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Politica

“Il governo dà i soldi a Barbareschi e dimentica gli altri teatri”: la lettera del Teatro di Roma

Questa è la lettera che hanno scritto il presidente Emanuele Bevilacqua e il direttore Antonio Calbi del Teatro di Roma sulla vicenda degli 8 milioni al Teatro Eliseo

Illustre Presidente Gentiloni,
Illustri Presidenti Boldrini e Grasso,

come sapete, lunedì 29 maggio scorso, alla Camera dei Deputati, è stato approvato un emendamento inserito nella “manovra correttiva” della Legge Finanziaria che regala ben 8 milioni di euro in 2 anni al Teatro Eliseo di Roma, un contributo pubblico concesso fuori da ogni regola e contro il parere del Ministro del Bilancio Padoan e del Ministro della Cultura Franceschini. Ciò che è accaduto è un vero e proprio atto di “sfascismo”, permetteteci il neologismo, uno sfregio nei confronti della nostra già fragile Democrazia. Garantendo una cifra così cospicua di danaro pubblico, in modo del tutto discrezionale, a un teatro privato e che oggi, dopo un cruento cambio di gestione, continua nella sua forma giuridica a essere un’impresa privata (e che a sua volta gestisce un teatro di proprietà privata), gli Onorevoli Deputati hanno: 1. inferto un colpo ferale alla regola dell’equità di trattamento delle diverse istituzioni culturali del Paese; 2. messo in luce la mancanza di visione complessiva del sistema teatrale della Nazione; 3. vilipeso il Decreto Franceschini, che dal luglio 2014 regola il settore dello spettacolo dal vivo. Disorienta il fatto che gli Onorevoli Deputati si siano lasciati irretire, con colpevole superficialità, da due loro colleghi, uno del Pd e uno di Forza Italia, firmatari di un provvedimento ad personam, destinato prima che a un’istituzione di interesse culturale, a un impresario privato, che non deve rispondere se non a se stesso, a differenza delle istituzione culturali pubbliche.
Il sostegno e il soccorso alla cultura è doveroso e necessario ma deve rispettare leggi e regolamenti. Nel caso specifico l’iter adottato viola palesemente tutto questo e risulta del tutto forzato: inserirlo nella manovra correttiva, che in Senato sarà verosimilmente approvata con la fiducia, ne garantisce il buon esito. Il quantum, poi, è vergognosamente fuori scala per un teatro la cui nuova gestione è partita soltanto a fine 2015 ed è già in affanno. La tragica commedia che si è consumata alla Camera ha hypocrites di professione e comparse ingenue: la garanzia della copertura in bilancio assicurata dal viceministro all’Economia è verosimilmente stata interpretata dagli Onorevoli Deputati come un via libera all’avallo del contributo straordinario rivendicato dal nuovo patron del Teatro Eliseo. Il risultato è un puro utilizzo privato del potere pubblico. Vi domandiamo se gli Onorevoli Parlamentari abbiano contezza delle numerose istituzioni e imprese culturali in stato di sofferenza del Paese, chiuse o sull’orlo del fallimento? Sanno gli Onorevoli, che un Teatro Pubblico come lo Stabile di Catania è praticamente fallito? Che il Teatro Valle, il più antico teatro della Capitale (1727), di proprietà pubblica, a oggi può contare su un quarto del fabbisogno economico necessario al suo restauro? Sanno che Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, non ha un teatro agibile e le altre infrastrutture necessarie a non sfigurare a livello internazionale, a un anno e mezzo dall’evento? Sanno che il Teatro di via Nazionale a Roma, rivendica un contributo pubblico annuo per la sua gestione, oltre agli 8 milioni straordinari per ripianare i debiti, assai superiore a quello che ricevono molti teatri pubblici, i quali continuano a perseguire le proprie missioni, rispettando, con ardito sforzo, i parametri fissati per loro dalla legge?
Ogni museo, auditorium, cinema, teatro, biblioteca che chiude è un colpo inferto alla nostra civiltà, che della cultura ha fatto un valore e un bene imprescindibile. Nell’aiuto di Stato a un singolo teatro, a vocazione privata, non c’è alcun eroismo perché con esso vengono lese equità, trasparenza, equilibri, dando un nuovo esempio di cattiva politica, di subalternità al richiedente di turno travestito da guascone. Non si creda, dunque, di aver onorato l’Articolo 9 della nostra Costituzione: al contrario, con lo strabico voto alla Camera esso è stato reso vacuo, perché, oggi, ognuno è legittimato a rivendicare qualsiasi cosa, ad agire in ordine sparso, ricorrendo a scorciatoie e stratagemmi, ad appoggi e conoscenze dirette, pur di ottenere l’ingiusto a fini squisitamente personali. Magari per acquistare un teatro privato da privato cittadino, senza dover dar conto a chicchessia. Ma con fondi pubblici.
Quante altre imprese culturali private sono in difficoltà e non beneficiano di aiuti di Stato elargiti “fuori sacco”? Perché un intervento ad hoc per il Teatro Eliseo e per gli altri no? Perché cedere alle lusinghe furiose di un ex parlamentare – trasformatosi ora anche in direttore di teatro, accanto alle attività di produttore per la tv e il cinema, e che bene conosce non solo i corridoi e le stanze dei poteri ma anche le pieghe di un bilancio di Stato -, e non avere orecchi per altri? In Europa si tratterebbe di concorrenza sleale, di posizione di vantaggio, mentre da noi è pratica spudoratamente resa lecita. A furia di procedere a colpi di emendamenti, di Milleproroghe (un nome, un programma!), di manovre correttive, si delegittima la linearità della politica: sono strumenti col tempo distorti e abusati al limite della costituzionalità e dove possono esservi nascosti, in modo opaco o occultati fra infiniti altri emendamenti, interventi che scompaginano un intero sistema, incentivano al non rispetto delle leggi, invitano a usare il ricatto e l’urlo. L’emendamento pro Eliseo ha tutta l’aura dell’abuso di potere, di ruolo, di spreco di danaro pubblico: chi garantisce che l’investimento vada a buon fine? E qual è il fine ultimo?
Con questo gesto iniquo si è inoltre svilito il ruolo e il lavoro delle associazioni di categoria, Agis, Federvivo, Platea. E non ci si risponda che ora, grazie a questo emendamento ad aziendam, tutte le imprese culturali e artistiche del Paese potranno ricorrere agli stessi aiuti straordinari perché sappiamo bene che questa via non è praticabile, sia sul piano economico sia sul piano giuridico. La regola civile insegna ad agire in lealtà e nel rispetto delle regole, sale primo di una società democratica. Noi, nonostante tutto, ci crediamo ancora e vogliamo continuare a onorare la nostra personale e comune etica. L’amarezza è tanta, ma anche la certezza che urge voltare pagina una volta per tutte, con una legge, in fase di elaborazione, che contempli e regoli anche il soccorso alle imprese in difficoltà. Vi chiediamo, dunque, alla luce di quanto accaduto, di vigilare ancora più serratamente sui meccanismi che regolano il lavoro del Parlamento, e di ricondurre a rigore, trasparenza, equità, legittimità le azioni degli Onorevoli Deputati e Senatori, da tutti noi eletti nostri rappresentanti.

