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Politica

Il direttore del centro d’accoglienza di Lampedusa aveva il requisito giusto: suocero di Alfano jr

Ma cosa altro deve succedere perché il ministro (eh, sì) Angelino Alfano, quello che ha il tempo di querelare una trasmissione televisiva come Gazebo, venga ritenuto non più potabile e rimandato a casa? Ma perché da Berlusconi, a Renzi fino a Gentiloni dobbiamo continuare a sopportare come ministro l’incarnazione politica del malcostume tutto italiano di non chiedere a qualcuno “cosa sai fare” ma piuttosto “chi ti manda”?

L’ultima notizia è tutta nelle carte dell’operazione Jonny che ha svelato gli sporchi interessi di Leonardo Sacco che con la sua “Misericordia” ha lucrato sul centro d’accoglienza di Isola Capo Rizzuto. È una telefonata del 10 settembre 2014  in cui Ugo Bellini, vicepresidente della Misericordia con delega a Sviluppo e Coordinamento delle Federazioni Regionali, informa Leonardo Sacco che come direttore del Centro di Lampedusa è stato scelto Lorenzo Montana, suocero del fratello di Angelino Alfano:

“Noi abbiamo anche trovato un direttore. Cioè veramente: forse non è pieno di requisiti, perché ci vogliono 3 anni di esperienza o deve essere laureato in psicologia: questo è in scienze politiche. Ti ha detto chi è?”. “Non mi ha detto chi è”. “È il suocero… il suocero del cugino di Alfano”. “Ah, ho capito. Bene, bene: no, ma al di là di questo… diciamo… la figura si può costruire. Vediamo il da farsi… insomma… perché io ho l’impressione… mo’ venerdì vado a Roma… e vedo un po’… al ministero la situazione…”.

La notizia esce qualche giorno dopo (su Il Fatto Quotidiano) e il Prefetto Morcone telefona preoccupatissimo a Leonardo Sacco:

“Senti una cosa… ma… come ti è venuto in testa… di pigliare… a questo come direttore del Centro di Lampedusa? Tu lo capisci bene che quello è il Centro più visibile d’Italia”.

Sacco abbozza (male) una patetica difesa:

“Capisco benissimo… il problema è stato questo eccellenza… che.. diciamo… come confederazione… non ci aspettavamo l’assegnazione… subito… va bene la gara e stavamo cercando appunto figure di direttore… ma non era assolutamente preventivato che dovevamo prendere quello lì”

Il prefetto Morcone insiste:

“Mo’ devi trovare una soluzione… anche perché, capisci che l’effetto di tutto questo è che ogni settimana ti devo fare un’ispezione praticamente… perché sennò ci fanno un culo come una campana”.

Poi qualche, ora dopo, è proprio il Prefetto Morcone a suggerire una difesa:

“Abbi pazienza… bisogna comunque fare un’agen… perché qua sta succedendo un bordello in rete, su internet. Dovreste fare più che una smentita insomma. Un chiarimento su questa cosa, facendo un’agenzia nella quale dite quello che hai detto a me. Cioè che in un primo momento, tenuto conto della fretta, dell’avvicendamento di Lampedusa Accoglienza, avete individuato sull’isola una persona e diciamo che per esperienza amministrativa poteva essere un punto di riferimento, un coordinatore. Perché il direttore deve essere ancora nominato. Me la puoi mandare prima a me: io me la guardo”.

Eccola, la classe dirigente.

(continua su Left)

Sommerso dalla zona grigia. Giovanni Falcone venticinque anni dopo. (Di Corrado Stajano)

di Corrado Stajano

[Venticinque anni fa morivano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Questo articolo è uscito sul supplemento domenicale del «Sole24 ore»]

Brandelli di un diario scritto soltanto ora. Conobbi Falcone un pomeriggio d’autunno del 1979 in una stanzina che gli faceva da ufficio al pianterreno del Palazzo di Giustizia di Palermo, intimidente e avvelenato da sempre. Sostituto procuratore per 15 anni a Trapani, era arrivato alla fine dell’anno passato: le inchieste di mafia non gli erano mancate nel Trapanese, in quelle terre impestate dalle cosche aveva avuto modo di far pratica. Ma Palermo era allora la capitale del mondo criminale. Cosa nostra si considerava padrona del mondo e Falcone, in quella stanzina, doveva sentirsi l’ultimo degli ultimi.

