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Politica

”I gattopardi che hanno affondato Falcone son quelli che oggi salgono sui palchi per commemorarlo”: parola di Gratteri

(di Paolo Casalini, fonte)

Graffiante e senza peli sulla lingua. Così il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, nel dibattito a due voci con Rosy Bindi presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, nella sede vescovile di Arezzo. Moderatore Stefano Mendicino.

Hanno commemorato Giovanni Falcone, a 25 anni dalla sua scomparsa. Hanno ricordato la sequenza dell’orrore: Chinnici, La Torre, Mattarella ed infine Borsellino. Hanno fatto rivivere la stagione stragista di via dei Georgofili, del Velabro e di Milano

Gratteri ha ricordato Falcone, tratteggiando con precisione l’ambiente in cui il giudice assassinato si muoveva. Ha ricordato che i primi a farlo affondare, i primi a lasciarlo solo, prima dei politici, prima delle istituzioni, sono stati gli altri magistrati. Falcone ha sofferto le loro invide e le loro maldicenze. Ha sofferto infine il rapporto con il CSM e con la commissione Antimafia.

Ha concluso il suo intervento con un messaggio di speranza, quello che viene dai tanti giovani che a Palermo ancora onorano la sua memoria, pur essendo nati dopo la sua morte, ma anche con una brutale osservazione: i gattopardi che lo hanno fatto affondare sono gli stessi che oggi salgono sui palchi per commemorarlo!

Sulla morte di Borsellino una tagliente domanda della presidente della Commissione Parlamentare Antimafia: “Ancora mi chiedo, a 25 anni dalla sua morte, perché la Procura di Caltanisetta, dopo che il giudice aveva dichiarato di aver cose da raccontare ai colleghi, ha atteso 57 giorni per convocarlo e soprattutto perchè al 56esimo sia saltato in aria”.

Domande pesanti, a cui forse neppure la storia potrà dare una risposta. Intanto il CSM ha desecretato il fascicolo sul magistrato Falcone: un passo avanti notevole verso la conoscenza storica, ha dichiarato Gratteri.

Il lavoro di Falcone è stato un successo tale che solo a distanza di anni possiamo valutarne la portata – ha stigmatizzato la Bindi – Di fatto Cosa Nostra è stata decapitata, sconfitta, annientata. Questo è uno dei grandi meriti degli uomini che hanno dato la vita per questo risultato.

Contemporaneamente – ha spiegato il magistrato – mentre Cosa Nostra perdeva molti dei suoi tentacoli, avanzava in silenzio e senza clamori la ‘Ndrangheta. Non cercava confronti con la politica nazionale, si limitava ad infiltrarsi in quella locale. Controllava elezioni, consigli comunali, sindaci. Tutt’oggi è in grado di spostare qualcosa come il 15% della forza elettorale, decidendo così chi vincerà e chi no. Non si fa mai problema di posizione politica: destra, centro o sinistra non ha alcuna rilevanza. Rileva solo che non sbaglia mai cavallo.

E questa Ndrangheta, ha spiegato Gratteri, si è molto allargata. Al Centro, al Nord e poi sempre piu’ lontano, fuori dai confini del paese. Dove non esistono reati specifici contro l’associazione mafiosa, dove non si confiscano i beni delle cosche come ad Anghiari, dove le forze di polizia non sanno neppure come fare per fronteggiare il fenomeno ed è quindi molto piu’ semplice negarne l’esistenza. Non è vero che all’estero ci sia meno corruzione, è vero invece che all’estero si preferisce far finta che non ci sia. Parole sferzanti, sostenute dal racconto fatto dallo stesso magistrato, di quando è andato oltralpe a spiegare i rischi delle infiltrazioni e si è sentito prima deridere e poi prendere a pesci in faccia.

La declinazione di questa vicenda tuttavia, avrebbe avuto bisogno di un contradditorio qualificato almeno nella sua visione istituzionale: la differenza fondamentale secondo Gratteri, sta infatti nella rappresentazione del pubblico ministero, che in Italia (e quasi solo in Italia) è anche un magistrato ed è sottoposto all’obbligatorietà della azione penale. E’ un richiamo diretto alla iniziativa delle Camere Penali Nazionali che hanno promosso la raccolta firme per la legge popolare sulla separazione delle carriere. Secondo il magistrato calabrese, un errore madornale, che finirebbe per porre i PM sotto il controllo dell’esecutivo, sostenuto in questa tesi in pieno anche dalla Bindi.

Ironia della sorte e della storia, perchè contrario certamente a Gratteri e alla Bindi invece sarebbe stato proprio Giovanni Falcone che testualmente scrisse:

“Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti.

Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte”

Forse una vocina in grado di confutare le sue tesi durante la stessa serata, non ci sarebbe stata male. Ma pazienza, nei prossimi giorni cercheremo di approfondire.

Sempre sulle camere penali, che hanno indetto uno sciopero a oltranza per opporsi alla riforma proposta dalla commissione Gratteri (era presidente), il Procuratore ha difeso la sua creatura, spiegando che il concetto di fondo della riforma è quello di cercare di rendere piu’ snello il processo informatizzandolo. Non serve allungare o interrompere i tempi della prescrizione, serve invece mettere i tribunali nella condizione di accellerare, restando così nei limiti stabiliti dalla legge per il giudizio. Facendo prima di tutto in modo che i fascicoli non poltriscano per 4 o 5 anni negli armadi delle procure.

Una giustizia – dice Gratteri – non piu’ fondata sui difetti di notifica, che favoriscono imputati che possono permettersi avvocati scaltri e ben pagati, ma sui processi fatti in aula e le Camere Penali, invece che andare in battaglia contro i mulini a vento, dovrebbero finalmente pretendere una riforma del CSM, per liberarlo dalle correnti.

Il dibattito sarà trasmesso da TSD nei prossimi giorni e sarebbe molto interessante avere un parere opposto, per stabilire una sorta di contradditorio virtuale.

Ieri ha vinto la camorra. Ancora

Può un avvocato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica tornare a fare l’avvocato in attesa di sentenza definitiva? No, dai, sembra uno scherzo. Vero?

Può un avvocato che si fa portavoce delle minacce di un clan mafioso contro uno scrittore e che ne risulta condannato (con una sentenza che, tra l’altro, assolve i camorristi come se l’avvocato avesse minacciato per un’innata simpatia) tornare a fare l’avvocato con il beneplacito dell’Ordine e del ministro e della politica? Sembra una puntata di qualche fiction sui narcos, vero? Non ci crederebbe nessuno, a scriverlo.

L’ha scritto ieri Roberto Saviano:

Michele Santonastaso, l’avvocato dei boss casalesi condannato a 11 anni per aver portato ordini di morte del clan Bidognetti e per aver minacciato in aula, durante il processo Spartacus, me, la giornalista Rosaria Capacchione, i magistrati Raffaele Cantone e Federico Cafiero De Raho, oggi torna a fare l’avvocato.

