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Politica

Nardella e Brugnaro. Classe dirigente (Olio su tela, 2017)

Classe dirigente. Olio su tela. 2017.

A Venezia c’è un sindaco, Luigi Brugnaro, che è amato a destra e da una parte di una certa sinistra. È un tipo moderno, Brugnaro: ha capito che di questi tempi una sparata che accenda gli animi porta più spazio (giornalistico) e consenso di quelle altre noiosissime cose come l’amministrare bene, il fare seriamente politica, lo studiare soluzioni praticabili e giuste o prendersi la responsabilità delle parole oltre che dei comportamenti. Così ieri nel pomeriggio Brugnaro decide, mentre è ancora caldo il dolore per la strage di Barcellona, di rassicurare i suoi concittadini con uno sceriffesca dichiarazione ad hoc: «Il primo che urla Allah akbar a San Marco lo abbattiamo dopo tre passi», dice. Risate e qualche sdegno simulato. La battuta deve essere piaciuta se Brugnaro (che stava parlando al meeting di CL a Rimini che quest’anno è dedicato all’amicizia, giuro) ha addirittura aggiunto: «Volevano mettere una bomba al ponte di Rialto dicendo che volevano andare da Allah. Noi li mandiamo dritti da Allah senza buttare giù il ponte di Rialto».

Scena due. Il sindaco di Firenze Nardella, anche lui a Rimini per onorare la propria amicizia con Comunione e Liberazione, incrocia il sindaco di Venezia Brugnaro. Pensateci: sono i sindaci di due città che da sole contengono gran parte della bellezza, dell’arte e della cultura nel mondo. E cosa fanno? Nardella finge un assalto al sindaco di Venezia. Urlando cosa? Lo so, non volete crederci. “Allah akbar! Allah akbar!” strepita Nardella mentre chiassosamente ride come ridono quelli che hanno il terrore di non essere abbastanza simpatici e quindi antipaticamente esagerano. Pacche sulle spalle, sorriso larghissimi e via.

Scena tre. La gente si incazza. E non poco. Lo scherzo non fa ridere solo che questa volta a Nardella non glielo dicono i compagni di classe ma qualche migliaio di persone. Lui si scusa (ci mancherebbe). «Mi scuso per alcune espressioni riprese in un video pubblicato online – ha scritto così Nardella su Facebook – non era mia intenzione offendere alcuna persona,  né tanto meno la comunità musulmana né scherzare sulla sua religione, né evocare i tragici fatti di questi giorni. Anzi – continua il post – durante quel video prendevo le distanze dalle dichiarazione del collega Brugnaro sui musulmani rilasciate durante il suo intervento ad un incontro al Meeting di Rimini». Avete capito? Dice Nardella che prendeva le distanze dalle dichiarazioni del collega Brugnaro sui musulmani. Siamo noi che non lo abbiamo capito. Chiaro?

Vola troppo alta. Questa classe dirigente.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

La guerra in siria nella lettere a Samira

(un gran bel pezzo di Francesca Sibani su Internazionale che ci fa bene leggere per alzare gli occhi e guardare il mondo)

Tra le tante testimonianze della guerra in Siria, vale la pena di leggere le lettere indirizzate dallo scrittore Yassin al Haj Saleh, ex prigionero politico e fermo oppositore del governo di Damasco, alla moglie Samira al Khalil, rapita il 9 dicembre 2013. Quel giorno a Duma, una zona controllata dai ribelli alla periferia della capitale, Al Khalil, l’avvocata per i diritti umani Razan Zeitouneh e altri due attivisti del Centro di documentazione delle violazioni (Vdc) furono sequestrati da un gruppo di uomini armati. Da allora non si hanno più loro notizie.

Finora Saleh, che è originario di Raqqa, ha pubblicato sette lettere sul sito siriano Al Jumhuriya (alcune sono state tradotte in inglese, altre in spagnolo sul blog Traducciones de la revolución siria e Le Monde ha cominciato a pubblicarle in francese). La corrispondenza con la moglie scomparsa è un’occasione per ripercorrere e mettere in prospettiva i principali avvenimenti della guerra, a partire dagli attacchi con le armi chimiche del 2013 nella regione della Ghuta.

Oltre a ricordare gli amici e i colleghi morti, Saleh – un ex prigioniero politico degli Assad che è stato definito la “coscienza della Siria” – riflette sull’isolamento e la perdita di rilevanza delle componenti più laiche e progressiste dell’opposizione al regime, che sono state sostituite dei gruppi islamici sostenuti dalle potenze regionali. Le stesse persone che combattevano le sue stesse lotte, scrive, non hanno potuto né voluto impegnarsi in prima persona per fare chiarezza sulle circostanze del rapimento della moglie.

L’accordo sulle armi chimiche è stato, secondo me, un punto di non ritorno in una politica basata sulla forza e sulla crudeltà… Le dimensioni politiche e morali della nostra lotta sono state sepolte da un grosso strato di sfrontatezza internazionale. Sammour, a volte penso che da quel momento non sia stato più possibile fare niente

Riflettendo sulla situazione di oggi scrive che “la guerra non è finita, ma si è trasformata in una serie di guerre parallele. In molte zone del paese questa situazione durerà a lungo”. Nel frattempo la catastrofe umanitaria che ha colpito il popolo siriano, ha praticamente svuotato di senso l’esistenza e le battaglie individuali.

