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Politica

Il Pd in Sicilia è un manifesto politico

Dimmi chi candidi e ti dirò chi sei. Dovrebbe funzionare così se non fosse che i candidati a sostegno di un aspirante presidente (o sindaco o addirittura premier) di solito vengono vissuti come un “fastidio obbligatorio”. Ogni volta la stessa storia: dicono che sono tutti incensurati, che hanno firmato un certo patto etico e tutte quelle altre cose. Eppure i candidati in Sicilia a sostegno di Fabrizio Micari sono il manifesto di una scelta politica che sì accade in Sicilia eppure somiglia così tanto anche al piano nazionale che è stato (e forse che sarà).

C’è l’assessore uscente del governo Crocetta, Alessandro Baccei, lo stesso che Renzi aveva voluto spedire in Sicilia (sì, sì, è fiorentino, lo scrivo per i malpensanti, che ogni tanto a malpensare ci indovinano) commiserando di fatto il governatore siciliano. Dice il Pd che il nuovo progetto per la nuova Sicilia «deve essere in netta discontinuità con il governo Crocetta» e quindi hanno pensato bene di candidare il suo assessore. Niente male.

Candidano anche Vincenzo Vinciullo che nell’assemblea regionale ci è entrato alle ultime elezioni sotto la bandiera del Pdl e ora leader degli alfaniani. Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

C’è Valeria Sudano, entrata in consiglio regionale con il “Cantiere popolare” del ministro Romano (sì, proprio lui) per poi transitare dalle parti dell’Udc e infine ovviamente approdare al Pd. Valeria Sudano, manco a dirlo, è una dei delfini preferiti dall’ex presidente Totò Cuffaro: «Li ho tirati su io, come la mia amica Valeria Sudano», ripete fiero Vasa Vasa.

E poi c’è quel Nicola D’Agostino che è stato il capogruppo di Mpa (il partito di Raffaele Lombardo, sì, proprio lui).

Micari si dice soddisfatto di avere composto le liste in fretta e con serenità.

Ottimo. Contento lui.

Buon giovedì.

 

(continua su Left)

“Qualche volta nel cuore abbiamo spazio per più di una persona”: l’intervista a Max Lobe

Una bella intervista de Il Libraio allo scrittore Max Love, da leggere (fonte):

 

Ci tolga una curiosità: la Svizzera è davvero il paese civile che ci aspettiamo. O c’è razzismo?
“Non direi, ma non mi piace usare la parola razzismo. Se voglio crescere, ed evolvere come persona, non ci devo pensare: il problema non è mio, ma di chi ha atteggiamenti razzisti e discriminatori”.

Tuttavia non può negare che in alcuni casi può essere difficile passarci sopra…
“Sono arrivato in Svizzera quattordici anni fa per frequentare l’Università e riunirmi con parte della mia famiglia. Si è trattato di un inizio difficile, è vero: ero l’unico nero nel mio corso di studi a Lugano. In quel momento mi sono reso davvero conto di essere nero. In Camerun si può essere di etnie diverse, ma il colore della pelle è lo stesso. In Svizzera mi sono sentito diverso”.

Nei suoi libri mantiene un contatto con l’Africa?
“Il mio primo libro, ancora inedito in Italia, parla del traffico delle donne che dall’Africa arrivano in Europa con false promesse di lavoro e poi si ritrovano sfruttate dal racket della prostituzione. Si intitola 39 Rue de Berne, che è un indirizzo vicino a dove abito, in un quartiere che si potrebbe definire a luci rosse. La Trinità bantu, invece, l’ho scritto piangendo, perché prende spunto da un momento molto triste”.

Ce lo può raccontare?
“Mia madre era malata di cancro alla gola e dal Camerun è venuta in Svizzera per farsi curare. In pratica è quello che accade anche alla madre del protagonista del romanzo. Mi capita spesso di prendere spunto da avvenimenti che sono realmente accaduti. Ne La trinità bantu, in particolare, ho voluto raccontare un periodo difficile che ho provato sulla mia pelle”.

Oltre che di malattia, nel libro si parla anche di razzismo e disoccupazione…
“La disoccupazione l’ho sperimentata dopo l’Università; nonostante un master, per quasi un anno non ho trovato lavoro. In un paese come la Svizzera, dove il tasso di disoccupazione è bassissimo, essere tra i pochi senza un lavoro è davvero dura. Ancora di più se avviene in un contesto in cui non ci si sente supportati; nel caso del mio romanzo, in un momento in cui si fanno sentire intolleranza e razzismo. Ecco, ho voluto unire tre diversi tipi di cancro: la malattia, la disoccupazione e l’estremismo di destra”.

Parlando di estremismo di destra, proprio in questi giorni in Germania l’AfD si è confermata terza forza politica del paese: in Svizzera potrebbe accadere qualcosa di simile?
“Il sistema politico elvetico è differente, quindi è molto difficile che un personaggio à la Marine Le Pen salga al potere. Tuttavia è anche vero che nel 2007 c’è veramente stata una campagna promossa dall’estrema destra in cui le ‘pecore nere’ venivano cacciate da quelle bianche (episodio ripreso anche ne La trinità bantu, ndr) e che anche in questo caso abbiamo avuto un politico abbastanza controverso come Christoph Blocher”.

Su scala mondiale, infatti, i movimenti di estrema destra avanzano…
“La ripartizione della ricchezza sproporzionata tra nord e sud del mondo è alla base di questa tendenza: chi è ricco ha paura di perdere i propri privilegi e quindi, di fronte all’immigrazione, vede negli estremismi la soluzione più semplice. In realtà c’è bisogno di riflettere e trovare altre risposte: per fortuna molta gente lo sa e per questo mantiene una posizione più moderata”.

Tornando al romanzo, c’è un altro tema di cui non abbiamo ancora discusso: l’omosessualità. Cosa significa essere africano e gay?
“In Camerun è illegale essere gay. Ma fin dal mio primo romanzo, 39 Rue de Berne, ho scelto un protagonista omosessuale e africano. Ho voluto rivendicare quello che sono e dimostrare che è normale, è parte della vita. Ne La trinità bantu ho perfino creato una relazione a tre: qualche volta nel cuore abbiamo spazio per più di una persona”.

