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Politica

Libia: è pizzo di Stato?

Il reportage dell’altro ieri di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera è solo l’ultimo tassello di un quadro che va componendosi da settimane. Sono molti i servizi giornalistici che ci raccontano come la Libia sia diventata un inferno (Medici Senza Frontiere l’ha detto senza giri di parole) e, soprattutto, che i trafficanti libici si sono riciclati nel ruolo di “tappo” degli imbarchi verso l’Italia.

“Zio” Dabbashi, di cui scrive il Corriere, è solo uno dei tanti schiavisti che ora si è messo a disposizione con le sue milizie per fermare i migranti.

Scrive il Corriere: “Con gli agenti dei servizi italiani si è incontrato più volte in alcuno hotel di Gammarth, la costa turistica di Tunisi. Sarà e gli italiani si sono assicurati la sua collaborazione in cambio di 5 milioni di euro e la promessa che i Dabbashi ne usciranno puliti  le loro milizie saranno legalizzate”.

Quindi: un criminale viene pagato (da chi, esattamente?) e ottiene una promessa di impunità.

Sembra una puntata di Narcos e invece sono gli «amici libici» di Minniti.

Chi ha pagato? Chi garantisce copertura politica? Possibile che tutti coloro che si sono “eccitati” per le indagini conoscitive di Zuccaro sulle ONG oggi non trovino stimoli sui fatti raccontati da fonti autorevoli?

Per intendersi, pagare dei criminali per tenere lontano il crimine è “pizzo”: un favoreggiamento politico e criminale. Un po’ come funziona con quei commercianti che sono disposti a pagare un obolo ai criminali perché ammazzamenti e ladrocini non avvengano sotto le loro insegne. Non sono contro il crimine: sono contro i fastidi del crimine nel proprio giardino.

Pizzo, appunto. In questo caso pizzo di Stato.

Qualcuno ha qualcosa da dire?

(continua su Left)

«Se l’è andata a cercare»: reazioni italiche e le “nostre” donne

La bambina, dicono le carte dell’inchiesta, è “alta un metro e 55 e pesa 40 chili”. Oggi ha 16 anni ma ne aveva 13 quando sono iniziate le violenze: la violentavano in nove. A volte a turno. A volte tutti insieme. Poi, quando avevano finito, la costringevano anche a rifare il letto, come ultimo sfregio di una donna che, piaccia o no ai Salvini di turno, qui da noi è spesso vista come strumento di piacere e di riordino.

I responsabili dello stupro (rei confessi e condannati in via definitiva) sono italiani, italianissimi: c’è il rampollo di mafia Giovanni Iamonte, che la Procura descrive come «rampollo di un esponente di spicco della locale cosca della ’ndrangheta, soggetto notoriamente violento e spregiudicato», c’è Antonio Verduci, figlio di un maresciallo dell’Esercito e c’è anche Davide Schimizzi, fratello di un poliziotto che al telefono lo istruiva su come affrontare gli interrogatori.

Tutto accade a Melito Porto Salvo, in uno di quei paesi in cui l’arrivo di migranti, seppur minori non accompagnati, viene vissuto come un “rischio per la sicurezza” mentre in realtà la “sicurezza” ha cominciato a marcire da un bel pezzo. La storia, che risale a un anno fa, è stata presto dimenticata poiché cozza con l’idea strumentale dello stupro come arma politica contro il migrante, qualsiasi migrante.

Così vale la pena ripescarla per riportare le frasi degli italianissimi compaesani di quella bambina sfregiata durante la marcia di solidarietà organizzata esattamente un anno fa: «Se l’è cercata!». «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione». «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata», «Una che non sa stare al posto suo». Il preside si affrettò a dire che «la scuola non c’entra, ognuno deve pensare alla sua famiglia».

Ed è una storia che provoca nausea e indicibile dolore. Come molte altre. Ma vale la pena esporla ancora perché la ferocia, qui da noi, soprattutto se italiana, ci mettiamo pochissimo a seppellirla.

Buon mercoledì.

(continua su Left)

Ci vorrebbero intelletuali riluttanti

di Pier Aldo Rovatti

[pubblicato su “Il Piccolo”, venerdì 8 settembre 2017]

 

Che fine hanno fatto gli intellettuali? Il termine stesso sembra ormai vecchio, quasi estinto. Eppure, quando lamentiamo la crisi di un ceto politico all’altezza degli attuali problemi sociali e dunque capace di governare, ci appelliamo anche a quelle figure pubbliche di intellettuali di cui sentiamo la mancanza.

In realtà siamo preoccupati che stiano scomparendo dalla scena non gli intellettuali che dicono di sì ai dispositivi che oggi agiscono in modo più o meno visibile, i quali continuano a proliferare producendo vernici ideologiche anche silenziose, ma i portatori di un pensiero critico in grado di discutere, scalfire e possibilmente correggere, se non proprio trasformare, le rigidità e le microviolenze dei dispositivi stessi. Capaci, appunto, di esercitare un’effettiva azione politica.

Sembrano in via di estinzione i luoghi di formazione della coscienza critica a cominciare dalla stessa scuola pubblica, che in proposito non risulta certo una “buona” scuola: essa, nel suo insieme, dà l’impressione di arrancare nel tentativo di limitare il gap tra studio e lavoro e nei fatti produce un esercito di giovani scontenti ma anche disponibili al consenso purché si aprano per loro prospettive concrete di occupazione.

Propongo di adottare la parola “riluttante” per caratterizzare il tipo di intellettuale critico e autocritico che sta venendo a mancare e di cui avremmo, invece, un gran bisogno. Intendo una figura intellettuale che si collochi all’interno dei dispositivi di potere e vi svolga – per dir così – un lavoro ai fianchi denunciando le chiusure senza mai gettare la spugna: una condizione non facile ma sostenibile, che ritengo assolutamente necessaria nel grigiore che sta dominando, caratterizzato prevalentemente dalla rassegnazione e da un consenso quasi automatico. La voglia che prevale è quella di congedarsi, ritirarsi nella propria solitudine, tanto grande è il senso di frustrazione e di sfiducia. Uscire, magari anche scappar via il prima possibile da una condizione che pare ormai bloccata e comunque sterile.

