione dei cicli di tutela con quelli della valorizzazione, che rinsaldi una frattura creata artificialmente e foriera di gravi danni per il futuro del nostro inestimabile patrimonio.

La potenziale attrattivitá del patrimonio diffuso può essere foriera di sviluppo solo se legata al territorio di cui è espressione, anzitutto nella sua riconoscibilità come fattore di crescita culturale di una comunità e rispetto alle condizioni infrastrutturali che ne agevolino la fruizione e la capacità di offerta dei servizi. In questo senso a noi erano piaciuti molto gli indirizzi dati nella rimodulazione dei progetti POIN 2007/13 dall’allora Ministro Barca, e di cui troviamo purtroppo scarsa traccia nella nouvelle vague franceschiniana.

Questo significa che il sistema delle Soprintendenze deve tornare ad essere il centro dell’azione pubblica tramite la soppressione dei Poli Museali regionali e l’estensione ad esse del modello di autonomia attualmente limitato ai grandi Musei. Se davvero si intende attuare il Piano strategico per il Turismo questa deve essere la chiave che superi le pastoie burocratiche che ancora oggi avvolgono l’azione della Direzione Generale del Turismo, un corpus tuttora avulso dalle dinamiche organizzative interne al Ministero. Il problema non è se le Soprintendenze devono essere Uniche o meno, ma quello della salvaguardia delle loro competenze tecnico scientifiche mortificate e depauperate dalle riforme e dai tagli.

E significa che bisogna tornare ad investire sulla tutela dell’immenso patrimonio documentale che possediamo, riqualificando e ammodernando il sistema diffuso degli Archivi e delle Biblioteche pubbliche, sia nella capacità di offerta dei servizi che rispetto alla funzione di stimolo alla conoscenza ed alla crescita culturale dei cittadini.

Occorre inoltre riprendere ad investire nella ricerca, riqualificando professionalmente il settore e gli Istituti Centrali, anch’essi ormai ridotti al lumicino, adeguando i processi organizzativi alle innovazioni tecnologiche, come ad esempio i processi di digitalizzazione del patrimonio documentale e librario.

Dal nostro punto di vista sindacale tutto questo pone al centro la questione del lavoro, della sua riqualificazione sociale e della sua dignità, che in questo settore risulta particolarmente lesa.

Non bastano le misure che ad oggi si stanno attuando, 1000 assunzioni sono appena sufficienti a coprire un terzo delle carenze attuali e il trend di uscite nel prossimo triennio sarà ancora più massiccio con il pensionamento degli ex 285, particolarmente incidente nei settori professionali più qualificati. Serve quindi un piano straordinario che deroghi al blocco del turnover e si ponga l’obiettivo di coprire l’intera dotazione organica entro il 2020. Un piano che qualifichi il fabbisogno professionale e lo leghi ai processi di innovazione organizzativa aggredendo i fattori di obsolescenza che caratterizzano il declino dei cicli produttivi. La questione professionale è centrale nei beni culturali, l’appiattimento professionale dei lavoratori interni e la deregolamentazione del mercato del lavoro ne sono i segni distintivi. Riconoscere percorsi professionali di crescita qualitativa degli apporti ed allo stesso tempo definire regole certe ed esigibili a tutela del lavoro esternalizzato. Non è possibile che a tre anni dalla legge che riconosce le professionalità nei beni culturali, inserendoli nel Codice, non abbiamo ancora i regolamenti attuativi e la vicenda dei riconoscimenti di qualifica professionale per i restauratori registrano vergognosi ed inammissibili ritardi. Occorre prevedere tariffari minimi per i professionisti e trattamenti economici e normativi minimi per tutti i lavoratori esternalizzati, rivedere radicalmente la politica delle concessioni, limitare l’utilizzo della società in house riconducendola entro corretti recinti normativi.

La contrattazione integrativa deve essere potenziata nelle materie e nelle risorse e sempre più indirizzata alla incentivazione della reale produttività e della crescita professionale collegata ad investimenti su efficaci processi formativi e non certo a modelli meritocratici astratti. Occorre responsabilizzare la dirigenza tramite criteri di valutazione collegati alla effettiva realizzazione degli obiettivi assegnati, sollevandoli dal limbo dell’autoreferenzialitá dei trattamenti a pioggia a prescindere.