Precarietà? Ce n’è per tutti. Alessandro Robecchi sull’ultimo libro di Marta Fana

(Alessandro Robecchi per Il Fatto Quotidiano, fonte)

 

Nel paese dell’emerganza-lavoro solenne e costante, di lavoro si parla poco, e soprattutto male. Ognuno di noi è abituato al balletto delle cifre ogni volta che esce un dato Istat, una sberla Ocse, una previsione sballata. Sotto – sotto la coltre fumosa dello snocciolamento quotidiano di parole e propaganda – c’è il baratro, cioè la condizione del lavoro oggi in Italia. Marta Fana, giovane dottore di ricerca in economia a Science Po, a Parigi (la leggete ogni tanto anche su questo giornale) si mette a scavare lì dentro. L’avevamo conosciuta come puntuta scrutatrice di cifre, allorché – col Jobs act operativo da pochi mesi – il ministro del lavoro Poletti aveva sparato cifre paradossali, lei le aveva pubblicamente smentite, e dal ministero arrivarono balbettanti richieste di perdono.

Ma qui Fana fa un’altra cosa, ci racconta quel che del lavoro non si dice quasi mai: non solo i suoi numeri, già deprimenti, ma la sua qualità, anzi la sua perdita di qualità. Esce in questi giorni Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza), e il titolo dice la tesi. Ma è la sua dimostrazione che lascia basiti. Perché Fana mette in fila tutti i vagoni di un trenino che corre velocissimo – da decenni – verso l’impoverimento del lavoro: un preciso, costante e lucidissimo disegno di proletarizzazione dei lavoratori italiani. Deregolamentazioni, esternalizzazioni, privatizzazioni di servizi, perfetta aderenza del lavoro precario alle esigenze contingenti delle imprese, ricatti, rimodulazioni al ribasso dei contratti. Dai modernissimi stabilimenti di Marchionne, con Renzi in gita scolastica, alla fabbrichetta piccola o piccolissima. Fino al lavoro gratis. Fino al grottesco, gogoliano paradosso dei lavoratori della Biblioteca Nazionale di Roma, che, pagati in rimborsi spese, racimolano scontrini al bar per avere i loro quattrocento euro di non-salario. Fana ci mostra che dietro le legislazioni, i commi, le riforme cantate con enfasi epica, ci sono le storie e le vite. C’è Chiara col contratto da cassiera all’ipermercato che dopo il turno deve pulire i cessi, e lo fa per tenersi il lavoro. C’è l’inferno del settore della logistica che contrappone i diritti del consumatore (l’ho ordinato oggi e lo voglio domani!) a quelli del lavoratore sempre più strizzato da contratti prendere-o-lasciare.

Chiunque legga questo libro può scegliere in quale vagone del trenino accomodarsi: quello del lavoro a chiamata, quello degli straordinari non pagati, del demansionamento, del ricatto contrattuale, delle cooperative aperte e chiuse per dribblare le leggi. Il massimo ribasso è l’unica carta che vince e a ribassare sono salari e diritti. Se cercate paradossi e anime morte siete nel posto giusto, fino all’assurdo: il grande call center Almaviva che trasloca in Romania e licenzia in Italia, ma continua a vincere commesse pubbliche.

Detto così sembra uno stillicidio, ma visto il disegno complessivo – anche per la scorrevolezza e l’ordine con cui l’autrice mette in fila numeri ed esempi – è chiaro che si tratta di una strategia. Un assalto del capitale alla dignità del lavoro, dove i governi, tutti, e gli ultimi più di tutti, hanno tifato per una parte (le aziende); da un lato caricandole di soldi, sgravi fiscali, regali, sanatorie, dall’altro sgravandole di doveri e obblighi.

Corre più o meno il ventennale di quel governo Prodi (1995-98, ministro del lavoro Treu) che per primo parlò di flessibilità. In vent’anni quella parola si è gonfiata in modo abnorme, e la discesa agli inferi del lavoro è stata sempre più veloce.

I famosi voucher, sperimentati nel 2008 “nell’ambito dell’esecuzione di vendemmie di breve durata” (ahahah, ndr) sono stati progressivamente liberalizzati per ogni sorta di occupazione fino al record (regnanti Renzi e Poletti) di 69 milioni. Niente male per una vendemmia di breve durata. Poi, tranquilli, se il voucher zoppica o viene ridimensionato, ecco che aumenta il lavoro a chiamata, perché le modalità di flessibilizzazione e di scippo dei diritti sono infinite, loro sì, flessibilissime.

Non è (solo) un libro per economisti, questo combattivo pamphlet di Marta Fana, ma un libro per lavoratori. Nel paese che cita il lavoro nel primo articolo della sua Costituzione, il canto costante è che il lavoro “non c’è”. Però è lo stesso posto dove si chiede e si impone di lavorare gratis: stages, simil-volontariato, alternanza scuola-lavoro, per cui le cifre della disoccupazione fanno tremare le vene ai polsi, ma il panino all’autogrill magari te lo scalda uno studente dell’istituto tecnico, qualche stipendio risparmiato per l’azienda he lo “ospita”. Il tutto con spaventevoli ricadute culturali, ovvio, sul lavoro come merce degradata e degradabile, una svalutazione professionale e umana che riguarda tutti. Una fotografia, insomma, lo stato dell’arte qui e ora, dove la parola “sacrifici” risuona instancabile da Lama alla Fornero, da Berlusconi a Renzi nella vera continuità politica del paese: quella di umiliare il lavoro.

Ebbene sì: anche Salvini e Maroni hanno usato i soldi rubati da Bossi

(un pezzo da leggere con attenzione e ritagliare di Giovanni Tizian e Stefano Vergine per l’Espresso)

 

Cinque anni fa, quando tutto ebbe inizio, Umberto Bossi usò un’immagine biblica per spiegare il suo intento. «Ho fatto come Salomone: non ho voluto tagliare a metà il bambino», disse mentre si apprestava a lasciare le redini del partito a Roberto Maroni.