Allora, l’intellettuale riluttante è quello che non accetta questo gioco di rassegnazione, che riesce a non cedere alle sirene neocapitalistiche che lo esortano a far da sé, e che decide che la propria battaglia è quella di stare nelle istituzioni, scomode e perfino orribili che siano, e lì resistere, opporsi, dire di no, “riluttare” anche al suo stesso ruolo e alle sue eventuali competenze privilegiate. Il che significa non piegarsi a troppi compromessi pur di vivere tranquilli facendo finta di non vedere le costrizioni e le rinunce etiche cui si viene sottoposti quotidianamente. C’è una bella differenza tra il diventare “imprenditori di se stessi”, come ci spinge a essere l’ideologia oggi prevalente, e assumere il proprio ruolo, qualunque sia, in una maniera radicalmente autocritica, senza illusioni vuote e accettando il rischio di mettersi davvero a repentaglio.

Una simile resistenza si può tentare ovunque, come insegnanti nella scuola, medici nelle strutture sanitarie, come amministratori locali e anche come politici, fino a quello spazio microfisico ma decisivo che è la famiglia con i suoi schemi parentali bloccati e la violenza sottile che spesso li attraversa. Insomma, agendo su una quantità di schemi irrigiditi che non possiamo negare ma ai quali potremmo opporre dei no e dei rifiuti, cosa che normalmente non facciamo per paura o a difesa di una condizione supposta privilegiata.

Devo questa caratterizzazione di “riluttante” ai libri dello psichiatra Piero Cipriano (l’ultimo si intitola La società dei devianti ed è pubblicato come gli altri dalle edizioni elèuthera): e lui la ha ricavata soprattutto dal suo lavoro di resistente in un “Diagnosi e cura” di Roma, a stretto contatto quotidiano con i “trattamenti obbligatori” e tutte le implicazioni che essi possono avere in un reparto dalle porte chiuse. Se il nome nasce in un luogo che dovrebbe essere di cura e che invece si caratterizza piuttosto come di contenzione (quarant’anni dopo Basaglia!), non me ne vorrà Cipriano se lo estendo qui a una condizione intellettuale che dovremmo impegnarci tutti a costruire.

L’intellettuale universale, quello che pensava e parlava a nome dell’umanità, è ormai morto e sepolto. L’intellettuale “organico”, di gramsciana memoria, mi pare oggi sempre di più privo di fondamenti (che erano le idee di classe operaia, popolo ed egemonia). Resta l’intellettuale specifico, che è diventato inevitabilmente un tecnico o un politico del sapere. Al confronto, quella dell’intellettuale riluttante potrebbe essere un’ipotesi più critica e meno pretenziosa, molto più calata nella realtà comune e quindi – forse – più utile.

Caporalato agropontino: denunce e aggressioni nell’articolo di Marco Omizzolo

Marco Omizzolo è una delle voci più preparate e autentiche sul fenomeno del caporalato. Questo suo articolo (scritto per Articolo21) è un quadro impietoso della situazione in provincia di Latina che ben racconta come il fenomeno dello sfruttamento non appartenga solo alla Puglia e, soprattutto, come l’emergenza non abbia bisogno di vittime per essere tale.

 

In provincia di Latina per molti giornalisti, ricercatori e attivisti non è facile lavorare. È infatti usanza consolidata di alcuni politici denunciare chi studia e racconta le mafie, la corruzione, l’urbanistica e l’ambiente per ostacolarne il lavoro. Se poi si riprendono, descrivono e raccontano anche i luoghi e i personaggi che praticano lo sfruttamento lavorativo, il caporalato e la tratta internazionale, allora dalle denunce temerarie si passa facilmente alle aggressioni, intimidazioni e minacce. È accaduto, ancora una volta, solo qualche giorno fa.

Il 5 settembre scorso, infatti, come faccio da anni, mi trovavo nelle campagne pontine a documentare, intervistare, raccogliere storie di vita di braccianti indiani per approfondire il tema dello sfruttamento lavorativo ad opera di alcuni imprenditori e caporali. Un lavoro affascinante e difficile, scomodo e spesso battistrada per individuare una serie di interessi criminali e metodi in sé mafiosi. Molte ricerche scientifiche e giornalistiche, italiane e straniere, ormai concordano nel riconoscere lo sfruttamento lavorativo, soprattutto quando associato ai migranti, insieme al caporalato e alla tratta internazionale, espressione di una criminalità più o meno dipendente dalla consorterie mafiose tradizionali.

Con me questa volta si trovava una troupe della Bbc, network tra i più importanti al mondo composta da Rahul, giornalista peraltro di origine indiana, e dal suo operatore, e Floriana Bulfon, giornalista de L’Espresso che sul grave sfruttamento lavorativo dei lavoratori indiani ha già pubblicato importanti inchieste, lì in veste di interprete.

Una combinazione di professionalità di livello internazionale e, grazie anche alle origini del giornalista della Bbc, che si è subito confrontata non solo con le testiminianze dei lavoratori da anni sfruttati da padroni italiani, caporali e trafficanti spesso loro connazionali, ma anche con le reazioni, minacce e intimidazioni di chi si ritiene legittimato a sfruttare e a non dar conto dei propri comportamenti.

Giunti intorno alle 09.00 del mattino a ridosso di un campo agricolo, restando sulla strada pubblica e dunque senza invadere proprietà privata alcuna, Rahul e il suo operatore iniziano a riprendere un gruppo di lavoratori indiani chini sui campi. Nulla di particolare, nulla di ambiguo. Una telecamera a ripredere ciò che nelle campagne pontine tutti vedono ogni giorno. E poi un giornalista che racconta la giornata di un lavoratore indiano, descrive quelle condizioni, non esprime giudizi ma approfondisce, come deve, ciò che nei giorni precedenti aveva raccolto in termini di informazioni mediante interviste fatte agli stessi lavoratori come anche ad alcuni rappresentanti istituzionali e delle forze dell’ordine.