Era ottobre, ma sembrava ancora estate, da gennaio gli assassinati di mafia in città erano già una cinquantina, ghigliottinati, evirati, incaprettati, legati ai polsi e alle caviglie come capretti, abbandonati ai bordi delle strade, lasciati nei bauli delle macchine. Non erano tutti degli ignoti, la mafia doveva avere dei progetti, mirava alto in quell’alba del crudele decennio che stava per cominciare. In gennaio era stato assassinato un giornalista, Mario Francese, in marzo il segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina, in luglio il capo della Squadra mobile Boris Giuliano e da poco, il 25 settembre, il magistrato Cesare Terranova, dal limpido passato, designato a dirigere l’Ufficio Istruzione del Tribunale, un ruolo chiave, temuto dalla mafia per la sua intelligenza e conoscenza del fenomeno. Nessuno, proprio nessuno aveva visto i tre killer a viso scoperto nella strada affollata di prima mattina.

Falcone mi osservava curioso, anch’io lo osservavo. Non aveva l’aspetto del giudice autoritario, un compagno di scuola, piuttosto. Sorrideva, il viso velato di ironia. Dovevo tentar di raccogliere notizie per un’inchiesta ed ero venuto a parlare con Falcone conosciuto da pochi, allora, su consiglio di Nicola Cattedra, il direttore dell’”Ora”, il quotidiano democratico che rappresentava a Palermo la vera opposizione alla DC di Lima, Gioia, Ciancimino, i padroni, da sempre, nel dopoguerra, dei destini della città purulenta.
La finestra era a livello della strada, si vedevano le gambe trotterellanti di chi passava, le biciclette, e a pochi metri anche le ruote delle automobili. Ci voleva poco allora a uccidere Falcone. Ma il magistrato non era ancora un pericolo per la mafia.

Aveva un intuito naturale – lo dimostrerà – e captò subito quel che stavo pensando. Sembrava un uomo chiuso, riservato, ma si fidava d’istinto, mi parve, del giornalista sconosciuto. “Sa, mi disse subito, i più dei magistrati di questo palazzo sostengono che la mafia non esiste, una fantasia”. E mi guardò con un sorriso amaro. Volle sapere da dove venivo. Ero un figlio dimezzato del Nord e del Sud e sentivo la mafia con dolore grande, un affronto, un’offesa, un oltraggio alla Sicilia amata.
Volle sapere che cosa avevo visto. Conoscevo bene Palermo, anche in quei giorni, ero andato in giro nei quartieri, la Kalsa, l’Albergheria, Ballarò, la Vucciria, il Capo, veniva voglia di piangere in quel mondo incancrenito, tra gli antichi nobili palazzi come smangiati dalla lebbra, la spazzatura che bruciava negli slarghi lasciati dalle bombe del 1943, i bambini che giocavano mimando l’arte degli scippi e degli omicidi, la povertà dei catoi. Sulla chiesa di Santa Maria della Catena qualcuno aveva scritto col carbone “Palermo implora Dio per Palermo”.

“Già, disse Falcone, l’eterna miseria di Palermo”. Lui era nato in quei luoghi, in un palazzotto di piazza della Magione, figlio del direttore del Laboratorio provinciale di Igiene e profilassi, una famiglia della media borghesia. Lo sentii imbarazzato dalle mie parole, nascostamente un po’ seccato, lo sarei stato anch’io. “Vede, mi disse, il problema è proprio quello di rendere vivibile la città. Esiste un’opinione diffusa che solo la mafia sia capace di risolvere quei mali. Ma la mafia, occorre metterselo bene in testa, non porta ricchezza alla comunità, porta solo povertà materiale e morale”. Seguitò a parlare alzando lievemente la voce, il problema, persino banale, gli stava a cuore: “Se la mafia si riducesse soltanto a una questione criminale, non pensa che in quasi un secolo sarebbe stata eliminata dai poteri repressivi dello Stato? Il guaio è che occorre tener conto non soltanto della politica, ma anche del tessuto sociale sostanzialmente ambiguo di Palermo. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d’animo diffuso fra tutti i ceti e tutte le classi della città. Sa che cos’è la zona grigia?” Lo sapevo da Primo Levi, amico indimenticato. Ne parlava sempre e ne scriverà (nel 1986) nel suo I sommersi e i salvati: è l’ibrido, dai contorni mal definiti, che separa, lega e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Anche per Falcone la definizione poteva adattarsi al costume mafioso.

