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Politica

Non fatela nemmeno, la campagna elettorale

A questo punto almeno evitateci la fatica di seguire le vostre scorribande elettorali in cui presenterete programmi irrealizzabili, in cui prometterete diritti che non avranno mai i numeri o in cui presenterete un’idea di Paese (se un’idea davvero ce l’avete) che finirà annacquata dalla prossima ennesima “maggioranza larga” come una grande ammucchiata di branchi concentrati a evitare l’estinzione.

Fate così: votate la fiducia sulla legge elettorale al Senato (e insignite Gentiloni con il premio del Presidente del Consiglio più tenue e contemporaneamente dannoso che avessimo mai potuto immaginare) e comunicate in diretta a tutti i cittadini che no, la campagna elettorale non serve, e che in fondo anche le elezioni servono poco o niente, poiché siete prigionieri della legge elettorale che avete voluto a tutti i costi, facendo del Parlamento un ufficio protocollo. Dite pure che la maggioranza è già scritta, nel Rosatellum, insegnateci che “non c’è alternativa” come ripetono sempre quelli impegnati a bloccare le alternative degli altri.

Poi, nei mesi che dovrebbero essere di campagna elettorale, evitate i candidati, i comizi, i programmi e non perdete tempo con i simboli. Fate una riunione voi, tra voi, Matteo e Silvio con Denis e al massimo quel discolo di Angelino: vi trovate al ristorante, da Luigino si mangia bene e costa poco, c’è anche la saletta interna, e dopo il caffè ci dite “eccoci qui, siamo l’unica soluzione possibile”. Sentirete che applausi.

Poi premiateli tutti, ma proprio tutti, quelli che in Senato vi terranno a galla con un voto dato di sguincio: nominateli cavalieri della Repubblica, dottori ad honorem o monsignori: loro almeno la faccia l’hanno persa, loro, pur di sopravvivere, senza nemmeno avere la prepotenza di strombazzare il cambiamento. Questi, da D’Anna in giù, sono i conservatori veri: dediti alla propria conservazione, con interessi a chilometro zero.

Poi fate la festa per il nuovo Governo: il campanello, “l’inevitabile accordo”, i sorrisi per le foto e Mattarella a officiare la liturgia come come se ci credesse davvero. E nel frattempo lamentatevi della disaffezione, del populismo, dell’indignazione, dei giovani “che non credono nella politica” e dell’astensione “da combattere”.

Avanti così. Avanti pure.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

Odore di elezioni: tana scarica tutti

Ancora una volta il Pd di Matteo Renzi (o forse basterebbe scrivere Renzi) crea un precedente e non è un buon precedente: dicono le cronache della politica che il premier Gentiloni si apprestasse a rinominare Ignazio Visco al vertice di Bankitalia, in accordo con il capo dello Stato senza avere idea dell’onda che stava arrivando. Era “sereno”, per dirla secondo il vocabolario di una legislatura che, seppur ai titoli di coda, non disdegna di riservare ancora pessime sorprese.

La decisione del Pd di sfiduciare Visco, addentrandosi per l’ennesima volta nel campo solitamente riservato al Governo e al Presidente della Repubblica è l’ennesimo (e ce ne saranno ancora molti) sgarbo istituzionale di un partito che nel giro di qualche ora riesce a essere prima al governo e poi all’opposizione, alla bisogna, pesando tutto ciò che accade in base alla speculazione elettorale.

Crede, Renzi, di scaricare Visco per disinnescare così le responsabilità (e le famigliarità e le amicizie) della crisi bancaria (e di certe banche più delle altre) indicando in Visco il capro espiatorio di una situazione che (come nel caso di Banca Etruria) pesa più per l’inopportunità politica che per beghe monetarie.

È l’inizio del “tana scarica tutti” che del Dna renziano è uno dei fili principali: da qui alle elezioni sarà tutto un gioco di scarico di responsabilità per non dare risposte nel merito, dedicando a un’exit strategy che punti tutto sul nome da dare in pasto alla folla. Sarà una lunga sequela di “state sereni” scaricati sull’uscio.

Come è iniziato tutto, del resto.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

La lezione di Thuram: «Quelli che usano Anna Frank per insultare, sanno esattamente cos’è il fascismo»

«Giusta la mobilitazione contro l’antisemitismo negli stadi, a costo di rischiare i fischi e nuovi insulti. Non fare niente sarebbe la scelta peggiore». Lilian Thuram è stato il grande difensore della Francia campione del mondo nel 1998 e d’Europa nel 2000, del Parma e della Juventus. Poi ha creato la sua Fondazione contro il razzismo, e il suo impegno continua con i libri «Le mie stelle nere» e «Per l’uguaglianza» (editi in Italia da Add). Ha seguito lo scandalo degli adesivi con Anna Frank degli ultrà della Lazio, e lancia un appello perché tutti, non solo le società di calcio, reagiscano.

Oggi nei stadi italiani si è tornato a giocare, prima delle partite sono stati letti brani del Diario di Anna Frank. È una reazione efficace secondo lei?
«Tutte le iniziative in questa direzione sono importanti, non c’è altra scelta. Quando succedono situazioni così gravi non si può fare finta di niente. Bisogna fare qualsiasi cosa per fare capire che non ci si comporta così. Qualche giorno fa ho parlato con una persona, un tifoso della Lazio, qua a Parigi. Eravamo un gruppo di amici, tutti stupiti e indignati, ma la cosa strana è che lui ha detto subito ”ehi, guardate che succede anche nelle curve delle altre squadre, non è solo un problema della Lazio”. Gli ho risposto che da tifoso della Lazio per prima cosa avrebbe dovuto riconoscere che gli autori degli adesivi con Anna Frank in maglia giallorossa avevano sbagliato, non provare ad attenuare le colpe dicendo ”ma lo fanno anche gli altri”. Quando ci si sente attaccati si reagisce ma non sempre nel modo giusto. È molto importante combattere l’ideologia che invoca la morte e isolare quelli che fanno gesti così stupidi».

