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Politica

Che stampa?

Da qualche giorno, al mattino, provo a scorrere la rassegna stampa. Tutta. Buttando l’occhio anche su quei quotidiani che difficilmente, per sensibilità, mi potrebbe capitare di leggere.

Ciò che mi colpisce di più sono le notizie false. False, completamente. Notizie che non sono una lettura, anche forzata, della realtà ma che non corrispondono al vero. Poi ovviamente ci sono i toni ma sul bullismo lessicale di una certa stampa a braccetto con una certa parte politica direi che purtroppo non c’è la novità, purtroppo.

E allora, da qualche mattina, su twitter mi ci metto a mettere in fila qualche articolo o qualche titolo come una radiografia quotidiano di ciò che si stampa.

Ecco, vi do una notizia: c’è il “popolo del web”, lì fuori dal web.

Ecco la rassegna di oggi. Se piace e se serve proviamo a ritagliarci il tempo di farlo tutti i giorni.

 

Su Regeni e sulle ragioni della giustizia

(da minima&moralia)

I diciannove mesi che ci separano dalla sparizione forzata di Giulio Regeni e dal ritrovamento del suo corpo, reso quasi irriconoscibile dalla tortura, hanno visto una mobilitazione inedita da parte della società civile italiana.

L’Italia intera, dal basso, si è stretta solidale attorno alla famiglia Regeni che, a sua volta, ha assunto con coraggio e generosità l’onere di dare voce al dolore, alla rabbia ed allo sdegno degli amici e dei colleghi del loro figlio, inclusi coloro cui una morte prematura, violenta e insensata non ha concesso di incontrarlo in vita, ma che con lui hanno condiviso, a distanza, un’esperienza intellettuale e una visione umanistica del mondo.

Di fronte a questa mobilitazione capillare, immediata e spontanea, che ha coinvolto i grandi comuni e i piccoli centri, il mondo dell’arte, dello sport, della cultura, le università, le società professionali, le scuole, e le tante famiglie che hanno i figli che studiano o lavorano all’estero, il governo italiano e quello egiziano sono stati costretti a permettere alla procura di Roma di indagare sul caso, smantellando uno a uno i tanti depistaggi e i tentativi di diffamazione del ricercatore italiano. Anche una certa stampa, per troppo tempo allineata su tesi complottistiche, alla ricerca dello scoop, dovrebbe arrendersi all’evidenza schiacciante dei fatti.

Come scrisse Andrea Teti – uno degli autori di questo testo e della lettera al Guardian del 6 febbraio 2016, firmata da migliaia di professori in tutto il mondo: “È questa sua normalità l’aspetto più difficile da comprendere del caso di Giulio Regeni: normale la ricerca, normali i metodi, normali le analisi.” Quello che non è normale è il suo assassinio. La società civile lo ha capito fin dal primo giorno.

Non sorprende, dunque, che questa società civile abbia accolto con molto sgomento l’annuncio del governo italiano, alla vigilia di Ferragosto, del ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo, che di fatto ufficializzerebbe la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.

In quanto esperti di politica internazionale e ricercatori con forte esperienza sul campo in Egitto, esprimiamo i nostri profondi dubbi intellettuali, morali e politici sulle spiegazioni offerte dal governo italiano per il ritorno dell’ambasciatore al Cairo. Non crediamo che il ritorno dell’ambasciatore italiano – sia pure una figura autorevole come Cantini – possa contribuire a un cambiamento di atteggiamento da parte del governo egiziano per far luce sulla straziante vicenda di Giulio Regeni. La scelta di far rientrare il nostro rappresentante diplomatico, senza aver ottenuto una reale collaborazione nella ricerca della verità, non solo significa quasi sicuramente abbandonare le ultime speranze di fare giustizia per Giulio, ma tradisce anche una profonda incomprensione dell’efferato operato del regime egiziano. Inoltre essa mina il tentativo – supposto – di raggiungere obiettivi di stabilità e sicurezza per il nostro Paese.

La decisione del governo è altamente discutibile sia nei modi che nei contenuti. Nei contenuti, perché la ragione data dal Ministro Alfano per il ritorno dell’ambasciatore – l’opportunità di seguire e agire più da vicino la vicenda – è quanto meno poco credibile: la presenza al Cairo del precedente ambasciatore Massari, nonostante la sua esperienza sul campo, la sua credibilità e la sua dedizione, non è certo servita a ritrovare salvo Giulio né a fare chiarezza. Ma la decisione è anche molto discutibile nei modi, sia in quanto rilasciata a ferragosto, sperando evidentemente nella distrazione del pubblico, sia in quanto coincide con il quarto anniversario del massacro di Raba’a al-Adaweyya, in cui centinaia di oppositori alla destituzione del Presidente Morsi vennero massacrati in pieno centro al Cairo. In quel massacro – la strage più violenta nella storia moderna egiziana – vennero uccisi non solo Fratelli Musulmani, ma anche membri della società civile democratica e secolare.

Inoltre, la normalizzazione dei rapporti diplomatici in questo modo ed a queste condizioni è quasi impossibile che ottenga i risultati positivi che i suoi sostenitori pretendono di volere. Al contrario, a nostro avviso, si rischia di indebolire notevolmente la posizione dell’Italia sotto vari punti di vista:

Primo, la reputazione dell’Italia: Il rientro dell’ambasciatore manda un chiarissimo messaggio al popolo ed alla società civile egiziani, e cioè che l’Italia non è disposta a perseguire una seria politica di difesa dei suoi cittadini e dei loro diritti umani, né tantomeno di quelli degli egiziani. Questo inevitabilmente danneggia la reputazione sia dell’Italia che dell’Unione Europea, che si fregiano di essere difensori di diritti umani e valori democratici. Dall’Egitto la società civile segue con attenzione questa vicenda, ben consapevole che essa mette alla prova i princìpi, la coerenza e la credibilità della politica estera italiana.