Emanuele Bevilacqua, presidente
Antonio Calbi, direttore
Teatro di Roma Teatro Nazionale

“Non solo progresso serve un’altra utopia”

Parigi. In questi tempi duri di crisi e d’ incertezze, il filosofo Michel Serres prova a guardare la realtà con altri occhi, cambiando punto di vista e valorizzando quello che troppo spesso si tende a dimenticare: l’ epoca di pace e di progresso in cui viviamo da oltre settant’ anni. Lo spiega con intelligenza e passione nel nuovo saggio intitolato “Darwin, Napoleone e il samaritano” (Bollati Boringhieri), in cui propone niente meno che una nuova filosofia della storia adatta all’ andamento erratico dell’ epoca contemporanea. Dopo la fine delle grandi narrazioni, colui che Le Monde ha definito «un Montaigne dell’ era digitale», sente infatti il bisogno di restituire un senso al nostro divenire e una prospettiva – relativa e provvisoria – alla condizione umana.

Conscio dei rischi di una simile operazione, il ragionamento di Serres parte da una riflessione sul passato e sulle sue illusioni: «Nel XIX e XX secolo, le filosofie della storia hanno condotto all’ impasse e alla catastrofe. Nate dalla filosofia dell’ illuminismo, hanno prodotto un’ idea di progresso inevitabile e costante che postulava un mondo in continuo miglioramento. Hiroshima ha fatto a pezzi questa illusione, segnando la fine di tale filosofia. Da allora sappiamo che il prezzo del progresso è talvolta altissimo», spiega l’ autore di Non è un mondo per vecchi e Il mancino zoppo, ricevendoci nella sua casa alle porte di Parigi. «Così oggi non abbiamo più una vera filosofia della storia e manchiamo di una direzione da seguire.
Anche la politica sembra a corto d’ idee. E se i politici non sono più capaci di governare, è perché siamo privi di progetti e utopie. Per questo abbiamo bisogno una nuova filosofia della storia».

Lei ne propone una che non è più lineare né a senso unico. È una filosofia della storia che ha perso le sue sicurezze?
«Con Hiroshima abbiamo scoperto che il progresso scientifico, invece di essere sempre positivo, poteva diventare assassino. Ma dopo la tragedia atomica è anche vero che alcune persone straordinarie hanno avviato la costruzione dell’ Europa unita che ci ha permesso di vivere in pace per settant’ anni. Non era mai successo prima. A partire da queste due novità di segno diverso, ho riletto la storia recente in un’ altra prospettiva, elaborando una filosofia della storia in cui la relazione spazio/tempo è complessa e relativa. Da qui un’ idea di progresso non più lineare, senza un fine: solo un insieme di possibili di segno diverso.
Il mio avvenire è fatto di paesaggi contrastanti e contraddittori».

Avere questa consapevolezza cosa cambia?
«Per esempio ci consente di guardare la storia passata dal punto di vista delle vittime. In passato ci si è interessati solo ai vincitori che incarnavano il senso della storia. Io però, se penso a Napoleone, non penso alle conquiste, ma agli innumerevoli morti che ha provocato. L’ attenzione alle vittime ci aiuta ad avere coscienza di quanto la pace sia un bene prezioso che dobbiamo preservare e difendere ad ogni costo. Lo stesso vale per la salvaguardia del pianeta. Comprendere che la storia non è una progressione lineare, dovrebbe spingerci ancor di più a difendere il nostro ecosistema. Insomma, dobbiamo essere sempre più vigilanti perché tutto è molto più difficile di quello che credevamo. La storia non avanza da sola verso il bene e il progresso».

Significa che gli individui hanno una nuova e più grande responsabilità per ognuna delle loro scelte?
«Non esiste più una ragione della storia che noi dobbiamo solo accompagnare, come pensavano Hegel e Marx. Siamo noi che dobbiamo inventare la storia, questa è la nostra nuova responsabilità. Inoltre, alle nostre spalle non c’ è solamente la storia nata con la scrittura, ma l’ intera storia del pianeta, i cui codici sono iscritti in ogni cosa. Di conseguenza la totalità della realtà naturale fa parte della nostra eredità. Bisogna quindi prendersene cura».
A Napoleone, simbolo dell’ età della guerra e della violenza, lei contrappone alcuni eroi positivi, che sarebbero i simboli dell’ epoca di pace contemporanea…
«La nostra epoca è innanzitutto quella del miracolo della medicina.
Il samaritano che si prende cura di colui che soffre è il simbolo di questo atteggiamento nei confronti degli altri, dell’ empatia per il prossimo. Ho ricordato anche François de Callières, che, al servizio di Luigi XIV, ha scritto un trattato sull’ arte di negoziare. È il simbolo della diplomazia che cerca di evitare ad ogni costo la guerra. Infine, ho scelto come terzo eroe di questa nostra età della pace Pollicina, la bambina che usa e controlla le nuove tecnologie aprendo nuove frontiere e nuove prospettive».

Nella sua riflessione sembrano echeggiare il pessimismo della ragione e l’ ottimismo della volontà di Gramsci. È così?
«Quello di Gramsci potrebbe essere il mio motto. Oggi in Francia domina il pessimismo, io vorrei contrapporre un ottimismo temperato che deve soprattutto essere uno strumento per combattere in nome della pace e della salvaguardia del pianeta».
Nella realtà però esplode spesso una violenza cieca e indiscriminata.
«Siamo tutti portatori sani di violenza e in ciascuno di noi c’ è una dimensione che può trasformarsi in violenza. Persone rispettabili possono diventare belve assassine. La Germania prima della guerra era all’ avanguardia delle arti e della filosofia, eppure si è affidata al nazismo. La cultura non impedisce la barbarie, bisogna sempre essere vigili. La filosofia della storia che ho delineato ci aiuta a combattere la violenza potenziale che è in noi. La storia passata è una sequenza di lacrime e sangue da cui siamo usciti solo da poco. Solo se ne abbiamo coscienza, terremo a bada la violenza che è in noi. Solo guardando al passato, eviteremo di ripetere gli stessi errori nel presente».