Erano i giorni in cui i giornali pubblicavano le prime notizie sullo scandalo dei rimborsi elettorali leghisti, quelli incassati gonfiando i bilanci e usati per pagare le spese personali del Capo e della sua famiglia, come la laurea in Albania del figlio Renzo o le multe del primogenito Riccardo.

Il senso della metafora bossiana era chiaro: piuttosto di dividere la Lega tra chi sta con me e chi contro di me, il Senatùr si diceva pronto a lasciare pacificamente il potere al suo storico rivale. Da allora in poi l’intento di chi è succeduto a Bossi, prima Maroni e oggi Salvini, è sempre stato quello di differenziarsi, di creare compartimenti stagni tra il partito dell’Umberto e quello di oggi, tanto che all’ultimo raduno di Pontida al fondatore non è stato nemmeno concesso il tradizionale discorso dal palco.

Gli immigrati al posto dei meridionali, il nazionalismo in sostituzione del secessionismo. Pure un nuovo marchio, Noi con Salvini, dotato di satelliti sparsi dal Centro al Sud e rappresentato da personaggi della destra, come in Calabria, o vecchi democristiani votati all’autonomia, come in Sicilia. Nuovi volti (per modo di dire) e nuovi ideali sostenuti con forza proporzionale all’incedere delle inchieste giudiziarie sui fondi elettorali.

Se è vero che negli ultimi anni molto è in effetti cambiato all’interno del Carroccio, c’è qualcosa che è rimasto segretamente invariato. Roberto Maroni preferisce non dirlo, Matteo Salvini lo nega categoricamente. Insomma, gli eredi del Senatùr sostengono di non aver visto un euro di quegli oltre 48 milioni rubati da Bossi e Belsito. «Sono soldi che non ho mai visto», ha scandito di recente l’attuale segretario federale commentando la decisione del Tribunale di Genova di sequestrare i conti correnti del partito dopo la condanna per truffa di Bossi.

I documenti ottenuti da L’Espresso dimostrano però che esiste un filo diretto tra la truffa firmata dal fondatore e i suoi successori. Tra la fine del 2011 e il 2014, infatti, prima Maroni e poi Salvini hanno incassato e usato i rimborsi elettorali frutto del reato commesso dal loro predecessore. E lo hanno fatto quando ormai era chiaro a tutti che quei denari rischiavano di essere sequestrati.

Per scoprire i retroscena di questo intrigo padano bisogna tornare al 5 aprile del 2012. E tenere a mente le date. Quel giorno, a poche ore dalla perquisizione della Guardia di Finanza nella sede di via Bellerio, a Milano, Bossi si dimette da segretario del partito. È la prima scossa del terremoto che sconvolgerà gli equilibri interni alla Lega.

A metà maggio diversi giornali scrivono che a essere indagato non è solo il tesoriere Francesco Belsito, ma anche il Senatùr. Il reato ipotizzato è quello di truffa ai danni dello Stato in relazione ai rimborsi elettorali. Il primo di luglio Maroni viene eletto nuovo segretario del partito. E quattro mesi dopo, il 31 ottobre, passa per la prima volta alla cassa. Come certifica un documento inviato dalla ragioneria del Senato alla Procura di Genova, quel giorno l’attuale governatore della Lombardia riceve 1,8 milioni di euro. È il rimborso che spetta alla Lega per le elezioni politiche del 2008, quelle vinte da Berlusconi contro Veltroni. Il primo di una lunga serie. Da qui in poi a Maroni verranno intestati parecchi bonifici provenienti dal Parlamento.

A fine 2013, cioè al termine del mandato di segretario, Bobo avrà così ricevuto 12,9 milioni di euro. Tutti rimborsi relativi a elezioni comprese tra il 2008 e il 2010, quando a capo del partito c’era Bossi e a gestire la cassa era Belsito. Insomma, proprio i denari frutto della truffa ai danni dello Stato.

Che cosa cambia quando Salvini subentra a Maroni? Niente, se non le cifre. A metà dicembre del 2013 Matteo viene eletto segretario del partito. L’inchiesta sui rimborsi elettorali intanto va avanti, e a giugno del 2014 arrivano le richieste di rinvio a giudizio: i magistrati chiedono il processo per Bossi. Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, Salvini incassa 820mila euro di rimborsi per le elezioni regionali del 2010. Perché allora il segretario della Lega e aspirante candidato premier per il centro-destra continua a sostenere che lui quei soldi non li ha mai visti? E se li ha visti, come poteva non sapere che erano frutto di truffa?

Due mesi dopo aver incassato gli oltre 800 mila euro, Salvini e la Lega si costituiscono infatti parte civile contro i compagni di partito. Si sentono vittime di un imbroglio, di una truffa che ha sfregiato il vessillo padano. E vogliono essere risarciti. La nuova dirigenza è dunque consapevole della provenienza illecita del denaro accumulato sotto la gestione di Bossi. Ma il 27 ottobre, solo venti giorni dopo l’annuncio di costituirsi parte civile, Salvini fa qualcosa che appare in netta contraddizione con quella scelta: ritira altri soldi. Questa volta la somma è piccola, poco meno di 500 euro: l’ultima tranche di rimborso per le elezioni regionali del 2010.

La sostanza però non cambia. Sono denari ottenuti con la rendicontazione gonfiata firmata da Belsito. Fatto di cui a quel punto è dichiaratamente convinto anche Salvini. Il quale, due giorni dopo l’ultimo prelievo, riceve persino una lettera dallo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì. «Ti diffido dallo spendere quanto da te dichiarato corpo del reato», si legge nella missiva con la quale la vecchia guardia lancia un messaggio chiaro al nuovo gruppo dirigente: voi ci accusate di aver rubato quattrini, allora sappiate che i soldi che avete in cassa sono il profitto della truffa, e usarli vuol dire diventare complici del reato.