Secondo, la sicurezza di cittadini e ricercatori italiani in Egitto, nonché della società civile egiziana: Se, come sembra, la scelta del governo segnala una resa nei confronti della vicenda di Giulio Regeni, essa mette direttamente in pericolo sia i ricercatori italiani, sia la comunità italiana in Egitto, che la società civile egiziana. Gli attivisti egiziani, ricordiamo, si sono prodigati e continuano ad esporsi in prima persona per cercare giustizia per Giulio. Quando Giulio venne ritrovato, in Egitto vigeva già una legge che vieta le manifestazioni – eppure, decine di giovani si raccolsero di fronte all’ambasciata italiana per una veglia in memoria di Giulio. Facendo questo, hanno rischiato l’arresto e gli abusi della polizia. Hanno scritto: “È morto come un egiziano”. La madre di Khaled Said, martoriato anche lui dalle forze dell’ordine anni prima, per aver cercato di denunciare poliziotti corrotti ed icona della rivoluzione del 2011, parlò di Giulio come fosse figlio anche suo. Il 25 gennaio di quest’anno – anniversario della scomparsa di Giulio, ma anche della rivoluzione egiziana del 2011 – la memoria di Giulio circolava nei network egiziani, attraverso i social media. Il portale di informazione indipendente, Mada Masr, ha dedicato diversi articoli coraggiosi a Giulio, esponendosi di nuovo a notevoli rischi. Ad una conferenza alla Camera dei Deputati il 3 Febbraio di quest’anno, anniversario del ritrovamento del corpo martoriato di Giulio, la giornalista egiziana Lina Attalah, caporedattrice e fondatrice di Mada Masr e alumna del Collegio del Mondo Unito di Duino, proprio come Giulio, ha affermato: “L’atrocità di questa morte è un grido per tutti noi. Ci urla in faccia, così come ci interpellava il senso di affinità che tutta la sua vita e la sua opera di ricercatore dimostravano a persone come me che si adoperano per i diritti dei detenuti in Egitto. In qualità di giornalisti avevamo il dovere di far luce su quanto era accaduto a Giulio, ma anche far luce su un contesto più ampio e sulle condizioni che hanno portato a questo esito.” Troviamo inaccettabile che tutte queste persone, che con noi e con Giulio condividono una visione del mondo, siano messe in pericolo dall’indifferenza del governo italiano e dell’Unione Europea.

Terzo, la Ragion di Stato: I sostenitori della decisione del governo asseriscono che, per quanto moralmente spiacevole, la vicenda di una singola persona non può avere priorità sugli interessi nazionali. Ma è importante sottolineare che l’interesse nazionale non viene servito da questa decisione, ne viene anzi danneggiato. Questa scelta a nostro avviso non raggiunge e non può raggiungere gli obiettivi di sicurezza posti dal governo e dall’Unione Europea. Come hanno dimostrato le rivoluzioni arabe del 2010-11, la sicurezza senza giustizia sociale e politica è inevitabilmente precaria ed instabile, e destinata a creare pericoli ancora maggiori. Anche la convinzione che il ritorno dell’ambasciatore possa consolidare la posizione geopolitica italiana – in Libia come nei rapporti commerciali con l’Egitto – pare dettata più da ottimistiche speranze che dalla realtà dei fatti. Al contrario, questa normalizzazione diplomatica assume le dimensioni di una controproducente ostinazione a compiacere il regime egiziano sulla base di erronee valutazioni del nostro interesse nazionale.

Quarto, il governo italiano vuole davvero ottenere la verità su Giulio Regeni?: Il dubbio che il governo abbia avuto da sempre poco interesse a premere sull’Egitto per fare luce sulla vicenda c’era sin dall’inizio: tranne il doveroso ritiro della delegazione commerciale che si trovava al Cairo quando venne ritrovato il corpo martoriato di Giulio, il governo si è mosso solo dopo il successo della campagna di mobilitazione della famiglia e della società civile. Lo Stato italiano ha sostanzialmente fatto due soli passi a sostegno della causa di Giulio: primo, sospendere temporaneamente le forniture di parti per gli F-16 egiziani, cosa fatta dal parlamento; e, secondo, ritirare l’ambasciatore, che fino all’annuncio di ieri rimaneva l’unica pressione esercitata dall’esecutivo. Il nostro Paese è il primo partner commerciale europeo dell’Egitto, eppure sanzioni economiche non sono state prese in considerazione. L’ENI è il maggiore produttore di idrocarburi in Libia, ed ha in concessione il grosso giacimento egiziano Zohr, eppure nemmeno questa leva è stata usata. Infine, nessun serio tentativo è stato fatto per portare la questione a livello europeo. I sostenitori della decisione del governo dicono che non avere un ambasciatore era diventata ormai una “pistola scarica” – ma è difficile non trarre la conclusione che il governo quella pistola non l’abbia mai caricata.

Il governo ci ha messi di fronte al fatto compiuto del ritorno dell’ambasciatore al Cairo, asserendo che questa azione fa parte di una strategia sincera per arrivare alla verità. Noi ci auguriamo che sia così, ma come tutte le forze che hanno sostenuto la ricerca di verità e giustizia per Giulio e la sua famiglia, ci riserviamo di osservare da vicino il comportamento del governo nei prossimi mesi. Ci aspettiamo, ad esempio che la presenza dell’ambasciatore ottenga una reale collaborazione dalle istituzioni egiziane. Ci aspettiamo concreti passi in avanti nelle indagini, quali l’invio delle registrazioni video delle stazioni della metropolitana della sera del 25 gennaio, i nomi degli agenti di sicurezza coinvolti nella sorveglianza di Giulio, e l’accesso diretto e rapido a tutti i testimoni che la procura di Roma riterrà opportuno ascoltare.

Stabilità e sicurezza non possono prescindere da verità e giustizia: fare luce sulla vicenda di Giulio non è solo un atto dovuto alla sua famiglia, ma anche una presa di responsabilità internazionale, che contribuirebbe a ripristinare la giustizia e lo stato di diritto in Egitto, aiutando quindi a stabilizzare il Mediterraneo. Del resto, l’ambasciatore Cantini, pur essendo stato nominato dal governo, ha il compito di rappresentare gli interessi del popolo sovrano.