“Vede”, mi disse ancora in quella prima conversazione, tra le tante che ebbi con lui, “qui purtroppo bisogna stare attenti persino a chi ci si trova accanto”.
Un po’ dopo quell’incontro, Falcone ha traslocato. Lavorava sempre a pianterreno, sulla sinistra del Palazzo, ma l’antro buio era ben vigilato da cancelli, sbarre, catenacci, carabinieri. Stava facendosi conoscere e cominciava ad avere dei detrattori, non solo mafiosi, politici, magistrati. “Che cosa vuole?”; “Dove mira?”
Avrà sempre davanti a sé un muro di invidia e di gelosie, Falcone. Difficili da immaginare quelle critiche nei confronti di un magistrato che fa, un uomo di intelligenza penetrante. E questo in una città d’Italia e d’Europa che ha portato il peso di una catena di morti. Una città ricca delle magnificenze di antiche culture, dai greci agli arabi ai normanni al barocco color del miele, degradata dalla furia assassina della mafia che in pochi anni, unica nel mondo civile, ha ucciso tutti gli uomini dello Stato.
All’Ufficio Istruzione si stava occupando della fondamentale sentenza nel procedimento penale contro Spatola Rosario di Salvatore e di Gaglio Giovanna e altri 120. Molti di loro risulteranno ai vertici di Cosa nostra. È allora che si forma un pool di magistrati con a capo Antonino Caponnetto e di cui fanno parte, con Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello che l’8 novembre 1985 deposita in Cancelleria l’ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni +706. È il maxiprocesso, la bibbia dell’antimafia. Il contributo di Falcone è stato essenziale, nutrito dalla confessione di Tommaso Buscetta e dalla tecnica da lui inventata di seguire in tutto il mondo il flusso del denaro sospetto.
È Falcone che chiede allora a Tullio De Mauro, a capo degli Editori Riuniti, se può fare in modo di rendere pubblico il documento e fa il mio nome come curatore di un possibile libro. Si tratta di raccogliere l’essenziale delle 8607 pagine dell’Ordinanza e di scrivere una non breve introduzione. Lavoro per qualche mese. Non è facile.

Il processo inizia il 10 febbraio 1986. Sono arrivate minacce di morte anche per me. Mi viene ordinato allora dai magistrati di lasciare Milano e di non andare a Palermo ad assistere al processo togliendomi il piacere di vedere in faccia quegli uomini di cui ho letto e scritto le gesta. Passo così una ventina di giorni sul lago Maggiore e perdo quel grande spettacolo. La nuova aula bunker dell’Ucciardone, dalla moquette verde, circondata tutt’intorno dalle gabbie degli imputati è diventata un circolo di lettura. I mafiosi consultano febbrili il libro bianco che ho curato, Mafia. L’atto d’accusa dei giudici di Palermo. Cercano il loro nome, spettegolano, fanno piccoli dibattiti. Il processo termina con un’infinità di condanne che la Corte di Cassazione confermerà il 31 gennaio 1991. Presidente della Corte è Alfonso Giordano, ma a condurre l’arduo processo di primo grado è, in effetti, il giudice a latere, l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il 23 maggio 1992 ero a Torino, al salone del libro, e, ironia della sorte, partecipavo a un dibattito con Tana de Zulueta, giornalista di alto livello – scriveva sul “Sunday Times” – futura parlamentare: il tema era la mafia. Gli altoparlanti danno la notizia che è accaduto un grave incidente a Falcone e alla sua scorta, sulla strada che dall’aeroporto conduce a Palermo. Le notizie sono contraddittorie, vengono minimizzate, smentite, confermate. È vero. Falcone è morto. Lui, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Il “Corriere della Sera” mi chiede di andare subito a Palermo.
La chiesa di San Domenico mi è sempre sembrata il palcoscenico macabro della Repubblica. Là dentro avevo assistito a diversi funerali solenni e cupi, quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, tra gli altri, quando il cardinale Salvatore Pappalardo pronunziò la famosa frase: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.

Ho cancellato la memoria dolorosa di quella mattina. Ricordo soltanto la folla urlante che, quasi correndo, sale sull’altare ad abbracciare le bare, ricordo gli uomini politici che fuggono e la voce incrinata di una giovane donna vestita in bianco e nero, Rosaria, la moglie dell’agente Vito Schifani morto a Capaci. Una piccola Giovanna d’Arco dolce e innocente di furia cristiana. Chiede quella giustizia che, un quarto di secolo dopo, tarda ancora a venire.

Io, Falcone, vi spiego cos’è la mafia

In quest’articolo pubblicato da “L’Unità” il 31 maggio 1992, otto giorni dopo la strage di Capaci, il giudice Giovanni Falcone traccia con chiarezza un quadro dell’evoluzione di Cosa Nostra a partire dal dopoguerra e denuncia la sottovalutazione che, per molto tempo, ha caratterizzato l’approccio delle istituzioni al problema della mafia.