Il denaro, più che l’ideologia, è dunque il collante tra l’epoca di Bossi, l’interregno di Maroni e il presente firmato Salvini. Le tre età del partito della Padania intrecciate attorno a una vicenda che tutti vogliono dimenticare in fretta. Talmente in fretta da ritirare persino la costituzione di parte civile davanti al giudice.

Già, perché solo un mese dopo essersi dichiarato vittima della truffa targata Bossi-Belsito, Salvini fa marcia indietro. Come a dire: chiudiamola qua, scordiamoci il passato e andiamo avanti. Una scelta travagliata, non da tutti condivisa. All’interno della Lega, infatti, nei primi mesi del 2014, c’era chi voleva mostrare pubblicamente la rottura col passato. Altri, invece, parteggiavano per la politica della rimozione. In questo contesto matura l’accordo di conciliazione”con l’avvocato di Bossi, nel quale la Lega rinuncia a costituirsi parte civile. A un patto però: il legale di fiducia del Senatùr avrebbe dovuto accantonare ogni pretesa di denaro che il partito gli doveva, circa 6 milioni di euro. Infine, a Bossi sarebbe andato un lauto vitalizio.

Tutto risolto, dunque? Macché. Salvini e Maroni vengono meno al patto. E danno mandato all’avvocato Domenico Aiello, legale del governatore lombardo, di procedere con la costituzione di parte civile. Uno smacco al vecchio amico Bossi, a cui poco dopo segue un altro colpo di scena. A novembre durante l’udienza preliminare contro B&B, Aiello ritira l’atto di costituzione. In pratica la Lega non chiede più i danni per la truffa. Un’idea di Salvini, motivazione ufficiale: «Non abbiamo né tempo né soldi per cercare di recuperare soldi che certa gente non ha», spiegò l’europarlamentare appena eletto segretario del Carroccio. Una mossa che sorprese persino il governatore della Lombardia, Maroni, che con Aiello aveva fatto il possibile per chiedere i danni agli imputati leghisti.

La sensazione di chi il partito lo frequenta da venti e passa anni è che sia stata una ritirata strategica, per rappacificare le opposte fazioni ed evitare rivelazioni scomode. Soprattutto in merito ai soldi lasciati in cassa da Bossi, quelli finiti al centro delle inchieste di tre procure.

I bilanci della Lega raccontano, infatti, meglio di qualsiasi dichiarazione politica che cosa è successo in questi anni ai soldi dei Lumbard, o meglio di tutti i contribuenti italiani. Il primo dato evidente è che le cose andavano molto meglio, almeno dal punto di vista finanziario, quando sulla plancia di comando c’era Bossi. Con lui al vertice i bilanci degli ultimi anni si sono infatti chiusi sempre in positivo. Le cose cambiano nel 2012, quando arriva Maroni: per la prima volta la Lega chiude i conti in rosso, con una perdita di 10,7 milioni di euro. L’anno seguente, il primo interamente firmato da Bobo, le cose vanno persino peggio: il bilancio evidenzia una perdita di 14,4 milioni. Colpa della diminuzione dei rimborsi elettorali e del calo delle donazioni private, si legge nei resoconti padani. Ma non è solo questo.

Nonostante i dipendenti diminuiscano, i costi sostenuti dalla Lega aumentano. In particolare alcune voci, come quella denominata “spese legali”, per cui il partito arriva a sborsare oltre 4,3 milioni di euro tra il 2012 e il 2014. Un bella somma, oltretutto senza neppure essersi costituita parte civile nel processo contro Bossi e Belsito.

Com’è possibile allora aver speso tutti quei soldi in avvocati? I bilanci non lo spiegano, ma un documento ottenuto da L’Espresso aiuta a capire meglio come sono andate le cose. È un contratto datato 18 aprile 2012. Bossi si è dimesso da due settimane e il Carroccio è retto dal triumvirato Maroni-Dal Lago-Calderoli. Sono loro ad affidare la consulenza legale allo studio Ab di Domenico Aiello, già avvocato personale di Maroni e in ottimi rapporti con il magistrato milanese che sta seguendo l’inchiesta, Alfredo Robledo. Nel contratto si specifica che la consulenza riguarderà proprio i procedimenti penali che coinvolgono Bossi e i rimborsi truccati. Si tratta delle indagini in corso a Milano, Napoli, Genova e Reggio Calabria, ciascuna segnalata con il relativo numero di fascicolo.

Un lavoro ben pagato: per Aiello la tariffa sarà di 450 euro all’ora, costo che sale a oltre 650 euro se si aggiungono – come da prassi – spese generali, contributi previdenziali e imposte. Insomma non male per l’avvocato calabrese che, qualche anno dopo, Maroni piazzerà nel consiglio d’amministrazione di Expo, mentre la moglie, Anna Tavano, finirà per un periodo in Infrastrutture Lombarde, società controllata direttamente dalla Regione.

Va detto che Aiello, così come la moglie, ha un curriculum di tutto rispetto. Tra i suoi clienti più celebri, oltre a Bobo Maroni spicca l’ex presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua. Poi ci sono gli incarichi negli organismi di vigilanza: Consip, Siemens, Conbipel, Veolia e la Sparkasse di Bolzano. In quest’ultima banca il presidente del Consiglio di amministrazione si chiama Gerhard Brandstätter. Brillante avvocato del Sudtirolo, che con Aiello, nel 2011, ha fondato lo studio associato AB, lo stesso scelto dalla Lega.

Con Maroni traghettatore, le camice verdi apriranno anche un conto “easy business” e un conto deposito presso la banca altoatesina, depositando in totale qualche milioncino. È il periodo in cui si tentava di mettere al sicuro il patrimonio del partito, dalle cordate bossiane e forse anche dai giudici. Matura così l’idea, poi tramontata, di creare un trust in Sparkasse per blindare quasi 20 milioni.