Ci rammarica che tutte le indicazioni fino a questo punto siano andate in senso contrario, suscitando in noi pesanti dubbi. Sarebbe confortante essere smentiti.

In chiusura ricordiamo le parole del nostro collega. Nel 2006, quando aveva appena 19 anni, Giulio rilasciò un’intervista in cui, alla domanda: “Che cos’è la libertà?” rispose: “La possibilità di esprimere te stesso a livello intellettuale all’interno di un sistema sociale capace di supportarti nelle tue scelte”. Proprio questo obiettivo – che era poi l’obiettivo delle rivolte arabe – dovrebbe essere la priorità per il nostro Paese: libertà e giustizia sociale. Questi non soltanto ideali, ma sono anche obiettivi politici nel nostro interesse nazionale. Per questo ci aspettiamo che la richiesta di giustizia e verità per Giulio Regeni e la solidarietà alla sua famiglia si traducano in azioni concrete da parte del governo. A volte può essere vero che la ragion di stato e gli interessi nazionali siano contrari alle vicende dei singoli e della giustizia.

Questo però non è uno di quei casi.

Il 18 agosto 2017,
Roma, Berlino, Sydney, Aberdeen

Lucia Sorbera
Andrea Teti
Gennaro Gervasio
Enrico De Angelis

 

Branco, fascinazione e nichilismo: l’Isis 2.0 spiegato da De Giovannangeli

Un pezzo di Umberto De Giovannangeli da leggere e discutere:

La “car Jihad” che semina morte nel cuore di Barcellona, è “solo” un frammento di una strategia invasiva. Targata Isis 2.0 Una sconfitta che può trasformarsi in un incubo. Un incubo che è già diventato realtà: Barcellona, Parigi, Bruxelles, Nizza, Strasburgo, Monaco, Berlino, Manchester, Londra, Colonia, Stoccolma… Solo in Germania nove attacchi in un anno. Duemila foreign fighters con passaporto britannico addestratisi in Iraq, in Siria, in Libia, sono, quelli rimasti in vita, rientrati in patria per scatenare la Jihad globale. E lo stesso vale per i “fighters” tedeschi, francesi, belgi, olandesi, italiani…

In rotta a Mosul, accerchiati a Raqqa, in difficoltà in Libia, i comandi militari del Daesh hanno deciso di puntare all’Europa come nuova trincea avanzata della lotta per il “Califfato”. Il “Califfato” globale. Il numero dei foreign fighters partiti dall’Europa per combattere in Siria e Iraq, secondo le ultime stime è tra i 3.922 e i 4.294 individui, tutti pronti a morire per la bandiera dell’Isis. La maggior parte, 2.838, sono partiti da soli quattro Paesi europei: Belgio, Francia, Germania e Regno Unito. Quelli che sono tornati in patria, sono circa il 30%, indicativamente tra 1.176 e 1.288. Il censimento è dell’International Center for Counter-Terrorism (Icct) dell’Aja. Un recente studio dell’Istituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni 124 (l’81,6%) erano collegati all’Isis e 26 (il 18,4%) ad al-Qaeda.

Se ritirata è, quella delle milizie di al-Baghdadi, è una ritirata strategica. Un passo indietro, per colpire mortalmente l’Occidente e, in esso, l’Europa. Raqqa, Mosul, Sirte, Fallujia non sono più difendibili: troppo possente è la potenza di fuoco messa in atto dalle coalizioni, quella a guida americana e quella russa, per poter reggere da parti dei terroristi di Daesh. Meglio ripiegare nello spazio desertico fra il Maghreb e l’Africa Occidentale, a cavallo di confini desertici inesistenti fra Mali, Niger, Mauritania, Algeria, Libia e Ciad, un’area ideale dove riorganizzare le cellule dopo le sconfitte subite in Medio Oriente e da lì, nel Sahel, provare a dar vita al “Califfato del Maghreb” e al tempo stesso riorganizzare le forze e coordinare gli attacchi all’Europa.

In Europa a scatenarsi non sono più solo i “lupi solitari”. Perché i “lupi jihadisti” agiscono sempre più in branco, come dimostrano gli attacchi a Barcellona, Cambrils e Alcanar, si strutturano in cellule compartimentalizzate, i cui membri sono legati in termini generazionali e parentali, acquisiscono elementi fondamentali per colpire attraverso la rete di siti on line legati all’integralismo islamico armato.

Oltre la suggestione della Jihad che si fa Stato. Di più: Califfato. Oltre la dimensione integrista-religiosa che si fa legge – la “sharia” – e regola ogni atto della vita quotidiana del miliziano. La “fascinazione” dell’Isis non è nelle sue indubbia capacità mediatiche, né in una invincibilità militare fortemente intaccata sia in Iraq (Mosul) che a Raqqa (Siria). E non sta neanche nella figura, tutt’altro che carismatica, di Abu Bakr al-Baghdadi. La forza dell’Isis, quella che attira a sé migliaia di giovani con passaporto europeo, è la sua narrazione. Come ben argomenta Olivier Roy nel suo libro “Generazione Isis. Chi sono i giovani che scelgono il Califfato e perché combattono l’Occidente” (Feltrinelli 2017) , il fascino dell’Isis risiede nella “volontà del movimento, presente fin dalle origini, di creare un nuovo tipo di ‘homo islamicus’, staccato da tutte le appartenenze nazionali, tribali, razziali o etniche, ma anche familiari e affettive, per creare una nuova società a partire da una sorta di tabula rasa..”.