Nella relazione finale della Commissione d’inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un’associazione che abbia forme stabili e organismi speciali… Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non… specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»…«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione: «Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120».

Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.

Nell’immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell’anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo.

Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di “qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l’attività criminosa”; il riferimento è chiaro, riguarda il Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Viterbo il 3/5/1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d’appello di Palermo: Emanuele Pili». Nella relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti.

Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti». Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l’adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo».

Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall’esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità. E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall’attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà.

Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l’autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata – e quella mafiosa in particolare – è, come si sostiene in quell’intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici… e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco».

L’argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l’attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti – ovviamente, non senza contropartite – di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità.

Un convincimento diffuso è quello – che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte – secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un’associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l’espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un “comune sentire” di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante.

Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa – unica ed unitaria – ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell’avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa.

Se oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle “punizioni” inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l’elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere però conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono “terzi livelli” di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra.

Ovviamente, può accadere ed è accaduto, che, in determinati casi e a determinate condizioni, l’organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere.

“Cosa Nostra” però, nelle alleanze, non accetta posizioni di subalternità; pertanto, è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne dall’esterno le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell’esistenza di una “direzione strategica” occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d’onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell’organizzazione, ne sconoscono l’esistenza.

Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti come il golpe Borghese ed il falso sequestro di Michele Sindona non costituiscono un argomento “a contrario” perché hanno una propria specificità tutte ed una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell’organizzazione mafiosa.

E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di “Cosa Nostra”, è pur vero che in seno all’organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità. Queste peculiarità strutturali hanno consentito alla mafia di conquistare un ruolo egemonico nel traffico, anche internazionale, dell’eroina.

Ma, per comprendere meglio le cause dell’insediamento della mafia nel lucroso giro della droga, occorre prendere le mappe del contrabbando di tabacchi, una delle più tradizionali attività illecite della mafia. Il contrabbando è stato a lungo ritenuto una violazione di lieve entità perfino negli ambienti investigativi e giudiziari ed il contrabbandiere è stato addirittura tratteggiato dalla letteratura e dalla filmografia come un romantico avventuriero. La realtà era però ben diversa, essendo il contrabbandiere un personaggio al soldo di Cosa Nostra, se non addirittura un mafioso egli stesso ed il contrabbando si è rivelato un’attività ben più pericolosa di quella legata ad una violazione di un interesse finanziario dello Stato, in quanto ha fruttato ingenti guadagni che hanno consentito l’ingresso nel mercato degli stupefacenti della mafia ed ha aperto e collaudato quei canali internazionali – sia per il trasporto della merce sia per il riciclaggio del danaro – poi utilizzati per il traffico di stupefacenti.

Occorre precisare, a questo proposito, che già nel contrabbando di tabacchi, si realizzano importanti novità della struttura mafiosa. È ormai di comune conoscenza che Cosa Nostra è organizzata come una struttura piramidale basata sulla “famiglia” e ogni “uomo d’onore” voleva intrattenere rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stessa “famiglia” e solo sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie “famiglie” il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionale.

Assunta la gestione del contrabbando di tabacchi – che comporta l’impiego di consistenti risorse umane in operazioni complesse che non possono essere svolte da una sola famiglia – sorge la necessità di associarsi con membri di altre famiglie e, perfino, con personaggi estranei a Cosa Nostra. Per effetto dell’allargamento dei rapporti di affari con altri soggetti spesso non mafiosi sorge la necessità di creare strutture nuove di coordinamento che, pur controllate da Cosa Nostra, con la stessa non si identificassero.

Si formano, così, associazioni di contrabbandieri, dirette e coordinate da “uomini d’onore”, che non si identificavano, però, con Cosa Nostra, associazioni aperte alla partecipazione saltuaria di altri “uomini d’onore” non coinvolti operativamente nel contrabbando, previo assenso e nella misura stabilita dal proprio capo famiglia.

In pratica, dunque, l’antica, rigida compartimentazione degli “uomini d’onore” in “famiglie” ha cominciato a cedere il posto a strutture più allargate e ad una diversa articolazione delle alleanze in seno all’organizzazione. Cosa Nostra però non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari, specialmente nel Napoletano, per assicurare un efficace funzionamento delle attività criminose. Il fatto che esiste anche a Napoli una “famiglia” mafiosa dipendente direttamente dalla “provincia” di Palermo, non deve stupire perché la presenza di “famiglie” mafiose o di sezioni delle stesse (le cosiddette “decine”), fuori della Sicilia, ed anche all’estero, è un fenomeno risalente negli anni. La stessa Cosa Nostra statunitense, in origine, non era altro che un insieme di “famiglie” costituenti diretta filiazione di Cosa Nostra siciliana.