Non le sembra che il terrorismo esprima una violenza incontrollabile su cui abbiamo poco possibilità d’ intervento?
«È vero, ma va detto che gli attentati non sono certo una novità di questi nostri anni. La storia passata ne è piena. Inoltre, anche la violenza del terrorismo va relativizzata e rimessa in una prospettiva storica.
Per quanto gli ultimi attentati siano una tragedia dolorosa, le decine di vittime di Parigi, Manchester, Nizza o Londra non sono nulla di fronte al bombardamento di Dresda che fece duecentomila morti in una sola notte o alla battaglia napoleonica di Borodino nella quale morirono decine di migliaia di persone in un solo giorno. Oggi la morte per guerra o terrorismo è l’ ultima delle cause di mortalità. Viviamo in un tempo di pace. E se le vittime degli attentati sono innocenti, purtroppo lo erano anche le vittime d’ Hiroshima. Detto ciò è chiaro che bisogna fare di tutto per combattere e prevenire la violenza del terrorismo ».

(*) Il volume “Darwin, Napoleone e il samaritano” di Michel Serres  è pubbliato da Bollati Boringhieri, traduzione di Chiara Tartarini (pagg. 204 euro 16)
La Repubblica, 6 giugno 2017

«Falcone non piaceva né a destra, né a sinistra»

Poiché la memoria è utile esercitarla confine leggere le parole di Giovanni Bianconi intervistato da Linkiesta. Sulle antipatie verso Falcone Bianconi esprime un concetto che in molti fingono di dimenticare:

«L’opposizione a Falcone è trasversale. Anche a destra non sono certo dalla sua parte. Però inizialmente la parte più di sinistra lo sostiene, così fa anche il PCI. A un certo punto però passa l’idea che lui non vuole andare oltre, che vuole fermarsi di fronte all’intreccio con la politica. Un’idea sbagliata, che non corrisponde in alcun modo al pensiero e all’azione di Giovanni Falcone. Lui vuole salvaguardare le indagini, far in modo che siano efficaci e giungano a sentenza. Detesta cioè l’idea dell’inchiesta-annuncio. Però Falcone è anche un magistrato ingombrante, che prende la parola, scrive sui giornali, dice a voce alta quello che pensa, sostenendo una verità scomoda come quella della necessità di riformare in modo drastico le modalità operative delle Procure per cercare di sconfiggere le mafie. Certo, lui si espone anche perché teme per la sua vita, usando la visibilità come strumento di difesa. Tutto ciò crea mille invidie, mentre a sinistra non piace l’idea di condizionare l’autonomia assoluta del pubblico ministero. Falcone ha in mente il modello americano, con forte separazione tra chi indaga e chi giudica.»

L’intervista è qui.

Ci vuole costanza, per riconoscere i nuovi oppressi

Prende sempre più piede, anche a sinistra, un certo vendicativismo contro coloro che “non capiscono”, “non sanno” e “che non vogliono capire”. Mi è capitato qualche giorno fa, ad esempio, di ritrovarmi a una cena con persone di storica cultura di sinistra che mi hanno spiegato come sia “inutile” insistere nello smascheramento delle bugie su terrorismo e immigrazione e allo stesso tempo si raccomandavano di inaugurare un nuova “durezza” contro coloro che “si bevono le bufale di internet”.

Anche su certa politica mediorientale o per il dibattito sui vaccini sta crescendo una certa modalità per cui andrebbero dati per persi coloro che rimangono bloccati sulle loro posizioni. In un editoriale di qualche giorno fa sulla vicenda della presunta scarcerazione di Riina (che nessuna Cassazione ha mai scritto nero su bianco) si scriveva che “non bisogna avere più pazienza con questi mafiosi” adducendo una certa stanchezza nel “ripetere sempre le solite cose”.

Chi non sa, insomma, non è “degno” di essere preso in considerazione. E fa niente che il “non sapere” molto spesso sia esso stesso un’oppressione: piuttosto che criticare chi si informa solo da qualche link su Facebook forse sarebbe il caso di pensare a quanto la disperazione, l’instabilità e economica e l’oppressione di un reddito sempre in bilico abbia spinto molti a non avere il tempo e la voglia di approfondire perché impegnati in una sopravvivenza quotidianamente in bilico.

Un padre di famiglia che lavora per dodici ore in cambio di qualche spiccio, un giovane non più troppo giovane che rimbalza tra lavoretti sottopagati e colloqui di lavoro o una madre che si arrampica in verticale per provare ad arrivare al fine del mese a fine giornata hanno ben poca voglia ed energie per approfondire, verificare e ascoltare diverse fonti. Mi spiace per il fior fiore di editorialisti ma qui fuori c’è qualcosa di più urgente rispetto allo studio dei fatti del mondo.

E forse coloro che danno sfogo alla pancia e al luogo comune spesso sono quegli stessi oppressi a cui dovremmo dedicarci. O no?

(continua su Left)

A proposito di patti di governo: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Stragi ’93? Non era la mafia” dice Graviano in carcere

“Berlusca mi ha chiesto questa cortesia. Per questo è stata l’urgenza”. E poi: “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa“. E ancora: “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”. La voce del boss Giuseppe Graviano irrompe nel processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Ore e ore di intercettazioni in cui il padrino di Brancaccio parla della Trattativa per alleggerire le condizioni carcerarie dei detenuti mafiosi, tirando in ballo direttamente  Silvio Berlusconi, al quale sembra sembra voler attribuire il ruolo di mandante delle stragi del 1993.  “Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi, lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa”, dice intercettato nel carcere di Ascoli il 10 aprile del 2016, mentre parla col compagno di ora d’aria, Umberto Adinolfi, camorrista di San Marzano sul Sarno.