La fascinazione è in questo, così come l’elemento di novità dell’Isis sta, riflette Roy, nell’associazione di jihadismo e terrorismo con la ricerca deliberata della morte. Non è dunque l’Islam che si radicalizza ma, guardando all’identikit dei terroristi entrati in azione in Europa, da Parigi a Bruxelles, da Nizza a Manchester, da Monaco a Berlino e Londra, e ora a Barcellona, ciò che colpisce è il fatto che, tranne pochi casi, i jihadisti non passano alla violenza dopo una riflessione sui testi. Per farlo, rimarca ancora lo studioso francese, “dovrebbero disporre di una cultura religiosa che non hanno e, soprattutto, non sembrano intenzionati ad acquisire. Non si radicalizzano perché hanno letto male i testi o sono stati manipolati: sono radicali perché vogliono esserlo, perché è solo la radicalità ad attrarli…Non è l’Isis che è andato a cercare i giovani di Molenbeek o di Strasburgo, sono loro che sono andati all’Isis”. La radicalizzazione precede il reclutamento, ed essa avviene in genere al di fuori dell’ambiente sociale circostante. Non è il “Paradiso di Allah” ad esercitare su di loro una fascinazione che li porta ad ambire a chiudere la loro vita da “shahid” (martiri). Ad affascinarli è l’idea della “bella morte”. Qui, e viene in soccorso ancora Roy, “sta il paradosso: questi giovani radicali non sono utopisti, sono nichilisti in quanto millenaristi. Il domani non sarà mai all’altezza del crepuscolo. Si tratta della generazione no future“. Il loro avvicinamento alla Jihad globale non si fonda tanto sulla condivisione dei precetti più estremi dell’Islam radicale, quanto sulla convinzione che il riscatto dei diseredati, se un tempo passava attraverso il terzomondismo “modello Che” oggi s’incarna nella sollevazione contro l’Occidente colonizzatore operata dai seguaci di al-Baghdadi.

Sociologia più che religione. Volontà sovversiva globalizzata. La Jihad come tratto identitario unificante. Molti di loro non hanno alle spalle storie di disperazione sociale, di nuclei famigliari distrutti, la loro conversione all’Islam è un processo di identificazione con una causa per la quale vale la pena combattere e sacrificare la propria vita. Alcuni cercano di fuggire dall’emarginazione, hanno conosciuto il carcere per piccoli furti o spaccio, ma altri, la maggioranza, è alla ricerca di una realizzazione personale. Quella che prende forma è una identità transnazionale messa al servizio della comunità in pericolo. “Lungi dal ridursi ai capricci di una barbara idiosincrasia culturale – annota Pierre-Jean Luizard nel suo libro “La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna” – il discorso dello Stato islamico è portatore di una potente dimensione universalista che seduce oltre le frontiere della sua base sunnita mediorientale.

Quando si rilegge ‘Lo Scontro di civiltà‘ di Samuel Huntington, si viene colpiti dal gioco di specchi che si instaura con le concezioni del salafismo jihadista. Lo Stato islamico riprende a volte parola per parola la tesi di Huntington al fine di inscenare questo ‘scontro di civiltà’. Non si tratta di un conflitto tra due culture, tra Oriente e Occidente – prosegue Luizard , storico e direttore di ricerca al Cnrs – tra arabismo e mondo euro-atlantico, ma uno scontro tra titani, tra Islam e miscredenza. E, nell’Islam, ognuno è benvenuto, anche gli europei biondi con gli occhi azzurri di origine cattolica, come, d’altro canto, la miscredenza include anche arabi e cattivi musulmani… Questa universalità (dell’Isis, ndr) che trascende ogni limitato particolarismo e questo radicamento nella costruzione di una ‘utopia’ concreta sul campo incontra una eco importante tra giovani che vivono in Occidente…”. L’integrismo islamista cancella l’idea di Stato-nazione, la considera il frutto avvelenato del colonialismo crociato, ne attenta l’esistenza, in nome della “umma”, la comunità dei musulmani che non ha confini, di certo non quelli tratteggiati agli inizi del secolo scorso dalle potenze coloniali francese e britannica con gli accordi di Sykes-Picot, e non conosce singole identità nazionali.

L’Occidente sta favorendo non solo l’islamizzazione delle radicalità ma il radicamento di questa suggestione ben al di là dei miliziani della Jihad globale. La nuova leva di foreign fighters risulta più difficile da individuare perché l’avvicinamento alla Jihad globale non avviene attraverso la frequentazione delle moschee radicali nel Vecchio Continente, poste sotto controllo dai servizi di sicurezza occidentali. La frequentazione di ragazzi di origini arabe avviene nelle palestre, le prime manifestazioni a cui si partecipa hanno origine dalla rabbia sociale piuttosto che in solidarietà verso i “fratelli mujaheddin” iracheni, siriani, palestinesi. I “radicalizzati” usano il web per le lezioni coraniche e dal web traggono i contenuti motivatori di un nuovo terzomondismo che vede proprio nel jihadismo militante l’opportunità di combattere le ingiustizie perpetrate dall’Occidente. E al web affidano la propria determinazione distruttiva: “Uccidere gli infedeli, e lasciare solo i musulmani che seguono la religione”, era il messaggio lasciato sui social due anni fa da Mousa Oukabir, il diciassettenne ricercato quale presunto conducente del furgone della strage di Barcellona.

Al di là del dato quantitativo, quello che colpisce è la potenza della Rete, dei social network, dei siti legati alla galassia dell’estremismo islamico, per mezzo dei quali sia l’Isis che al-Qaeda riescono a fare opera di proselitismo, a raggiungere, indottrinare e addestrare centinaia di migliaia di giovani”, rimarca una fonte d’intelligence da anni impegnata nel contrasto al jihadismo armato. “Emerge con sempre maggiore evidenza – aggiunge la fonte – l’importanza che sia lo Stato islamico che la nuova al-Qaeda danno alla “mediatizzazione” del loro agire. I filmati che postano sono sempre più sofisticati ed è chiaro che a confezionarli sono dei professionisti. Si tratta di un reclutamento mirato, ancora più importante dell’addestramento militare”.