In poche parole tutto questo significa che la morte di chi è morto non ha valore, che la tortura di quelli che sono stati torturati non merita considerazione e che non ci sarà nessun risarcimento per la distruzione della vita di milioni di persone. Ci stanno dicendo che le centinaia di migliaia di persone assassinate hanno perso la vita invano e che le grida dei torturati e il dolore delle madri, dei padri e dei bambini non importano. Che il sangue non è il prezzo della libertà e che le vittime non sono il sacrificio per la salvezza. In poche parole, i nostri morti non sono martiri e non abbiamo nessuna causa.

Ogni lettera, scrive Saleh, è un tentativo di superare quello che chiama lo “shock del sopravvissuto”, il senso di colpa e di vuoto per essere ancora in vita mentre si è perso. Per noi è uno strumento per leggere, con una certa commozione, una delle più grandi tragedie del mondo di oggi.

Due figli per donna: la “politica generativa” al meeting di Comunione e Liberazione

Ecco. Le parole giuste le ha trovate Giulia Siviero per Il Post:

Le donne come soggetti politici autonomi (e che stanno al centro del tema che i sindaci stessi si sono scelti perché, piaccia o no, alla fine sono loro a decidere se mettere al mondo un figlio) non sono mai state nominate. La parola “donne” è stata pronunciata meno di dieci volte e solo di passaggio. Ed è anche un problema di linguaggio perché parlare di “fiducia”, “paura” o “futuro” o di “famiglia” mette al centro del discorso delle idee astratte e porta altrove, evidentemente da nessuna parte. Dopo il Fertility Day, il dipartimento mamme di Matteo Renzi, il sostegno alle madri per salvare la pura razza italica si è arrivati senza grandi giri di parole a pretendere che le donne si debbano riprodurre con più efficienza, in modo più intensivo. Perché è quello che loro (non loro donne, ovviamente) “vogliono” e quello a cui “si deve arrivare”, in linea con i diversi regimi autoritari del Novecento, che invitavano a fare figli per servire meglio la patria.

In tutto questo non c’è nessun accenno alla maternità come scelta consapevole, né ai motivi concretissimi che possono portare a una scelta diversa. Nulla sulle condizioni reali in cui una donna si ritrova a fare bambini senza aiuti e spesso senza il sostegno dei nonni che diventano un altro soggetto di cui farsi carico; nulla sul lavoro precario e sul fatto che la maternità sia un “problema” innanzitutto per il mercato del lavoro così come è stato pensato; nulla sul fatto che fare figli è diventato un lusso, un affare privato e che le madri sono tenute ai margini come improduttive, o sul fatto, infine, che il proprio desiderio di maternità, quando c’è, deve essere contrattato con la politica, con i propri capi, con il proprietario di casa, con la banca. Ciò che manca, soprattutto, è la libertà da quell’eredità, addirittura rivendicata, del paternalismo. Non pretendete dalle donne che facciano più figli perché voi lo volete. Pretendete innanzitutto da voi stessi, a partire da quando prendete parola, di essere generativi. Come persone competenti che fanno politica e non “come buoni padri di famiglia”: generativi di nuove soluzioni e di un mondo differente.

L’articolo completo è qui.

Tutto bellissimo. Ma la “Guardia Costiera libica” non esiste.

Perché sapere è importante? Perché almeno ci si rende conto di come la mistificazione serva per oliare la propaganda e perché, magari, si possano avere elementi utili per sobbalzare ogni volta che qualcuno (Minniti in testa) dice di avere trovato “accordi” con la Guardia Costiera libica.

Ecco cosa scrive (giustamente) Il Post:

I giornali italiani e internazionali hanno raccontato in diverse occasioni di incidenti e violazioni di diritti umani da parte degli agenti libici; hanno raccontato di speronamenti e colpi di armi da fuoco verso le navi delle ONG che soccorrono i migranti, ma anche di maltrattamenti subiti dai migranti colpiti con armi da fuoco, fruste e bastoni. L’aggressività della Guardia costiera libica – che è stata anche uno dei principali motivi per cui molte delle ONG coinvolte nei soccorsi hanno sospeso le loro attività – non è comunque un fenomeno così recente.

In un rapporto di inizio giugno commissionato dall’ONU e relativo alla transazione politica in Libia (PDF), si denuncia il fatto che la Guardia costiera libica «sia direttamente coinvolta in gravi violazioni dei diritti umani» dei migranti, insieme alle reti dei trafficanti e ai gestori dei centri di detenzione per migranti (dove i diritti umani vengono sistematicamente violati). Nei casi più gravi, le operazioni della Guardia costiera sembrano confondersi con quelle delle milizie armate, che secondo Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia, fanno parte di un sistema che «permea tutta la struttura della società» libica.

Il ruolo di queste milizie è diventato così rilevante che alcuni analisti ipotizzano persino che non esista un solo corpo di Guardia costiera, ma due, tre, oppure tante quante sono le milizie che controllano le città costiere. Nessuna di loro, nemmeno quella più legata al governo di unità nazionale, controlla più di qualche decina di chilometri di costa. Quindi, quando si dice di addestrare la Guardia costiera libica, chi si sta addestrando esattamente?

Per approfondire continua qui.