Quando lei giocava in Italia succedevano cose simili?
«Sì, già alla mia epoca mi ricordo degli episodi di questo tipo. E siamo di nuovo a parlarne. C’è da chiedersi che cosa hanno fatto e fanno le società, la federazione, il governo, per togliere queste manifestazioni di odio dagli stadi».

Il presidente della Lazio, Claudio Lotito, dice di avere emarginato i tifosi violenti e razzisti tanto da subire minacce e da essere costretto a vivere con la scorta.
«Io comunque da ex calciatore e da tifoso di calcio mi chiedo come sia possibile non riuscire a cambiare le cose. Non ho la risposta, però mi sembra incredibile».

La magistratura ordinaria dovrebbe intervenire in modo più efficace?
«Non so dirlo. Mi chiedo se c’è una vera volontà politica di smetterla con l’odio. Certo che se tra 10 o 20 anni ci ritroveremo a fare gli stessi discorsi sarà un vero peccato, sarà grave per la società civile e per lo sport».

Nell’ambiente del calcio la storia di Anna Frank è conosciuta? O è anche una questione di ignoranza?
«Basta dire che i razzisti sono stupidi. Difendono una idea di società dove si sentono superiori. Stiamo parlando di adulti, almeno in maggioranza. Quelli che usano Anna Frank per insultare, sanno esattamente cos’è il fascismo».

In Francia esiste lo stesso problema?
«No. Il che non vuole dire che dentro gli stadi non ci siano antisemiti, attenzione. Però nessun gruppo potrebbe dare una dimostrazione così sfacciata davanti a tutti. Non so se sia per maggiori controlli o per altri motivi, non sono in grado di identificare esattamente le cause. Però in Francia una cosa simile negli stadi è impossibile. Perché i politici, i media e la società in generale sarebbero così sconvolti che non potrebbe succedere una seconda volta».

Rispetto ad altri sport il calcio è più colpito?
«Il calcio è lo sport più seguito al mondo. Gli stadi sono immensi. Qualcuno lì dentro ha l’impressione di perdersi nella folla, di potere fare qualsiasi cosa senza essere individuato. Negli altri sport non c’è la politica dentro le curve e il rapporto tra le gli ultrà e le società è meno stretto. Però lo stadio è lo specchio della società. Se in curva troviamo l’antisemitismo e il razzismo è perché esistono prima di tutto fuori».

Quindi la reazione deve cominciare fuori degli stadi?
«Io penso che ci debba essere ovunque una educazione intransigente contro l’antisemitismo e il razzismo. Noi tutti non dovremmo fare passare niente, nella vita di tutti i giorni. Se tu senti un tuo amico che dice qualcosa di sbagliato su un gruppo di persone, devi avere il coraggio di dirgli “guarda che non si fa, non puoi dire questo”. È un compito che abbiamo tutti. Quante volte c’è qualcuno che fa una battuta sugli omosessuali, per esempio, e quelli che gli stanno intorno si mettono a ridere anche se sanno benissimo che non è giusto? È lo stesso meccanismo. Chi non reagisce, di fatto, accetta».

Questa vicenda è stata seguita all’estero?
«Sì, e mi dispiace perché dà un’immagine sbagliata, negativa dell’Italia. Anche per questo dico che le persone di buona volontà devono prendere le distanze e denunciare questi fatti».

(fonte)

Una bomba sotto il giornalismo documentato

Se fossimo Europa, Europa davvero, oggi ci sarebbe un vero cordoglio europeo per la morte di Daphne Caruana Galizia, un cordoglio allarmato in grado di cogliere la gravità, oltre al dolore, di una bomba che esplode sotto il giornalismo documentato che prova con fatica a raccontare i paradisi fiscali che rendono l’Unione Europea un giardino libero per il sollazzo dei potenti.

Se fossimo Europa, Europa davvero, lo scandalo Panama Papers (che probabilmente ha ucciso Daphne, che da quello scandalo aveva preso slancio per la sua inchiesta sui paradisi fiscali) non sarebbe durato giusto il tempo di qualche copertina dedicata ai nomi italiani ma sarebbe tutt’oggi una discussione di elaborazione politica (che, guarda caso, avviene nel Parlamento europeo e invece non ne parla quasi nessuno).

La bomba che ha ucciso Daphne a Brinjia, Malta, è una bomba che punta dritto al giornalismo documentato, proprio quello che qui miseramente latita, che richiede studio, applicazione e risorse: che qui, appunto, mancano.

Mentre qui da noi ci si concentrava sulle inezie Daphne Caruana Galizia raccontava la corruzione che attraversa il potere e il petrolio: proprio una di quelle storie che ci piace ascoltare senza troppo impegno solo quando riguardano gli altri.

E Malta (e Daphne) sono altro. Appunto. Una sensazione lontana che gestiamo convinti che non ci tocchi. E che salta in aria con le bombe. Come nei film. Ma non è un film.

Buon martedì.