Tanto però è bastato per essere fermati subito da un ragazzo italiano, probabilmente il padrone del campo e datore di lavoro di quei lavoratori. Dovevamo, secondo lui, interrompere le riprese. In pochi secondi siamo stati raggiunti anche da un’auto dalla quale è scesa una donna che ha subito fotografato la nostra auto (presa a noleggio) e chiesto spiegazioni, peraltro prontamente fornite con tanto di esposizione dei documenti e tesserini da giornalista. La tesi era “voi non potete riprendere senza il nostro permesso, non potete fare domande, i lavoratori sono tutti in regola, dovetre andare subito via o vi denuncio….ora chiamo i carabinieri”. Intanto sono arrivate altre due auto che parcheggiano a poca distanza da noi dalle quali scendono due uomini. Capiamo che rischiamo di restare lì tutto il giorno e decidiamo di andare via evitando di cadere nelle provocazioni. Riprendiamo a girare per le campagne di Sabaudia e dopo soli dieci minuti veniamo fermati un’altra volta. In questo caso ad intimarci l’alt è la polizia municipale di Sabaudia. Accostiamo sul ciglio della strada. Alla nostra destra e sinistra solo campi pieni di lavoratori indiani piegati a raccogliere. Accanto a loro, in piedi, qualche italiano e altri indiani. I primi erano i “padroni” e i secondi i “caporali”. Ci sarebbe piaciuto intervistarli ma non è stato possibile per il prontissimo intervento della celere municipale. Bene, è dovere loro controllare e lo fanno con attenzione certosina. Ci chiedono i documenti. Ognuno presenta il proprio, compresi i tesserini da giornalisti. La telecamera intanto riprende i braccianti indiani piegati nei campi e i caporali che ridono. I controlli sono così accurati che non so se esserne lieto o demoralizzarmi. Il vigile annota tutto con scrupolosità: i nostri nomi, i numeri dei nostri documenti, il contratto di noleggio dell’auto, l’effettiva revisione della stessa, l’assicurazione e infine guarda se l’auto ha qualche problema. Alle sue domande rispondiamo con educazione mista ad ironia, forse per alleggerire la tensione. Intanto l’operatore, di origine egiziane e con una lunga esperienza internazionale, ci dice che neanche quando è stato in Egitto, Libia o in Siria gli era mai capitato di vivere una tale situazione. Ma è solo l’inizio. Il vigile ci comunica che tanta solerzia è dovuta al pericolo terrorismo. La sua attenzione è indispensabile perchè “è un periodo difficile e il pericolo di attentati può esserci ovunque”. Un po’ la cosa fa ridere, un po’ invece no. Intanto alla sua destra e sinistra i lavoratori indiani continuano a lavorare sotto padrone e caporale. Padrone e caporale che dovrebbero essere perseguiti, addirittura arrestati, stando alla recente nuova legge contro il caporalato (lex 199/2016). Loro invece restano lì, in piedi, a controllare il lavoro dei braccianti, a chiedere loro di fare più in fretta per una retribuzione oraria che non arriva ai 4 euro (nella migliore delle ipotesi) a fronte dei 9 lordi circa che la legge prevede. Non vengono rispettate le misure a tutela della loro salute. Lavorano anche 12 ore, con pause brevi. Il datore di lavoro in alcuni casi si fa chiamare padrone. Il caporale li insulta. Se un lavoratore indiano si infortuna viene allontanato o portato in prossimità di un Pronto Soccorso e poi abbandonato. Abbiamo decine di referti di aggressioni o malatti legate allo sfruttamento. Ma il vigile, giustamente, controlla la revisione della nostra auto e il contratto di noleggio quale strategia per contrastare il terrorismo internazionale. Il giornalista della Bbc ride, io un po’ meno.

Finito ogni controllo, pensiamo di andare via. L’aria si è fatta pesante. In solo un’ora siamo stati avvicinati da vari datori di lavoro, presi in giro da caporali e padroni, controllati dalla polizia municipale. Ci pare abbastanza.

Decidiamo di trovare una location adatta per farmi intervista. Suggerisco il Mof di Fondi, ossia uno dei maggiori mercati ortofrutticoli d’Europa. Già al centro delle cronache giudiziarie e giornalistiche d’Italia, il Mof è il luogo ideale in cui raccontare il rapporto tra mafie, sfruttamento lavorativo, tratta internazionale e caporalato. Proprio in  prossimità dell’entrata di quel Mercato si ritrovavano, come ho già avuto modo di scrivere per Articolo21, Gaetano Riina, fratello di Totò Riina, e Nicola Schiavone, figlio di Carmine Schiavone detto Sandokan, tra i fondatori del clan dei Casalesi. Le indagini portarono alla luce il sodalizio criminale tra i casalesi, i Mallardo e i corleonesi per la gestione di vari mercati ortofrutticoli dalla Sicilia a Fondi. I clan campani fungevano da service per trasporti e logistica mentre i mafiosi siciliani fornivano i prodotti agricoli con il beneplacido interessato della ‘ndrangheta. Camion che trasportavano ufficialmente la frutta e la verdura prodotta nelle campagne pontine dai braccianti nascondevano e trasportavano anche armi, droga e forse anche denaro frutto di rapine, estorsioni e traffici illeciti di varia natura.

Prima di arrivare spiego la storia criminale del pontino che ho provato a ricostruire, almeno per una parte della sua genesi, con una mia recente pubblicazione (http://www.tempi-moderni.net/prodotto/la-quinta-mafia/). Gli racconto delle estorisioni, delle mancato scioglimento dell’amministrazione comunale di Fondi, della reazione della politica al potere, dei silenzi e dell’operato lodevole delle forze dell’ordine della magistratura. In auto c’è silenzio interrotto da qualche battuta per stemperare la tensione.