Non una guerra “tra poveri”: è una guerra ai poveri

Oggi lo scrive meglio di me Ezio Mauro:

Dai casi di cronaca, anche minimi, si ricava il segno dei tempi più che dai manifesti politici, proprio per la spontaneità degli eventi e la meccanica delle risposte da parte del potere pubblico e dell’opinione generale. In questo senso è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante.

La questione di fondo è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine. Unite insieme dalla realtà dei fatti e dal gigantismo della sua proiezione fantasmatica, povertà e immigrazione, colpa e peccato recintano gli esclusi, nuovi “banditi” della modernità, perché noi — i garantiti, gli inclusi — non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città la primordialità radicale della loro pretesa di vivere.

Il fatto è che questi esseri umani ridotti a massa contabile, senza mai riuscire ad essere persone degne di una risposta umanitaria, e ancor meno cittadini portatori di diritti, sono improvvisamente diventati merce politica oltremodo appetibile, in un mercato dei partiti e dei leader stremato, asfittico, afasico. Impossibilitati a essere soggetto politico in proprio, si trovano di colpo trasformati in oggetto della politica altrui, che vede qui, sui loro corpi reali e simbolici, le sue scorciatoie alla ricerca del consenso perduto. Contro di loro si può agire con qualsiasi mezzo, meglio se esemplare. Senza terra e senza diritti, sono ormai senza diritto, i nuovi fuorilegge.

Ci sono due elementi che hanno determinato questo cortocircuito: il primo è il sentimento di incertezza e di smarrimento identitario che è cresciuto nella fascia più fragile, più periferica, più isolata e più anziana della nostra popolazione di fronte all’aumento dell’immigrazione nel Paese. Un sentimento di solitudine a casa propria, di perdita del legame collettivo di un’esperienza condivisa, e quindi di indebolimento comunitario: che è ormai mutato in risentimento, annaffiato e concimato per anni da una predicazione politica selvaggia e irresponsabile, che trae le sue fortune dalla paura dei cittadini più deboli, puntando a infragilirli ancora invece che a emanciparli.

Poi si è aggiunto il secondo elemento, psicopolitico. La sensazione che il mondo sia fuori controllo, che i fenomeni che ci sovrastano — crisi del lavoro, crisi economica, crisi internazionale con gli attacchi dell’Isis — non siano governabili, e che dunque il cittadino sia per la prima volta nella storia della modernità “scoperto” politicamente, non tutelato, nell’impossibilità di dare una forma collettiva alle sue angosce individuali, e nell’incapacità dei partiti, dei governi e degli Stati di trovare politiche che arrivino a toccare concretamente il modo di vivere degli individui che chiedono rappresentanza e non la trovano.

Stiamo assistendo semplicemente — e tragicamente — al contatto e all’incontro tra la domanda politica più spaventata e meno autonoma degli ultimi anni e un’offerta politica gregaria del senso comune dominante, opportunistica, indifferenziata. La prima chiede tutela quasi soltanto attraverso l’esclusione, il respingimento, il “bando”, accontentandosi di non vedere il fenomeno purché le città che abita siano ripulite e i banditi finiscano altrove, non importa dove.

(continua qui)

Il pugno di Minniti?

Da leggere (e meditare) l’articolo di Francesco Anfossi:

Dicono che Marco Minniti stia lavorando per diventare il prossimo premier. Il vento contro i migranti sembra avergliene dato l’ occasione e anche i sondaggi lo danno in testa nelle classifiche di gradimento dei ministri, subito dopo lo stesso premier Gentiloni. Fatto sta che è indubbiamente Minniti ad aver spostato l’ asse politico del Governo sugli immigrati. Ha cominciato a imporre un codice per le Ong che soccorrevano i naufraghi, imponendo polizia armata a bordo e negando il trasbordo da una nave all’ altra. Il risultato è stato quello di allontanare le navi delle organizzazioni umanitarie dal Mediterraneo e di aver contribuito alla più grossa campagna di screditamento delle Ong mai subita nella loro storia. Il resto lo ha fatto Matteo Renzi, decretando il “de profundis” per lo “ius culturae”, che riconosceva la cittadinanza ai minori figli di immigrati residenti da almeno cinque anni dopo che avevano frequentato almeno un ciclo di studi, tra gli applausi di Alfano. Non c’ è più tempo per la politica alta e per l’integrazione, siamo in campagna elettorale.

«Governare i flussi migratori non è un optional, è un tema centrale per la nostra sicurezza. Per la nostra democrazia», ha detto Minniti imperturbabile nel tradizionale incontro ferragostano con i giornalisti. Il punto è come governarli. A manganellate, come chiede l’uomo della strada e la suburra digitale di Facebook? Finora è questa la risposta del Governo. Piace il suo piglio pragmatico, la sua faccia di duro, persino il suo passato di vecchio comunista: «Quando ero nella sede del Pci in Calabria avevo attaccato fuori un cartello: “Qui si lavora e non si fa politica”. Volete farmela fare adesso?». Ha citato il suo maestro di gioventù, Antonio Gramsci: «Il compito di una classe dirigente non è quello di mantenere la propria posizione per il proprio controllo della società ma per il proprio superamento». Legge e ordine, insomma, non è stato anche il motto di Blair?