Anche Graviano indagato – Trentadue conversazioni, registrate durante le ore di socialità condivise dai due detenuti nel carcere marchigiano tra il marzo 2016  e l’aprile del 2017 che adesso sono finite agli atti del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. A depositarle il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo, Roberto Del Bene e Roberto Tartaglia, che hanno iscritto il nome del boss di Brancaccio nel registro degli indagati con le accuse di minaccia a corpo politico dello Stato in concorso con altri boss. È lo stesso reato contestato ai dieci imputati del processo sulla Trattativa. Secondo gli inquirenti le parole di Graviano rappresentano un elemento di prova nel procedimento attualmente in corso davanti alla corte d’assise di Palermo. Durante la sua ora di socialità, infatti, il boss di Brancaccio parla delle stragi del 1993, del 41 bis, dei dialoghi con le istituzioni. Ma soprattutto parla di una persona, parla di Silvio Berlusconi.

“La cortesia al Berlusca” – “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia: per questo c’è stata l’urgenza. Lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa“, dice Graviano: per i pm allude all’intenzione di Berlusconi di entrare in politica già nel  1992. Una frase che sempre gli investigatori interpretano come la necessità di un gesto forte in grado di sovvertire l’ordine del Paese. Come una strage appunto. Impossibile infatti non ricollegare quella “cortesia” fatta con “urgenza” al “colpetto” che secondo il pentito Gaspare Spatuzza si doveva dare per ordine dello stesso Graviano. Il collaboratore ha raccontato di aver incontrato il suo capomafia a Roma il 21 gennaio 1994. “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. Poi mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di Canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l’Italia. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione, che non erano come quei quattro crasti dei socialisti”.

Il colpetto in via Veneto – A quel punto arriva la richiesta: “Graviano mi dice che l’attentato ai carabinieri si deve fare lo stesso perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia“. Il riferimento è all’attentato allo stadio Olimpico contro il pullman dei carabinieri che gestiscono il servizio d’ordine pubblico durante le partite di calcio. Sarebbe stata l’ennesima strage di quel biennio ma fortunatamente alla fine era saltata a causa di un guasto al telecomando collegato all’autobomba. È quella la “cortesia” che Graviano sostiene di avere fatto a Berlusconi? Impossibile dirlo. È un fatto però che nello stesso periodo in cui Graviano incontra Spatuzza a Roma, Marcello Dell’Utri si trova nella capitale a pochi metri dal bar Doney di via Veneto: il 22 gennaio 1994, infatti, era in programma una convention di Forza Italia all’hotel Majestic, sempre in via Veneto e secondo gli accertamenti della Dia l’arrivo di Dell’Utri in albergo è registrato il 18 gennaio. È possibile che Graviano abbia incontrato Dell’Utri negli stessi giorni in cui dava quegli ordini a Spatuzza?

“Silvio traditore: gli faccio fare una mala vecchiaia” – Di sicuro c’è solo che pochi giorni dopo – il 27 gennaio del 1994 –  il boss di Brancaccio viene arrestato a Milano. Intercettato in carcere Graviano oggi prova sentimenti di vendetta nei confronti dell’ex cavaliere.  “Berlusconi – dice – quando ha iniziato negli anni ’70 ha iniziato con i piedi giusti, mettiamoci la fortuna che si è ritrovato ad essere quello che è. Quando lui si è ritrovato un partito così nel ’94 si è ubriacato e ha detto: Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore“. Un concetto – quello del tradimento – sul quale Graviano torna più volte. “Venticinque anni mi sono seduto con te, giusto? – dice in un altro passaggio delle intercettazioni – Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi, per che cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi. Dice: non lo faccio uscire più, perché sa che io non parlo, perché sa il mio carattere. Perché tu lo sai che io mi sto facendo, mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta e senza soldi: alle buttane  glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni, i giorni passano, gli anni passano, io sto invecchiando e tu mi stai facendo morire in galera“. Quindi il mafioso stragista continua:  “Al Signor Crasto (cornuto, ndr) gli faccio fare la mala vecchiaia. Pezzo di crasto che non sei altro, ma vagli a dire com’è che sei al governo, che hai fatto cose vergognose, ingiuste“.

“Stragi ’93 non erano mafiose” – Già le cose vergognose. Graviano parla anche di quelle. “Poi nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia. Allora il governo ha deciso di allentare il 41 bis, poi è la situazione che hanno levato pure i 450″, dice il boss intercettato. Per i pm è un passaggio che dimostra come tra gli oggetti della cosiddetta Trattativa ci fosse l’allentamento del carcere duro: in cambio Cosa nostra avrebbe fatto cessare le stragi. E a questo proposito il boss ricorda il suo soggiorno nel supercarcere di Pianosa. “Pure che stavi morendo dovevi uscire e c’era un cordone, tu dovevi passare nel mezzo e correre. Loro buttavano acqua e sapone”. Una condizione che in passato era stata alleggerita. “Andavano alleggerendo del tutto il 41 bis – dice il boss – Se non succedeva più niente, non ti toccavano, nel ’93 le cose migliorarono tutto di un colpo”.

“Non avrebbero resistito a colpo di Stato” – “Graviano commenta anche quanto accaduto la notte del 27 luglio 1993, cioè la notte degli attentati contemporanei al Padiglione di arte contemporanea di Milano e alle basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro, a Roma. Si temette un golpe anche perché i telefoni di Palazzo Chigi rimasero del tutto isolati per alcune ore. “Quella notte si sono spaventati, un colpo di Stato, il colpo di Stato e Ciampi è andato subito a Palazzo Chigi assieme ai suoi vertici, fanno il colpo di Stato. Loro, loro hanno voluto nemmeno la resistenza, non volevano nemmeno resistere. Avevano deciso già… In quel periodo il 41 bis è stato modificato e 300 di loro…”. Nel novembre del ’93, in effetti, l’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso decise di non prorogare il ‘carcere durò per oltre 300 detenuti, quelli indicati dal boss Graviano nella intercettazione con Adinolfi.