Anche in questo caso arriviamo a ridosso dell’entrata del MOF. Restiamo però ancora sulla strada. Parcheggiamo e l’operatore, con Rahul, si posizione su un’aiuola. Si tratta di suolo pubblico. In lontananza si vede l’enorme scritta del MOF. Iniziamo l’intervista. La prima domanda riguarda il mio interesse per le agromafie e lo sfruttamento lavorativo e da qui arrivo all’uso indotto di sostanze dopanti da parte dei lavoratori indiani per reggere i ritmi imposti al lavoro e lo sfruttamento, tutto documentato  da un dossier (Doparsi per lavorare come schiavi) pubblicato da In Migrazione.

Ancora una volta veniamo interrotti. Questa volta è la guardia giurata del Mof. Ci chiede le generalità e lo scopo del nostro lavoro. Siamo ovviamente collaborativi. Floriana è paziente. L’essere una giornalista di giudiziaria de L’Espresso e trattando il tema mafie e terrorismo da anni, riesce a gestire adeguatamente la situazione. La guardia giurata ci ricorda che per stare lì dobbiamo chiedere l’autorizzazione. Non importa se il suolo è pubblico e se siamo distanti dal Mof. Serve l’autorizzazione. Sembra di vivere in un film comico. Avendo saputo che si tratta della Bbc, la guardia chiama la direzione che gli intima di lasciarci lavorare. Sono evidentemente più astuti dei padroni agricoli pontini.

Riprendiamo l’intervista ma dopo due minuti arriva un altro controllo. Si ferma un’utilitaria. Nessun logo sulla fiancata, nessun lampeggiante o titolo in evidenza. Scende un uomo sui 55 anni. Ci sorride e non interviene subito ma ci scatta con il cellulare alcune foto. Io mi fermo perchè avverto quella presenza come inquietante. Floriana gli si avvicina e torna a spiegare, per la quarta volta in due ore, che lei è un’interprete, che si tratta della Bbc (cosa che quest’uomo sapeva già), cosa stavamo facendo e perché eravamo lì. In questo caso la nostra percezione è diversa da quelle passate. Quell’uomo così gentile ferma subito Floriana e le dice che sa perfettamente che lei non è solo un’interprete ma una giornalista. Poi ci spiega, sempre sorridendo, che dobbiamo avere un’autorizzazione sia per stare su quell’aiuola sia per filmare ma che ci concede, bontà sua, di continuare. Floriana lo avverte che non stavamo facendo un servizio sulle mafie nel Mof e lui, astutamente, non risponde. Fotografa però ancora la nostra auto e mi scatta una foto da distanza abbastanza ravvicinata. Non ci dà spiegazioni sulle ragioni della sua presenza, sul suo ruolo e attività. Non è affatto arrogante. Ad alta voce, per farsi sentire distintamente da tutti, dice però di fare attenzione perché “potrebbero improvvisamente attivarsi gli annaffiatoi” e aggiunge che quello in cui eravamo è un posto pericoloso perché passano molti camion. Qualcuno, afferma, soprattutto quando è carico, potrebbe “perdere il controllo e venirci addosso” facendo una strage. Si preoccupa per noi. Floriana ed io restiamo per qualche secondo in silenzio. Continua affermando che quei camion hanno già perduto il controllo in passato salendo varie volte sull’aiuola dove ci trovavamo. Lo informiamo che staremo ancora solo due minuti e lui dalle foto passa al video. Ci riprende qualche secondo e va via, salvo nascondersi dietro una curva dalla quale poteva tenerci d’occhio.

Finisco l’intervista parlando di sfruttamento, doping, mafia, di tratta internazionale, caporalato e del bisogno che abbiamo di giustizia e diritti. L’entrata del Mof è alle mie spalle. Alla nostra destra, lontano qualche centinaio di metri, quell’ometto basso e sorridente che si preoccupava della nostra salute. La minaccia io e Floriana l’abbiamo capita benissimo. Stare attenti e soprattuto stare lontanti, dal Mof, da certi temi, da certi campi.

Torniamo a Sabaudia per continuare il nostro lavoro, ben sapendo che esistono interessi e luoghi che non devono essere ripresi ma che proprio per questo, ne siamo convinti, meritano di essere descritti, indagati, studiati.

La sensazione che si vive è di pressione e ostacolo costante al nostro lavoro da parte di chi sfrutta, di criminali vari, di alcune istituzioni che sembrano refrattarie a qualunque impegno volto a ristabilire legalità e giustizia, di personaggi non meno precisati che si sentono così forti da minacciare direttamente un giornalista della Bbc, il suo operatore, una giornalista de L’Espresso e il sottoscritto. Si ha la certezza che lavorare nel Pontino raccontando le storie degli ultimi, degli sfruttati, dei migranti obbligati ad abbassare la testa dinanzi al padrone di turno, procura problemi e intimidazioni. La Bbc ha capito bene come stanno le cose e ad ottobre manderà in onda il servizio a livello mondiale e da Londra a New York, da Calcutta a Roma, tutti vedranno e sapranno. Non c’è stato dunque bisogno di usare troppe parole. È bastato fargli vivere l’esperienza diretta di chi prova a raccontare puntando il dito, l’obiettivo e la penna negli angoli bui di questa provincia dove poco si vede e meno si sa. Poi arrivano padroni, caporali, vigili, guardie giurate e anonimi personaggi sorridenti a domandarti chi sei, cosa fai e soprattutto a raccomandarsi di stare attento alla salute che qui ci vuole poco a farsi male. Intanto tutto intorno braccianti, indiani e spesso anche italiani, si spezzano la schiena per pochi euro al giorno, i caporali comandano, i padroni ordinano e fanno i soldi e i padrini fanno politica e filmini con il cellulare. Ma le cose prima o poi cambiano ed è per questo che continueremo ad analizzare, raccontare e descrivere decidendo ogni giorno da che parte stare e contro chi combattere.

I migranti e le malattie. Per essere seri.