(continua su Left)

‘Quando c’era Lui’: le bufale sul fascismo a cui la gente continua a credere

(un articolo da incorniciare e tenere nel cassetto di Leonardo Bianchi, fonte)

 

A partire dal caso della “spiaggia fascista” di Chioggia, per poi passare alla proposta di legge di Emanuele Fiano o alle dichiarazioni (fraintese) di Laura Boldrini sui monumenti del regime, questo luglio ci siamo confrontati praticamente ogni giorno sul fascismo e la sua eredità.

Per alcuni commentatori, l’Italia non ha mai fatto veramente i conti con il Ventennio e dunque è destinata a essere perennemente attraversata da pulsioni nostalgiche o antidemocratiche. Dall’altro lato episodi come quello di Playa Punta Canna sono definiti innocue “goliardate,” e insieme a derubricazioni di questo tipo continuano a resistere le argomentazioni più o meno revisioniste—del tipo che nel Ventennio, comunque la si pensi, qualcosa di buono è stato fatto; o che comunque non era così malaccio come ci hanno sempre fatto credere.

Quest’ultimi sono dei refrain che si sentono da tempo immemore, ma che con l’avvento dei social stanno vivendo una sorta di seconda epoca d’oro.

In particolare, proprio in concomitanza con le polemiche delle ultime settimane, sul FascioFacebook (e non solo) hanno ricominciato a girare una serie di miti e leggende sulle grandi conquiste sociali ed economiche del fascismo—conquiste che sono contrapposte alla contemporaneità, e servono sostanzialmente a dire: “Vedete? Mentre i politici di adesso non fanno un cazzo, LVI le cose le faceva sul serio!”

Visto che tali bufale riaffiorano di continuo—e dimostrano un’incredibile persistenza proprio perché distorcono verità storiche e le mescolano con la disinformazione—ho pensato di mettere in fila quelle che hanno avuto più successo e risonanza.

IL DUCE HA CREATO LE PENSIONI

Quella di Mussolini che ha creato da zero il sistema pensionistico di cui godremmo tutt’ora è senza dubbio la bufala più persistente e di successo, al punto tale che un anno fa Matteo Salvini ha dichiarato: “Per i pensionati ha fatto sicuramente di più Mussolini che la Fornero. […] La previdenza sociale l’ha portata Mussolini.”

In realtà, non è proprio così. Come si può agevolmente verificare sul sito dell’INPS, la previdenza sociale nasce nel 1898 con la creazione della Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Si trattava di un'”assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori.”

Nel 1919 l’iscrizione alla Cassa diventa obbligatoria e interessa 12 milioni di lavoratori. Vent’anni dopo, il regime promuove varie misure previdenziali, tra cui le assicurazioni contro la disoccupazione, gli assegni familiari e la pensione di reversibilità. La pensione sociale, tuttavia, è istituita solo nel 1969—ossia a 24 anni dalla morte di Mussolini.

IL DUCE CI HA REGALATO LA TREDICESIMA

Un’altra leggenda che circola molto (soprattutto sotto Natale) è la seguente: se abbiamo un mese di stipendio in più è merito esclusivo della magnanimità di Mussolini. Anche in questo caso, tuttavia, la storia è diversa.

Nel Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro del 1937 venne effettivamente introdotta una “gratifica natalizia.” La mensilità in più era tuttavia destinata ai soli impiegati del settore dell’industria; e non ad esempio agli operai dello stesso settore, che anzi si videro aumentare le ore di lavoro giornaliero fino a 10, e 12 con gli straordinari non rifiutabili.

Come scritto in questo post, insomma, si trattava di una misura “in piena linea con quelle che erano le normali politiche dell’epoca fascista, in una società […] bloccata sul corporativismo basato non sul diritto per tutti, ma sul privilegio di pochi gruppi e settori.”

La vera tredicesima è stata istituita prima con l’accordo interconfederale per l’industria del 27 ottobre 1946, e poi estesa a tutti i lavoratori con il decreto 1070/1960 del presidente della Repubblica.

SOLO CON IL FASCISMO L’ITALIA HA RAGGIUNTO IL PAREGGIO DI BILANCIO

Nell’immagine qui sopra, si ricorda enfaticamente che il “Governo Fascista” raggiunse il pareggio di bilancio nel 1924, praticamente grazie alla lotta contro gli sprechi e alla riduzione delle tasse. Morale della favola: con tutte le tasse che ci sono adesso, invece, i conti dello Stato non tornano mai. Ergo: la Casta è inetta, ci soffoca con la pressione fiscale, e dunque si stava meglio prima.

Ora, il pareggio di bilancio fu effettivamente raggiunto (nel 1925, e non nel 1924). Ma come tutte le disinformazioni che si rispettino, si evita accuratamente di dire cose successe prima e dopo il raggiungimento di quel traguardo.

L’artefice fu il ministro delle finanze e dell’economia, Alberto De Stefani. Dal 1922 in poi, l’economista spinse per la liberalizzazione dell’economia, cercò di contenere l’inflazione, ridusse la spesa pubblica e la disoccupazione. La sua politica di “neoliberismo autoritario” era però vista di cattivo occhio sia dalla parte più radicale del fascismo, che soprattutto da latifondisti, industriali e grandi capitalisti.

Non a caso, nel luglio del 1925 venne destituito dopo aver presentato ripetutamente le dimissioni; e da lì in poi iniziò ad assumere posizioni sempre più critiche (non in senso democratico o antifascista, ovviamente) nei confronti del regime e della sua nuova politica economica che—tra la Grande Depressione, l’autarchia e tutto il resto—portò il paese allo sfascio. Per citare un articolo che si è occupato di smontare il messaggio implicito di questo mito, “un modello che è crollato su se stesso non è il miglior modello.”