“Ho messo incinta mia moglie al 41 bis” – Ma in carcere il boss parla anche di altro. Si lascia andare a confidenze e persino a vanterie. Come quando sostiene di avere messo incinta la moglie durante la detenzione al carcere duro. Alla donna sarebbe stato permesso di entrare nell’istituto di pena e stare col marito. È lo stesso Graviano a raccontarlo a un compagno di detenzione.”Dormivamo nella cella assieme“, dice Graviano.”Mio figlio è nato nel ’97 – racconta Graviano – ed io nel ’96 ero in mano loro, i Gom (gli agenti di polizia penitenziaria ndr)”.  “Ti debbo fare una confidenza – prosegue il boss – prima di nascere il bambino, prima di incontrarmi con mia moglie, siccome una cosa del genere mi era successa in altre occasioni pure, io ho detto: no ci devo provare. Io sapevo che doveva venire la situazione, io tremavo…nascosta poi ad un certo punto … nascosta ni robbi (nascosta nella biancheria ndr) e dormivamo nella cella assieme. Cose da pazzi, tremavo. Quando è uscita incinta mi è finito quel tremolizzo, l’ansia che avevo”. Ufficialmente per la verità il figlio di Graviano sarebbe nato in provetta. Nel 1996 Giuseppe e Filippo Graviano  – detenuti al 41 bis già dal 1994 – sarebbero riusciti a fare uscire dal carcere le provette con il proprio liquido seminale, senza alcuna autorizzazione. Le loro mogli, Rosalia e Francesca, partorirono due bambini nati a distanza di un mese l’uno dall’altro. Una versione – quello del figlio in provetta – che viene adesso messa in dubbio da Graviano.

Graviano ai pm: “Non rispondo però vi verrò a cercare”- Il 28 marzo scorso, i pm della procura di Palermo sono andati a interrogare Graviano in carcere per contestargli le parole intercettate durante le due ore di socialità. “Quando sarò in condizioni sarò io stesso a cercarci e a chiarire alcune cose che mi avete detto”, ha detto il boss che si è avvalso della facoltà di non rispondere a causa delle sue “condizioni di salute che oggi non mi consentono di potere sostenere un interrogatorio così importante ed anche a causa del mio stato psicologico derivante dalle condizioni carcerarie che mi trovo costretto a vivere”. “Io – ha detto Graviano ai pm – sono distrutto psicologicamente e fisicamente con tutte le malattie che ho, perché da 24 anni subisco vessazioni denunciate alle procure e le procure niente. Da quando mi è arrivato questo avviso di garanzia, entrano in stanza, mi mettono tutto sottosopra. I documenti processuali sono strappati. Mi hanno fatto la risonanza magnetica perché mentre cammino perdo l’equilibrio e hanno trovato una patologia che mi porterà a perdere la memoria, sarà tra cinque o dieci anni. Io assumo ogni giorno cinque capsule di antidepressivi, solo di antidepressivi e subisco vessazioni dalla mattina alla sera. Entrano in stanza e mi fanno tre perquisizioni a settimana”.

Ghedini: “Parole destituite di fondamento” – Alle intercettazioni di Graviano replica l’avvocato Niccolò Ghedini, legale dell’ex cavaliere. “Dalle intercettazioni ambientali di Giuseppe Graviano –  dice l’avvocato –  depositate dalla Procura di Palermo, composte da migliaia di pagine, corrispondenti a centinaia di ore di captazioni, vengono enucleate poche parole decontestualizzate che si riferirebbero asseritamente a Berlusconi. Tale interpretazione è destituita di ogni fondamento non avendo mai avuto alcun contatto il Presidente Berlusconi né diretto né indiretto con il signor Graviano”.

(fonte)

Perché ha rimontato Corbyn (secondo il Guardian)

Ne ha scritto Rivista Studio (che vale la pena seguire):

Il fallimento della scommessa di Theresa May e la rimonta di Corbyn, che fa guadagnare al Partito laburista 30 seggi rispetto alle passate elezioni; un Parlamento in stallo, senza una maggioranza precisa. Questo è, in estrema sintesi, il risultato delle elezioni inglesi dell’otto giugno. Il quotidiano inglese ha evidenziato quali sono state le ragioni che hanno portato a un esito così difficilmente prevedibile solo qualche settimana fa.

Le prime due, secondo l’analisi di Zoe Williams, sono il manifesto e la campagna di Corbyn: con il primo, e in particolare sul tema dell’istruzione pubblica, il candidato laburista è riuscito a far convergere una larga ma coerente massa di elettori; mentre con la seconda è riuscito a convogliare su di sé convinzione ed entusiasmo, sentimenti del tutto spariti dalla politica inglese.

Un altro elemento da sottolineare è l’importanza dei giovani: non si tratta dice il Guardian soltanto dei costi dell’istruzione, ma anche di Brexit, crisi degli alloggi e in generale di tutta una serie di questioni che hanno evidenziato una vicinanza dei conservatori alla difesa dello status quo e degli interessi acquisiti. Un milione di elettori tra 18 e i 34 si sono registrati per votare da quando le elezioni sono state indette.

Un aspetto fondamentale è stata poi la capacità di riunire intorno a Corbyn una moltitudine di correnti della sinistra; solitamente divise, sono riuscite questa volta a lavorare per un obiettivo comune: dai Verdi, che hanno ufficialmente negoziato un accordo con il Labour ad altri, Women’s Equality party o il National Health Action party, che seppure non ufficialmente, hanno di fatto appoggiato la candidatura e lavorato per.

L’ultimo punto evidenziato dal Guardian è il ruolo di internet e dei social media, che per la prima volta, secondo il quotidiano inglese si è rivelato utile per fare passare, oltre i tecnicismi e il politichese, i veri contenuti delle rispettive campagne. In questo i laburisti si sono dimostrati più bravi dei consevatori.

A cosa serve un giornale secondo Umberto Eco

(un testo di Umberto Eco apparso sull’Unità del 28 marzo 2001, appena ritornata in edicola, dopo otto mesi di chiusura, con la direzione di Furio Colombo)

Quando nasce un nuovo giornale (e meglio ancora se rinasce in modo nuovo uno antico) si desidererebbe sempre che questo giornale ci dicesse le cose che gli altri non dicono, o dicesse altrimenti quelle che dicono. Certo dare consigli è presuntuoso, e sarebbe più cortese limitarsi agli auguri di rito, ma in fondo un futuro lettore ha pure diritto di dire che cosa vorrebbe. E’ così che mi permetto di fare io, partendo da un dato esterno (esterno ai miei desideri, dico), che mi serve a spiegare che cosa molti non vorrebbero.