Quando Cosa Nostra interviene sul contrabbando presso la malavita napoletana, dunque, lo fa allo scopo dichiarato di sanare i contrasti interni ma più verosimilmente con l’intenzione di fomentare la discordia per assumere la direzione dell’attività. Ecco perché, nel corso degli anni, sono stati individuati collegamenti importanti tra esponenti di spicco della mafia isolana e noti camorristi campani, difficilmente spiegabili già allora con semplici contatti fra organizzazioni criminali diverse. Ed ecco, dunque, perché il contrabbando di tabacchi costituì una spinta decisiva al coordinamento fra organizzazioni criminose, tradizionalmente operanti in territori distinti; coordinamento la cui pericolosità è intuitiva. Nella seconda metà degli anni ’70, pertanto, Cosa Nostra con le sue strutture organizzative, coi canali operativi e di riciclaggio già attivati per il contrabbando e con le sue larghe disponibilità finanziarie, aveva tutte le carte in regola per entrare, non più in modo episodico come nel passato, nel grande traffico degli stupefacenti.

In più, la presenza negli Usa di un folto gruppo di siciliani collegati con Cosa Nostra garantiva la distribuzione della droga in quel paese. Non c’è da meravigliarsi, allora, se la mafia siciliana abbia potuto impadronirsi in breve tempo del traffico dell’eroina verso gli Stati Uniti d’America.

Anche nella gestione di questo lucroso affare l’organizzazione ha mostrato la sua capacità di adattamento avendo creato, in base all’esperienza del contrabbando, strutture agili e snelle che, per lungo tempo, hanno reso pressoché impossibili le indagini. Alcuni gruppi curavano l’approvvigionamento della morfina-base dal Medio e dall’Estremo Oriente; altri erano addetti esclusivamente ai laboratori per la trasformazione della morfina-base in eroina; altri, infine, si occupavano dell’esportazione dell’eroina verso gli Usa.

Tutte queste strutture erano controllate e dirette da “uomini d’onore”. In particolare, il funzionamento dei laboratori clandestini, almeno agli inizi, era attivato da esperti chimici francesi, reclutati grazie a collegamenti esistenti con il “milieu” marsigliese fin dai tempi della cosiddetta “French connection”.

L’esportazione della droga, come è stato dimostrato da indagini anche recenti, veniva curata spesso da organizzazioni parallele, addette al reclutamento dei corrieri e collegate a livello di vertice con “uomini d’onore” preposti a tale settore del traffico. Si tratta dunque di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che, per lunghi anni, hanno funzionato egregiamente, consentendo alla mafia ingentissimi guadagni.

Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti, derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che nel tempo i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto dalla necessità di eludere investigazioni sempre più incisive.

Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito il canale privilegiato per il riciclaggio del danaro.

Di recente, è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi nelle operazioni bancarie di cambio di valuta estera. Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l’afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all’estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti.

Quali effetti ha prodotto in seno all’organizzazione di Cosa Nostra la gestione del traffico di stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano alcuni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali.

Le alleanze orizzontali fra uomini d’onore di diverse “famiglie” e di diverse “province” hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed al contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni ’70 per assicurare un migliore controllo dell’organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale, la “commissione” regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso.

Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate. Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981-1982. Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d’onore delle più varie famiglie spinti dall’interesse personale – a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie – e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato – come ingenuamente si prevedeva – un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall’aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l’impegno delle forze dell’ordine. La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione tra difficoltà di ogni genere di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, non ha determinato l’inizio della fine del fenomeno mafioso.

Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. È vero che non pochi “uomini d’onore”, diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all’angolo.

Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta talché le notizie in nostro possesso sulla attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse.

Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all’azione repressiva. La tregua iniziata è purtroppo frequentemente interrotta da assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e soprattutto da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi agli omicidi dell’ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco e dell’agente della PS Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Si ha l’eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi “omicidi eccellenti”, non si potranno fare molti passi avanti.

Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina e che comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; e si hanno già notizie precise di scambi tra eroina e cocaina già in America, col pericolo incombente di contatti e collegamenti – la cui pericolosità è intuitiva – tra mafia siciliana ed altre organizzazioni criminali italiane e sudamericane.

Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati.

Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all’impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia.

Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.

La prossima marcia dell’accoglienza va organizzata in Africa: anche l’Italia costruisce muri. Ma sottovoce.