IL DUCE HA RICOSTRUITO I PAESI TERREMOTATI IN UN BATTER D’OCCHIO

Anche la storia della prodigiosa ricostruzione del Duce dopo il terremoto del Vulture (in Lucania) del 23 luglio 1930 è piuttosto ricorrente.

La fonte primaria, ripresa dai siti di estrema destra e replicata in vari meme, è un articolo del Secolo d’Italia pubblicato dopo il terremoto che l’anno scorso ha colpito il centro Italia. In esso si sostiene che in appena tre mesi si costruirono 3.746 case e se ne ripararono 5.190, e si infila pure il commento agiografico “altri tempi, ma soprattutto altre tempre…”

Il dato è però parziale e decontestualizzato. Come si può verificare dal sito dell’INGV, nell’ottobre del 1930 furono ultimate “casette asismiche in muratura corrispondenti a 1705 alloggi” e “riparate dal genio Civile 2340 case.” Solo nel settembre del 1931—a operazioni ultimate—si raggiunge la cifra indicata nell’articolo, che corrisponde a 3.746 alloggi in 961 casette. Insomma: i numeri sono comunque rilevanti per l’epoca, ma non è semplicemente vero che in appena tre mesi fu ricostruito tutto da zero.

IL FASCISMO HA RESO L’ITALIA UN FARO PER LE SCOPERTE SCIENTIFICHE

In questa immagine, rivolta a tutti quelli che “NON L’AMMETTERANNO MAI,” si sostiene con la forza di una bella scritta in maiuscolo che il fascismo avesse reso l’Italia—tra le varie cose—”una nazione faro per scoperte scientifiche.”

Nei primi anni del regime però, come ricostruisce dettagliatamente questo articolo sulla Treccani, il governo “aveva sostanzialmente ignorato tutte le questioni connesso con l’organizzazione della struttura di ricerca scientifica,” che rimaneva quella dell’Italia liberale ed era carica di problemi. Nel 1923 venne avviato il CNR (Consiglio nazionale delle ricerche), la prima struttura deputata a svolgere ricerca “su temi di interesse generale.” La sua attività fu subito caratterizzata dalla penuria dei finanziamenti, segno della “scarsa fiducia nel nuovo ente che ancora nutriva Mussolini.”

Col passare degli anni, nonostante i proclami e la propaganda, il CNR non divenne mai incisivo e non produsse nulla di significativo, soprattutto perché la sua unica indicazione di ricerca era quella per l’autarchia—un’indicazione troppo generica. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, poi, “allontanò in modo generalizzato i più giovani tra ricercatori, assistenti, tecnici di laboratorio e, in breve tempo, il lavoro scientifico rallentò fino alla quasi totale paralisi.”

Nel 1938, a riprova di quanto al fascismo non fregasse nulla della scienza, l’ambiente scientifico italiano era stato travolto dal più infame e antiscientifico degli atti politici del regime: la promulgazione delle leggi razziali. Il che mi porta all’ultima leggenda che ho scelto per compilare questa lista.

IL DUCE NON ERA RAZZISTA, E NEMMENO IL FASCISMO ERA UN REGIME RAZZISTA

Con ogni probabilità questa è la mistificazione più odiosa, che fa leva sul radicato stereotipo del “bravo italiano” e del “cattivo tedesco.”

Se è vero che in un primo momento i rapporti tra gli ebrei e il fascismo furono “normali,” e lo stesso Mussolini—nel libro Colloqui con Mussolini—disse che “l’antisemitismo non esiste in Italia,” le cose cambiarono progressivamente con la torsione totalitaria del regime e sfociarono infine nelle persecuzioni.

La maggior parte della storiografia è ormai concorde sul fatto che l’antisemitismo e le leggi razziali non furono introdotte per imposizione della Germania—il Manifesto della razza, ad esempio, pare che sia stato scritto dallo stesso Mussolini.

Piuttosto, come sostiene lo storico Enzo Collotti, la “spinta a una politica della razza nel fascismo italiano” da un lato era “iniziativa e prodotto autonomo” del regime—specialmente dopo il 1933 e l’affermazione del nazismo—e dall’altro era una scelta “connaturata allo stesso retaggio nazionalista, che esaltava la superiorità della stirpe come fatto biologico e non solo culturale.”

Lo stesso discorso si può fare con la “civilizzazione” delle colonie, che si pone in perfetta continuità con quanto detto sopra. Secondo Collotti, la guerra d’aggressione contro l’Etiopia nel 1935 è stata “l’occasione per mettere a fuoco una politica razzista dell’Italia fascista”; e dopo la conquista del paese—mai completata fino in fondo—”fu instaurato un vero e proprio regime di separazione razziale, un vero e proprio prototipo di apartheid.”

Dire che il fascismo non era un regime razzista è negare una delle sue caratteristiche fondamentali. Se si porta all’estremo questo ragionamento, si finisce col dire che il fascismo non era fascista. E non penso che al Duce farebbe molto piacere, no?

Gli uomini che spiegano le cose

If I were a boy, Se fossi un ragazzo, si intitola così un recente intervento di Rebecca Solnit pubblicato dal Guardian. La scrittrice, giornalista e attivista americana, scrive che era solita scherzare con la madre sul fatto che fosse un figlio perfetto. Non una figlia: perché da loro, dai maschi, ci si aspettano carriere accademiche e lavorative brillanti, successi pubblici e riconoscimenti. Se si nasce donna, invece, si dovrebbe rispondere a ben altre aspettative. E lei, Rebecca Solnit, continua ammettendo di essere ben più “capace di sistemare un tetto che di rincuorare un’anima”.