Le parole chiave della nuova strategia jihadista 2.0 sono viralità e coinvolgimento: snodi centrali di una propaganda orientata sui social media. La decapitazione dei due reporter di guerra Foley e Sotloff, a suo tempo, non ha soltanto riempito le prime pagine dei principali quotidiani online, ma ha anche generato una escalation virale su piattaforme come Twitter e Youtube. Su quest’ultimo social sono stati pubblicati circa 175mila video riguardanti la decapitazione di James Foley: tra questi soltanto i tre più popolari hanno generato circa sette milioni di visualizzazioni. È quanto era emerso da una ricerca realizzata da “IlSocialPolitico.it”, magazine che indaga sulle attività 2.0 di politica, istituzioni, “influencer” e fenomeni sociali. “Per i gruppi jihadisti la guerra di propaganda è dunque altrettanto decisiva di quella in armi sul campo di battaglia. Il cyber-jihad permette di far conoscere la propria visione del mondo, di intimorire e minacciare il Nemico, di reclutare…”, rimarca Renzo Guolo nel suo libro “L’Ultima utopia. Gli jihadisti europei“.

È il nichilismo che si fa Jihad. Sono i “banlieusards” che arrivano al terrorismo attraverso un percorso fatto di segregazione spaziale, segregazione sociale, disperazione, rivolta, fuga. E, alla fine” immolazione. “I giovani jihadisti di banlieu – rileva in proposito Guolo – hanno percorsi simili. Vengono da famiglie numerose, spesso caratterizzate dalla dissoluzione dei legami genitoriali e da un tenore di vita sotto le soglie di povertà; hanno alle spalle un percorso segnato dall’insuccesso scolastico, dalla vita di strada, dalla deviazione e dal carcere. Questo grumo di insoddisfazione e rabbia culmina nell’intenzione di vendicarsi di una società percepita come ingiusta, alla quale vengono imputati i propri fallimenti”.

Emarginazione e non solo. Rileva Nabil El Fattah, già direttore del Centro di Studi strategici di Al- Ahram del Cairo, tra i più autorevoli studiosi arabi dell’Islam radicale armato: “Basta studiare le biografie di alcuni dei foreign fighters europei morti in Siria o in Iraq o anche di alcuni degli attentatori di Parigi o di Bruxelles: non siamo di fronte a dei disperati che devono vendicarsi della fame patita, ma abbiamo a che fare con individui che trovano nella suggestione politico-terroristica del Califfato un ancoraggio identitario, una ragione di vita e di morte. Per contrastare questa deriva, non è solo questione di intelligence, di sicurezza, di militarizzazione delle città, né bombardare a tappeto Raqqa o Mosul. Quella che va condotta è anche una battaglia culturale”, avverte lo studioso egiziano. E sulla stessa lunghezza d’onda si muove Loretta Napoleoni quando, a conclusione del suo libro: “Isis. Lo Stato del terrore“, annota: “Esiste una terza opzione tra il fallimento della Primavera araba e i successi dello Stato islamico? Sì, esiste, e riguarda l’istruzione, la conoscenza e la comprensione dell’ambiente politico in evoluzione in cui viviamo, gli stessi strumenti usati in passato per dar vita con successo al mutamento politico non in maniera cruenta ma con il consenso, cosa che tanto i giovani combattenti degli smartphone quanto i colletti bianchi della politica continuano a non capire”. E se questa incapacità-non volontà di comprendere permarrà, una cosa è certa: l’Isis sarà probabilmente sconfitta in Siria e Iraq ma il “nichilismo che si fa Jihad” troverà altre forme e altre sigle per manifestarsi. E colpire. Barcellona docet.

(fonte)

L’emergenza profughi è finta. Lo dicono i numeri. (E l’Italia non riesce a gestirla lo stesso)

Ora provate per un secondo a lasciare perdere il tifo e le percezioni (che triste la politica fatta alle percezioni, che schifo la politica che ha bisogno di creare percezioni) e leggetevi Francesco Cancellato:

 

Dal canto nostro, a bocce quasi ferme, non sarebbe male fermarci a ragionare due secondi. E provare a mettere in fila un po’ di luoghi comuni sui quali abbiamo fondato la sindrome da accerchiamento che ci ha accompagnato lungo questa estate torrida e che ha fatto svoltare il Paese a destra di almeno quarantacinque gradi, tra sindaci di centrosinistra che propongono di aumentare le tasse a chi fa accoglienza e ristoratori che si rifiutano di assumere camerieri di colore o commesse fidanzate con ragazzi nigeriani.

Non è vero che il 2017 è stato un anno record per gli sbarchi in Europa. Finora, dopo sette mesi e mezzo, ci sono stati 100.757 sbarchi, contro il 362mila di tutto lo scorso anno

Non è vero, ad esempio, che il 2017 è stato un anno record per gli sbarchi in Europa. Finora, dopo sette mesi e mezzo, ci sono stati 100.757 sbarchi, contro il 362mila di tutto lo scorso anno. Ad agosto 2016 gli sbarchi erano stati 25mila e rotti, oggi siamo fermi a 2500. L’emergenza profughi in Europa, è stata roba degli scorsi anni – il 2015, soprattutto, quando di profughi ne arrivarono un milione e rotti – non del 2017.

È vero, semmai, che ormai l’unica rotta aperta è quella meridionale, che ha l’Italia come approdo. Ma anche su questa direttrice non c’è alcuna emergenza. O meglio, l’anno emergenziale è stato il 2016, con l’arrivo di 180mila migranti e la morte in mare di oltre cinquemila tra loro. Il 2017 è in linea con quei numeri, con un deciso calo degli sbarchi a luglio e agosto. Il tutto, peraltro, con più soldi dall’Unione Europea e con un anno di esperienza in più nell’identificazione, con sempre più comuni che aderiscono ai bandi Sprar, con l’accorciamento dei tempi per l’esame delle richieste d’asilo, figlio del decreto Minniti – Orlando.