Il problema è che Minniti sta alzando un po’ troppo l’ asticella dell’ ordine. A Roma si sono viste scene di guerriglia urbana degne del Venezuela nei confronti di un gruppo di rifugiati politici: uomini donne, vecchi, bambini e persino portatori di handicap che sono scappati dalla guerra. Tutti con i documenti in regola, titolari dello status di rifugiato. Occupavano da 4 anni un palazzo di via Curtatone ed erano stati sgomberati. Poliziotti in assetto antisommossa hanno usato gli idranti e si sono messi a manganellare per liberare la piazza da un centinaio di loro, tra cui numerose donne in lacrime, alcune delle quali inginocchiate con le braccia alzate. Uno spettacolo indegno per una democrazia, che ha suscitato le proteste di Amnesty International e dell’ Unicef per come sono stati portati via i bambini sui pullman della polizia. Nemmeno il governo dei respingimenti di Berlusconi, che pure si era ritrovato una condanna della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, si era mai spinto fino a questo punto.

Non sappiamo se andrà avanti così fino alla fine della campagna elettorale. Non sappiamo nemmeno se la nuova politica contro gli immigrati sarà premiante in termini di consenso elettorale per il Partito democratico (a quel punto tanto vale andare all’ originale, Lega Nord e grillini in primis). Sappiamo però che questo pomeriggio si è scritta una pagina nera per la democrazia. Nera o rossa, che poi è lo stesso: comunismo e fascismo sono due totalitarismi contigui, in fondo. Questo Gramsci lo sapeva benissimo.

(fonte)

Cosa unisce i popoli? La droga

Un pezzo preziosissimo di Guido Olimpio per La Lettura- Corriere della Sera:

Tre storie diverse, tre luoghi diversi. Un solo filo: la droga. Prima settimana d’agosto, Candelilla del Mar, municipio di Tumaco, Colombia, al confine con l’Ecuador. Un rastrellamento militare porta al sequestro di un battello semi-sommergibile. Lungo 17 metri, largo quasi quattro, spinto da motori diesel, probabile meta le coste centro-americane.

Costo di costruzione – artigianale – di circa un milione di dollari. Ai trafficanti, pronti a inzepparlo di coca, rende dieci volte tanto. La merce, con un giro tortuoso e complesso, è destinata all’ insaziabile mercato statunitense. I «narco-sub», come sono stati ribattezzati questi «vascelli», sono solo una delle componenti di un network poderoso.

Fine giugno, costa atlantica francese a ovest di Bordeaux. Una segnalazione al servizio salvataggi comunica che ci sono due gommoni in difficoltà. Partono i soccorsi e una successiva telefonata avvisa che su una spiaggia sono stati visti dei 4×4 vicino a due imbarcazioni appena sbucate dal mare in tempesta.

La facciamo breve: la polizia scopre oltre una tonnellata e mezza di coca, arresta una banda multinazionale composta da greci e moldavi. Il carico è arrivato con una barca a vela partita dal Sudamerica. I magistrati non nascondono la sorpresa per la veloce assistenza legale assicurata agli arrestati da avvocati di lingua greca. Una prova dell’ efficienza della gang.

Primi giorni d’ agosto, porto di Manzanillo, regione del Pacifico, Messico. I marines, con due operazioni distinte, sequestrano 18 tonnellate di precursori chimici. Le sostanze sono giunte nello scalo a bordo di cargo provenienti dalla Cina. Non è proprio una sorpresa. I prodotti sono indispensabili per la produzione di anfetamine, «pillole blu» che sono lavorate e spedite negli Stati Uniti dai cartelli. Infatti le organizzazioni si contendono il controllo dei porti. E in questo caso è evidente come i fornitori siano lontani: i cinesi e, anche, gli indiani.

Chi controlla le porte dingresso può gestire meglio i suoi affari. È una piovra mostruosa. Tagli un tentacolo e ne nasce un altro.

Gli ultimi rapporti affermano che il traffico della droga ha reso nel 2016 tra i 426 e i 652 miliardi di dollari (stima del Global Financial Integrity). Nel dettaglio: la cannabis tra 183 e 287; la coca tra 94 e 143. La Colombia, nonostante gli sforzi massicci, ha visto crescere, nel 2016, la produzione di cocaina: 866 tonnellate contro le 649 del 2015. Ed è incalzata dal Perù, Paese specializzato – come altri – non solo nella «crescita», ma anche nell’ export con una serie incredibile di piste in terra usate da piccoli velivoli, a volte rubati, a volte comprati e affidati a una pattuglia di piloti spericolati. Stesso fenomeno in alcune aree dell’ Argentina e poi nel «solito» Messico.

La Baja California messicana, a sud della famosa Ensenada, è come un aeroporto naturale. Le «strisce» costruite in modo rudimentale diventano un trampolino d’ appoggio per le partite di marijuana, trasferite poi a bordo di Tir o pick up che risalgono fino alla frontiera con gli Usa. In alcune situazioni i banditi piazzano le mattonelle a bordo di altri piccoli aerei.

Dai Piper da turismo agli ultra-leggeri, fino ad arrivare a deltaplani a motore. Atterrano clandestinamente in prati americani. In alternativa «bombardano», ossia sganciano la droga in località stabilite di Arizona e California – con l’ aiuto di dati Gps e riferimenti geografici – e poi tornano indietro. Missione facile, ma anche ad alto rischio.