I bilanci non confermano solo questo. Spiegano anche perché oggi i conti del partito sono a secco. E quale la strategia scelta per evitare il sequestro effettivo dei soldi. Nel 2015, quando è Salvini a comandare, la ricchezza della Lega cala, infatti, vistosamente. Il patrimonio netto passa da 13,1 milioni dell’anno precedente a 6,7 milioni. Il motivo è spiegato chiaramente nella relazione sulla gestione finanziaria: i soldi del partito sono stati trasferiti alle sezioni locali, 13 in tutto, dotate nel frattempo di codici fiscali autonomi.

È così ad esempio che due giorni prima di Natale la sezione Lombardia, fino ad allora sprovvista di risorse finanziarie, diventa titolare di un patrimonio da 2,9 milioni di euro. Custoditi per lo più su conti correnti bancari e postali. Una partita di giro, insomma. Il risultato? Al termine del 2016 la Lega aveva una disponibilità liquida di soli 165mila euro, mentre le sue 13 sezioni locali messe insieme registravano somme per 4,3 milioni. La nuova architettura finanziaria non ha però impedito ai magistrati di sequestrare le ricchezze del Carroccio. Come ha dichiarato lo stesso Salvini, al momento non è stato bloccato il conto corrente della Lega nazionale, ma quelli delle sezioni locali. «Un punto su cui daremo battaglia in sede legale», assicura una fonte del Carroccio che non vuole essere nominata.

C’è però ancora una questione da risolvere. Il tribunale di Genova, nei giorni scorsi, ha deciso di bloccare il sequestro. I giudici hanno annunciato di aver congelato poco meno di 2 milioni. Eppure, come detto, alla fine dell’anno scorso sui conti della Lega c’erano 4,3 milioni. Mancano dunque all’appello oltre 2 milioni. Possibile che la Lega li abbia spesi in questo 2017. O anche che siano stati trasferiti su altri conti. Un’ipotesi, questa, impossibile da verificare. Perché “Noi con Salvini”, il movimento creato tre anni fa dal nuovo leader del Carroccio per conquistare il Centro-Sud, non ha mai pubblicato un bilancio.

Dubbi e interrogativi sollevati dai nemici interni del leader in felpa. Salvini potrà dire che a lui certe questioni “politichesi” non interessano e che preferisce parlare di immigrazione, euro, lavoro. Ma all’interno del suo partito i bossiani non dimenticano. E i mal di pancia iniziano a diventare veri e propri tumulti silenziosi. Pare che siano persino pronti a muoversi autonomamente per le prossime elezioni politiche. Una forza che ruberebbe al Capitano il 2-3 per cento.

Del resto non è facile disfarsi del Senatur, fu il primo a dare avvio a una tipica usanza leghista: scaricare i compagni di partito che osavano mettere in dubbio la sua autorità. Bossi fece così con l’ideologo della secessione Gianfranco Miglio. Con la stessa moneta lo hanno ripagato Maroni e Salvini. E ora sotto a chi tocca.

Esultanze per un rinvio a giudizio “solo” per falso

Luigi Di Maio scrive: “La Procura ha chiesto di archiviare le accuse a Virginia Raggi per cui la stampa ci ha infangato per mesi”. Omette di dire che è staro richiesto il rinvio a giudizio per falso in atto pubblico.

Virginia Raggi scrive che “la Procura di Roma ha deciso di far cadere le accuse di abuso d’ufficio”. Dimentica di dire della richiesta di rinvio a a giudizio per falso. Anche lei. Tra l’altro la Procura ritiene quelle nomine illegittime pur non intravedendo dolo. L’errore sarebbe per “insipienza” che, evidentemente, è diventata una virtù.

Sotto al suo post i commenti. Alcuni:

“Se di tre reati ne rimane uno, è positivo. E’ innocente fino alla condanna in primo grado.”

“Io sono di Milano e il sindaco e nella merda per Expo eppure si sente solo di te !!!
Forza virgy 🎉“

“Ottimo, ora tenteranno di infagarti con un rinvio a giudizio preventivato dai magistrati di magistratura dem, andrà avanti per tutta la campagna elettorale comprese le politiche.
Faccia il suo corso la giustizia a senso unico, nn abbiamo da nascondere nulla, mentre invece sembra debbano nascondere molto il PD di Sala e le varie collusioni mafiose di quest’ultimo in tutto il Paese, in ultima la Sicilia con liste spudoratamente di condannati o figli di mafiosi o collusi con Cosa Nostra.”

“Con un irrisorio falso ideologico fa proprio una brutta figura con i suoi predecessori con le loro amministrazioni, arresti x mafia, corruzione…
Vai avanti Virginia, devono rosica’, ora più che mai”

“Comunque non aspettiamoci scuse, pentimenti, applausi, riverenze, congratulazioni…un servilismo mediatico tragicomico come il nostro, non prevede contrizione; è programmato per sputtanare il M5S sempre, comunque, ad oltranza, oltre lo sfinimento.”

“Non capisco perché tutti si meravigliano perché la sindaca di Roma è stata rinviata a giudizio tutti scandalizzati pronti a puntare il dito ma tutta questa gente fino ad oggi ma dove ha vissuto? Per la prima volta Roma chiude con un bilancio attivo di 64 milioni e la gente sta lì a puntare il dito poveri pidioti!!!!!”

“siamo in guerra contro il sistema corrotto e colluso fino al midollo, un sistema che vuole continuare a magnare, prova ne è le denucie dell’opposizione alla sindaca Raggi colpevole di rispettare le regole e la legalita’.”

“Alla faccia dei “professori” e di chi a Gufato contro… Chi ha affossato Atac e voleva privatizzarla
La faccia come il culo di certi personaggi è incredibile!!!”

“guarda caso però i giornali mettono in risalto prima il rinvio in giudizio per falso e in secondo piano leggendo tutto l’articolo si dà notizia dell’assoluzione per gli altri reati! Sempre così uno schifo!”

“Anche se fossi giudicata colpevole resterai sempre quella che ha fatto qualcosa in più di coloro che hanno rovinato Roma. Bella e brava continua così🌼“

” Cara Virginia, i falsi e corrotti sono sempre attivi. Oggi il tg Studio Aperto come prima notizia ha dichiarato che tu come sindaco di roma sei stata rinviata a giudizio per una accusa che non ho capito quale sia. Perché questo accanimento nonostante la magistratura ti abbia dato ragione?”