Un post (terrificante) di Stefano Catone, che per Possibile da tempo studia i numeri piuttosto che rilanciare sensazioni:

Manderemo dei soldati in Africa con lo scopo di rafforzare il confine sud della Libia. Lo aveva anticipato Repubblica alcuni giorni fa, lo aveva smentito il ministero della Difesa (con una smentita che non smentisce, dato che parla di «normale attività addestrativa»), lo ha confermato il ministero dell’Interno, con tanto di foto a corredo dell’accordo raggiunto tra i governi italiano, della Libia (che non si capisce che poteri abbia), del Ciad e del Niger.

L’accordo si pone gli obiettivi di «assicurare la sicurezza dei confini, sostenere la formazione ed il rafforzamento delle guardie di frontiera, sostenere la costruzione in Niger e Ciad e sostenere la gestione in Libia dei centri di accoglienza per migranti irregolari, conformemente agli standard umanitari internazionali, promuovere lo sviluppo di una economia legale». Tradotto: manderemo militari con lo scopo di «sigillare la frontiera a sud della Libia, che significa sigillare la frontiera a sud dell’Europa», parole di Marco Minniti, ministro dell’Interno con la tessera del Partito Democratico in tasca.

Tradotto meglio: le persone devono restare nei luoghi dai quali vorrebbero scappare e, dato che l’accordo con la Libia si sta rivelando inefficace e inattuabile, spostiamo sempre un po’ più a sud i nostri confini. Siamo arrivati al Ciad e al Niger. Perché lo facciamo? Perché non possiamo respingere i migranti in mare, non possiamo sparare ai barconi, non possiamo costruire un muro sulle nostre coste: siamo persone civili, noi. Possiamo, però, delegare ad altri, lautamente finanziati, il tentativo di controllare gli oltre quattromila chilometri di confine terrestre della Libia. Fare un muro nel deserto di queste dimensioni non è semplice: è molto più semplice addestrare militari e costruire campi di accoglienza, dove concentrare i migranti.

Quando parliamo del Ciad parliamo di un paese in cui vige lo stato di emergenza a causa delle condizioni in cui versa l’omonimo lago, in cui è al potere la stessa persona dal 1990, in cui «a seguito di diverse manifestazioni di protesta, le forze dell’ordine sono intervenute con conseguenze a volte tragiche» e in cui è consigliabile «viaggiare in convoglio, tenere le porte chiuse a chiave e portare con se stessi carburante di riserva».

Quando parliamo del Niger, invece, parliamo di un paese in cui «il 3 marzo 2017 è stato proclamato lo stato di emergenza nella regioni di Diffa, Tillaberi e di Tahoua a causa dell’aumento degli attacchi terroristici nel Paese», in cui i terroristi assaltano i campi profughi, in cui la schiavitù è stata abolita nel 2003 (ma rimane un problema preoccupante) e, inoltre, di un paese «soggetto ad instabilità politica, insicurezza alimentare cronica e crisi naturali, in particolare siccità, inondazioni e infestazioni di locuste».

Della Libia sia sufficiente ribadire che è un paese che non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, e cioè la più importante convenzione internazionale in materia.

Quando ci indigniamo per il muro al confine tra Serbia e Ungheria, quando ci indigniamo per il muro di Trump e il Muslim Ban, quando ci indigniamo per i muri e quando invochiamo un mondo senza muri, dovremmo ricordarci che il governo italiano a guida Partito Democratico è uno dei principali sponsor e attuatori della strategia dei muri, che in questo caso non hanno natura fisica (solo perché la geografia non ce lo permette, penseranno i maligni), ma natura politica e diplomatica. Saranno altri a respingere, saranno altri a sparare, saranno altri a detenere i migranti. Lontani da questi luoghi migliaia di chilometri noi stiamo solamente armando gli aguzzini.

«Non uno ma tre Rolex»: e Gentiloni che fa?

La sottosegretaria al Ministero dei Trasporti Simona Vicari è finita indagata in una brutta storia di presunta corruzione in cui, tra le altre cose, è accusata di avere ricevuto “in regalo” un Rolex per “agevolare” alcune pratiche. Al di là del fatto che, qualora le accuse siano poi riscontrate, ne uscirebbe una classe dirigente che ormai non si vende più per ingenti finanziamenti al proprio partito e bustarelle di quelle che cambiano la vita ma ormai è disposta a diventare servile per un orologio, la risposta della Vicari al Corriere della Sera mette i brividi:

«Ho letto sulle agenzie che sarei accusata di corruzione. Ma di che parliamo? – ha detto al Corriere della sera – Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo che si tratta di un regalo di Natale. Poi sì, io ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?». L’addio della Vicari potrebbe non essere indolore per il governo. Dopo essersi difesa, l’ex sottosegretaria passa all’accusa e che accusa: «Voglio dirle un’altra cosa – ha aggiunto al Corriere – anche se può suonare un po’ antipatico. Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica».