Qualche volta si schiantano e la possibilità di rimetterci la pelle è alta. Ai committenti importa poco. Con i numeri che abbiamo citato si comprende il motivo. La materia prima non manca, come i clienti. Avendo tanti soldi a disposizione è altrettanto rapido trovare chi si prende tutti i rischi. Legge «economica» che troviamo in Afghanistan e in certi quadranti africani.

È evidente come spesso l’ elemento narco si mescoli alla politica. Formazioni guerrigliere diluiscono o dimenticano l’ ideologia, rimpiazzandola con il crimine puro. Pensiamo alle Farc in Colombia, agli irriducibili di Sendero Luminoso in Perù. Si adattano, mutano le priorità, spingono sul contrabbando. Proprio gli insorti colombiani hanno avuto un ruolo nello sviluppo dei cosiddetti semi-sommergibili.

L’ onda lunga è devastante, porta il veleno e restituisce relitti. Il boom di eroina in alcune città americane ha conquistato le pagine dei grandi media e spinto molti a lanciare l’ allarme sulle conseguenze. Nel Sud della Francia la lotta tra «famiglie» rivali per il controllo dello spaccio è feroce. Tante le vittime, falciate a colpi di Kalashnikov. Il 3 luglio un episodio su tutti.

Un giovane, con precedenti per vicende legate agli stupefacenti, è assassinato in una via di Tolosa. Il killer lo ha sorpreso usando una tecnica irachena: indossava un burqa sotto il quale ha nascosto volto e mitra. La vittima ha cercato di fuggire, il sicario lo ha inseguito e ha aperto il fuoco. Trenta i proiettili.

Storia che ricorda un’ altra, con alcuni ceceni sorpresi da un agguato nel luglio di un anno fa. E Tolosa non è da sola. A Marsiglia va pure peggio, con regolamenti di conti continui, simili a quelli visti in queste settimane a Foggia e nei mesi scorsi in Canada, dove agiscono storicamente alcuni padrini italiani, sbarcati qui da Sicilia e Calabria. Odio antico si è sommato a dispute recenti che hanno tramutato tranquilli quartieri di Montréal in terreni di caccia. In tanti hanno fatto una brutta fine, in particolare esponenti del clan Rizzuto.

È un’ emergenza globale. I boss non vogliono perdere tempo e denaro, investono risorse immense in altri settori, perfettamente legali. Se ti metti in mezzo, ti spianano. Per questo c’ è poca differenza tra un barrio sudamericano e un quartiere difficile europeo.

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La droga accorcia le distanze e le vite..

«L’involuzione della politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza costituisce per me un ostacolo non più sormontabile.»: la lettera di Gad Lerner sul naufragio del PD

(di Gad Lerner, fonte Nigrizia)

Correva l’anno Duemila, lo stesso anno in cui ho cominciato a scrivere Giufà, la rubrica per Nigrizia, quando ho sentito per la prima volta un noto leader politico italiano proporre al telegiornale: “Dobbiamo sparare sulle imbarcazioni degli scafisti, affondiamole!”. In quel momento dirigevo il Tg1 e mi toccò dargli qualche minuto di gloria, pur sapendo entrambi che la sua sparata avrebbe lasciato il tempo che trovava. Nei diciassette anni successivi, tale ideona bellicosa è stata replicata infinite volte, sempre con la medesima prosopopea e in favore di telecamera, da leader di opposti schieramenti (dal centrodestra, al centrosinistra, ai grillini). Non mi stupisce, dunque, se quest’estate un tipo come Salvini, che sempre deve manifestarsi il più assatanato di tutti, sia giunto a chiedere anche l’affondamento delle navi delle organizzazioni non governative (ong), colpevoli di supportare gli scafisti.

La falsa emergenza che descriveva la penisola italiana invasa da orde incontenibili di migranti, smentita dalle cifre ma alimentata dai giornaloni che si trincerano dietro alla scusa del “percepito”, e così manipolano la realtà, si rivela per quello che è: non una “emergenza migranti”, ma una “emergenza elezioni”. Se i giornaloni e le televisioni fanno da megafono a chi sproloquia di invasione, e gli italiani si sentono invasi, ahimè in automatico i politici di ogni ordine e grado innescano il refrain “stop all’invasione”.

Questo sta succedendo, e dobbiamo trarne le conseguenze. Per me la goccia che ha fatto traboccare il vaso è la campagna di denigrazione mossa contro le ong impegnate nei salvataggi in mare. Culminata in accuse di complicità con gli scafisti e tradotta nella pretesa governativa di sottometterle a vincoli non contemplati dal diritto internazionale né dai codici di navigazione.

Scusate se approfitto, forse impropriamente, di questo spazio che mi è tanto caro. Ma è venuto il momento di formulare anch’io un mio bilancio di fine legislatura su una materia, quella dei diritti umani, dei diritti di cittadinanza, dei rapporti presenti e futuri fra le due sponde del Mediterraneo e di un contrasto efficace al terrorismo, che considero di importanza cruciale. Non solo in quanto ebreo, ex apolide, figlio fortunato di più migrazioni. Ma proprio come cittadino italiano che, dieci anni fa, è stato fra i promotori di un Partito democratico i cui valori fondativi vedo oggi deturpati per convenienza.