“Il successo racchiude un fallimento per le donne: ci si aspetta che il loro successo derivi dal far sentire gli uomini infallibili”, aggiunge l’autrice nell’articolo.

Nata nel 1961 in Connecticut e cresciuta in California, Rebecca Solnit ha spesso riflettuto sul rapporto tra uomini e donne anche sul sito Literary Hub, dove scrive di letteratura e attualità, senza tralasciare interventi legati alla politica americana. Accanto al suo interesse per femminismo e letteratura, la giornalista si occupa anche di antropologia e viaggi, argomenti su cui ha scritto anche alcuni saggi. Tra l’altro, scrive per la rubrica Easy Chair della rivista Harper’s Magazine.

Nel 2008, grazie a un post sul suo blog, pubblicato in seguito a un suo articolo per il Los Angeles Times, Rebecca Solnit ha dato un nome all’atteggiamento di alcuni uomini che sentono la necessità di dover spiegare qualcosa a una donna, nonostante la loro interlocutrice non ne abbia bisogno perché esperta di quel determinato argomento.

La stessa Solnit, in almeno un’occasione, si è trovata a dover ascoltare la spiegazione di un argomento che era stato tema di un suo saggio – e su cui quindi era molto preparata – da parte di un uomo che si sentiva in dovere di esporre le sue conoscenze in materia.

Da questo evento è nata una lunga riflessione che ha portato Rebecca Solnit a scrivere e raccogliere sette brevi saggi sul fenomeno del mansplaning in Gli uomini mi spiegano le cose, ora in libreria anche in Italia edito da Ponte alle Grazie nella traduzione di Sabrina Placidi.

Il sottotitolo è eloquente: riflessioni sulla sopraffazione maschile. Il bisogno di spiegare le cose, a prescindere dalla propria conoscenza, infatti, è definito da Solnit come una sorta di abuso di potere che gli uomini esercitano nei confronti delle donne.

Avallando le conoscenze delle loro interlocutrici, gli uomini che si macchiano di mansplaining ingigantiscono il loro ego minimizzando invece le conoscenze e l’attendibilità delle opinioni delle donne che si trovano di fronte. E così ritorniamo a quel fenomeno un po’ antiquato, ma ancora esistente, non neghiamolo, che Solnit ha descritto per il Guardian. Ossia che, ancora oggi, in alcuni momenti e in alcuni ambiti l’unico vero successo delle donne sia “far sentire gli uomini infallibili”.

Il mansplaining è l’arroganza tipicamente maschile che frena le donne, non solo nella vita privata, ma soprattutto nella carriera professionale, insegnando loro che forse è meglio stare in silenzio, perché nel mondo non c’è ancora spazio per loro.

Per fortuna, di donne disposte a farsi sminuire a favore dell’ego maschile sembra ce ne siano sempre meno.

Ma, come scrive Rebecca Solnit nel saggio che dà il nome alla raccolta: “La battaglia delle donne per essere trattate come esseri umani con un diritto alla vita e alla libertà e a perseguire il coinvolgimento nelle arene della cultura e della politica continua, e talvolta si tratta di una battaglia molto dura”.

(fonte)

“Gli italiani non muoiono mai”. Ma il giornalismo spesso. Più volte al giorno.

Roberto Basso, sul suo blog, racconta di come una notizia (falsa) diventi una notizia ripetuta e accreditata per vera.

Scrive  Roberto:

«La vittoria della Brexit, la campagna di Trump contro Hillary Clinton, gli accessi alle mail di Macron per favorire una vittoria di Marine Le Pen. Tre casi di consultazione elettorale per i quali si è evocato il rischio di manipolazione dell’opinione pubblicaanche per mano di “potenze straniere”. L’arma di manipolazione di massa sarebbero le vituperate fake news prodotte grazie al lavoro di hacker e di specialisti della propagazione di notizie false in Internet.

Ma siamo sicuri che il nemico della democrazia occidentale sia oltre il confine di quella che per anni è stata la cortina di ferro? In molti casi non sembra necessario ricorrere al “nemico esterno” per spiegare la diffusione di notizie false e la manipolazione della percezione da parte di frange più o meno ampie dell’opinione pubblica. Esistono evidenze dell’intreccio di mezzi di informazione tradizionali, siti di pseudo-informazione, social media, politica. Proviamo qui a raccontarne una.»

Anche questa volta si tratta (indovinate un po’) si tratta di una prima pagina di Libero. Questa:

 

Racconta, Roberto Basso:

«Martedì 17 ottobre il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha illustrato i principi generali del disegno di legge di bilancio per il 2018 a Radio Anch’io, storica trasmissione di RadioUno Rai. Un ascoltatore ha posto una domanda sulle pensioni: in particolare sulla possibilità di interrompere l’adeguamento automatico dell’età di accesso alla pensione all’aspettativa di vita della popolazione. Il ministro ha risposto che il meccanismo di adeguamento serve a tenere in equilibrio i conti della previdenza sociale nella prospettiva che la vita media si allunghi.