In pratica, dice la Vicari, nel Consiglio dei Ministri siede almeno una persona che è esattamente come lei, solo con un po’ più “fame”.

(continua su Left)

«Dobbiamo credere nell’utopia dell’uguaglianza», parola di Luciano Canfora

(una gran bella intervista da Micromega)

«Come osservò Tocqueville la libertà è un ideale intermittente, l’uguaglianza invece è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame». Luciano Canfora, classe ’42, è professore emerito dell’Università di Bari, storico, filologo classico e saggista. Per ultimo, ha scritto per Il Mulino “La schiavitù del Capitale” (112 pp., 12 euro) nel quale sottolinea, con un pizzico di ottimismo, come il capitalismo abbia vinto «ma forse è solo un tornante della storia». Insomma, la partita sarebbe tutt’altro che chiusa: «L’Occidente si trova di fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni e daccapo ha perso l’offensiva. Più sfida il mondo (per usare la terminologia di Toynbee) e più aspra è la risposta».

Professor Canfora, per lei campeggiano due utopie al mondo: l’utopia della fratellanza e quella dell’egoismo. Non trova che quest’ultima stia stravincendo a livello globale?

Ha quasi sempre vinto sul breve periodo: l’utopia dell’egoismo nella storia ha giocato all’attacco. Come scrive Lucrezio nel quinto libro del De rerum natura essa inizia quando l’uomo scoprì l’oro e la proprietà privata. Il moderno profitto ne è l’equivalente monetario; è connaturato da una spinta biologica. Ma, attenzione, questa egemonia ha la strada in salita, la storia ci ha anche dimostrato che prima o poi all’utopia dell’egoismo si contrappone una reazione. Gli anticorpi consistono nella spinta all’uguaglianza che mette in discussione la supremazia dell’egoismo proiettato verso il profitto. La storia non ha ancora dato la vittoria a nessuno.

Sono più pessimista: come reazione alle politiche dell’Occidente abbiamo il fanatismo religioso dove – lo dimostra il caso della banlieus parigine – gli emarginati ormai scelgono l’integralismo islamico come via di riscatto dall’esclusione sociale. Prima della caduta del Muro di Berlino, in Occidente chi si opponeva allo status quo optava per la “via socialista” mentre ora si iscrive direttamente alle milizie del Califfato?

Nel Novecento pur di sconfiggere il vacillante “socialismo realizzato”, l’Occidente ha preferito armare il peggior fondamentalismo islamico, ad esempio i Talebani in Afghanistan. Così sulle ceneri del socialismo – pensiamo anche alle varie esperienze nel mondo arabo con il partito Baath e alle forme laiche di antimperialismo in Medioriente – si è imposta la barbarie dell’integralismo religioso con la sua escalation di terrore. Anche qui la storia ci può essere d’aiuto: ucciso Robespierre, dopo anni, quel pensiero si è palesato nuovamente, ma in forma ancor più violenta, sotto le sembianze di Stalin. I vuoti vengono riempiti, con modalità sempre più cruente. L’Islam di oggi, comunque, non è surrogato del mondo socialista ma, come dimostra un recente studio di un ex diplomatico USA, pubblicato dall’editore Kopp, è uno dei prodotti della guerra globale della Cia.

Mi sta dicendo che sono “giocattoli” scappati di mano?

L’Isis si muove in modo unitario, come una grande potenza. Il capitalismo è quel titanico stregone che unificando il pianeta nel nome e nel segno del profitto ha suscitato e scatenato forze che non sa e non può più dominare. Pensiamo al rapporto con l’Arabia Saudita wahabita, per gli Usa il criterio realpolitico ha quasi sempre avuto la meglio sulle scelte di principio.

Sicuramente l’Occidente avrà le sue responsabilità, intanto in Europa resta il problema degli attentati…

Bisogna dirsi le verità scomode: da un lato abbiamo la barbarie, dall’altro non ha senso schierarsi con le nostre guerre umanitarie. Siamo dentro una spirale guerra/terrorismo. L’Occidente detiene la ricchezza, le armi, la cultura ed ha in mano le principali carte del gioco. Ha tutto l’interesse, economico e politico, ad alimentare odi e violenza per smerciare le armi che produce. Tra l’altro costruisce l’immaginario e le narrazioni con morti di serie A e morti di serie B: gli attentati in Occidente vengono deprecati col massimo della solennità, mentre le azioni terroristiche che da 14 anni insanguinano l’Iraq dopo la proditoria cacciata di Saddam ottengono un trafiletto sui giornali. Nel luglio 2016 due centri commerciali a Baghdad vengono distrutti da un attentato suicida dell’Isis, le dimensioni dell’enorme carneficina vennero rese note col contagocce. In Occidente utilizziamo due pesi e due misure.