 

(continua su Left)

“Dobbiamo liberarci dalla scimmia Berlusconi che è sulla nostra spalla”, diceva Renzi

Renzi dixit:

  • “Dopo il governo Berlusconi anche un governo guidato dal pulcino pio sarebbe in grado di fare meglio.”
  • “Un leader è chi, leggendo i sondaggi, prova a cambiarli, non a contestarli.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare)
  • “Voglio cambiare l’Italia, non cambiare il governo.”
  • “Berlusconi da solo non ce la farebbe. Ha bisogno di qualcuno che cada nel suo trappolone. Ha bisogno che ogni sua dichiarazione – lungamente studiata – sia accolta da un coro di critiche, che i suoi avversari si lancino sul primo cronista Ansa per manifestare tutto il loro sdegno: ma come, proprio lui adesso dice che dobbiamo tagliare le tasse?”  (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare )
  • “Dobbiamo abituarci a pensare che le scelte per un Paese non si fanno per le elezioni successive, ma si fanno per le generazioni successive.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare )
  • “Prima di fare dichiarazioni sulle ultime frasi di Silvio Berlusconi, contiamo fino a dieci. E poi, nel dubbio, è comunque meglio tacere. Nove volte su dieci le uscite del Cavaliere ottengono il proprio scopo solo se qualcuno, rispondendogli, cade nel suo gioco.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare )
  • “Nessuna intesa tra Letta, Alfano e me. Non voglio assolutamente essere accomunato a loro, integrato come in uno schema: io sono totalmente diverso, per tanti motivi. Ma non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle.” (era il 29 dicembre 2013)
  • “La staffetta Letta-Renzi non è assolutamente all’ordine del giorno. Io, sia chiaro, sto fuori da tutto.” (5 febbraio 2014)
  • “Creiamo un hashtag ‘enricostaisereno’, nessuno ti vuole prendere il posto, vai avanti, fai quel che devi fare, fallo.” (18 gennaio 2014)
  • “Il governo Letta deve lavorare per tutto il 2014.” (13 gennaio 2014)
  • “Per il 2014 il Premier è e sarà Enrico Letta.” (22 dicembre 2013)
  • “Punto a far lavorare il governo, non a farlo cadere. Enrico ci ha chiesto un patto di coalizione e io sono d’accordo.” (10 dicembre 2013)
  • “Da mesi leggo sui giornali che Renzi vuole il posto di Letta: se avessi ambizioni personali, avrei giocato un’altra partita, non mi sarei messo a candidarmi alla segreteria del Pd.” (3 dicembre 2013)
  • ““Il mio partito non ha paura degli altri, è curioso. Il mio partito abbatte i muri, non alza i ponti. Il mio partito accoglie, non respinge gli elettori. Il mio partito si fa giudicare dai cittadini con il voto, non li giudica con moralismo supponente. Il mio partito usa la digitale, non il rullino. Il mio partito non è schizofrenico per cui un giorno vuole arrestare Berlusconi e il giorno dopo lo farebbe presidente della Convenzione costituente. Il mio partito rispetta la magistratura non solo quando manda gli avvisi di garanzia agli avversari. Il mio partito non cambia le regole di una gara perché ha paura di un candidato. Il mio partito prende i voti degli altri. Perché se non prende i voti degli altri, poi gli tocca prendersi i ministri degli altri. Il mio partito difende le donne non una volta l’anno, ma tutti i giorni, con la parità di genere. E sa che le quote rosa sono un sistema grezzo. Ma non ne ha trovato uno migliore. Il mio partito rispetta i referendum. Anche quando dicono che il finanziamento pubblico ai partiti va abolito. Il mio partito crede negli open data. Il mio partito vuole cambiare l’Italia, non gli italiani. Il mio partito non ha la puzza sotto il naso.” (Dal libro: Oltre la rottamazione: nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare)
  • “Dobbiamo liberarci dalla scimmia Berlusconi che è sulla nostra spalla, incombente e condizionante. Dobbiamo dimostrare che siamo per il merito, per le capacità individuali. Che non siamo contro la piccola e media impresa o le partite Iva. Arriviamo al governo e cosa scrive Rifondazione sul suo manifesto: “Anche i ricchi piangano”. Anche i ricchi piangano? Il tema della sinistra, deve essere anche i poveri sorridano. È come se avessimo rinunciato a essere il partito delle opportunità.”
  • [Al presidente Berlusconi] “Lei ci prova con tutti”, gli ho detto. La sua concezione della politica mi fa parafrasare una pubblicità: “Ci sono cose che non si possono comprare. Per tutto il resto c’è Berlusconi”.
  • “La sinistra che non cambia si chiama destra.”

Buon mercoledì.

(continua su Left)

Basta con questa sindrome quattrodicembrista. Davvero.

Impossibile non essere d’accordo con quanto scrive Pietro Spataro:

Non si può attribuire, con malcelata irritazione, la responsabilità di tutti i guai che combinate a quelli che il 4 dicembre – e in prima fila ovviamente c’è sempre Massimo D’Alema, seguito da Bersani, Speranza e aggiungete voi chi volete – hanno fermato il Radioso Futuro che Matteo Renzi aveva in serbo per noi. Lo state facendo con la legge elettorale ora proporzionale e non più magnificamente maggioritaria come era l’Italicum per colpa, ripetete in coro, di chi ha votato no; lo fate ogni giorno sulla riforma costituzionale che, secondo gli effetti nefasti della sindrome suddetta, dovrebbe essere presentata in forma nuova in Parlamento da chi non è nemmeno eletto e per di più non è membro del partito di maggioranza; lo fate per giustificare una molto probabile alleanza con Berlusconi dopo il prossimo voto; qualcuno addirittura ha attribuito al “quattrodicembrismo” persino la responsabilità di una sentenza del Tar che ha bloccato la nomina di alcuni direttori di museo. Sono solo alcuni esempi, molti altri se ne potrebbero fare: basterebbe farsi un giro sui profili social di molti dirigenti Pd per vedere come ad ogni inciampo si risponde con la cantilena “ma il quattro dicembre”.


Questi comportamenti sono il sintomo di una malattia: la derealizzazione. Che in politica è assai grave, come si può facilmente immaginare. In questo modo la sconfitta del 4 dicembre – sulla quale peraltro il Pd non ha minimamente fatto una riflessione seria – sembra l’effetto di un Contropotere Malvagio guidato dal Nemico Interplanetario Massimo D’Alema piuttosto che, come realmente è, il risultato di una serie di clamorosi errori politici che hanno spinto il popolo (lo stesso popolo a cui fate spesso riferimento) a dire no, grazie.