“Tutti sapevamo che le accuse era mirate ad infangare Virginia Raggi e il movimento. Avremo perso uno 0,… di fiducia? forse si. Avanti così, alla prossima falsa accusa ci sarà più gente consapevole che l’infame è sempre dietro l’angolo!”

“OGGI QUEST POST E’ PIU’ ADEGUATO CHE MAI…GRAZIE VIRGINIA DI CUORE.HAI SALVATO FAMIGLIE INTERE DI LAVORATORI…ZITTISSERO I PIDDINI..GLI PSEUDO INTELLETTUALI..FINO ALL’ULTIMO DEI TROLL…E ROSICASSERO ALL’INFINITO. W IL M5S W LA RAGGI”

“Io ti avrei creduta anche senza assoluzione. A pelle lo sento che sei una persona onesta. Chi ti butta fango addosso è perché tifa per qualche altro partito a prescindere.”

“Perdonatemi e spero che quello che hanno detto al tg5 sia una notizia fasulla….prprio oggi hanno dato la notizia che la Sindaca Virginia Raggi e indagata per falso dalla magistratura di roma ” e sapiamo benissimo chi sono i magistrati”

“Il problema è che sti infami di giornalisti…compreso quelli di Sky , …hanno dato la notizia come se l’avessero accusata nuovamente!!!!! Andate a rivedervi il TG di Sky….chi non si infornma…chi pende dalle labbra di questi infami “giornalisti”…ha creduto che fosse di nuovo un’accusa !!!! BASTA………..RDI !!!”

“Virginia scusami facci capire, quindi rimane l’unica accusa di falso in atto pubblico per aver dichiarato che avevi deciso da sola ogni dettaglio della nomina di Renato Marra? Cioè davvero i magistrati vogliono perseguirti per questo. È ridicolo, davvero basta un esposto dell’opposizione di questo tenore?”

“Io sono torinese e abbiamo un grave problema piazza san carlo.
Per me lei sig.Raggi è il futuro di roma, ma a qualcuno del potere non le va bene. Daie Forza Raggi.”

“basta fango . basta dare contro a un sindaco solo per ragioni politiche ! deve cadere anche l’accusa di falso . invito i magistrati a lasciar in pace la raggi . basta fango . basta politica mischiata alla magistratura ! lasciate lavorare in pace la sindaca ! non basta ancora ???”

Ed è un peccato.

Buon venerdì.

(PS: per quelli che commenteranno scrivendo “e allora Sala a Milano?” basta farsi un giro su Google. Abbiamo parlato lungamente anche di lui. E ne parleremo ancora.)

 

(continua su Left)

I prezzi stracciati di Ryanair? Li pagano i lavoratori. Ovvio

In un anno più o meno 700 comandanti piloti hanno lasciato Ryanair per andarsi a prendere un posto di lavoro presso le compagnie concorrenti. Per frenare l’emorragia il capo della compagnia irlandese, Michael Hickey, ha spedito a tutti i piloti della compagnia una lettera con cui li invita per quanto possibile a “rinunciare” a dei giorni di permesso nelle prossime settimane (anche per ridurre il “taglio” di voli che sta facendo infuriare i clienti in tutto il mondo) e prova a lisciarli offrendo bonus dai 6 ai 12.000 euro oltre alla promessa di restare almeno per un anno.

E la parola “bonus” suona, ancora una volta, in tutto il suo vuoto sciocco: qui si tratta semplicemente di una crema (che bene venga) all’interno di una compagnia che si è spinta a proporre contratti di lavoro dove dei diritti venivano negati in nome della “politica aziendale”: i piloti Ryanair, per dire, non prevedono né ferie né malattie. E questo estremo tentativo rappresenta semplicemente due aspetti che forse sarebbe bene tenere a mente anche qui da noi, anche e soprattutto in previsione della prossima campagna elettorale.

Primo: i lavoratori, tutti, lavorano dove vengono rispettati e pagati dignitosamente e anche se questo può disturbare i padroni continueranno a cercare sempre un approdo più dignitoso. I voli cancellati da Ryanair in questi giorni non sono banalmente “ferie non pagate” come insistono a dire i vertici dell’azienda ma sono piuttosto il collasso di una società che insiste a voler essere low cost facendo pagare ai lavoratori il prezzo del presunto “risparmio”.

E qui tocchiamo anche il secondo punto: se qualcosa costa poco è perché c’è qualcuno che sta pagando l’abbattimento dei costi e quel qualcuno sono sempre i dipendenti e i collaboratori. E forse varrebbe la pena ricordarsene perché la ricaduta poi, con tutti i suoi diversi giri, arriva in testa a noi anche se continuiamo a disinteressarcene. Sì, anche su di noi. E per questo ci dovrebbe essere una soglia, nel reddito ma anche nel costo orario del lavoro, sotto cui non ci si può permettere di andare. Ed è un compito della politica, questo.

Buon mercoledì.

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Che peccato le “luiginarie” del Movimento 5 stelle

Il Movimento 5 stelle, come qualsiasi altro partito politico, ha tutto il diritto di puntare per le prossime elezioni su chi ritiene più opportuno. Ha tutto il diritto, anche, di scegliere le modalità di selezione della propria classe dirigente e di proporre il proprio metodo utilizzando la narrazione che preferisce. Non ha il diritto però (e questo sembrano in molti a non capirlo) di sottrarsi al giudizio dei propri meccanismi (ebbene sì, anche quelli interni, perché da come gestisci il tuo stesso partito evidentemente si intuisce come potresti gestire una città, una Regione o magari un Paese intero) e le “luiginarie” che porteranno all’incoronazione (bulgara, proprio come le primarie che hanno sempre contestato agli altri) di Di Maio come candidato premier del Movimento 5 stelle sono qualcosa che risulta addirittura contrario al messaggio originario di Grillo e dei suoi. E mi spiace ma no, non ci credo, non posso credere, che la corsa alla premiership del Movimento sia ben accetta dai militanti e dai parlamentari.