Un articolo di Cristina Da Rold di qualche mese fa che mette in chiaro dati, fatti e numeri. E che ci torna utile in questa giornata di prime pagine che sono una vergogna per il giornalismo ma soprattutto per la verità:

Sono oltre 500 mila le persone sbarcate sulle coste italiane negli ultimi anni: 170 mila nel 2014, 154 mila nel 2015 e 170 mila circa nel 2016. Una cifra che corrisponde, grosso modo, agli abitanti di una città come Genova, anche se per una grossa fetta di coloro che arrivano nel nostro Paese l’Italia è solo un paese di passaggio.

C’è chi ha parlato addirittura di “sesto continente” riferendosi ai movimenti migratori, volontari e non, che interessano l’intero pianeta; anche se nel caso italiano più che a un sesto continente siamo di fronte alla Terra dei fraintendimenti. Il più grave, quello per cui la vulnerabilità sanitaria dei migranti viene interpretata come un problema che può mettere a repentaglio la salute degli autoctoni.

“Il vero problema che dobbiamo affrontare oggi riguardo alla salute di chi sbarca sulle nostre coste non è rappresentato dalle gravi malattie infettive e diffusive, la cui incidenza è assai contenuta per il fenomeno del “migrante sano” ormai ampiamente dimostrato dai dati, ma dal disagio psicologico di queste persone” spiega all’Espresso Giovanni Baglio, epidemiologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM).

“Dal punto di vista della salute mentale, l’effetto migrante sano tende a esaurirsi rapidamente, già prima dell’arrivo, a seguito delle condizioni spesso estreme in cui il percorso migratorio si compie: coloro che arrivano, donne, uomini e bambini, sono estremamente vulnerabili e manifestano forme reattive quali depressione, disturbi di adattamento, disordini post-traumatici da stress, stati d’ansia”.

Non si tratta di nascondersi dietro a un dito, di spostare l’attenzione da un problema a uno pseudoproblema, come sottolinea nientemeno che il prestigioso Karolinska Insitutet svedese sulle pagine dell’altrettanto prestigiosa rivista Nature , dove gli esperti hanno affermato senza mezzi termini che “I paesi ospitanti devono affrontare i livelli elevati di disordini della salute mentale nei migranti, nell’ottica di far sì che essi si integrino il meglio possibile”.

Mentre nel nostro paese si fa politica intorno alle millantate conseguenze epidemiologiche dell’accoglienza, il focus sulla salute mentale è entrato oramai a pieno titolo nelle agende internazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità per esempio ha dedicato la giornata mondiale della salute 2017 proprio alla salute mentale, anche in relazione al fenomeno delle migrazioni. Tuttavia, una primo passo l’abbiamo fatto anche in Italia: il 3 aprile scorso sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale  le Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale.

IL FRAINTENDIMENTO METODOLOGICO

I principali spauracchi sono le malattie che in una storia più o meno recente sono state sinonimo di epidemia: tubercolosi, polio, ebola. “Chi alimenta la paura della diffusione di malattie come la tubercolosi o ebola, divulgando l’idea del migrante-untore, vettore anche asintomatico di temibili pestilenze, ignora le evidenze epidemiologiche basilari: il viaggio risulta essere troppo lungo per ebola, ma troppo breve per la tubercolosi, nonostante le condizioni di grave deprivazione che accompagnano i migranti in fuga” spiega Baglio. I tempi con cui si sviluppa la tubercolosi sono infatti lunghissimi, possono durare anche anni, molto di più dunque di una traversata, e quindi anche se un migrante parte perfettamente sano ma con un’infezione latente abbiamo tutti gli strumenti per agire bene per tempo se si dovesse manifestare l’infezione una volta stabilitosi in Italia. Specularmente, i tempi in cui ebola si manifesta sono molto più brevi di quelli di una traversata in mare. “Se davvero dovesse esserci un caso di ebola a bordo – cosa assai improbabile –difficilmente il malato, o chi eventualmente venisse contagiato, arriverebbe vivo in Italia, rappresentando un problema per noi”.

Se c’è un problema riguardo alla tubercolosi, riguarda gli immigrati residenti, che di fatto si ammalano di più rispetto agli autoctoni, e al momento nessuna regione italiana propone uno screening sistematico per la tubercolosi fra gli stranieri residenti, anche se complessivamente il paese sta assistendo a una diminuzione dei casi anno dopo anno. Secondo quanto riportato dall’ultimo rapporto Osservasalute , i casi di tubercolosi notificati in Italia mostrano una lenta e progressiva diminuzione dell’incidenza, in accordo con quanto già accaduto nel corso degli anni (da 7,7 casi per 100.000 abitanti nel 2006 a 6,3 casi per 100.000 nel 2015). Insomma: la presenza dei migranti, anche quando diventano cittadini italiani, non ha impattato minimamente sul trend del numero dei casi di tubercolosi in Italia.

Lo stesso si verifica per l’HIV. I dati in merito sono lapalissiani: le ondate migratorie non hanno influenzato il trend complessivo dei nuovi contagi da HIV in Italia, anzi i dati del Centro Operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che stiamo assistendo a una costante diminuzione dei casi. “Sebbene non siano untori, non significa che il problema non sussista – precisa Baglio – dal momento che comunque gli stranieri, anche se residenti, hanno maggiori difficoltà di accesso ai servizi, nonostante le cure siano assicurate presso le strutture del Servizio sanitario nazionale anche a chi non ha il permesso di soggiorno. Occorrono dunque maggiori sforzi a sostegno di una più efficace azione preventiva, di un accesso tempestivo al test diagnostico e di una maggiore fruibilità dei percorsi di cura, con particolare riferimento al grado di adesione dei pazienti ai protocolli terapeutici”.

ALLERTA NON SIGNIFICA EPIDEMIA

Circa 180 mila dei 500 mila sbarcati, stando alle statistiche più recenti, sono accolti nei centri di accoglienza, che sono i luoghi dove chi arriva sano ma vulnerabile può ammalarsi, se non vengono assicurate le misure minime di igiene e di controllo. Ancora una volta i dati sono chiari: la maggior parte delle malattie che si riscontrano nei centri di accoglienza sono problemi dermatologici non gravi in termini infettivi: scabbia e ustioni, queste ultime dovute alla commistione fra carburanti e acqua di mare, a cui i migranti, in particolare le donne che viaggiano di norma al centro dei gommoni, sono sottoposti.