Calabria: il presidente della commissione antimafia era socio di un boss

(ne scrive il Corriere della Calabria)

Nei brogliacci dell’inchiesta “Jonny” ci sono passaggi imbarazzanti per il presidente della commissione Antindrangheta del consiglio regionale Arturo Bova. Svelano i suoi rapporti d’affari con un uomo, Leonardo Catarisano, 63 anni, che gli investigatori dell’antimafia catanzarese ritengono uno dei vertici del clan di Roccelletta di Borgia, finito nel mirino dell’operazione coordinata dalla Dda di Catanzaro. Legata agli Arena di Isola Capo Rizzuto, la famiglia, secondo quanto ricostruito in maniera capillare dalla Direzione distrettuale antimafia e dai militari del Nucleo investigativo, sarebbe impegnata in reati «contro il patrimonio, in materia di armi, stupefacenti, estorsioni, nonché acquisire in modo diretto o indiretto, la gestione o comunque il controllo, di attività economiche, infiltrandosi nella relativa gestione nei diversi ambiti commerciali e imprenditoriali, anche nel settore i villaggi turistici e delle attività recettive, forniture per la realizzazione di opere pubbliche o private, forniture per servizi vari sul territorio». L’organizzazione è stata peraltro riconosciuta da due procedimenti penali: 3563/2009 e 3968/2011.

L’IMPRESA GIFE Ma le indagini di Jonny ci mostrano anche un Leonardo Catarisano imprenditore. L’esponente di vertice della cosca viene indicato anche quale amministratore della Gife sas di Catarisano e C, un’azienda di rivendita di materiali edili che subirà dei cambiamenti nel corso del tempo. Istituita il 27 gennaio 1997 – «(socio accomandatario Leonardo Catarisano, soci accomandanti Antonio Severini e Teresa Pilò, Leonardo Catarisano) con sede in via Risorgimento di Roccelletta di Borgia» –, il 5 gennaio 2001 la Gife sas cede l’impresa alla Gife srl (appositamente costituita a novembre del 2000) e passa da società di persone a società di capitali la cui caratteristica principale è quella di avere un patrimonio separato rispetto quello dei singoli soci. La Gife srl risulta attiva nel commercio all’ingros­so e/o al dettaglio del settore non alim­entare; nonché la co­struzione e l’acquis­to di edifici civili, commerciali e indu­striali e di opere connesse; movimento terra, costruzione, gestione di strutture turistico alberghie­re; noleggio a caldo e/o a freddo di automezzi, macchinari ed attrezzature edile. Attualmente la Gife risulta composta da due soci, il socio di maggioranza Antonio Severini, 50 anni, che detiene il 66,67% delle quote e Leonardo Catarisano che ne detiene il 33,33%.

GLI AMMINISTRATORI E IL RUOLO DI ARTURO BOVA La Gife srl da gennaio 2001 a settembre dello stesso anno ha avuto come amministratore unico Giovanni Bova il quale è stato poi sostituito in questo ruolo da Arturo Bova, attuale consigliere regionale di maggioranza in quota Dp e presidente della commissione regionale Antindrangheta. Le visure camerali conducono gli inquirenti al politico, che da settembre 2001 ha ricoperto il ruolo di amministratore unico della Gife srl, ruolo confermato nel 2005 e rimasto invariato fino ad aprile 2008. Bova risulterebbe inoltre già titolare di 6.800,12 quote nominali pari ad un terzo dell’in­tero capitale della Gife srl. Secondo quanto si è potuto apprendere da fonti investigative, il politico avrebbe donato le proprie quote al socio Antonio Severini nel marzo 2012.

CHI È LEONARDO CATARISANO Leonardo Catarisano viene considerato dagli inquirenti «esponente di vertice della cosca di ndrangheta sinteticamente denominata come cosca Catarisano». L’epicentro del territorio controllato dal clan è Roccelletta di Borgia. Per Leonardo Catarisano, 63 anni, detto Nando, il percorso per salire al vertice della cosca non è stato facile e non è avvenuto in tempi brevi ma al termine di una sanguinosa guerra di una «sanguinosa faida scatenatesi tra Borgia e Roccelletta di Borgia, consumatasi negli anni 2000».
Ma il sangue a Borgia ha radici lontane, in un territorio sottomesso alla violenza. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo investigativo «storicamente, il comune di Borgia ricadeva sotto l’influenza criminale di Antonino Giacobbe, classe 1920, che era coadiuvato nella sua attività criminale da Saverio Barbieri, alias “u tirannu”». I due vennero arrestati per omicidio nel 1975 e nel corso della loro assenza le redini della cosca vennero rette da Virgilio La Cava. Quando, nel 1989, i due ottennero la semilibertà e cercarono di riprendere la guida della compagine ‘ndraghetistica, trovarono l’opposizione di La Cava che creò una scissione coi vecchi capi. Nel 1989 si registra la prima faida interna alla cosca che lasciò sul campo i corpi senza vita di otto persone, compreso Virgilio La Cava e suo figlio Antonio. In questo contesto sanguinoso e violento era emersa la figura di Salvatore Pilò, ritenuto vicino alla cosca Arena, che aveva cementato il suo legame col vecchio Giacobbe grazie a matrimoni e vincoli di parentela. La sua presenza e l’influenza che Pilò aveva col boss non piacevano a Barbieri “u tirannu”. Nel 1993 le armi riprendono a farla da padrone nel territorio di Borgia e fino al 1998 si contano otto morti. Nel frattempo, all’interno del gruppo di Salvatore Pilò emergono i nomi di Salvatore Abruzzo e Leonardo Catarisano il quale aveva sposato una nipote di Salvatore Pilò, figlia di suo fratello Francesco, cementando a doppia mandata il suo rapporto con la cosca e avviandosi a diventarne il reggente. Dalle indagini dei carabinieri, coordinati dalla Dda di Catanzaro, emerge che Catarisano «a seguito della sanguinosa faida scatenatesi tra Borgia e Roccelletta di Borgia, consumatasi negli anni 2000, assumeva la reggenza del sodalizio di Roccelletta di Borgia».

LA FAIDA CON I COSSARI A contendere il potere a Salvatore Pilò, soprattutto per assumere il controllo di attività illecite come estorsioni e traffico di droga, c’è un gruppo nel quale emerge il gruppo dei Cossari di cui è a capo Salvatore Cossari. È questa la ragione che farà scoppiare la terza faida, quella degli anni 2000, nella quale il 28 maggio del 2004 verrà assassinato, nel parcheggio del centro commerciale “Le fornaci”, di Catanzaro Lido lo stesso Salvatore Pilò. Non solo. Nel rosario di morti che si susseguono lo stesso Nando Catarisano ha subito un attentato mentre accompagna la figlia a scuola il 23 maggio 2008. Erano le 7:30 del mattino quando, a bordo della sua Nissan Micra viene affiancato da due soggetti a bordo di una moto di cui uno indossava un casco nero. Gli esplodono contro diversi colpi di pistola calibro 9×21. Catarisano rimane ferito e ricoverato all’ospedale Pugliese di Catanzaro mentre sua figlia riporterà lievi ferite a un braccio. I killer non avevano usato particolari “riguardi”  con la loro raffica di proiettili. Sarà comunque il 2008 l’anno decisivo. Pochi giorno dopo l’attentato a Catarisano, il 31 maggio 2008, verrà assassinato Salvatore Cossari e partirà l’ascesa di Nando Catarisano. A quel tempo, quando le pallottole mietono vittime nella jonica catanzarese, il futuro presidente della Commissione antindrangheta Arturo Bova condivide con Catarisano un posto nella compagine sociale della Gife. E ha una carriera politica in rampa di lancio: confermato consigliere comunale ad Amaroni nel 2004, ne diventerà sindaco cinque anni dopo. È il suo trampolino verso lo scranno in consiglio regionale conquistato nel 2014.