Dunque, viene pubblicata negli Stati Uniti una rivista a cura del Council on Foreign Relation, che si intitola Correspondence. Sul numero dell’estate 2000, in una rassegna dedicata alla stampa nel mondo, appare un saggio di Alexander Stille sulla stampa italiana. Ora Stille (figlio del grande Ugo) è sì di padre italiano ma di
educazione americana, e soprattutto spiega quello che spiega (e nei termini in cui lo spiega) a un pubblico americano, e quindi la sua opinione può essere presa come quella di un americano che ci guarda da lontano.
Ora questo visitatore da un altro mondo così racconta la stampa italiana agli americani. È una stampa che appare come molto plurale, con uno spettro politico che va dall’estrema destra all’estrema sinistra. La qualità dei commenti (che
curiosamente appaiono in prima pagina e non nell’ultima) appare vivace in confronto a quelli americani. Vi collaborano (altro elemento curioso) intellettuali e professori universitari. Ma a una ispezione più accurata questa stampa appare
profondamente malata e, al di là della diversità ideologica, depresssivamente monotona.

In Italia la gente legge poco i giornali, se ne vendono meno di sette milioni di copie su sessanta milioni di abitanti circa, e una grandissima parte di copie è di giornali sportivi. I giornali più importanti di Roma o Milano hanno tirature di poco più 600.000 copie, per città di tre milioni di abitanti, e per vendere sono costretti a offrire gadgets, video e Cd. Malgrado le differenze politiche, se si vanno a leggere le cinque sei maggiori «storie» (come dicono gli americani) che appaiono in prima
pagina dei cinque e sei maggiori giornali, esse sono tutte identiche. Raccontano infatti le faccende dei principali leader politici di Roma. Una delle ragioni per cui i giornali italiani non riescono ad assicurarsi un nucleo di lettori fedeli è la loro strana relazione «simbiotica» col potere politico. Invece di praticare giornalismo, e cioè andare a vedere quello che accade nelle zone in cui il giornale appare, un gran numero di giornalisti attendono sui gradini del parlamento aspettando che appaia un uomo politico e faccia la dichiarazione del giorno. Le «storie» principali quindi consistono in un ping pong tra i leader politici.

Questa insistenza sull’arena politica risale forse al periodo in cui l’Italia era uno dei maggiore campi di battaglia della guerra fredda, quando la minima variazione di idee di un leader politico poteva avere conseguenze internazionali. Ma ora la posta in gioco sembra essere solo il potere personale. Così l’abilità giornalistica si è atrofizzata e i giornali spendono gran parte del loro tempo a riciclare acqua calda. La simbiosi tra stampa e potere politico deriva dallo stretto rapporto tra i proprietari dei maggiori giornali e la classe politica. Il mondo degli affari dipende dalle decisioni governative e recentemente il proprietario di un importante giornale ha detto che per essere protagonista in campo economico bisogna possedere un giornale.

A questo punto Stille racconta quello che sappiamo già, ma con una stupefazione che a noi fa difetto: spiega a chi appartengono i vari giornali e settimanali italiani, e
spiega come i potentati economici che li posseggono debbano talora difendersi dal governo per evitare inchieste sgradevoli, soffermandosi in particolare sugli attacchi alle «toghe rosse» fatti dai giornali del gruppo Berlusconi (ma non risparmia né Agnelli né De Benedetti); rileva che l’unico importante giornale economico, molto ben fatto – dice – dipende dalla Confindustria. Il paragrafo finale inizia con un aggettivo che ovviamente a noi lettori italiani (specie se sui giornali anche ci scriviamo) non fa molto piacere: parla di «balcanizzazione» della stampa italiana. Non sarà politicamente corretto, ma l’aggettivo è questo e vuole dire quello che vuole dire. L’aggettivo «balcanizzazione» intende sintetizzare tutte le caratteristiche elencate sopra, caratteristiche che appaiono tutte strane e incredibili a un lettore americano.

In ogni caso si dice che questa balcanizzazione dipende proprio della renitenza dei giornali italiani a scavalcare le frontiere ideologiche, e inviare i propri reportes non a commentare quel che accade nel Palazzo (come diciamo noi) ma quello che accade in giro nel paese. Tralascio il resto, e dico subito che questa deprimente analisi della stampa italiana non deve fare pensare che la stampa americana sia
sempre meglio. Ma, quando è peggio, lo è per le ragioni opposte, il giornale di uno Stato del Mildwest magari spende poche righe per dire che cosa accade a Washington, e cerca di dire tutto quel che accade nel Midwest. Non so quale tra i due mali sia il peggiore. Quando si legge un cattivo giornale americano si capisce perché poi vinca Bush. Ma, a parte che questi giornali, buoni e cattivi, appartengono a gruppi che non hanno connessioni dirette col potere economico e politico, anche i buoni parlano del presidente solo quando è in gioco una mossa importante, e non lo seguono nelle sue variazioni d’umore quotidiane, e non si sognano di intervistare ogni giorno dieci politici per sapere cosa pensano dei loro avversari (per poi chiedere agli avversari di rispondere, e così di seguito).
Aggiungerei che l’America non ha il Papa in casa, e parla di lui quando fa una affermazione importante, senza dedicare servizi a catena a ogni sua apparizione sul balcone di piazza San Pietro. Inoltre, in tutti questi casi, che il presidente abbia comandato un bombardamento in Medio Oriente, che il Papa abbia condannato le culture transgeniche o che il parlamento abbia votato una legge contro l’immigrazione (tutti fatti di grande importanza) appare un articolo che informa del fatto e basta (caso mai segue un commento nella pagina apposita).

Quello che colpisce nei giornali italiani è che su qualsiasi evento di qualche interesse (o cui si è deciso di creare interesse), sia esso il suicidio di una contessa o la rapina in una banca, appaiono di regola due pagine con almeno quattro articoli di quattro inviati diversi, e tutti dicono naturalmente la stessa cosa.
Veniamo allora ai miei desideri. Certo che voglio sapere se il governo ha fatto un accordo con gli scienziati o blocca la ricerca scientifica, se Berlusconi ha scelto come futuro ministro della Pubblica Istruzione Bossi o Maroni, ma vorrei che queste cose mi fossero dette quanto basta. Per il resto, gli avvenimenti romani potrebbero occupare una colonnina di stelloncini essenziali, che comprendano anche le due righe indispensabili se proprio si vuole sapere che il Papa ha ricevuto una delegazione di monache coreane. Ma basta un colonnino. Così quando ci sarà l’avvenimento veramente importante, quello che ci deve far saltare sulla sedia, ce ne accorgeremo perché, solo per quella volta, il giornale avrà fatto il titolo su più colonne.