Le agenzie di stampa riportano la risposta fedelmente, con sfumature leggermente diverse. L’Ansa (ore 8:56): “’C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età’, ma ci sono anche ‘molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima’”. La Presse (ore 9:06): “’E’ una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’aspettativa di vita, un meccanismo che ha a che fare con la demografia’. Secondo il ministro ‘il nostro sistema è uno dei più equi d’Europa e l’equità e l’inclusione sono rafforzati. Abbiamo messo risorse per una crescita inclusiva, per vaste e crescenti zone della popolazione’”. Italpress (ore 9:16): “’Per quanto riguarda l’età pensionabile, è una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’allungamento dell’aspettativa di età’”. ADNKronos (ore 9:36): “E’ una legge già applicata, concordata in sede Ue, che ha a che fare con l’aspettativa di vita e la demografia’”. Chiaro, no?

Ebbene, ecco il titolo di apertura di Libero il giorno dopo:

“Gli italiani non muoiono mai”

tra virgolette (che dovrebbero indicare la riproduzione letterale di quanto pronunciato) e preceduto dall’occhiello “Il disappunto di Padoan”»

A proposito di democrazia e verità.

Il post di Basso è qui.

Fuori dalle balle (della Lega)

Sono tanti i motivi per cui credo che votare al referendum leghista di Veneto e Lombardia sia un pessimo modo di legittimare una farsa. Tra gli altri, come scrive bene Stefano Catone qui, vale la pena smascherare qualche punto:

 

Se vince il Sì, «Regione Lombardia avvierà il percorso istituzionale per ottenere maggiore autonomia, vale a dire più competenze e più risorse, nell’ambito del cosiddetto RESIDUO FISCALE, ovvero la differenza tra le tasse pagate allo Stato e quanto lo Stato restituisce sul territorio».

Balle. La materia fiscale non è tra le competenze oggetto del referendum e non può neppure essere oggetto di referendum. Balle al quadrato.

Col voto elettronico si ha «la garanzia della segretezza e della sicurezza del voto».

Altra balla. Il voto elettronico offre scarse garanzie, che si riducono ai minimi termini se pensiamo che la società che gestirà le operazioni è la più screditata del mondo.

Siccome oltre venti materie non sono abbastanza e siccome – soprattutto – bisogna metterci un pizzico di immigrati, «La Lombardia intende altresì esercitare un’energica azione politica al fine di ottenere un’ancora più ampia competenza da declinare sul proprio territorio in materia di sicurezza, immigrazione ed ordine pubblico».

Falso. Sono competenze esclusive dello Stato. Da segnalare che Formigoni (ci tocca citare Formigoni, pensa te…), nel 2007, individuò dodici materie da portare al tavolo delle contrattazioni.

Dopo averci spiegato che cos’è il «RESIDUO FISCALE» (lo scrivono sempre in maiuscolo), dicono che «A seguito dell’esito positivo del referendum la Regione si propone di trattenere almeno la metà del RESIDUO FISCALE (vale a dire 27 miliardi) per finanziare le nuove competenze oggetto di trattativa con il Governo».

Il «RESIDUO FISCALE» non c’entra nulla, l’abbiamo già spiegato. Altra balla al quadrato.

Come si dice a queste latitudini «föra di ball», cara Regione Lombardia. Il referendum è uno strumento che deve stare saldamente nelle mani del popolo, perché questo possa rivendicare la propria sovranità, temporaneamente delegata. Se diventa uno strumento nelle mani del potere, allora il fine diventa plebiscitario, snaturando la natura stessa dell’istituto e svilendo l’importanza del voto.

Non partecipiamo alla farsa, lasciamoli alle loro balle.

 

(il post di Catone è tutto qui)

Chissà se Minniti si degna di rispondere almeno all’Europa

L’abbiamo scritto dappertutto, all’inizio rischiando addirittura di essere complottisti, che gli accordi di Minniti con le truppe libiche puzzavano da lontano di qualcosa che non aveva nulla a che fare con la mediazione politica e con il rispetto dei diritti umani. E ci hanno detto che eravamo buonisti.

Poi gliel’ha chiesto la politica, il Parlamento e lui, lo sceriffo Minniti tutto tronfio del momentaneo calo dei migranti, si è appoggiato agli istinti peggiori della paura e di certa destra per giustificare il proprio operato e addirittura andarne fiero.

“In qualche modo bisogna pur fare”, hanno scritto gli editorialisti da bar sport sempre alla ricerca dell’applauso facile. E se in quel “qualche modo” ci scappa il morto o qualche iniezione di denaro a clan non proprio convenzionali, Minniti e i suoi sgherri insistono nel dire che ne vale la pena.

Ora scrive il commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muiznieks, direttamente al ministro: “Le sarei grato”, si legge, “se potesse chiarire che tipo di sostegno operativo il suo governo prevede di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali, e quali salvaguardie l’Italia ha messo in atto per garantire che le persone salvate o intercettate non rischino trattamenti e pene inumane, e la tortura”. E poi: “A questo proposito la mia attenzione si è concentrata su un cambiamento nelle operazioni nel mar Mediterraneo dell’Italia. Per quello che so, il governo italiano, sull’invito del governo libico, ha schierato navi nelle acque territoriali libiche, con l’obiettivo dichiarato di aiutare le autorità libiche a frenare il flusso dei migranti”.

E proprio nella lettera del Consiglio d’Europa c’è il punto fondamentale: citando la sentenza della Corte europea dei diritti umani del 2012 (Hirsi Jamaa and others v.Italy) con cui l’Italia venne condannata per i respingimenti in Libia si ricorda a Minniti che “la Corte ha stabilito che le difficoltà degli stati membri di fronte all’aumento dei flussi migratori dal mare non può esimere uno stato dai suoi doveri contenuti nell’articolo 3 della Convenzione, che proibisce di esporre le persone alla tortura o a trattamenti inumani e degradanti o punizioni.”