Metto in fila l’operato degli ultimi tre anni. La revoca dell’operazione Mare Nostrum con la motivazione che costava troppo e con limitazione del raggio d’azione della nostra Marina Militare. La mancata abrogazione del reato di immigrazione clandestina, per ragioni di opportunità. La soppressione, solo per i richiedenti asilo, del diritto a ricorrere in appello contro un giudizio sfavorevole. La promessa non mantenuta sullo ius soli temperato. E, infine, la promulgazione di questa inedita oscena fattispecie che è il “reato umanitario” mirato contro le organizzazioni non governative.

Dietro a questa sequenza si riconosce un vero e proprio disarmo culturale. Vittimismo. Scaricabarile. Caricature grossolane della complessa realtà africana con cui siamo chiamati a misurarci. Il tutto contraddistinto da una impressionante subalternità psicologica alle dicerie sparse dalla destra. Lo scorso 13 agosto, sul Corriere della Sera, Luciano Violante raccontava di essere rimasto senza parole davanti a un vecchio calabrese che, indicandogli un gruppo di africani, si lamentava: «Per loro lo stato spende 35 euro al giorno, per mio figlio disoccupato, invece, non fa niente».

Ecco, mi lascia costernato che neanche un uomo delle istituzioni come Luciano Violante si mostri capace di far notare a quel cittadino che, per fortuna, lo stato ha speso e continuerà a spendere molto, ma molto di più per suo figlio che non per gli immigrati. Ne ha perso forse contezza, l’ex presidente della Camera?

Ho ben presente l’importanza dell’unità dentro un partito grande e plurale. So anche che nel Pd continuano a essere numerosi coloro che hanno a cuore gli ideali oggi deturpati. Ma io che avevo visto male la scissione, né ho considerato motivi sufficienti per un divorzio le riforme istituzionale e il jobs act, ora, per rispetto alla mia gerarchia di valori, mi vedo costretto a malincuore a separarmi dal partito in cui ho militato dalla sua nascita. L’involuzione della politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza costituisce per me un ostacolo non più sormontabile.

«Famiglia Regeni: da Gentiloni solo 180 secondi di rispetto»: parla il senatore Manconi

Da leggere e divulgare l’intervista che Pietro Salvatori ha fatto a Luigi Manconi per Huffington Post:

Tre minuti. Solo tre minuti. Questo l’effimero intervallo di tempo tra la telefonata della Farnesina e il comunicato ufficiale battuto dall’Ansa. La famiglia Regeni ha ricevuto dal governo la notizia che l’ambasciatore stava per fare ritorno al Cairo senza alcuna garanzia di ottenere verità sul rapimento di Giulio 180 secondi prima che i canali ufficiali la riversassero nel circuito dell’informazione. Lo racconta con una punta d’amarezza Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, che in questi mesi ha stretto un saldo rapporto con la famiglia dottorando di Cambridge. La decisione dell’esecutivo ha fatto saltare il tappo del politicamente corretto. In bocca a Manconi compaiono parole come “complesso di inferiorità e nei confronti degli Stati Uniti e nei confronti dell’Egitto”, “incapacità della nostra diplomazia a svolgere un ruolo davvero indipendente”, “posizione di sudditanza e di rinuncia alla propria sovranità”. Una frustrazione figlia della sordità del governo, che ha interloquito con il senatore del Pd attraverso il sottosegretario Enzo Amendola. Manconi gli ha consegnato tre condizioni a suo avviso indispensabili per il ritorno dell’ambasciatore al Cairo: “Mi ha garantito che, in ogni caso, se ne sarebbe tenuto conto. Sappiamo come è andata a finire: non una è stata accolta”.

Senatore, partiamo dalla fine: la decisione del governo sta ulteriormente allontanando la verità sulle ultime ore di Giulio Regeni?
Temo di sì. Dal giorno del richiamo in Italia dell’ambasciatore, l’otto aprile del 2016, questo è stato il solo strumento di pressione adottato dal nostro paese nei confronti del regime di Al-Sisi. Quella sede vacante a Il Cairo ha costituito l’unico segnale concreto della crisi delle relazioni politico-diplomatiche con l’Egitto. Con la rinuncia a questa misura, l’Italia è oggi più debole: come se fosse totalmente disarmata davanti a un avversario agguerrito e arrogante.

Le nostre autorità hanno tenuto un filo diretto con la famiglia? Sono stati aggiornati passo passo sulle scelte o sono stati messi di fronte a passo compiuto?
Ci sono stati molti comportamenti sciatti e tantissime trascuratezze, incontri fissati poi rinviati e, infine, annullati. E l’episodio degli ultimi giorni segnala una trasandatezza istituzionale che mi sembra davvero grave. Il 20 marzo del 2017, il Presidente del Consiglio incontra i genitori di Regeni, assicura il suo impegno e garantisce che qualunque decisione sull’ambasciatore italiano sarà “condivisa” con loro. Intenzionalmente, nei mesi successivi, ho ricordato questa solenne promessa senza mai ricevere una smentita. Da quel 30 marzo, silenzio. Poi il 14 agosto, Gentiloni, per così dire, “condivide” con i signori Regeni la decisione sull’ambasciatore, ma lo fa esattamente tre minuti prima che l’Ansa pubblichi il comunicato del ministero degli Esteri.