Non si tratta di opinioni, sono i dati a metterlo nero su bianco, come emerge ancora una volta dall’ultimo rapporto di Osservasalute, che riporta i risultati dell’ultima Sorveglianza sindromica nei Centri per migranti della regione Sicilia nel periodo marzo- agosto 2015. Delle 13 malattie incluse nella sorveglianza, che ha coinvolto 21 centri di accoglienza in 5 province siciliane, per un totale di oltre 5000 migranti osservati ogni giorno, si sono riscontrate oltre 2000 sindromi, ma altro non erano che scabbia e ustioni. Nessun caso di diarrea con sanguinamento, sindromi gastroenteriche, meningiti, encefaliti, sindromi neurologiche, sepsi o shock inspiegabili, emorragie o ittero. E soprattutto solo un caso di tubercolosi polmonare latente.

Qui entra in gioco un secondo fraintendimento, questa volta di carattere linguistico, che deriva dall’utilizzare a sproposito i termini allerta e allarme. Questa sorveglianza sindromica riporta infatti 48 allerte e 16 allarmi nel periodo esaminato, in questa coorte di 5000 persone. “Si tratta di parole che fanno risuonare l’idea di gravi pericoli incombenti, mentre si tratta solo di termini tecnici utilizzati da noi epidemiologi – spiega Baglio – per descrivere situazioni che vale la pena controllare. Un’allerta statistica si verifica quando, nell’analisi giornaliera dei dati, la frequenza di una certo problema di salute (sia esso un episodio di bronchite o un caso di varicella) supera il livello atteso, mentre si parla di allarme quando l’allerta ricorre per almeno due giorni consecutivi. L’obiettivo è riuscire a intercettare il maggior numero di situazioni dubbie su cui poi si procede con la conferma diagnostica e l’eventuale trattamento”.

Importanti sono anche i risultati, riportati sempre da Osservasalute, che emergono dagli interventi effettuati a Roma fra il 2014 e il 2015 sui migranti in transito, per un totale di 3.870 visite effettuate dalle équipe sanitarie operanti sulle unità mobili nel 2014 e 8.439 nel 2015. Per quanto riguarda le malattie infettive sistemiche, nel 2014 sono state effettuate 21 segnalazioni (pari allo 0,5% della casistica totale), così distribuite: 7 persone con sospetta tubercolosi polmonare, per nessuna delle quali è stata poi confermata la diagnosi; 8 casi di malaria e 6 casi di varicella. Nel 2015, le segnalazioni di sospetta malattia infettiva sono state in tutto 108, e hanno riguardato prevalentemente casi di varicella (70) e malaria (27). I casi sospetti di tubercolosi sono stati 7 e solo per 2 di questi è stata confermata la diagnosi.

Certo, i problemi di igiene in molti casi rimangono, e in generale, nonostante non dobbiamo prestare attenzione ad alcun monatto manzoniano, non possiamo abbassare la guardia sul fronte dei controlli. A tale riguardo, sta per essere pubblicata dall’Istituto Nazionale Salute, Migrazioni e Povertà, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e con la SIMM, la linea guida “Controlli sanitari all’arrivo e percorsi di tutela per i migranti ospiti presso i centri di accoglienza”. Si tratta di un documento, elaborato da un panel multidisciplinare di esperti, che intende offrire raccomandazioni basate sulle migliori evidenze scientifiche disponibili sulla pratica dei controlli, per la quale esiste a tutt’oggi elevata incertezza e discrezionalità. Prima della stesura definitiva, sarà avviata una fase di revisione aperta, mediante consultazione pubblica, al fine di consentire un confronto trasparente, partecipato e costruttivo tra gli stakeholder e gli operatori sanitari, volto a sollecitare osservazioni e suggerimenti.

SALUTE PUBBLICA PER CHI?

È oltremodo curioso inoltre assistere alle rimostranze in termini di fantomatiche malattie infettive – che poi altro non sono che scabbia, varicella, eventualmente morbillo – e dall’altra al pericoloso aumento di chi decide per scelta per esempio di non vaccinare i propri figli. Anche qui il concetto di salute pubblica è perlomeno frainteso: ci si sente in pieno diritto di gridare agli untori, se ci sentiamo potenzialmente minacciati, ma non ci autodefiniamo tali se le nostre scelte possono mettere a rischio indirettamente e potenzialmente qualcun altro. “Rispetto alle malattie prevenibili con vaccino – precisa Baglio – il problema viene affrontato dalle Linee guida in precedenza ricordate, che raccomanderanno di vaccinare i bambini migranti ospiti presso i centri di accoglienza per le principali malattie, secondo il calendario nazionale vigente, in relazione all’età”.

“Il vero grosso fraintendimento è dunque quello di considerare come problema di salute pubblica primariamente ciò che avvertiamo come emergenza, in termini di ciò che può avere conseguenze dirette su di noi, mentre qui si tratta di allargare lo sguardo e considerare nel complesso il benessere di chi arriva. Ci riferiamo solitamente alla salute pubblica mettendo al centro noi, gli autoctoni, e le conseguenze delle azioni degli ‘altri’ – i migranti, gli stranieri – su di noi, ma è una prospettiva parziale” conclude Baglio. “Si tratta di pensare invece alla salute pubblica davvero in termini universali, e non solo per noi, gli autoctoni. I dati mostrano in maniera evidente che qui a essere vulnerabili sono loro, non noi.”