Chissà se risponde Minniti. Chissà che risponde Minniti.

Buon giovedì.

(continua su Left)

Hate speech. Laura Boldrini: «Non mi faccio intimidire»

Raggiungo la presidente della Camera Laura Boldrini di ritorno da un incontro con un liceo a Trieste,“rigenerata”, come dice lei stessa, dalla passione dei “tanti giovani presenti”. “Ho avuto la possibilità di parlare al liceo di Giulio Regeni ed è stata una bella mattinata: mi hanno regalato una Costituzione trascritta a mano da loro, in segno di vicinanza per le battaglie che porto avanti. Dicendomi che non me l’hanno regalato come Presidente della Camera ma come Laura Boldrini perché mi hanno detto che non devo sentirmi sola. Ed è una grande soddisfazione”.

Allora, Presidente, non resta che aspettare che diventino loro classe dirigente…

Gli ho detto proprio questo: devono mettere in atto il cambiamento che vorrebbero vedere e quindi partecipare, dare corpo alla Costituzione. Non possono rimanere passivi: devono essere capaci di determinare il loro presente e il loro futuro. Serve un orizzonte alto per cui vivere, altrimenti la vita è una miseria.

A proposito di diritti e orizzonti: ha destato molto scalpore la sentenza del Tribunale di Torino che ha assolto un uomo accusato di stalking grazie alla sua “condotta riparatoria” e ai 1500 euro che ha versato alla vittima. Partendo da qui, come giudica l’attenzione della politica per la violenza sulle donne (in tutte le sue forme)?

Intanto mi faccia dire che quella sentenza ha messo in evidenza una falla che è riconducibile alla riforma penale: lo stalking non doveva essere tra i reati estinguibili con l’equo indennizzo. Capisco bene perché questa ragazza abbia rifiutato il denaro: è umiliante anche la sola idea. Uno che ti stalkerizza è uno che ti rovina l’esistenza, che provoca ansia, angoscia, controllo e tutto questo non si cancella con il denaro; qui serve giustizia. Io penso che si debba rimediare il prima possibile: già due settimane fa, sulla scia degli ultimi femminicidi e stupri avevo sentito il dovere di rivolgermi alle forze politiche per colmare le lacune che erano emerse nelle recenti norme contro la violenza. Evidentemente se le donne continuano a morire per mano di uomini che erano già stati denunciati c’è qualcosa che non va.

Ci sono state risposte?

La gran parte dei partiti ha risposto. Ma c’è un ma: hanno risposto solo le deputate, come se la violenza sulle donne non fosse un gigantesco problema maschile. Io non mi capacito sul perché i politici uomini non sentano il bisogno di fare proprio questo tema. Delegano alle donne, eppure il problema è tutto maschile. Dovrebbero essere loro in prima linea. Questo è il cambiamento che mi attendo che avvenga nel nostro Paese.

Anche perché sembra che il problema delle donne in questo Paese non si riduca solo alla violenza, no?

Certo. Pensiamo alle donne sul lavoro: il 49% delle donne ha un lavoro ma l’altro 51% non è che non lo vorrebbe, non riesce ad ottenerlo. Poi, il Fondo Monetario Internazionale – non stiamo parlando di una Og di attiviste – dice che se le donne lavorano la produttività aumenta e dice che l’Italia perde svariati punti di Pil perché non stimola il lavoro femminile. E anche di questo non si parla. Noi siamo a crescita demografica sotto zero perché le donne se non lavorano non fanno figli. E poi c’è la rappresentazione mediatica della donna nella nostra società, che è quantomeno imbarazzante rispetto agli altri Paesi europei: spesso le ragazze per apparire in Tv devono essere seminude e mute, come se non avessimo giovani scienziate, matematiche, fisiche letterate o artiste. Anche questo è un grande tema politico. E poi c’è la questione della rappresentanza politica: in Italia a differenza che in Germania e nel Regno Unito ad esempio, non ci sono leader donne, tranne il caso di Giorgia Meloni. E questo lo dico soprattutto alla sinistra. Negli ultimi tempi ci sono stati incontri, vertici e fotografie con la pressoché totale assenza di donne. Ho lavorato per 25 anni in ambito internazionale e la parità di genere era un criterio tenuto in gran considerazione, anche nei convegni una delle prime cose di cui ci si preoccupava era l’equilibrio tra il numero di relatrici e relatori.

A proposito di violenze, ha fatto molto rumore la sua campagna contro l’hate speech in rete e la sua decisione di ribellarsi agli odiatori seriali. Quali sono i risultati? Quali sono le iniziative che dovrebbero intraprendere Facebook e simili?

Innanzitutto mi faccia dire che i risultati sono molto buoni. Io ho pensato a lungo all’opportunità di denunciare, l’ho maturata con il tempo perché vedevo che non farlo era come autorizzare il peggio: i cattivi maestri non si stancavano di fomentare l’odio e quindi a un certo punto ho pensato che fosse mio dovere – non solo diritto – denunciare. E da quando ho iniziato a farlo – perché in uno Stato di diritto non si risponde all’odio con l’odio ma lo si fa con la legge e i social media non sono al di fuori della legge – è crollato il numero delle sconcezze, delle volgarità e delle minacce. Io non abbasserò mai la testa, mai. Ora gli haters sono in ritirata, questa gentaglia può essere rimessa al proprio posto: continuo a firmare tantissime querele con mia grande soddisfazione.