Ancora: non è vero che siamo gli unici eroi che si occupano di profughi in un continenti di egoisti e ignavi. Semmai se lo meriterebbe la Germania, l’Oscar dell’accoglienza, visto che le richieste di asilo ai tedeschi nel 2016, sono state 745155, sei volte quelle pervenute all’Italia. E se vogliamo fare i pignoli, e proporzionare le richieste alla popolazione residente nei diversi Paesi europei, scopriamo che i 2027 richiedenti asilo ogni milione d’abitanti dell’Italia stanno a metà classifica. E che Austria, Grecia, Malta, Lussemburgo, Cipro, Islanda, Svizzera, Ungheria, Svezia, Bulgaria e Lichtenstein esaminano, in proporzione, più richieste di noi.

Cerchiamo di essere consapevoli del fatto che quella che chiamiamo emergenza è la nostra incapacità di gestire una situazione che altrove sarebbe più o meno normale

Semmai, il problema è a valle: negli sprechi di denaro, ad esempio. Nella cattiva gestione dell’allocazione dei richiedenti asilo nei centri urbani, ancora troppo spesso figlia degli accordi tra prefetture, proprietari di immobili e cooperative sociali. Nella nostra incapacità di rimpatriare quel 60% di migranti cui bocciamo la richiesta di asilo – cosa che Bruxelles ci rimprovera un giorno sì e l’altro pure – che da quel momento in poi diventano clandestini a tutti gli effetti.

(continua qui)

«La mafia foggiana è mafia. Punto. Almeno a questo sarà servita la morte di due innocenti. Niente più giri di parole.»

Giuliano Volpe per Huffington Post:

 

La mafia foggiana è mafia. Punto. Almeno a questo sarà servita la morte di due innocenti. Niente più giri di parole. Da anni c’è chi ne parlava e veniva accusato di infangare la Capitanata (come se non fosse la mafia a spargere fango e qualcosa di molto più puzzolente e putrido nel contesto sociale, economico e politico locale).

Basta con tentativi di edulcorare e sottovalutare. Basta con forme, anche involontarie (ma a volte purtroppo volontarie), di vicinanza, di accondiscendenza, da parte della politica (i voti della mafia fanno comodo!) e dell’economia (meglio pagare il pizzo che avere fastidi!). Serve innanzitutto un’azione di polizia più efficace, soprattutto dal punto di vista investigativo, oltre che repressivo. Ma serve un’azione più sotterranea, più lenta, più lunga, sistematica di costruzione dal basso di una coscienza civile, di legalità diffusa (a tutti i livelli, anche quelli apparentemente ‘insignificanti’, come la cura del decoro di una città). Un’azione che coinvolga tutti, nessuno escluso, e che deve vedere in prima linea il mondo della scuola, dell’università, della cultura.

Serve la costruzione di una classe politica più colta e con una visione progettuale (ovviamente onesta, ma l’onestà da sola non basta; è solo un requisito prepolitico, ma insufficiente, checché ne dicano alcuni che la sbandierano come la soluzione di tutti i mali; un medico onesto ma incompetente potremmo sceglierlo come amico ma certo non lo sceglieremmo per farci curare). Servono rimedi radicali con un forte impatto, ma anche pillole quotidiane di cultura, di civismo, di cura degli spazi comuni per guarire una malattia cosi profonda.

Alcuni questo lo fanno da anni, a volte isolatamente e in silenzio. Chi organizza iniziative di cultura, di sport, di socializzazione, per tutti. Chi insegna nelle scuole e nell’università tra mille difficoltà. Chi si impegna per gli ultimi. Chi ha deciso di restare e di lottare. Chi recupera un edificio abbandonato nel centro storico o un pezzo di parco cittadino strappandolo al degrado, allo spaccio, alla microillegalità e lo restituisce a nuova vita e ai cittadini, purtroppo spesso nel disinteresse delle istituzioni. Chi costruisce occasioni di lavoro e di economia sana, pulita, valorizzando il patrimonio locale e non consumandolo e distruggendolo. E tanti tanti altri. Ecco, servirebbe un maggior sostegno a queste iniziative, a queste associazioni, a queste organizzazioni, a queste persone. E come scriveva Calvino nelle Città invisibili, bisogna riconoscere “chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

E forse, in questi giorni, qui a Foggia, in Capitanata, le parole di Calvino sono quelle che rendono meglio cosa serva: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

 

Polvere di cristalli. E la notte dei silenzi dei buoni

La storia la racconta Antonio Sicilia sul suo profilo Facebook e mette i brividi:

Vivi e lavori in Italia da 23 anni, hai 4 figlie, tre delle quali nate in Italia, e una mattina del 2017 ti svegli e trovi la scritta “DASPO” sull’insegna del tuo negozio.

È successo questa mattina a Belhassen, calzolaio tunisino di Vicolo della Seconda Androna a Trento, colpevole di essere un calzolaio straniero per qualche razzistello ignorante e codardo.

Qualche ora fa sono andato a trovarlo per fargli qualche domanda e soprattutto per esprimergli tutta la mia solidarietà : «Questa scritta mi ha ricordato la scritta “Ebreo” sulle vetrine dei negozi di qualche decennio fa. Si respira un clima d’odio – ha aggiunto – che mai avevo visto in questo Paese. È dura anche per me che sono in Italia da oltre 20 anni».

Il suo volto sconsolato, quasi rassegnato, ha risposto ad ogni mia ulteriore domanda.

Un episodio che conferma la voglia sempre maggiore di screditare e umiliare chi è diverso, grazie anche alla politica peggiore che continua a soffiare sull’odio e sulla paura per tornaconto elettorale.

Andando via, una signora trentina che aspettava il suo paio di scarpe, ha guardato Belhassen dicendo: “Non siamo tutti così con chi è straniero”.

Esatto signora mia, è proprio da persone come lei che dobbiamo ripartire per mettere fine a questo clima infame. “Accoglienza”, “Integrazione” e “Umanità” sono parole non devono sparire dal nostro vocabolario per paura di non essere compresi.

Se servisse, Antonio aggiunge anche qualche foto:

E viene in mente la frase di Martin Luther King: «In questa generazione ci pentiremo non solo per le parole e le azioni odiose delle persone cattive, ma per lo spaventoso silenzio delle persone buone».

Buon martedì.