Non è tanto per Fini. Ma per Genova, la Diaz, Bolzaneto e i suoi luridi scendiletto

Hanno sequestrato un milione di euro a Gianfranco Fini. Un milione di euro diviso in due polizze da 495.000 euro l’una (queste sì, polizze su cui indignarsi) stanate dal Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata come potrebbe succedere a una mafiosetto moccioso, un corrotto provincialotto o un ebete ingordo.

Ma non è il sequestro e nemmeno l’indagine a interessarmi. Non ora. Ci sarà il processo, la giustizia e tutto il resto.

Mi interessa piuttosto un’immagine che non sono mai riuscito a togliermi dalla testa. Accadde a Genova. Nel 2001. Ed era Gianfranco Fini (che diventerà Presidente della Camera dei Deputati, per dire) che pontificava a reti unificate sul G8, la scuola Diaz e Bolzaneto dicendo al mondo che il suo polso aveva permesso di mantenere l’ordine pubblico lì a Genova. Era quella strana idea di sicurezza in salsa parafascista che crea il deserto e lo chiama pace. Come va di moda oggi anche in un certo centrosinistra.

Ed era quel Gianfranco Fini che ci veniva rivenduto come statista, con fior di giornalisti che si stendevano ai suoi piedi per leccargli la bava e con una classe politica che lo adorava come fulgido esempio. Ricordatevi gli editoriali, l’entusiasmo e addirittura un certo complesso di inferiorità di una qualche sinistra (che infatti era di destra). Andate a rileggere i nomi, le firme degli editoriali.

 

(continua su Left)

«Testimonio contro la mafia ma nessuno mi protegge»: la mia intervista a Angelo Niceta

(pubblicata sul numero di Left in edicola la scorsa settimana)

I PM hanno chiesto per lui lo status di testimone di giustizia ma è stato bollato come “pentito” e abbandonato. Anche se non è indagato per mafia. A colloquio con Angelo Niceta.

Angelo Niceta ha 46 anni e aveva di fronte tutta una vita con le comodità della peggiore borghesia palermitana, quella che puzza di massoneria e rapporti endemici con Cosa Nostra e che spesso assicura denaro, entrature politiche e riconoscimento sociale. I Niceta a Palermo sono un cognome che conta: il loro grande magazzino nella centralissima via Roma è stato il primo di tutta la Sicilia nel settore tessile e per la biancheria della casa. Lì, oltre al commercio, i famigliari di Niceta intessevano rapporti con Bernardo Provenzano, i fratelli Carlo, Giuseppe e Filippo Guttadauro e persino con Matteo Messina Denaro: il gotha di Cosa Nostra Siciliana. Angelo, presa coscienza dei rapporti pericolosi che si consumavano nell’azienda di famiglia, ad un certo punto ha deciso di dire basta e di parlare con i magistrati.
Ma quello che doveva essere il momento della liberazione (e della protezione) si è trasformato in un incubo.
A Palermo i magistrati Nino Di Matteo e Pierangelo Padova hanno chiesto per lui lo status di testimone di giustizia, per aver reso dichiarazioni come persona informata sui fatti. La richiesta inizialmente è stata accolta dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno. Oggi però, pur non essendo mai stato indagato per mafia, Angelo si ritrova (con la moglie e i loro quattro figli) bollato come “collaboratore di giustizia”, abbandonato e senza nessuna protezione.

Allora, Angelo, innanzitutto: come stai?
Fisicamente sto ancora bene. Per il resto non so.

Andiamo con ordine: come può una persone che ha denunciato i rapporti mafiosi di alcuni suoi famigliari ritrovarsi bollato come “pentito” senza mai avere avuto a proprio carico né una condanna né un’indagine?
È un ricatto di Stato. Quando in località protetta mi arrivò comunicazione che non ero più testimone di giustizia decisi che non avrei potuto accettare questo sopruso e rinunciai al programma. Il Ministero degli Interni mi ha scritto che aveva preso atto della mia rinuncia e che avrei potuto presentare ricorso al TAR per chiedere tutta la documentazione perché, l’hanno scritto loro, non c’era nessun vincolo di segretezza. Ovviamente ho presentato la richiesta d’accesso alla mia documentazione per valutare la situazione e presentare il ricorso, loro avevano due mesi per rispondere e non l’hanno mai fatto. Ho presentato ricorso al TAR Sicilia: Io non ho precedenti penali, non ho indagini, non ho nulla. Conosco tanti fatti semplicemente perché vivevo in quella famiglia, tant’è che nei processi in cui sono stato chiamato mi sono sempre presentato senza avvocato come “persona informata sui fatti”. Pochi giorni fa mi hanno notificato una riunione successiva del Ministero che smentisce il primo decreto dicendo che il mio status è protetto da segreto di Stato. In pratica, si smentiscono da soli. E a questo punto perderò il ricorso al TAR.

Ma cosa è segreto? Perché è segreto? E il diritto di difesa? La Costituzione?
Niente, io non ho diritti. E poi aggiungono una nota beffarda “se vuole può fare ricorso al TAR”. Un paradosso giurisprudenziale.

Le tue dichiarazioni sulle frequentazioni mafiosi di alcuni membri della tua famiglia, tuo zio e i tuoi cugini in particolare, sono ritenute credibili e riscontrate dalla Procura di Palermo. Eppure ora ti ritrovi in questa condizione. Com’è ora l’aria intorno a te?
Mi arrivano consigli vari, da molta gente, che mi invitano ad “ammorbidirmi” anche da insospettabili persone che fanno riferimento ad associazioni antimafia. Ora a qualcuno interessa delegittimarmi. Oppure sperano che io mi fermi. C’è un processo a Caltanissetta relativo a un mio presunto fallimento (di una società in cui io ho solo messo dei soldi) che si sta svolgendo in un modo terribilmente superficiale.