Ma esiste un problema di comportamenti sulla rete?

La rete è uno spazio troppo importante per lasciarlo in mano ai violenti. Ognuno di noi deve assumersi la propria responsabilità. I grandi social dovrebbero fare di più, almeno per essere coerenti con quello che dicono. E invece nel nostro Paese lesinano risorse e presenza fisica: laddove non c’è un investimento in risorse umane non c’è nemmeno la possibilità di intervenire prontamente di fronte all’odio, di cancellare i messaggi, di fare azioni di contrasto. Io rimprovero a Facebook e agli altri di non investire: fanno un sacco di soldi, noi in Italia abbiamo 30 milioni di utenti, e cosa aspettano ad aprire un ufficio qui? Oltre al fatto che dovrebbero cominciare a pagare le tasse nei Paesi in cui fanno business: è inaccettabile una situazione di questo genere ed è una scorrettezza nei confronti delle aziende tradizionali che invece pagano le tasse dove fatturano. È una questione di giustizia sociale. Alla base imponibile mancano tra i 30 e i 32 miliardi di euro. Vale a dire circa 5/6 miliardi di tasse. Questi soldi potrebbero essere utilizzati per aumentare il numero di famiglie che hanno diritto al reddito di inclusione. Bisogna essere più esigenti con i giganti del web.

Nelle nostre interviste spesso ci interroghiamo sul fatto che “essere buoni” (meglio: buonisti) sia diventato terribilmente fuori moda come se la solidarietà, la bontà e la gentilezza siano “debolezze” imperdonabili. Che ne pensa?

Rivendico la centralità di questi valori perché sono gli unici che garantiscono a una società di reggersi. Da anni stiamo assistendo all’esproprio del senso profondo delle parole. C’è chi cerca di alternare il significato per proporre un modello improntato alla ferocia, all’ostilità reciproca. Tutto questo viene fatto senza che nessuno si opponga: addirittura quel modello lo si acquisisce. Una vera debacle politico-culturale. Che il termine buonista rappresenti un disvalore ne è la conferma. Mi chiedo: si vivrebbe forse meglio in una società cattiva e egoista? Essere buonista non significa essere fesso o voler far del male ai propri simili a vantaggio di altri. Questo è sbagliato, un’alterazione di senso. Bisogna essere più assertivi, respingere queste interpretazioni linguistiche e rivendicare certi valori con forza e a testa alta.

Possiamo dire che la sinistra ha le sue responsabilità da questo punto di vista?

Certo! Possiamo dirlo. Il linguista statunitense Lakoff dice di “non rincorrere l’elefante”, e lo dice ai democratici per invitarli a non rincorrere i repubblicani: quello che sta accadendo è proprio questo ed è un grande errore politico.

Ma su questo non crede che si senta anche la mancanza di intellettuali?

È una categoria che forse ha un po’ “mollato” dal punto di vista dell’influenza politica, come se si fosse rotto un patto, come se ci fosse uno scollamento. La politica invece ha bisogno della cultura, delle idee e delle prospettive. Ed è per questo che ho aperto Montecitorio a tante iniziative culturali.

Lei è quotidianamente bersaglio di un certo giornalismo che la “usa” per improbabili tesi di “sostituzione etnica” e altro. Gli attacchi, spesso, sono sul suo essere donna piuttosto che sulle sue tesi politiche. Come convive con questo stillicidio? Crede che l’Ordine dei giornalisti dovrebbe intervenire più duramente?

Cerco di non farmi rovinare la giornata da tutto questo né tantomeno mi faccio intimidire. Ma qui non siamo nel giornalismo: siamo nell’ambito molto torbido del fango e dell’invenzione che ha come obiettivo quello di rovinare la reputazione delle persone. Sono imprenditori della disinformazione, sono specialisti dell’imbroglio. In un Paese normale tutto questo non dovrebbe andare sotto l’egida del giornalismo. L’Ordine dovrebbe almeno tutelare la categoria che rappresenta dai mistificatori di professione. Perché le falsità e le invenzioni contro di me non dovrebbero essere solo un mio problema, ma di tutti. C’è un inquinamento dell’intero sistema mediatico e a rimetterci sono i cittadini e il loro diritto a una corretta informazione.

Diceva Pasolini che i diritti sono quasi sempre quelli degli altri. Forse la disperazione del momento sta spingendo molti a credere che i diritti degli altri debbano per forza incidere sui propri. Così anche la battaglia per lo Ius soli è diventata una narrazione tutta fondata sulla paura. Come invertire la rotta?

Intanto la definizione di Ius Soli è già un equivoco. Non si tratta di questo. Nella legge esiste una serie di condizioni che devono essere rispettate: è una legge equilibrata, fatta a tappe. Dovrebbe essere vista come il giusto compromesso di esigenze diverse. E invece passa la narrazione fuorviante che tutti quelli che arrivano in Italia diventano italiani. La si racconta per creare paura. Io penso che bisogna spiegare questo provvedimento attraverso i principi e i valori che contiene: solo così si capirebbe che è una questione di giustizia. Parliamo di figli che vanno a scuola con i nostri figli, che conoscono l’italiano come noi e che considerano questo Paese il loro Paese. Come si rende una persona capace di dare il meglio? Quando la si include. Quando la si rende parte di una comunità. E quindi, se la politica è l’arte del futuro, questa legge s’ha da fare.

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