(continua su Left)

A Licata perde lo Stato: cacciato il sindaco anti abusivi

La storia la racconta molto bene Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera:

L’«eroe per caso» della guerra agli abusivi, il giovane sindaco di Licata, ha tenuto duro per mesi. A dispetto degli insulti, delle minacce, degli attentati, del peso di doversi muovere con la scorta. Lo sapeva, però, che il suo destino era segnato. E la mozione di sfiducia è stata solo il passaggio formale. Poche settimane e la Sicilia va alle elezioni regionali. E chi ce l’ha il fegato di sfidare il Pau, cioè il Partito abusivi uniti?

È una sconfitta pesante, per l’immagine e l’onore di tutta l’isola, la demolizione politica e clientelare, in consiglio comunale, di Angelo Cambiano, il simbolo stesso del rispetto della legge sulle demolizioni dei villini costruiti all’interno della fascia vietatissima dei 150 metri dal mare. Una sconfitta per Angelino Alfano che, tirato in ballo dalle suppliche a «far sentire l’appoggio del governo», aveva sventolato il suo appoggio al primo cittadino in difficoltà davanti alla rivolta dei fuorilegge: anche gli alfaniani hanno votato per la decapitazione della giunta comunale. E una sconfitta più ancora per lo Stato, che si era illuso di riuscire finalmente a imporre, in quell’angolo di Sicilia, il rispetto della legge.

Trent’anni di condoni

Per capire la dimensione della batosta, però, va fatto un passo indietro. Ricordando come dal primo condono craxiano del 1985, seguito dai due berlusconiani del 1994 e 2003, centinaia di migliaia di abusivi siciliani, protagonisti di un furioso saccheggio delle coste (si pensi a Triscina: cinquemila villette illegali tirate su a due passi da Selinunte) scelsero di versare un piccolo acconto avviando le procedure del condono, necessarie per bloccare le inchieste e le demolizioni, per poi non occuparsene mai più. Certi che la burocrazia isolana, tra le peggiori del pianeta, avrebbe ingoiato tutto.

Cosa puntualmente avvenuta. Basti dire che la «sanatoria delle sanatorie» offerta da Totò Cuffaro ai 400 mila isolani che da anni lasciavano marcire le pratiche dei vecchi condoni, fu accolta con l’1,1% di adesioni a Palermo, lo 0,37% a Messina, lo 0,037% a Catania, lo 0,025% ad Agrigento. E l’incasso fu di 1 milione e 85 mila euro: un settecentesimo del previsto.

L’ambiente era tale che nel 2001 lo stesso vescovo agrigentino Carmelo Ferrara, alla minaccia dello Stato di buttar giù almeno le più oscene delle 607 costruzioni illegali costruite dentro il parco archeologico, rispose attaccando le «ruspe immorali», denunciando «una campagna di mistificazione contro la città» e incitando alla ribellione «contro lo stato-padrone».

I villini da abbattere

Fu questo, «il contesto» di sciasciana memoria nel quale Angelo Cambiano diventò un «eroe per caso». Era un giovane docente di matematica, non aveva fama di fanatico ambientalista e la lista civica che l’aveva eletto non era fatta di rivoluzionari. Anzi. Ma il commissario di governo uscente, con le chiavi della città, gli consegnò anche un tesoretto di 300 mila euro accantonati per cominciare a buttar giù, finalmente, almeno i villini colpiti da ordinanze inappellabili di demolizione. Cioè 216 su centinaia e centinaia. Come già i lettori sanno: tutte seconde case, quasi tutte sul mare, tutte tirate su a dispetto della legge.

In altre situazioni, forse, lo stesso Angelo Cambiano avrebbe preferito poter dire, come tanti altri sindaci, «spiacente, le ruspe costano e non abbiamo soldi». Meno grane. Meno odio. Meno rischi. I soldi in cassa, però, lui li aveva. I magistrati Renato Di Natale e Ignazio Fonzo, che già avevano dato una scossa imponendo ai comuni di prendere di petto il tema, glielo ricordarono. E lui ne prese atto. Facendo il suo dovere, cosa rara in certe realtà, nonostante la rivolta di tanti amici e amici degli amici: «Picchì giustu a ‘nattre?» Perché solo a noi? Perché le ruspe qui e non in altri comuni e contro altri abusi?

Il coraggio di un sindaco

Confronto duro. Tanto che l’associazione «Periscopio, Osservatorio permanente sui rispetto della legalità» (sic) arrivò a firmare un «esposto querelatorio» contro il prefetto, il sindaco, i dirigenti dell’urbanistica e così via accusandoli di aver «prevaricato nelle loro funzioni istituzionali nella nota e triste vicenda…». Per non dire degli appelli («Perché proprio adesso, dopo anni? Perché proprio noi se in Sicilia ci sono un milione di case abusive?») e infine delle minacce.

Ci voleva coraggio a tener duro in nome dello Stato. Angelo Cambiano lo ha avuto. Ma come reggere un «contesto» in cui decine di deputati e senatori e consiglieri regionali si vantano di essere contro le ruspe e lo stesso governatore Rosario Crocetta nega le voci di una sanatoria ma pensa alla «possibilità dell’utilizzo sociale di alcuni immobili costruiti abusivamente che potrebbero, dopo la loro acquisizione al patrimonio pubblico, essere inseriti in piani di recupero…»? Come interpretare certi messaggi quali l’ultima apertura del candidato grillino alla Regione Giancarlo Cancelleri verso gli «abusivi per necessità», storica formuletta che le vecchie volpi partitiche d’ogni colore usano da sempre per stoppare le ruspe?

L’altra «rivolta»

Non bastasse, il sindaco di Licata non è il primo a esser buttato fuori. A gennaio era già stato costretto ad andarsene Pasquale Amato, primo cittadino di Palma di Montechiaro: mezzo paese (a partire dai delinquenti che lo tempestavano di lettere minatorie) non gli perdonava di aver appoggiato una serie di demolizioni obbligate da sentenze definitive. Al posto suo, oggi, c’è Stefano Castellino che, come hanno scritto i giornali locali, si è presentato «con le idee chiare». Primo punto: basta ruspe. I soldi, dice, possono essere spesi meglio. Il tutto, si capisce, nella convinzione «che la legalità, la trasparenza e la chiarezza siano essenziali». Ma che statista…

È xenofobia. Semplicemente.