Infine la sfida della rappresentanza: dobbiamo migliorare la nostra capacità di intervenire sulla complessità dei nostri cicli lavorativi, non dobbiamo farci rinchiudere nei recinti degli interessi specifici e combattere le sempre forti spinte corporative che sono state in parte causa delle derive autoritarie che hanno compresso i nostri diritti. La qualità degli ambienti di lavoro va misurata complessivamente ed il riconoscimento delle tutele e dei diritti di tutti coloro che a vario titolo contribuiscono al funzionamento  dei servizi è componente essenziale del concetto di tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori, oltre che naturalmente linfa dei processi di affermazione dei loro diritti democratici e condizione per una ritrovata efficacia del lavoro al servizio dei cittadini. Cogliere la complessità dei cicli lavorativi rappresenta la nostra vera sfida culturale, fino al raggiungimento della piena consapevolezza della confederalitá come base fondante del nostro agire sindacale.

Su queste idee costruiremo la piattaforma con la quale affronteremo la difficile campagna elettorale per il rinnovo delle RSU e ci confronteremo democraticamente con i lavoratori, nella concreta speranza di mantenere e rafforzare il ruolo forte che la CGIL ha avuto in questi anni complicati.

 

Relazione tenuta all’iniziativa CGIL FP tenutasi a Palermo l’8 settembre us

L’autore e’ Coordinatore nazionale CGIL FP MiBACT

Eppure Di Maio è l’autobiografia dell’Italia di oggi

Un ottimo pezzo di Francesco Cancellato su cui vale la pena riflettere. Sul serio.

Lo steward, il tecnico informatico, l’eterno fuoricorso a giurisprudenza, quello che sbaglia i congiuntivi, che confonde Cile e Venezuela parlando di Pinochet, il disoccupato miracolato che si è trovato, grazie a Beppe Grillo, a fare il vicepresidente della Camera dei Deputati, il più giovane della storia dell’Italia repubblicana. Se fate parte dei detrattori di Luigi Di Maio, neo candidato premier del Movimento Cinque Stelle, prima o seconda forza politica italiana da cinque anni a questa parte, avete argomenti a iosa per ironizzare su di lui e sulla sua conclamata inadeguatezza a presiedere il Consiglio dei Ministri.

Visto che però la campagna elettorale non è ancora iniziata, e abbiamo ancora a disposizione qualche settimana di ragionamenti sereni, sarebbe opportuno chiedersi come e perché ci sia arrivato, un signor Nessuno come Di Maio, ad ambire alla più alta carica politica di questo Paese. Ma soprattutto, dovrebbero chiedersi perché il Movimento degli algoritmi, quello che meglio in questi anni è riuscito a intercettare il sentire diffuso dell’opinione pubblica, abbia scelto proprio lui, il webmaster di Pomigliano D’Arco.

Per capirlo, forse, vale la pena di partire da un film uscito poche settimane dopo il terremoto politico delle elezioni politiche del 2013. S’intitola Benvenuto Presidente ed è la storia di un cittadino comune – tale Giuseppe Garibaldi, interpretato da Claudio Bisio – che diventa per un equivoco Presidente della Repubblica. Ovviamente, l’Uomo Qualunque, seppur privo di competenze e abilità politiche, si rivela migliore di qualunque dei suoi predecessori e riesce a farsi amare dagli italiani, grazie all’onestà, al buon senso, all’istintività delle sue azioni.

Se siete un pezzo di classe dirigente del Paese questa ingenuità vi farà sorridere (o orrore, dipende). Abbiamo una notizia: gli ingenui siete voi. L’odio per le élite, per la casta, per il cinismo e l’auto referenzialità della politica hanno nutrito questo cliché da commedia degli equivoci fino a farlo diventare opinione dominante nel Paese: oggi davvero la gente – non solo in Italia, peraltro – pensa che il cittadino comune con un po’ di buonsenso possa governare l’Italia meglio del rettore della Bocconi. Ecco: Di Maio è l’unico tra i candidati premier che può fregiarsi di essere l’Uomo Qualunque. Non Salvini, anche se si mette le felpe. Non Renzi, anche se paga il mutuo. Non Pisapia, anche se è gentile con tutti. Non Berlusconi, anche se nessuno è stato in grado di comprenderne le istanze meglio di lui. Uno a zero per lui.

(continua su Linkiesta qui)