Al di là del canale delle semplici comunicazioni, c’è stata un’interlocuzione formale sulle decisioni da prendere? Magari con lei, considerando il suo rapporto con la famiglia ma anche e soprattutto l’incarico istituzionale che ricopre?
Nella seconda metà di luglio, il sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola, persona assai competente e dai modi squisiti, ha voluto incontrarmi. Ho accettato immediatamente: nella mia qualità di presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, ho promosso, a pochi giorni dalla morte di Regeni, la prima e unica audizione dei suoi genitori presso un’istituzione pubblica. E, quindi, il martedì di Pasqua di quell’anno, la conferenza stampa tenutasi al Senato. Successivamente, ho sempre sostenuto le ragioni della famiglia dal momento che coincidevano con le mie convinzioni: e ciò anche a proposito della questione del rientro o meno dell’ambasciatore. Logico che il governo, tra i suoi mille contatti, ritenesse opportuna l’interlocuzione con me. Da qui in avanti, mi sono mosso con l’autonomia propria di ogni parlamentare, sulla base del lavoro fatto in questi anni come presidente di quella Commissione e della mia conoscenza della vicenda Regeni a partire dal 25 gennaio del 2016. Nel corso di questi mesi, avevo elaborato un’idea condivisa da molti e mai discussa con i genitori di Regeni, in quanto relativa a una dimensione politico-istituzionale dalla quale ho ritenuto opportuno rimanessero distanti.

Ci può dire di più sul contenuto dei colloqui con Amendola?
La mia opinione era che si sarebbe potuto decidere l’invio dell’ambasciatore a Il Cairo dopo, e solo dopo – insisto: solo dopo – che fossero state assunte altre misure, altrettanto efficaci e incisive. Nel corso di alcuni incontri con il sottosegretario ho indicato puntualmente quali potessero essere simili provvedimenti. Li ho persino dettagliati in punti precisi: a) dichiarazione formale dell’Egitto come paese non sicuro, indicata in maniera inequivocabile e resa pubblica in tutte le sedi e le circostanze, in ragione di quanto accaduto al nostro connazionale e di quanto le organizzazioni per la tutela dei diritti umani documentano a proposito di rapimento, sparizione e assassinio di dissidenti egiziani; b) sospensione degli accordi speciali di riammissione dei profughi egiziani nel paese di origine; c) sospensione della concessione di licenze ad aziende italiane per la vendita di armi o pezzi di ricambio per armamenti a società private o pubbliche egiziane. Il senso di quelle proposte era chiaro: senza rompere le relazioni diplomatiche con l’Egitto, si adottavano misure nel campo del turismo, in quello delle relazioni commerciali e in quello dell’immigrazione tali da esercitare quella forza di persuasione e quella pressione democratica che l’invio dell’ambasciatore a Il Cairo avrebbe fatto venir meno. Oltre a questo, altre decisioni, in particolare di natura simbolica, che tenessero viva la memoria di Regeni e la non la consegnassero all’oblio.

Il risultato?
Il sottosegretario Amendola ha discusso le mie proposte, ha indicato modifiche e mi ha garantito che, in ogni caso, se ne sarebbe tenuto conto. Sappiamo come è andata a finire: non una di quelle prime tre proposte – le uniche davvero efficaci – è stata accolta; e anche io sono stato avvertito della decisione del governo appena un paio di minuti prima dell’annuncio ufficiale.

 

Chi sostiene la posizione della Farnesina spiega però che l’invio dell’ambasciatore è la strada che più può avvicinare gli inquirenti italiani alla verità dei fatti.
Ho la sensazione, invece, che l’allontani ancora di più. Non è certo un caso che, per giustificare l’invio dell’ambasciatore, il governo abbia parlato di progressi nella cooperazione giudiziaria tra Egitto e Italia, di cui al momento non esiste la più esile traccia. E si pensi, ancora, che la promessa più impegnativa della procura egiziana riguarda la consegna nel prossimo settembre di filmati video che dovevano essere messi a disposizione della nostra magistratura già un anno fa.

 

Il giorno dopo la decisione, il Nyt ha diffuso la notizia dell’informativa dei servizi statunitensi sulle precise responsabilità delle autorità egiziane nell’omicidio di Giulio. Il nostro governo smentisce che Washington abbiano trasmesso notizie tali decisive o che non fossero già nella disponibilità dei nostri inquirenti e della nostra intelligence È una versione plausibile?
Su questo posso esprimere solo le mie sensazioni, non avendo alcuna informazione particolare. Penso, in ogni caso, che il governo italiano abbia avuto in quella circostanza, e non solo in quella, un atteggiamento rinunciatario: rivelando, con ciò, una sorta di complesso di inferiorità e nei confronti degli Stati Uniti e nei confronti dell’Egitto. Insomma, l’Italia non è stata in grado di fare il proprio difficile dovere: intrattenere, con tutti i mezzi a disposizione, rapporti con un paese che ha un ruolo cruciale in quell’area e, allo stesso tempo, affermare il principio altrettanto fondamentale, e assoluto, della tutela dei diritti umani, tanto più, quando si tratta di quelli di un connazionale barbaramente trucidato. Un compito arduo e dall’esito tutt’altro che scontato, ma ho la sensazione che l’Italia non vi abbia nemmeno provato con la necessaria serietà e tenacia. Ci si è richiamati, quasi ossessivamente, al realismo politico per poi assumere nei fatti una posizione di sudditanza e di rinuncia alla propria sovranità.