(fonte)

«Minniti? Uno sbirro in guerra contro i migranti»: parla Gino Strada

«Minniti è il ministro più apprezzato del governo Gentiloni? Bene, andiamo proprio bene! Minniti ha una storia da sbirro e va avanti su quella strada lì. Per lui ributtare in mare o riconsegnare bambini, donne incinte poveracci a quelli lì in Libia, e farli finire nelle carceri ammazzati o torturati, è una cosa compatibile con i suoi valori. E si sente orgoglioso di quel che fa»: l’attacco al ministro dell’Interno è del fondatore di Emergency Gino Strada, al microfono di Radio Capital, che lo ha reso noto. «Questi accordi con la Libia e il decreto del ministro Minniti sono niente di più e niente di meno che un atto di guerra contro i migranti. Noi già oggi siamo responsabili di diversi morti, diverse persone torturate, centinaia o migliaia di casi di violazione dei diritti umani, e per soddisfare il nostro egoismo e la necessità di una politica di livello infimo, non esitiamo a ributtare questa gente in quell’inferno, nelle mani di torturatori assassini», ha aggiunto Strada.

(fonte)

Censura. O autocensura.

«Ne viene fuori un ulteriore paradosso. Chi prova a uscire da queste costrizioni accusa il politically correct di censura. Dice “il politically correct” ci impedisce di parlare di salsicce, dunque domani ci ingozzeremo di salsicce. Come se evitare il politically correct significasse sgozzare una capra in studio o ingozzarsi di salame vantando che il maialino da cui è stato ricavato era molto piccolo. Ovviamente non è così e, anzi, così non si fa altro che rafforzare le reciproche convinzioni.
L’altro paradosso è che gli stessi indignati per le impurità degli altri hanno poi degli standard molto più laschi quando si tratta di dover valutare le proprie. I sorveglianti hanno infatti uno standard d’espressione molto meno curato di quelli che credono di dover sorvegliare. Possono offendere se si sentono offesi e vivono senza il minimo imbarazzo la propria posizione. La sentono giustificata perché si vedono la parte debole.

È molto interessante anche il fatto che quest’opera di sorveglianza colpisce soprattutto la televisione e i giornali. Mi capita di osservare, ogni tanto, alcuni video di comici che spopolano su Youtube. Nove volte su dieci sono video che pullulano dei più triti e ritriti luoghi comuni sulle differenze tra uomini e donne, sulle differenze tra Nord e Sud o sui rapporti uomo-donna. Battute che in tv sono considerate sorpassate da anni e che, se passassero, provocherebbero una lunga serie di tweet e status, non suscitano alcun tipo di reazione.

Fatto sta che, al momento, non si vede alcun tipo di inversione di tendenza. Ho anzi l’impressione che la direzione sia difficilmente arrestabile. Se va male, andrà molto peggio di così, ma se va bene finirà che dovremo imparare i film politicamente scorretti a memoria come in Fahrenheit 451. Sceglierei Amici Miei, ma tanto quello lo conosciamo tutti, allora vado su Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa.»

Arnaldo Greco su Studio riflette sulla censura contemporanea. Ed è una riflessione che vale la pena non fare cadere. È qui.

Il capolavoro di Minniti e la “tenuta democratica”

Scrive, a ragion veduta, Alessandro Gilioli:

A proposito: eccola qua, la “tenuta sociale” ritrovata.

Da due o tre mesi in Italia non si parla che di migranti.

Non c’è più nessun’altra questione: precariato, povertà, licenziamenti, la gente che non sa dove sbattere il cranio per arrivare alla fine del mese, l’età pensionabile che va verso il record mondiale di vecchiezza, i conti dell’Inps che garantiscono agli under 35 una terza età da poveri in un monolocale di borgata, la fuga disperata dei ragazzi all’estero, gli otto mesi per avere una colonscopia in una struttura pubblica che diventano otto ore se estrai la Visa – e così via.

Niente, non c’è più nient’altro, da nessuna parte, solo migranti migranti migranti. Migranti in tivù, sulle radio, sui giornali, nei social, nelle conversazioni al bar. Un pensiero invasivo. Totalmente sproporzionato alla sua portata reale, ma gigantescamente invasivo.

È stato un capolavoro, quello di Minniti. Alla Goebbels, direi: e non per una “reductio ad Hitlerum” – non fraintendete – ma come effetti di potenza persuasiva.

E così abbiamo scampato il rischio della “mancata tenuta sociale” del Paese. Siamo di nuovo una società unita, wow.

Però basata sull’odio, sul pregiudizio, sul razzismo, su una narrazione intimidatoria e – fra l’altro – sulla morte nel deserto di migliaia di esseri umani.

Però unita, caspita, anche politicamente: dall’estrema destra al Pd passando per il Movimento 5 Stelle, dagli editorialisti più compassati d’establishment a quelli che si vantavano ogni giorno di essere contrari a tutto e fuori dal coro.

Abbiamo nascosto i problemi sociali sotto la coltre dell'”emergenza migranti”, come quei generali sudamericani che quando temevano una rivoluzione chiamavano all’orgoglio patrio e dichiaravano guerra uno stato vicino.

Il suo post lo trovate qui.

Salvini, il paladino contro le ingiustizie, chiede “buonsenso” sui 49 milioni che la Lega deve restituire agli italiani

Che tenero personaggio è il Matteo Salvini capofila della Lega Nord (che è anche “Centro”, “Sud” e “Isole comprese” pur di rimediare qualche voto in più): issatosi sulla montagna dei paladini in difesa dell’Italia passa tutto il giorno con la calcolatrice in mano per fare da conto degli spicci che ci costano tutti quelli che hanno un’epidermide che si discosta dalla sua e veleggia fiero sulla sua promessa di “fare pulizia”, di “mandarli tutti a casa” (sì, lo so, l’abbiamo già sentita) e di combattere chiunque distragga risorse “degli italiani” che devono andare “prima agli italiani” (anche se, in qualche caso, lo slogan cambia con “prima i lombardi” in Lombardia, “prima i veneti” nel Veneto e “prima quelli che hanno il cognome che inizia con s” nelle sue riunioni di condominio).