Nessuna gratitudine quindi per avere svelato indicibili accordi?
Finché parli dei cattivi sono tutti contenti ma quando parli di accordi tra la criminalità organizzata, la borghesia e il tribunale tutto diventa un tabù. Ormai vieni ammazzato non più con le pistole ma socialmente ed economicamente. Agiscono sui figli e sui famigliari. Io ogni tanto vorrei rimanere in una grotta da solo. Loro sanno dove colpire. Io sono isolato, senza soldi e senza lavoro. Eccomi qui.

Che tipo di attacchi ritieni di subire?
Pensa per esempio alla Prefettura di Palermo: se io davvero sono un collaboratore di giustizia, come mi dice lo Stato, allora sono l’unico pentito che non è protetto. E non parlo di scorta: nella mia abitazione non c’è nemmeno una telecamera per controllare chi entra e chi esce. La Prefettura non ha mai risposto alle nostre innumerevoli raccomandate. E nemmeno a quelle di molti cittadini che si sono occupati del mio caso.

Parliamo delle tue denunce. Chi sono veramente i Niceta?
I Niceta qui a Palermo erano stati sempre considerati imprenditori di successo – la borghesia palermitana è sempre stata ipocrita e legata a questo sistema. Per farti capire chi sono, al matrimonio di mio cugino Massimo ci trovavi la famiglia Guttadauro (considerata dagli inquirenti famiglia di mafia, con innumerevoli condanne) che discuteva amabilmente di centri commerciali e altre situazioni. Mio padre si è sempre occupato di tessile. Mio zio Mario ha diversificato in tanti altri settori dove c’erano soci occulti appartenenti a Cosa Nostra: dai calcestruzzi alle televisioni, alle cliniche private e alle attività finanziarie. I loro referenti principali erano la famiglia Guttadauro e, per parentela, Matteo Messina Denaro. Per un periodo anche i fratelli Graviano, finché non furono arrestati. I nomi dei figli di mio zio sono stati dati in onore della famiglia Guttadauro e di Matteo Messina Denaro. Nelle intercettazioni, per Giuseppe Guttadauro mio cugino Massimo era il suo “figlioccio“. Loro erano di casa. Non erano semplici prestanome ma erano materialmente un gruppo compatto. E nel negozio erano spesso presenti i più importanti personaggi del mandamento di Bagheria: Pietro Loiacono, Pino Scaduto, Leonardo Greco. Tutti questi, parlo di metà anni ’80, quando Giuseppe Guttadauro usciva dal carcere brindavano insieme, anche nel magazzino di via Roma.

Tuo padre prese le distanze?
Mio padre non li tollerava. Una volta in particolare si incazzò perché non si erano ancora divisi le quote con il fratello e cacciò i mafiosi in malo modo. E loro erano alterati e dissero a mio zio Mario: “tuo fratello una parte del genere a noi non ce la deve fare“. Non venivano semplicemente a prendere il caffè, erano proprio soci in affari: anche al matrimonio di Massimo, nel 2008, abbiamo assistito alla conversazione sul centro commerciale di Brancaccio, con la planimetria in mano, e loro scherzavano sui terreni che avevano venduto tramite un prestanome. “Abbiamo già incassato 40 milioni di euro” dicevano e aggiunsero: “Già li masticammo tutti perché la borsa è una sola e noi siamo assai”. Mio padre prende le distanze nel 1987. Decise di regalare tutte le “società sospette” a suo fratello. Rimase socio delle due società immobiliari che non facevano operazioni.
Io mi ritrovo sul lastrico perché all’altra famiglia interessava liberare i locali di via Roma e volevano ottenere la quota di mia proprietà della società Olimpia che era l’unico bene materiale dove ero socio con loro, e quindi risultavo d’incaglio. Lo scopo era liberarsi di me come socio e quindi fare fallire la società e bloccarmi. E poi mi propongono una serie di trattative come se fossero amichevoli. Un giorno trovai Carlo Guttadauro all’aeroporto di fianco a me, anche in aereo nella fila accanto, che mi spiegava che conveniva mettersi d’accordo. Poi ci sono state varie riunioni dove mi si chiedeva di essere generoso con la famiglia e poi loro sarebbero stati generosi con me.

Quando hai cominciato a parlare con i magistrati tutta la tua famiglia ne è rimasta coinvolta?
Uno dei miei figli è stato campione del mondo di go-kart ed era in procinto di entrare nel Junior Program della McLaren: nella sua carriera batteva regolarmente Verstappen, che oggi è considerato la più grande promessa della Formula 1, e ha ottenuto anche la medaglia d’oro al merito sportivo. Alla fine è dovuto rientrare a Palermo per il programma di protezione. Mia figlia viene continuamente avvicinata dai figli di pregiudicati molto conosciuti. All’altro mio figlio gli hanno vietato di entrare in alcune botteghe della zona in cui viviamo, che da anni avevano un conto aperto: noi ormai siamo diventati gli immondi. Nessuno ci fa lavorare e anche i familiari di mia moglie ci hanno abbandonati.

E i tuoi cugini?
Loro continuano a comportarsi con la certezza di essere impuniti.

La politica?
Hai mai visto la politica prendere posizione contro se stessa? In questa storia c’è un pezzo importante della politica siciliana e nazionale. Ora non posso dire di più. Ricordo che una volta vennero Salvo Lima e Ciancimino a proporre mio padre come sindaco di Palermo. Lui ovviamente rifiutò. E Cuffaro mi disse di non poter sponsorizzare mio figlio quando correva, perché mi disse che avrebbero detto che era “il pilota della mafia”. Era anche quello un modo per dirmi di fare il bravo.

Il futuro?
Il futuro? Se continuano a ricattarmi realmente moriremo. Non posso vivere di nulla. Sono bloccato da tutti i lati. Continuano a marciare su questa condizione assolutamente ingiusta di collaboratore di giustizia. C’è uno Stato che non rispetta le regole. Io confido nella parte sana che rimedi agli errori compiuti. E che valuti attentamente tutto quello che ho dichiarato di fronte ai magistrati. Più di questo ora non posso fare.

Il patto Renzi-Berlusconi è qualcosa di più di un’ipotesi

Anche se gli amici del PD insistono nel volerci convincere che l’avvicinamento Renzi-Berlusconi sia solo figlio di malelingue e limitato all’accordo sulla legge elettorale i segnali che vanno nella direzione di un “governo della responsabilità”. E allora vale la pena leggere un paio di articoli, tanto per cominciare. E capire.

La prima è una Dagonota che, anche se ironica, meriterebbe di essere presa sul serio:

Il cazzaro Renzi, la “sindrome di Craxi”, il Rosatello elettorale (annacquato) alla tedesca e uno scenario post voto che evoca il brumaio rivoluzionario del Novantadue italiano. Anche alla vigilia di Tangentopoli il leader del Psi era convinto di poter tornare a palazzo Chigi nella primavera del ’92 nonostante la sconfitta subita l’anno prima sul referendum istituzionale sulla preferenza unica indetto da Mariotto Segni.