 

I tempi nei quali il governo fornirà le proprie spiegazioni, la convocazione è fissata per il 4 settembre non sono tardivi? Si sarebbero dovute riconvocare le Camere?
Penso di sì, ma ciò non riguarda solo la vicenda di Giulio Regeni. Di questo passo, si arriverà a chiedere l’inserimento in Costituzione della intangibilità delle ferie agostane.

 

Shalabayeva, Regeni. Due casi molto diversi ma che in qualche modo segnalano una difficoltà – ma avremmo potuto usare termini più duri – dei nostri apparati nella gestione di casi spinosi. Vede un filo rosso che li collega? Siamo in presenza di un problema strutturale della nostra sicurezza?
Vedo, sì, qualche affinità: in entrambi i casi si nota un deficit di autonomia del nostro governo e una incapacità della nostra diplomazia a svolgere un ruolo davvero indipendente. In altri termini, una vocazione alla subalternità che ci condanna fatalmente a un ruolo gregario anche quando sono in gioco interessi essenziali e valori irrinunciabili.

“Ischia capitale dell’abusivismo e del rischio”: lo scriveva Legambiente

Un’intervista da leggere di Cristina Nadotti a Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania:

Legambiente lo denuncia da anni con i suoi dossier “Mare Monstrum“: la Campania è in testa alla classifica dell’illegalità nel ciclo del cemento costiero, con 764 infrazioni accertate dalle Capitanerie di porto e dalle altre forze dell’ordine solo nel 2017 e sul suo territorio è commesso il 20,3 per cento dei reati totali inerenti la cementificazione.”A sfregiare la costa è soprattutto il “vecchio abusivismo” – sottolinea l’associazione ambientalista nel suo dossier 2017 –  quello che da decenni sopravvive alle demolizioni, quello delle seconde case in riva al mare che godono delle particolari attenzioni dei politici, locali e nazionali, sempre attenti a impedire che arrivino le ruspe”. In particolare, solo per il Comune di Ischia sono state presentate 7.235 domande di condono in 30 anni, 4.408 delle quali risultavano ancora da evadere ad aprile dello scorso anno e molte di queste si riferiscono ad abusi che non possono essere sanati

Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, commenta ora con rabbia il terremoto di Ischia: “Da oltre 20 anni abbiamo lanciato iniziative per segnalare casi eclatanti – dice – e dopo la demolizione di ecomostri come quello di Fuenti, sulla costiera amalfitana, per la prima volta dal Dopoguerra in Italia c’è stato un rallentamento nell’abusivismo. È successo pressoché ovunque, tranne a Ischia”.

Perché? Di chi è la responsabilità?
“A Ischia l’abusivismo è pratica consolidata e diffusa, alimentata dalla politica, che in maniera trasversale chiude un occhio, e dalle scappatoie legali. Vige la prassi di costruzione abusiva “per necessità” e all’interno di questo concetto rientra di tutto, dagli ampliamenti poi affittati ai turisti, a interi nuovi edifici che diventano alberghi. E ad essere più pericolose, come stiamo vedendo in queste ore, sono le sopraelevazioni, che indeboliscono la struttura”.

Non esistono i controlli?
“Tutto avviene in una situazione di diffusa illegalità. Abbiamo accertato che sopraelevazioni e ristrutturazioni abusive sono fatte con lavori che si concludono in 48/62 ore. Non è indispensabile essere ingegneri per capire quale sia l’affidabilità di tali costruzioni e la perizia delle ditte che le eseguono. E poi, come sottolinea il nostro dossier, la politica strizza l’occhio a queste pratiche, perché vietarle non porta voti”.

È una situazione senza speranza?
“È una situazione allarmante, anche perché a Ischia non c’è soltanto il rischio terremoto, ma anche quello di frane e smottamenti, a causa dei quali abbiamo già pianto molti morti in passato.Con la siccità di quest’anno le prime piogge rischiano di essere un disastro, l’acqua scorrerà come un fiume sull’isola. Ma si può prevenire, si deve agire subito”.

Come?
“Ho sentito il presidente della Regione Campania De Luca dire in queste ore che “non si può buttare giù tutto”. Si chiarisca allora, subito, togliendo ogni possibilità di scappatoie, che cosa si intende per “necessità”. Si faccia un censimento, siamo il Paese europeo con il maggior numero di case sfitte. Infine, ma è la cosa più importante, si faccia la riqualificazione”.

Ma è possibile una riqualificazione in una situazione di degrado come quella di ischia?
“Non vanno riqualificati gli abusi totali, quelli vanno abbattuti. Ma si può migliorare la parte preesistente agli abusi. Nel Nord Europa le pratiche di “deep renovation” hanno mostrato che si può mettere in sicurezza un edificio in poco tempo e quasi senza mandare via chi ci abita. In Italia abbiamo lecompetenze per farlo. serve la volontà politica”.

Servono anche i fondi.
“Riprendo le parole di De Luca, bisogna passare “dalle parole ai fatti”. Gli incentivi stabiliti per la riqualificazione energetica delle abitazioni private hanno prodotto interventi per 10 miliardi di lire. Provvedimenti simili per la messa in sicurezza degli edifici convincerebbero la gente a tirare fuori i soldi dai cassetti per non vivere nel terrore”.

(fonte)