Intendiamoci: non è Di Maio il punto. Sono piuttosto quegli altri sette piccoli indiani (sconosciuti e senza nessuna possibilità di vittoria) e l’assenza di qualsiasi altro candidato di peso gli elementi che trasformano queste primarie nell’ennesimo stanco rito di decisioni già prese da altri.

La contendibilità della leadership all’interno di un partito è l’elemento fondante della democrazia. Che piaccia o no. Le incoronazioni o le successioni ereditarie sono altro. Il passaggio tra Casaleggio padre e Casaleggio figlio nei modi non è diverso dal passaggio di consegne di De Luca padre a De Luca figlio e la primarie di Di Maio non sono diverse nei modi dalle contestatissime primarie dell’ultimo Renzi (vi ricordate le accuse di “mancata competizione” per la guida del Pd?) o, per tornare più indietro, a quelle che portarono Prodi alla guida de l’Unione nel 2005. Ha tutto il solito vecchio rancido gusto. Tutto.

Certo, potrebbe essere un sistema per “proteggere” il M5s dalle lacerazioni interne. E viene da chiedersi allora perché non dirlo, semplicemente, senza fingere una competizione aperta che (legittimamente) non si è voluta. Oppure c’è chi dice che in fondo il programma del M5s in realtà ha solo bisogno di un semplice portavoce: sfugge allora perché il personaggio di Di Maio sia stato “costruito” in questi ultimi anni in quegli stessi salotti (televisivi e di potere) così lungamente osteggiati. Poi ci sono quelli che davvero sono convinti e provano a convincerci che si tratti di “primarie aperte” senza tenere conto del fatto che la sovraesposizione mediatica di Di Maio (spinta a mille da Grillo e Casaleggio) possa non confliggere proprio con “l’uno che vale uno”. Basta mettere scritti uno di fianco all’altro Luigi Di Maio a Gianmarco Novi (tanto per citarne uno, tra gli altri contendenti) per rendersi conto che “la rete” no, non ha “sconfitto” la televisione.

Oppure semplicemente i mali della politica in fondo sono comodi. Per tutti. E questa è una brutta notizia, per tutti.

Buone primarie.

Buon martedì.

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L’anima nera che gocciola a Pontida

Non servono articolate analisi politiche. Basta leggere, ascoltare e avere memoria.

C’è l’attivista in prima fila che fiero sfodera il saluto romano (il video è qui) e tutto intorno i suo camerati di partito che se la prendono con i giornalisti.

Ci sono le frasi di Salvini. Ne bastano poche:

«La Lega al governo proporrà un progetto di legge per avere giudici eletti direttamente dal popolo. E chi sbaglia paga. E siccome siamo un movimento nato per la libertà, cancelleremo la legge Mancino e la legge Fiano. Le storie e la legge non si processano»

Oppure:

«Fanno il processo al ventennio mussoliniano – ha aggiunto – e poi si comportano come il regime nel 1925 che imbavagliava chi non la pensava come volevano”. Gli oppositori. Inoltre “quando andremo al governo, daremo mano libera a uomini e donne delle forze dell’ordine per darci pulizia e sicurezza».

E basterebbe tornare al 1994 quando Umberto Bossi, al tempo segretario, durante il congresso disse: “La Lega continua la lotta di liberazione partigiana, mai coi fascisti, mai”. Ecco cos’è cambiato: questa Lega è semplicemente una pozzanghera colata dallo sdoganamento di un fascismo di cui Salvini vorrebbe essere la faccia “moderata”. Vorrebbe fare politica ma è andato a prendersi quel putrido spazio a destra che era stato lasciato scoperto. Tutto qui.

Buon lunedì.

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La colpa è di Cappuccetto Rosso che si ostina ad attraversare il bosco

Quando una reazione, anche se corale, non vi convince allora insistete. Sempre. Perché la coralità spesso potrebbe nascondere comunque una deformazione che forse vale la pena sottolineare, almeno per provare a parlarne. Vi rubo qualche minuto: nella settimana che l’informazione e la politica sta dedicando tutta agli stupri (alcuni più alla colorazione degli stupratori, altri più concentrati su una presunta faciloneria alcolica delle stuprate) le donne (le vittime, poi, a ben vedere) sono scomparse. Non c’è tifo per loro, né da una parte né dall’altra: gli opposti schieramenti si scornano sugli stupratori. Funziona sempre così: gli avvoltoi si cibano con brandelli di pornografia, dandosi di gomito sul cameratismo e fregandosene delle stuprate.

Ma c’è un altro aspetto ancora più inquietante: consapevoli di avere esagerato con le strumentalizzazioni gran parte degli editorialisti ha dedicato la giornata di ieri al finto pietismo e a una diffusa preoccupazione simulata che forse ha fatto ancora di peggio. Sono comparsi, qua e là, addirittura articoli che vorrebbero essere veri e propri «manuali delle buone maniere per non farsi stuprare» come nel caso de Il Messaggero che propone campagne di informazione «per mettere in guardia turiste e studentesse che arrivano per la prima volta a Roma» e altre amenità come il non mettersi «in situazioni pericolose» e la necessità di conoscere «i rischi e le debolezze del destino femminile» come se ancora essere una donna sia una malattia.

In generale, tra certa stampa e certa televisione, gira quest’aria per cui sta alle donne imparare in fretta come stare all’erta (“educhiamo le ragazze alla diffidenza” è il titolo dell’articolo di Valentina Saini per Gli Stati Generali) e imparare come stare alla larga da un delitto da cui conviene stare lontani, mica sradicarlo. Sarebbe come leggere domani un editoriale in cui si consiglia a tutti di non acquistare auto (peggio ancora: belle auto) per poi lamentarsi nel caso di furto; più o meno come mandare in onda un servizio al telegiornale in cui si consiglia di non essere troppo intelligenti per non attirare antipatie; oppure immaginate un processo per omicidio in cui alla vittima viene messa a carico la colpa di essersi fatta ammazzare senza nemmeno un’arma in tasca o almeno un giubbotto antiproiettile.