Per il resto vorrei sapere tutto il resto. Tutto il resto che porta i giornalisti a fare i reporter in giro e non a passeggiare nel transatlantico. Sarà questo un modo di sfuggire alla balcanizzazione? Un giornale sbalcanizzato attirerà più lettori, oppure il lettore è ormai avvelenato, vuole il titolone con «rissa tra Amato e Fassino», quando in Consiglio dei ministri c’è stato invece uno scambio di opinioni divergenti su un problema all’ordine del giorno, come deve essere in ogni paese civile?
Io tuttavia vorrei che il vostro giornale tentasse; forse i lettori sono più svegli di quanto si crede, forse hanno bisogno del gadget perché non provano gusto a leggere un quotidiano che, se un ragazzo ammazza la propria ragazza, spende
almeno una pagina a intervistare i loro compagni di scuola i quali dicono (lo avreste immaginato?) che gli dispiace.

Scusate l’intromissione, ma a me quell’aggettivo «balcanico» ha dato noia. Volete provare?

Umberto Eco

Una pessima legge elettorale. Un pessimo silenzio tutto intorno. E una petizione.

È una pessima legge elettorale. L’ennesima legge elettorale di nominati in cui la fedeltà al proprio capo garantisce l’elezione più di una reale connessione con i propri elettori. Essere servi conterà più dell’avere voti. Sul perché ne ho scritto (qui, qui e qui) ma sarebbe utile e curioso anche riflettere sul perché a molti vada bene così.

E qui, di solito, si colgono alcune giustificazioni abbastanza ridicole. C’è chi dice che l’importante è votare per rinnovare il Parlamento (giuro) come se il compito della politica non fosse quello di costruire modelli e meccanismi ma semplicemente un gioco puerile di figurine in cui la presunta superiorità etica delle persone (e non dello Stato e del suo funzionamento) sia una garanzia. Che, in fondo, è la stessa favola che ci hanno propinato negli ultimi anni.

Poi c’è chi dice “tanto noi facciamo le primarie” (che siano fisiche o di click) e poi sono quelli che hanno portato al governo tutti i loro concittadini oppure hanno segato candidati sindaci vincitori delle primarie per volere del capo.

Poi ci sono quelli che cadono nel tranello: se ci dicono che è una buona legge elettorale allora gli credo perché lo dice il mio leader.

E infine, permettetemelo, ci sono quelli che hanno lottato per difendere la Costituzione e poi chissà perché non alzano la voce contro una legge elettorale che di spirito costituzionale ne ha proprio poco.

Intanto c’è una petizione che forse vale la pena firmare. Qui.

Oddio si vota già e la sinistra non sa cosa mettersi

(un mio editoriale per Linkiesta, satirico ma anche no)

Oddio, si vota e la sinistra non sa cosa mettersi. Ancora. Come tutte le ultime votazioni da quando ero bambino e quando la campagna elettorale la riconoscevi dall’alito inferocito dei banchetti elettorali e dagli altoparlanti starnazzanti legati a fiocco sul tetto delle auto. Sono passati Roberto Baggio, Maldini e finanche Totti eppure la sinistra è sempre lì: tra l’indecisione di cosa indossare e la brama pericolosa di scegliere prima che arrivi l’orario di chiusura.

Si vota a settembre, si mormora nei corridoi del Parlamento. Lo spettro della smobilitazione rovescia gli sguardi sazi e tronfi in accaldate discussioni su soglie di sbarramento, collegi elettorali, promesse e crediti gelosamente custoditi nel cassetto. Nei dintorni di Montecitorio si torna con sforzo a sorridere un po’ a tutti:l’istinto dell’autopreservazione è il sentimento comune della prima Repubblica, della Seconda e di tutte le legislature che sono venute e che verranno. Matteo Renzicerca la sponda giusta per uccellare il governo Gentiloni con la promessa di farne un altro uguale ma da Presidente del Consiglio, secondo la sua consueta logica egoriferita di confondere il governo con il potere e il proprio ruolo come più alta certificazione e garanzia; Silvio Berlusconi, al solito, si gode la posizione del sornione spendendo carezze e rimbrotti ma parlando soprattutto con i silenzi; Salvini rovista tra le macerie del lepenismo anti europeo, ormai rancido, e spera di trafugare qualche feticcio ad effetto per uscire dai binari (usurati e usuranti) dell’invasione straniera; Grillo prega che non si fermi la spinta, che non venga eletta un’altra Raggi e che il mare non rabbonisca troppo la rabbia mentre gli alfaniani (minuscoli seppur pieni di rivoli) mimano di voler essere l’ago della bilancia ma si sono persi l’ago.

E a sinistra? A sinistra s’ode un mormorio incagliato, la stessa nota di sempre.

Ci sono i sommatori, innanzitutto. Sempre loro. Li riconosci perché hanno una penna nel taschino e scrivono calcoli dappertutto, dalle tovagliette del ristorante, alle carte intestate e, se serve, anche sui depliant pubblicitari: ogni volta che incontrano qualcuno che sentono “affine” iniziano a sottolineare le addizioni del “noi, se ci mettiamo con voi, più quelli altri e se convinciamo anche Pisapia” credendo che la politica sia banale come una somma in colonna da prima elementare. Esultano come per un sorpasso all’ultimo giro se riescono a inglobare un movimento indipendentista dello zero virgola zero e considerano i sondaggi il capitale sociale di un’azienda travestita da partito. Per loro l’unità della sinistra è l’ammucchiamento delle loro disperazioni. E poi perdono. Ovvio.

I disconnessi. Specie di ceto politico (bipartisan ma ben impiantato a sinistra) che misura la propria popolarità secondo astrusi metodi personali a cui vorrebbero dare validità scientifica. Sono convinti che i sondaggi tutti siano un complotto di Big Pharma (che non c’entra un cazzo ma sentite come suona bene, Big Pharma, messa dappertutto) e si basano sulle loro “sensazioni”. Così aspirano almeno a un ministero dopo una serata in Val Camonica in cui hanno “riempito un teatro” che era parrocchiale da venticinque posti. Sono quelli che dicono di sentire “aria positiva intorno a noi” perché al bar sotto casa gli hanno offerto un caffè e sono quelli che hanno messo la scritta “onorevole” sul citofono, per “restare semplici”.