Con Bettino, novello Garibaldi, che dall’isola di  Caprera invitava gli italiani, inascoltato, ad “andare al mare” e a disertare le urne. Fu invece il trionfo del “Sì” con grandi festeggiamenti al Nazareno allora sede dei promotori della consultazione popolare e oggi quartier generale del Pd. Qui, per la legge del contrappasso, Renzi ha bevuto il calice amaro della disfatta subita al referendum dello scorso 4 dicembre.

Già. Anche dopo la “non vittoria” del Psi alle elezioni politiche del ’92, Bettino era convinto di avere intatte le chances per bissare la sua passata esperienza alla guida del governo. Ma durante quel percorso accidentato, per sua natura (politica), commise alcuni errori.

Il primo fu di poter realizzare l’accoppiata vincente Dc-Psi: lui a palazzo Chigi e Arnaldo Forlani, segretario dello scudocrociato, al Quirinale. Il secondo di aver poi puntato per la presidenza della Repubblica su un diccì anomalo, Oscar Luigi Scalfaro (sponsorizzato da Marco Pannella), su cui confidava (anzi era sicuro) che gli avrebbe dato l’incarico di formare il nuovo governo. Non andò così.

Le analogie tra l’attuale segretario del Pd (residuale) e l’ex leader del Psi non riguardano, ovviamente, soltanto le convergenze storiche e la statura politica dei due, tutta a vantaggio di Bettino fino al giorno della sua rovinosa caduta. Nel 1976, arrivato alla guida di un partito al lumicino nelle assise del Midas (ci resterà fino al 1993), Craxi riuscì a ridare dignità ai socialisti e dopo sette anni e per consensi incrementati, andò a guidare il governo.

Il ducetto di Rignano, almeno agli occhi dei transfughi del Nazareno, dello stesso Berlusconi (non pentito neanche dopo la telefonata con Matteo), del centro destra e dei Poteri marciti, invece, ha il solo merito di aver minato nelle fondamenta (iscritti e voti) l’unico partito organizzato sopravvissuto alla bufera politico-giudiziaria di Tangentopoli. E di aver provocato, infine, l’ennesima scissione a sinistra strizzando l’occhio all’ex nemico Berlusconi.

“Qual è il profilo culturale e strategico della stagione convulsa e precipitosa che si sta aprendo”, s’interroga Ezio Mauro su la Repubblica. “E in nome di quale mandato Renzi consegna il Pd appena riconquistato all’intesa con la destra”, aggiunge l’ex direttore.

Sul Corriere, Massimo D’Alema aggiunge ironico: “Il renzismo non è stato che il revival del berlusconismo… Mi stupisco che Berlusconi non si rivolga alla Siae per avere i diritti d’autore”. Non è questo, onestamente, un risultato da medaglia al valore ideale per l’ex premier incoronato da Re Giorgio Napolitano (senza un passaggio istituzionale) e cacciato a furor di popolo nel suffragio referendario del 4 dicembre 2006.

E da quel giorno, come successe a Bettino Craxi dopo la cacciata per mano della Dc da Palazzo Chigi (aprile 1983) e fino alla sconfitta nella consultazione promossa da Mariotto Segni per l’abolizione del proporzionale (aprile 1991), il cazzaroRenzi sogna anche lui la rivincita (remuntada alla Messi) per tornare alla guida del governo.

Ecco spiegata la “sindrome di Craxi” che ha colpito Matteo sulla via del ritorno a palazzo Chigi. Con la stessa impazienza – ahimè cattiva consigliera -, di andare al voto in autunno. Prima cioè della fine anticipata della legislatura (aprile 2018). E senza nuove regole elettorali, ancora bloccate in Parlamento.

E, soprattutto, contro la volontà (ferma) del capo dello Stato. Eppure, con rare eccezioni, i giornaloni continuano ad avvalorare le confuse ed estemporanee sortite dell’omino in fregola del Nazareno. Sulle pagine dei quotidiani (e in tv) si spaccia per “modello tedesco” una nuova legge elettorale che avrebbe pure il sostegno di Silvio Berlusconi.

“Al momento non c’è un modello tedesco sul tavolo; c’è solo il proporzionale un po’ all’italiana nobilitata con il richiamo alla stabilità teutonica”, ha osservato Stefano Folli su la Repubblica. Ingannare i lettori (o i teleutenti) solo per essere fedeli all’ultimo capataz politico? Ah saperlo…

Il secondo, invece, viene dalle pagine dell’edizione di oggi de Il Foglio che propone un vero e proprio “manifesto possibile per il Partito della nazione:

Le stelle si sono allineate, il percorso è diventato chiaro e improvvisamente, ora, sono tutti d’accordo. D’accordo sulla modalità, sulla tempistica, sui numeri, sulle ragioni e sulla data del voto. Salvo sorprese che non ci dovrebbero essere la diciassettesima legislatura finirà entro l’ultima settimana di luglio e se tutto andrà nella modalità concordata da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi la direzione è segnata. Ieri pomeriggio Forza Italia ha presentato i quattro emendamenti che trasformeranno la legge elettorale attualmente in discussione alla Camera in commissione Affari costituzionali in una legge sul modello tedesco (soglia di sbarramento al cinque per cento sia alla camera sia al Senato). Martedì, in direzione, il segretario del Pd spiegherà perché il sistema tedesco è l’unico che può essere approvato in tempi rapidi e con numeri sicuri sia alla Camera sia al Senato. Nelle ore successive i due leader delle opposizioni (Matteo Salvini e Pier Luigi Bersani) daranno il proprio ok alla proposta. La legge dovrebbe essere votata alla Camera entro il 10 giugno. Berlusconi, intanto, ha dato al Pd la sua disponibilità a votare il testo entro il 30 giugno anche al Senato.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha comunicato una sua non preclusione allo scioglimento anticipato delle Camere per arrivare al voto già il prossimo 24 settembre. Le massime istituzioni europee, compreso il vertice della Bce, non hanno mostrato particolare preoccupazione di fronte all’idea di allineare il voto italiano a quello tedesco mettendo la prossima legge finanziaria nelle mani di un futuro governo che anche grazie alle legge elettorale tedesca non ha speranze di essere guidato da una maggioranza grillina. Molti ministri del governo (compreso Calenda) sono stati informati da Renzi in persona della possibilità concreta di fine anticipata della legislatura. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è pronto a seguire l’indicazione del segretario del Pd e a dimettersi da capo del governo una volta approvata la legge elettorale (il pretesto per interrompere la legislatura potrebbe essere offerto dalla legge sui voucher che, se non verrà votata dagli scissionisti del Pd né alla Camera né al Senato, permetterà al Pd di certificare la morte della maggioranza). E anche molti investitori stranieri si stanno convincendo che il voto anticipato, come hanno riconosciuto ieri in un paper gli analisti di Citigroup, sia per l’Italia la soluzione migliore per evitare che sia un governo debole ad affrontare nei prossimi mesi, attraverso una Finanziaria preelettorale, i dossier delicati con cui dovrà fare i conti il nostro paese.