Insomma Salvini vorrebbe essere il custode del “tesoretto italiano”, unico affidabile (secondo lui) sulla piazza. E allora mettiamoci le mani dentro le capacità di tesoreria di Matteo e del suo partito: il 24 luglio il tribunale di Genova ha condannato per truffa ai danni dello Stato il fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, e l’ex tesoriere del partito, Francesco Belsito, oltre ad altri tre dipendenti del partito e due imprenditori coinvolti nello scandalo dei rimborsi falsi che nel 2012 coinvolse la Lega. Ma c’è dell’altro: il tribunale ha deciso di procedere alla confisca di 49 milioni di euro al partito, come risarcimento per i rimborsi ingiustamente riscossi nel periodo 2008-2010. 49 milioni di euro. Semplificando: la Lega Nord ha indebitamente incassato, grazie a rendiconti irregolari, 49 milioni di euro, soldi degli italiani. Mica le coop o i buonisti, no: la Lega Nord.

Farebbe già ridere così (Salvini che si straccia le vesti per la notizia falsa dei 35 euro ai rifugiati e intanto sta seduto su un malloppo degno della Banda Bassotti) se non fosse che Matteo, che ama da sempre interpretare tutte le parti in commedia, in queste ore si sta sperticando in un’autodifesa che ha del patetico. Il contrappasso del gladiatore che diventa pecorella da fuori dà sempre una certa soddisfazione, del resto.

Prima parla di “sentenza politica” (“ci vogliono eliminare”, tuona dalle pagine di tutti i quotidiani) confermando la tesi per cui improvvidamente si giudica un reato in base a chi lo compie e poi, addirittura, riesce a parlare di un danno economico di cui la Lega Nord “è vittima”. Capito? Un po’ come i ladri che si lamentano di essersi presi un ceffone, come scriverebbe un Sallusti qualsiasi. Anche se proprio la Lega si è “dimenticata” di costituirsi parte civile al processo. Sbadati che sono. In compenso chiede “buonsenso”. Salvini. Buonsenso.

Poi va oltre: dall’alto della sua purezza (perché chi vuole pulizia deve per forza considerarsi pulito, evidentemente) si è preoccupato di “nascondere” i soldi come una Ong qualsiasi (come scriverebbe un Feltri qualunque). Il meccanismo lo spiega benissimo Bechis su Libero di ieri:

«Grazie a un’ idea avuta un paio di anni fa e che è diventata un fatto compiuto proprio durante il 2016: i flussi finanziari della Lega non sono più centralizzati, ma sono diventati federali e posseduti dalle strutture regionali o parzialmente regionali che hanno propria autonomia giuridica (alcune nate anche solo recentemente) e finanziaria e che quindi assai difficilmente potrebbero essere coinvolte nei sequestri».

Serve aggiungere altro?

Buon giovedì.

(continua su Left)

Il leghista che augura lo stupro alla Boldrini (e alle “donne del PD”)

Forse la notizia l’avete già letta ma conviene rinfrescare l’accaduto: il 26 agosto Saverio Siorini, segretario cittadino di San Giovanni Rotondo (Foggia) di Noi con Salvini, ha condiviso sulla propria bacheca Facebook (che per alcuni ha ormai sostituito lo sfogatoio di un po’ di solitudine nel proprio cesso) la notizia dello stupro avvenuto a Rimini ai danni di una coppia di turisti. Come commento alla notizia ha aggiunto: «Ma alla Boldrini e alle donne del Pd, quando dovrà succedere?». Qui l’immagine. Perché poi questi sono anche vigliacchetti che corrono a cancellare, beccati in fallo.

Fermi. Siamo solo all’inizio. Svegliati da cotanto tanfo alcuni utenti su Fb cominciano giustamente a sottolineare il lerciume di un’uscita del genere. E che fa Saverio Siorini (che a San Giovanni Rotondo tutti conoscono come un recente salviniano ma un protofascista destrorso già da lunga data)? Corregge il suo post. Normale, direte voi: si è accorto di avere fatto una cazzata e interviene. Già. Siorini lo corregge così:

In pratica non cancella, no. Aggiunge una tortuosa spiegazione in cui enuncia i motivi per cui alla Boldrini (e alle donne del PD) dovrebbe capitare un bello stupro. Riesce addirittura a fare perdere la pazienza al coordinamento regionale del suo partito: viene espulso. Essere espulsi da “Noi con Salvini” equivale più o meno al riuscire a istigare una rissa tra monaci tibetani, per dire. Finito? No. Siorini scrive ancora:

«Capisco che il mio post sia stato frainteso e anche strumentalizzato a favore di qualcuno, ma è tanta la rabbia per questa giovane donna stuprata, e il silenzio di Boldrini e di tutte le femministe (che hanno preferito accanirsi su di me), che non ci ho visto più. Ovvio che non era mia intenzione augurare il male a nessuno, con questo non cambio idea: auguro una castrazione chimica a tutti gli stupratori e la rabbia del popolo a tutti i complici del Pd»

Avere letto bene: è stato frainteso.

Ora il partito di Salvini l’ha espulso e si è messo “a posto così” ma ciò che è sfuggito a molti commentatori sono i commenti che Siorini aveva ricevuto (ora sono stati cancellati): Michele Giagnorio scrive “spero presto”; “Glielo auguro” scrive Emma Impagliatelli, e poi ancora Michele dice “Saverio la gente normale la pensa come noi, tira dritto”. Addirittura epico un certo Jovanni Joe che scrive: “Amici di Noi con Salvini ribaltiamo questa vile sentenza su Siorini ed incitiamo Salvini a promuovere Siorini al coordinamento regionale. Facciamolo tutti, senza paura, con decisione. Cambiamo la tendenza dell’ipocrisia che regna sovrana in politica, Tutti insieme chiediamo la promozione di Siorini coordinatore regionale».



Ecco, la domanda è questa: ma Salvini oltre a espellere Siorini rifiuta anche i voti di questa gente? Ce lo dice chiaramente? Questo è il punto.

Buon martedì.

(ps. so che vi rovina l’appetito ma a Rimini, quella sera e probabilmente dalle stesse persone, è stata stuprata anche una trans. Fate uno sforzo, colleghi, scrivetelo.)

(continua su Left)