La mia intervista a Claudio Fava

Claudio Fava è molte cose: giornalista, scrittore, sceneggiatore e poi politico. Da poche settimane è anche il candidato alle prossime elezioni siciliane, sostenuto da una coalizione che tiene insieme Mdp, Sinistra Italiana, Possibile e Rifondazione Comunista. La prima domanda, quindi, è inevitabile.
Caro Fava, chi te lo fa fare?
(Sorride). È una domanda più che legittima, certo. Ma la risposta è da collocare in questo tempo della mia vita. Sono infatti in una fase di commiato dall’impegno politico attivo e quando mi è arrivata questa sollecitazione ne ho colto tutto il significato e l’importanza: dimostrare che non solo esiste uno spazio di sinistra in questo Paese ma che è addirittura uno spazio fondativo di una sinistra. Dimostrare poi che tutto questo parla a un pezzo di Paese e dell’opinione pubblica anche lontano dalle nostre bandiere e che esiste ancora un voto libero, d’opinione. Dimostrare anche che la Sicilia non è irredimibile e che la rassegnazione è l’alibi dei peggiori. E vorrei dimostrare infine tutto questo mettendoci ancora una volta, anzi, l’ultima, la faccia. E non perché il mio impegno finisca qui, continuerà in altri cento modi. Ma non c’è nessuna convenienza in questa mia candidatura: c’è una forte necessità politica e morale di mettersi a disposizione. E direi che questi primi giorni ci dicono che forse non ci sbagliavamo: c’è infatti un pezzo di Sicilia che sta dimostrando di non essere qualcosa a disposizione del ceto politico pronta a farsi spostare da una casella all’altra come se fossero mandrie di buoi.
Sei d’accordo con chi dice che queste siciliane siano il preludio delle elezioni politiche nazionali? Renzi da parte sua insiste nel dire che siano un “caso a sé”.
A giudicare dal fuoco di sbarramento che abbiamo ricevuto sulla mia candidatura direi proprio di sì: se si mobilitano i più illustri editorialisti dei più illustri quotidiani accusandoci di essere minoritari e disfattisti vuol dire che la proposta politica fa paura perché apre una contraddizione all’interno del partito democratico, insomma, li mette allo specchio. Tra costruire un percorso politico insieme alla sinistra che vuole affermare discontinuità con l’esperienza Crocetta (tra l’altro cosa che il Pd da cinque anni chiede a se stesso) loro hanno preferito avere altre alleanze.

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Un parcheggio per i cretini leghisti. Mica solo a Pontida

Non c’è niente da ridere nel commentare le scelte del sindaco leghista di Pontida Luigi Carozzi che a corto di provocazioni ha deciso di stilare un regolamento dei parcheggi che rasenta la follia.

Dice il “regolamento comunale per la disciplina della sosta nei parcheggi riservati alle donne gestanti e alle donne puerpere” (lo trovate qui) che “possono richiedere il rilascio gratuito di idoneo permesso risultante da tessera, esclusivamente le donne appartenenti a un nucleo familiare naturale e cittadine italiane o di un paese membro dell’Unione Europea”. Niente extracomunitarie e niente lesbiche e nemmeno madri surrogate, quindi: questo è il “non detto” che sta tra le righe. Le mamme no, non sono tutte uguali.

Ma non è tutto. I leghisti pretendono anche di spiegarci cosa sia una “famiglia naturale”: nell’introduzione infatti si legge: “Pontida intende promuovere il sostegno alle famiglie naturali, formate dall’unione di un uomo e una donna a fini procreativi, nucleo fondante della società civile”. Poi, all’articolo 2, troviamo anche la definizione di “donna”: “ai fini del presente regolamento per “donna” si intende un individuo umano con sesso femminile risultante dai registri anagrafici della città di Pontida”.

E non c’è niente da ridere almeno per due motivi che saltano subito all’occhio. Primo: non si tratta solo di  una scellerata iniziativa di un singolo ma il provvedimento rientra evidentemente in una propaganda che da anni Salvini propugna con veemenza e che vede nella provocazione l’unico modo di fare politica (evidentemente incapaci di amministrare senza farsi notare e senza solleticare la pancia del Paese). E infatti lo stesso Salvini, sempre prodigo di tweet, risulta sempre “distratto” sulle aberranti provocazioni dei suoi sindaci sparsi per il nord Italia. Secondo: il richiamo ai bus riservati ai bianchi, il divieto dei matrimoni misti o le scuole separate è troppo vivo (anche per l’incultura generale di leghisti e affini) per non essere richiamato da una misura del genere.

Servirebbe, insomma, un parcheggio riservato ai leghisti e ai loro compari, con una sbarra sempre abbassata regolamentata dalla Costituzione, che li tenga separati nella loro inciviltà. Se ci sono clandestini, in Italia, sono loro.

Buon giovedì.

(continua su Left)

Il contrario di fascismo è democrazia. Di destra e di sinistra


Volere a tutti i costi identificare gli antifascisti come “sinistri”, “zecche”, “comunisti” o altri epiteti simili (che, badate bene, sono abitualmente usati da qualche segretario di partito nonché da qualche editorialista di quotidiani nazionali) è la scorciatoia per riabilitare il neofascismo a legittima posizione politica (che legittima non è, in quanto vietata per Costituzione) sovrapponendola a una destra che mai come in questi ultimi anni risulta essere incapace di prendere le distanze dai mostruosi rigurgiti dei neofascismi di ritorno.
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