Le stelle sono dunque ormai allineate e il percorso sembra essere finalmente chiaro, ma al contrario di quello che tenteranno di dimostrare Renzi e Berlusconi in campagna elettorale il loro ritorno al dialogo è destinato a essere qualcosa in più di una semplice condivisione sulla soglia di sbarramento o sul numero di collegi. È destinato a essere l’embrione di un patto di sistema che solo la vittoria del Sì al referendum costituzionale avrebbe potuto evitare. E il paradosso è che tutti coloro che soprattutto a sinistra hanno votato No al referendum per evitare la nascita di un Partito della nazione ora dovranno rassegnarsi all’idea che il Partito della nazione sta nascendo davvero e sta nascendo grazie alla vittoria del No del 4 dicembre.

Con una legge elettorale sul modello tedesco – grazie alla quale Renzi e il Cav. avranno la possibilità di replicare in piccolo il modello della rottura macroniana presentandosi di fronte agli elettori senza essere ammanettati né con una melanconica sinistra a sinistra del Pd e né con una Lega che grazie a Salvini è più vicina al modello Cinque stelle che al modello Ppe – i neo nazareni hanno già calcolato che avranno i numeri per dar vita a un governo della nazione. E basterà che Pd e Forza Italia arrivino al 42 per cento dei voti (i sondaggi di Berlusconi dicono che la somma dei due partiti oggi è intorno al 45 per cento ed è destinata a crescere ancora) per mettere insieme una grande coalizione sul modello tedesco (magari con qualche innesto dalla Lega più vicina a Maroni e dalla sinistra più vicina a Pisapia). Ma per arrivare davvero a quella percentuale, non impossibile, Pd e Forza Italia hanno la necessità di concentrarsi non solo sulle soglie di sbarramento e sulla composizione futura dei collegi ma sull’unica carta possibile in loro possesso per evitare che la nascita del nuovo Partito della nazione si trasformi in un regalo alle forze anti sistema. In campagna elettorale, quando ci sarà, non basterà costruire una diga tattica di resistenza al grillismo. Sarà necessario dimostrare che l’alternativa agli anti sistema si costruisce opponendosi a ogni cialtroneria populista con quello che Macron ha giustamente definito il “coraggio della verità”. E la verità oggi è non avere paura di dire le cose come stanno sull’economia, la concorrenza, il fisco, la produttività, la giustizia, l’Europa, il lavoro, e non aver paura di far proprie, seppur da posizioni diverse, le uniche misure che possono permettere all’Italia di tornare a crescere.

Il Foglio ha presentato qualche settimana fa un suo manifesto del buon senso – sottoscritto da Silvio Berlusconi – con molti di questi punti, e attendiamo di sapere cosa ne pensa Matteo Renzi. Ma sottoscrivere un memorandum di buon senso preelettorale non è una fissa del nostro giornale. È l’unico modo per mostrare il volto sfascista, sovranista e ridicolmente anti produttivo delle forze anti sistema e non farsi trovare impreparati se davvero si andrà a votare alla fine di settembre. La data segnata sul calendario da Renzi e Berlusconi è il 24 settembre. La successiva legge di Stabilità andrà fatta entro il 16 ottobre. E per evitare che una legge di Stabilità fatta dal nuovo governo sia più pasticciata di quella fatta da questo governo conviene che Renzi e Berlusconi, una volta portata a casa la legge elettorale, trovino un modo per mettere insieme da subito le idee giuste per governare il paese. Firmare il memorandum del Foglio sarebbe un primo passo. Mettere insieme già in questa legislatura dieci misure per garantire la solidità finanziaria del nostro paese, anticipando così con un disegno di legge la prossima legge di Stabilità (il Portogallo ha seguito una strada simile prima delle ultime elezioni), sarebbe il modo migliore per mettere in sicurezza l’Italia, rassicurare i mercati nella fase elettorale e dimostrare che le forze anti populiste si possono combattere senza aver paura di mettere in campo l’unica arma possibile per sconfiggere i campioni delle bufale: il coraggio della verità.

«L’austerity in Italia non è mai esistita»: lo dice Roberto Perotti, ex consigliere del presidente del Consiglio dei ministri per la spesa pubblica

La spesa pubblica è sulla bocca di tutti e sarà sempre peggio con l’avvicinarsi delle elezioni. Il debito pubblico invece, quello no, di quello non ne parla più nessuno perché lo “storytelling” prevede l’obbligo (politicamente amorale) di essere “positivi” come se la gestione del Paese sia una merce da vendere al pari di una confezione di biscottini o una nuova marca di shampoo. E allora vale la pena di leggersi attentamente tutta questa intervista a Roberto Perotti che proprio per i “tagli di Stato” era stato chiamato al fianco dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. E poi allontanato. Eccola qui:

“La spesa pubblica al netto degli interessi ha continuato a salire dal 2014, i numeri dello stesso Def sono chiari”. Peggio: “La revisione della spesa pubblica è morta, ma il debito pubblico è un problema reale non una fisima degli economisti”. Roberto Perotti, professore dell’Università Bocconi ed ex consigliere del presidente del Consiglio dei ministri per la spesa pubblica, non usa mezzi termini parlando a margine dell’incontro di presentazione del suo libro ‘Status quo: perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo)’, organizzato presso la sede di Arca Fondi Sgr dall’Associazione Civicum. “Per fare la revisione della spesa serve la volontà politica – dice Perotti – e l’iniziativa dovrebbe partire dai Ministri. Ma i direttori generali, i capi di gabinetto dei ministeri non hanno alcun interesse a toccare lo status quo, si tratta di persone che sono lì a volte da 20-30 anni, spesso trascorsi a guardare il proprio ombelico e senza esperienze di fuori dall’ambiente romano e a volte senza nessuna competenza“. I problemi sono molteplici, dalla “pigrizia intellettuale” alla mancanza di voglia “di mettersi a guardare e studiare i numeri”. A questo si aggiunga una buona dose di incompetenza nell’analizzare “i problemi e vedere quello che può andare storto” come accaduto per la riforma della Pubblica amministrazione “assegnata a un ministro (Marianna Madia, ndr) che non aveva le competenze necessarie per intervenire” o quella delle pensioni targata Fornero con il dramma degli esodati.

Il governo sostiene che più di così sia impossibile tagliare, ma è un’affermazione a cui è difficile credere a fronte di una spesa pubblica complessiva di oltre 800 miliardi di euro l’anno.

Capisco i problemi politici, ma ci sono ampi margini di tagli possibili senza dover toccare pensioni, sanità e stipendi pubblici che – tuttavia – non sono certo voci incomprimibili. Probabilmente al loro posto mi comporterei allo stesso modo, ma deve essere chiaro che sono le pubbliche amministrazioni il primo freno ai tagli. Insieme agli stessi politici che non hanno tempo e voglia di mettersi a capire le cose.