La colpa, insomma, non è mica del lupo: la colpa è di Cappuccetto Rosso che si ostina ad attraversare il bosco.

Buon venerdì.

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Qualche puntuale precisazione su Scarantino e Di Matteo

Per fortuna c’è Roberto Galullo che prova a rimettere in ordine le cose:

 

Dell’audizione del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo il 13 settembre davanti alla Commissione bicamerale presieduta da Rosy Bindi, ho scritto un pezzo praticamente in diretta il giorno stesso sul sito del Sole-24 Ore(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-09-13/di-matteo-strage-via-d-amelio-mai-entrato-indagini-155547.shtml?uuid=AEJNKNSC&fromSearch).

In sintesi Di Matteo dice, con riferimento a quello che poi si rivelerà essere un falso pentito, vale a dire Vincenzo Scarantino, che «quelle indagini mossero da dichiarazioni e indagini precedenti e dunque si tratta di capire chi condusse quelle indagini e quali siano stati eventuali depistaggi volontari. Ed è qui che crolla l’assunto per cui a tutti i costi mi si vuole coinvolgere». Sottinteso: negli errori di valutazione di un soggetto che menerà la Giustizia a largo dalla verità, lui non poteva, non può e non potrà essere coinvolto.

Pur senza citarla, il riferimento era anche alle parole di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso il 19 luglio 1992 con la scorta a Palermo, che aveva parlato di indagini sulla strage condotte all’epoca da un pool di persone inesperte (tra le quali Di Matteo stesso) e di una procura all’epoca massonica.

Il riferimento, però, era anche e soprattutto a quella marea montante di (dis)informatori (nei media e nella politica) che con cagnesco accanimento ha bersagliato e continua a bersagliare proprio Di Matteo sul presunto suo coinvolgimento nell’abbaglio che portò, immediatamente dopo la strage, investigatori e inquirenti a seguire Scarantino.

Orbene – prima di arrivare ad una prima conclusione di ragionamento in questo primo servizio che dedicherò alla sua audizione del 13 settembre, ora che l’intera trascrizione è stata messa sul sito della Commissione bicamerale – è bene apprendere dallo stesso Di Matteo perché non poteva, non può e non potrà essere coinvolto in un quell’enorme guazzabuglio investigativo che seguì alla strage di Via d’Amelio.

Tra i processi per la strage Di Matteo ha infatti seguito un solo processo, dall’inizio delle indagini alla conclusione della sentenza di primo grado: il cosiddetto processo via D’Amelio-ter. «È stato l’unico che ho seguito dal momento in cui è stato iscritto il fascicolo nel registro delle notizie di reato nei confronti di alcuni soggetti al momento in cui, il 9 dicembre 1999 – ha spiegato scandendo bene le parole accanto a Bindi – è stata emessa la sentenza di primo grado. In quel processo sono state irrogate venti condanne per concorso in strage. Quel processo, l’unico che io ho seguito dall’inizio dell’indagine, prescinde completamente e assolutamente dalle dichiarazioni di Scarantino Vincenzo. In quel processo, Scarantino Vincenzo non è stato chiamato neppure a testimoniare. Nelle sentenze del processo, negli atti di quel processo, non c’è alcun riferimento, non troverete alcuna dichiarazione di un soggetto che noi non abbiamo chiamato neppure a testimoniare».

Ma Di Matteo andrà oltre.

Le trascrivo testualmente le sue dichiarazioni davanti ai membri della Commissione parlamentare antimafia perché sui media (carta stampata web, radio, tv) non ne troverete assolutamente traccia.

«Affermare che tre processi sono stati fondati sulle dichiarazioni di Scarantino è semplicemente un falso – dirà d’un fiato il sostituto procuratore nazionale antimafia – è assolutamente infondato. Vi ho già anticipato alcuni dati in questo senso. Vi ho ricordato il dato del via D’Amelio-ter, processo nel quale Scarantino non è stato nemmeno citato nella lista dei testimoni di accusa. Ma, andando a ritroso, affermare che anche il via D’Amelio-bis si sia fondato esclusivamente sulle dichiarazioni di Scarantino è un altro dato falso, tant’è vero che molte condanne inflitte da quella corte nel via D’Amelio-bis – Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Francesco Tagliavia, Giuseppe Graviano – sono state confermate e mai successivamente messe in discussione, nonostante le dichiarazioni di Spatuzza.
Ecco perché, anche per il via D’Amelio-bis, affermare che quel processo abbia dato credito incondizionato alle dichiarazioni di Scarantino è semplicemente falso. Significa non conoscere gli atti; significa adeguarsi a una prospettazione che, molto abilmente, qualcuno sta instillando anche nella mente di persone in buonafede; significa non avere letto la requisitoria. Fingere di non ricordare che lo stesso pubblico ministero, già nel via D’Amelio-bis, aveva sostenuto che le dichiarazioni di Scarantino erano state inquinate dopo i primi tre interrogatori e potevano essere utilizzate – così si esprime il pubblico ministero in quella requisitoria – solo se confortate in maniera particolarmente significativa da altri e forti elementi di prova, da altre dichiarazioni di altri pentiti, da altre testimonianze, da altre intercettazioni telefoniche… Per questo motivo lo stesso pubblico ministero, in assenza di significativi elementi di prova diversi dalle propalazioni di Scarantino, già nel via D’Amelio-bis chiese e ottenne l’assoluzione per il delitto di concorso in strage di Calascibetta Giuseppe, Murana Gaetano e Gambino Antonino, soggetti che poi vennero condannati perché altre fonti di prova vennero in appello – in processi che quindi non seguivo io, non seguiva la procura di Caltanissetta, ma casomai l’organo inquirente della procura generale di Caltanissetta – e le assoluzioni, anche queste sollecitate dal Pm, si trasformarono poi in condanne. Ecco il perché oggi della revisione
».

 

(l’articolo continua qui)