(continua sul sito de Linkiesta qui)

Ops. Lo dice anche Imposimato che la legge elettorale è una cagata pazzesca.

Scrive Ferdinando Imposimato:

La nuova legge elettorale è presa a modello dalla Germania con sbarramento del 5%. Ma è un tedesco truccato . In Italia candidati saranno indicati tutti su una sola scheda. Troveremo il nome di un candidato in un collegio uninominale per ciascun partito , e una lista di partito bloccata con un minimo di due e un massimo di sei candidati per la parte proporzionale. Non potremo scegliere i candidati con le preferenze. E questo viola l’art 48 sulla libertà di voto. Il voto sarà espresso in blocco: un solo segno sarà sufficiente a indicare insieme partito o movimento, il candidato uninominale e quelli del listino. Chi non gradirà la formazione della propria squadra, avrà due alternative: cambiare bandiera o non votare. La scelta per la scheda unica in Italia rende impossibile il voto disgiunto, come invece avviene in Germania : dove votare un candidato e un partito nell’uninominale e un partito diverso nella proporzionale è possibile . Bisognerà mettere sulla scheda una sola croce, pena l’annullamento del voto.

Inoltre in Germania c’è la certezza che chiunque arrivi primo nei collegi uninominali verrà eletto, perfino nel caso in cui le percentuali nazionali del proprio partito non lo giustificano. In Italia, vincere nel collegio uninominale non darà garanzia di farcela. Bisognerà che il partito superi il 5%.
Vista dall’alto, la geografia del prossimo Parlamento sarà rigorosamente proporzionale. Ogni partito avrà i seggi che si merita in base alla percentuale dei voti. Se nessuno, come è prevedibile, vincerà nel proprio collegio con oltre ll 50%, scatterà un diverso meccanismo, fatto apposta per tutelare i vertici: verrà eletto il numero 1 del listino proporzionale. Con la conseguenza che tutti i caporioni dei partiti o movimenti pretenderanno di occupare la posizione di numeri 1 del listino circoscrizionale. Tornano i capilista bloccati imposti dall’alto ,contro il principio che il voto è libero , personale ed eguale, di cui all’art 48 della Costituzione.

Su richiesta del PD, si è deciso di iniziare l’assegnazione dei seggi a livello circoscrizionale, partendo dai numeri uno dei listini proporzionali che l’elettore troverà sulla colonna di destra della scheda. Solo dopo questa prima scelta , scatteranno i seggi per i vincitori dei collegi uninominali in quella stessa circoscrizione, e ove ci fosse la disponbilità di voti , verrebbero pescati i numeri 2 e 3 dei listini proporzionali.
Poi se il partito avrà conquistato altri seggi nella circoscrizione, scatteranno i vincitori del rispettivo collegio uninominale. Se resteranno seggi da occupare , scatteranno i vincitori del rispetivo collegio uninominale.

Sono previste multicandidature per i big dei partiti. Ogni candidato, a discrezione assoluta del suo segretario , potrà candidarsi in un collegio uninominale e fruire di tre paracadute in altrettanti posti di capolista nel listino proporzionale. La corsia preferenziale per i capilista bloccati e le multicandidature, conferiscono ai capi bastone un potere di controllo dei rispettivi gruppi parlamentari.
Il metodo scelto appare un sistema infallibile per mettere le oligarchie dei partiti e i loro fedeli peones al riparo dal rsichio di essere trombati, anche se immeritevoli. I più furbi sono catapultati nei collegi sicuri e blindati, E comunque avranno tre opzioni proporzionali da sfruttare. La soglia del 5% fa scattare un premio implicito per i partiti più grandi. I voti dei piccoli partiti che non raggiungono il 5% vanno ai grandi partiti .
Quelli che non amano la versione italica del modello tedesco , tra cui chi scrive, sanno che in Germania, tutti i candidati, nessuno escluso, vengono scelti dagli iscritti ai partiti con nome e regole stabilite da una legge sui partiti. In Italia, invece, non avverrà; Moro ammonì: i partiti “devono operare con metodo democratico quale è universalmente riconosciuto; ed è evidente che se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero trasfondere un indirizzo democratico nella vita politica del paese”.

La legge sui partiti in attuazione dell’art 49 della Costituzione, approvata dalla Camera, langue al Senato: le segreterie di partiti in Italia potranno fare come voglino, scegliendo non i più capaci ma i più protetti. Se per semplificare il quadro politico , si restituisce alle segreterie dei partiti e dei movimenti il potere di scegliere chi eleggere e lasciare che le segrerie o i vertici facciano una maggioranza su misura, non è la scelta migliore. La scelta dei parlamentari viene fatta non sulla base della competenza ma della obbedienza al capo.
I 5 stelle avranno le parlamentarie on line. Certo ma chi sarà di fatto a fare le liste? Staremo a vedere se verrà rispettata la democrazia diretta che è un pregio del M5S, ma talvolta vacilla
La legge non darà stabilità all’Italia. Dopo le elezioni sarà difficile formare una maggioranza stabile , anche unendo le forze del PD e di FI. Mentre il M5S, anche se fosse il maggiore partito , potrà fare un governo di minoranza che non durerà, perché sarà ostacolato dall’opposizione che difende la legge sul Job act, la buona scuola , le grandi opere intili e il finanziamento della Banche.
La decisione della Consulta di dichiarare incostituzionale il doppio turno fu errata ed illegittima; conseguente alle pressioni del governo Renzi sulla Corte Costituzionale : una decisione in contrasto col referendum popolare abrogativo del 18 e 19 aprile 1993 che bocciò il mattarellum:gli italiani espressero la volontà inequivocabile di abbandonare il sistema proporzionale ( con i seggi ripartiti tra le formazioni politiche, anche piccolissime, sulla base dei voti conseguiti) utilizzato ininterrottamente in Italia dalle elezioni del ’48 fino ad allora.

A motivare il desiderio di cambiamento, nel clima del dopo tangentopoli, c’era la convinzione che fosse stato proprio quel sistema la causa di alcuni mali endemici del sistema politico italiano, quali l’instabilità dei governi, la complessità e la fragilità delle maggioranze (con tanti mini partiti capaci di condizionare l’esecutivo in modo sproporzionato al loro peso elettorale reclamando vantaggi ingiustificati), la corruzione e l’aumento della spesa pubblica. Noi siamo per il doppio turno, il solo che consente alternanza