Ne scrive bene Carmelo Palma su Strade:

L’anti-immigrazionismo sta alla xenofobia come l’antisionismo sta all’antisemitismo. È una maschera politicamente compatibile di un pregiudizio, peraltro, sempre meno inconfessabile. A moltissimi italiani – poco importa se siano la maggioranza o meno, sono abbastanza da dare il tono che fa la musica della nostra politica – risulta semplicemente insopportabile che tanti stranieri siano tra di noi, che tanto straniero e sradicato dal comodo rifugio di un’identità neppure nazionale, ma ferocemente particolaristica, sia diventato il nostro modo di vivere e di produrre, di consumare e di ridistribuire, di ricevere e di donare.

La xenofobia evolve coi tempi, senza rinnegare la propria origine e la propria matrice puramente negativa, che adatta alle caratteristiche delle nuove vittime sacrificali dell’invidia e del rancore. Salvini intima al Presidente della Repubblica di vergognarsi per avere osato paragonare gli immigrati stranieri ai 30 milioni di emigrati italiani che in oltre centocinquant’anni di storia hanno invaso tutto il mondo, dall’Australia al Sudamerica. Salvini però faceva il giovane comunista padano, in una Lega che prometteva di buttare fuori i terroni dal Nord e irrideva con cori da stadio i meridionali (“Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani o colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati”) e ora fa l’adulto lepenista italiano promettendo, anche a nome di napoletani e siciliani, di ributtare arabi e neri al di là del Mediterraneo. Eppure Salvini è sempre uguale a se stesso, la maschera mutevole del razzismo come identità collettiva e non come pregiudizio individuale.

Non si tratta, peraltro, di un fenomeno solo etnico-culturale, ma anche economico-sociale. La xenofobia è il precursore ideologico del protezionismo e dello statalismo nazionalista. È la difesa parossistica del “nostro” lavoro, delle “nostre” aziende, dei “nostri” pomodori, in un mondo in cui il confine tra il “nostro” e “l’altrui” – a tutti i livelli – si è brutalmente denazionalizzato e in cui non solo la catena del valore, ma anche quella delle identità si è radicalmente globalizzata. Xenofobica è oggi la resistenza all’integrazione economica internazionale. Xenofobici sono il sovranismo monetario e la diffidenza per l’Europa matrigna. Xenofobici sono i fantasmi interiori e le paranoie di chi, per tornare a Manzoni, è sempre più pronto a “intonare il grido della carneficina” contro il nemico immaginario che viene da lontano e porta la “peste” ad irrompere nel recinto della tribù.

(l’articolo intero lo trovate qui)

Se l’umanità ha un po’ rotto i coglioni

Leggetevi Mantellini. Per bene:

L’umanità, francamente, ha un po’ rotto i coglioni. Lo dicono i telespettatori di Sky che interpellati con un sondaggio da telecomando, in schiacciante maggioranza, dicono che basta, è ora di finirla. Lo dicono i cittadini intervistati per strada, i colleghi di lavoro al desk lì accanto, le signore anziane dal fruttivendolo. Non so quando tutto questo sia iniziato, forse è perfino troppo complicato chiederselo. Magari è accaduto quando abbiamo iniziato a diventare “ricchi” (dove le virgolette servono a chiarire l’iperbole della ricchezza individuale in un Paese comunque con le pezze al culo) oppure quando ci è parso di essere sotto attacco (anche se, volendoli leggere, i numeri dicono cose abbastanza diverse). In ogni caso non mi pare esistano grandi dubbi che questo sia oggi il sentimento diffuso degli italiani sul tema migranti. Che sia merito delle intense e indecenti campagne disinformative della politica o della mediocrità dei media, che dipenda dalla nostra disperata necessità di sentirci protetti o da altre più complesse motivazioni culturali, il dato di fatto è che gli italiani, con il piccolo individualismo che li contraddistingue, ciò che impedisce loro – da sempre – di sentirsi “un Paese”, dei migranti non ne possono più.

Così non è strano che la politica li segua a ruota. Lasciando perdere per un momento quelli che del tema “stranieri” hanno fatto da anni un cavallo di battaglia, come i leghisti fin dai tempi in cui Borghezio girava per i treni regionali disinfestandoli dalle nigeriane con una bomboletta spray, non dovrà meravigliarci che perfino il governo del PD arda dal desiderio di interpretare i desiderata dei propri elettori. Il codice di comportamento delle ONG in mare ne è un esempio molto chiaro, il Ministro Minniti, che così tanto apprezzamento riceve negli uffici e dal fruttivendolo, ne è il perfetto interprete. Se domani Skytg24 indicesse una consultazione fra le patate da divano sul Ministro sono certo che gli apprezzamenti popolari andrebbero alle stelle. Perché l’umanità, francamente, non è più da tempo moneta di scambio fra la politica e i suoi elettori. È un sacchetto di rifiuti rancido del quale tutti cercano di liberarsi al più presto.

(continua qui)

Sciaccallaggio. Dice Esposito.

L’accusa più ridicola che sia stata rivolta a Civati e a quelli come lui che ancora difendono un minimo di umanità in politica, in queste ore, è quella di sciacallare sulle dichiarazioni del partito del governo nella sua rincorsa affannosa alla destra più estrema. Lo ha fatto il senatore Esposito, senza smentire l’enormità che aveva diffuso a mezzo televisivo.

Loro dicono cose dell’altro mondo, speculando su qualsiasi argomento legato all’immigrazione, e se glielo fai notare lo sciacallo sei tu. In realtà, lo sciacallo interviene sulle sventure altrui. Quindi hanno per certi versi ragione, a patto di accettare che la loro, appunto, sia una sventura. Una tragedia culturale e politica.