Cioè?

Non hanno una visione di insieme della spesa pubblica e nessun dirigente mostra loro i tanti capitoli di spesa che potrebbero essere ridotti. Quindi i politici si convincono che la spesa sia incomprimibile.

A parole le intenzioni del governo erano di ridurre la spesa.

Il vento è cambiato. Il segnale più chiaro è la frase che Renzi ha pronunciato recentemente su Padoan, che diceva pressapoco così: “E’ un bravissimo tecnico, ma non si rende conto che il mondo è diverso da quello che ha studiato sui libri”. Di fronte alle difficoltà di tagliare la spesa, i politici si sono auto-convinti che per ridurre le tasse non sia necessario ridurre la spesa: il modo migliore di ridurre la pressione fiscale, dicono i politici, è aumentare il Pil attraverso aumenti di spesa. Questa è una favola a cui i politici vogliono credere per evitare di fare scelte difficili. Così come vogliono credere alla favola che i tagli di tasse si autofinanzino con l’aumento del Pil che essi indurrebbero.

La revisione della spesa è davvero morta?

Non so se sia mai stata viva, ma oggi è sicuramente morta. Sia perché ormai siamo in campagna elettorale e si sentono più forti le pressioni per aumentare la spesa; sia perché c’è aria di proporzionale, e il proporzionale rende più difficile controllare la spesa; sia perché, oggettivamente, il governo deve respingere l’assalto di forse populiste all’opposizione, che unanimemente attaccano l’austerity, anche se da noi non è mai esistita.

Anche i tedeschi rinfacciano all’Italia di non aver fatto austerity.

Che l’austerità fiscale non ci sia mai stata è un fatto. L’unica forte riduzione del disavanzo c’è stata con Monti, che però agì quasi esclusivamente sul lato degli aumenti di tasse. Poi l’avanzo primario ha continuato a scendere e la spesa primaria ad aumentare. I numeri sono chiari, chi dice il contrario fa solo propaganda. Non suggerisco di tagliare la spesa in modo drastico: sarebbe rischioso, ma gli aggiustamenti graduali sono sempre possibili. Per esempio una revisione di 3-4 miliardi non avrebbe impatti sulla sanità o sulle pensioni. Ma è evidente che qualcosa in cambio bisogna dare.

Che cosa intende?

Intendo dire che bisogna far capire alle persone che non si vuole tagliare a caso, ma che l’obiettivo è quello di risanare il Paese. Serve un segnale forte soprattutto per rispondere alle pressioni populiste, che peraltro in alcuni casi sono perfettamente giustificate. Penso alla riduzione dei vitalizi dei politici e degli stipendi per le figure apicali della pubblica amministrazione: guadagnano molto più rispetto ai loro pari grado di altri Paesi, mentre ai livelli più bassi i dipendenti pubblici hanno stipendi inferiori ai colleghi europei. Ridurre il vitalizio ai senatori, per esempio, sarebbe stato un volano politico pazzesco. E contrariamente a quanto si vuole far credere, probabilmente questa volta la Corte Costituzionale non si sarebbe opposta. Se non tagli in alto diventa politicamente impossibile tagliare altrove, ed è comprensibile. E quando si arriva a parlare solo di patrimoniali e lotta all’evasione fiscale è evidente che le idee siano finite.

L’eccesso di debito pubblico è davvero un problema?

Lo ripeto, il taglio del debito non è una fisima degli economisti come sostengono i politici. Certo nessuno saprà mai se con il 133% di debito/pil si possa sopravvivere, ma è sicuramente vero che non si possono fare interventi straordinari quando si presenta un’emergenza. L’Irlanda è riuscita a salvare le sue banche dopo la crisi del 2008 perché partiva con un debito al 30% del Pil, l’Italia, al contrario, non aveva un euro. E questo al netto di tutti gli attacchi all’Europa che secondo i politici italiani avrebbe impedito l’intervento pubblico. Se avessimo avuto un debito come quello irlandese avremmo potuto affrontare prima il problema dei crediti deteriorati, invece di farlo diventare un bubbone. I crediti deteriorati restano uno dei principali problemi di questo paese: per anni abbiamo messo la testa sotto la sabbia e poi ci abbiamo messo altri anni per cominciare a gestirlo in modo non dilettantesco.

(fonte)

Perché ha ragione il TAR e non Franceschini

(lo scrive Rocco Todero per Il Foglio. Il Foglio eh)

E’ comprensibile l’amarezza con la quale il Ministro Franceschini ha accolto la decisione del Tar del Lazio di annullare le procedure selettive per la nomina di 5 complessi museali italiani. Chi si pone al vertice della direzione politica di un ramo dell’amministrazione statale ha tutto l’interesse a coltivare il concreto raggiungimento di obiettivi pratici che preludano alla migliore erogazione delle prestazioni della pubblica amministrazione ai cittadini ed ai fruitori dei servizi culturali nel caso specifico. E’ naturale che dopo molto lavoro, articolatosi in un procedimento amministrativo di selezione durato più di due anni, scoprire di dover ricominciare da capo (a fine legislatura) sia una sorpresa che non si possa accogliere col sorriso sulle labbra.

Corrisponde a verità l’affermazione del TAR del Lazio secondo la quale è principio pacifico che le selezioni comparative per l’accesso al pubblico impiego nella amministrazione italiana debbano di necessità svolgersi “a porte aperte”? Perché, dunque, i colloqui per la selezione dei direttori dei musei si sono svolti senza consentire ad alcuno di potere assistere? Vi è qualche principio derogatorio o ragione eccezionale che possa giustificare la condotta della pubblica amministrazione nel coso specifico?

Corrisponde a verità l’affermazione del TAR del Lazio secondo la quale ai sensi dell’articolo 38 del testo unico sul pubblico impiego “I cittadini degli Stati membri dell’Unione europea e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche che non implicano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale”? Può la predetta disposizione essere immotivatamente derogata per consentire a cittadini stranieri di assumere l’ufficio di dirigente del museo che presuppone l’esercizio di poteri pubblici? Può un Tribunale della Repubblica soprassedere sull’applicazione di una norma di legge ancora vigente?

Corrisponde a verità l’affermazione del TAR del Lazio secondo la quale il punteggio numerico con il quale sono stati giudicati i concorrenti alla selezione pubblica deve essere ricondotto ai criteri predeterminati dalla stessa commissione giudicatrice e non può essere svincolato del tutto dal riferimento alle predette linee guida?

Una riflessione più serena, forse, potrebbe indurre il Ministro dei Beni Culturali a trarre due conclusioni: a) le procedure per la selezione dei direttori dei musei italiani non sono state in grado di dimostrare, oggettivamente, che la scelta sia caduta sui migliori candidati; b) le procedure per la selezione dello staff e dei collaboratori del Ministro Franceschini nemmeno.