Nella prima parte de La schiavitù del Capitale Lei compie una ri- o de-costruzione storica della categoria di “Occidente”. Non è quindi un blocco unitario come troppo spesso crediamo?

L’ingresso degli Usa negli equilibri europei nel 1917, nella I guerra mondiale, cambia gli scenari. Per Oswald Spengler, in quella data, ha inizio il declino dell’Occidente. Dopo il 1917 il concetto di Occidente prende le sembianze degli Usa: non è un giudizio di valore il mio ma una fotografia dei rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Torniamo all’utopia della fratellanza, come uscire da questo capitalismo che ha ripristinato forme di dipendenza di tipo schiavile?

La crisi non scoppierà ai margini, nelle periferie metropolitane, ma scoppierà dentro il cuore del sistema. Mi spiego meglio: la crisi si produrrà al suo interno, tra le sue classi dirigenti tecnicamente attrezzate ma non dominanti. All’orizzonte non intravedo organizzazioni di qualche peso capaci di contrapporsi – e a livello globale le soluzioni non passano per l’Isis o per la Corea del Nord – soltanto la critica può salvare l’Occidente da se stesso. Il potere finanziario si fonda anche su ceti acculturati i quali non sono complici del profitto, o lo sono in misura marginale rispetto ai veri detentori della ricchezza. Sono questi ceti che vanno scossi tramite l’arma della critica. Consentimi una battuta: una rivista come MicroMega ha più responsabilità di quanto si pensi!

Alla fine del libro, come appendice, c’è un intervento di Alexis Tsipras del giugno 2015 nel quale invita i greci a ribellarsi ai diktat della Troika parlando di recupero della democrazia e di sovranità popolare. Non crede che in Grecia abbiamo visto il vero volto criminale delle Istituzioni? Alla fine il governo ellenico è stato costretto a capitolare accettando i vari memorandum…

Quando ho deciso di inserire questa parte, ero consapevole del fatto che, alla fine, Alexis Tsipras fosse stato costretto alla resa e ad andare contro il suo popolo. Ma quel discorso è di grande importanza simbolica perché mise in crisi il sistema UE. Mi ricordo i giornali dell’epoca che criticarono la scelta del referendum: come aveva osato Tsipras dare la parola ai cittadini disobbedendo alla Troika?

Poi, purtroppo, col coltello puntato alla gola è stato costretto a cedere alle pressioni dell’Eurogruppo. Ma nella sua lotta era isolato ed è stato abbandonato, dal governo spagnolo e dal nostro. Adesso Renzi dice di voler sbattere i pugni a Bruxelles contro Junker, con quale credibilità essendo stato il pugnalatore della Grecia? L’Italia poteva fare fronte con la Grecia e chiedere alla Troika di rinegoziare un debito pubblico assurdo e una serie di parametri di Maastricht. Si poteva venire a patti. Invece… è andata come è andata.

Anche la Francia di Hollande in realtà non si spese molto per la Grecia, non trova?

Certo, è complice in primis. Fa ribrezzo la politica dei socialisti francesi: calpestano i vari parametri europei ma essendo soci di serie A, nessuno gli dirà mai nulla. Un milieu ripugnante.

Rimaniamo in Francia. Adesso in Europa, come si evidenzia dalle elezioni di domenica con il duello tra Le Pen e Macron, lo scontro è tra un nuovo populismo xenofobo e l’ultraliberismo?

Innanzitutto, sarei meno succube della propaganda nostrana che descrive i fenomeni populisti con caratteristiche di fascismo. Andrei più cauto nell’affibbiare etichette. Gli stessi media che per anni hanno accusato la sinistra di utilizzare con troppa leggerezza il termine “fascismo”, vedi la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, adesso utilizzano tale categoria con disinvoltura. La storia va analizzata bene: quando Charles De Gaulle prospettò l’Europa delle patrie, dall’Atlantico agli Urali, qualcuno pensò di definirlo fascista? O un sovranista? Potremmo davvero definirlo tale? Direi piuttosto che il gollismo è un fenomeno specifico, con le sue proprie caratteristiche, circoscritto alla storia francese.

Professore, mi sta dicendo che Marine Le Pen non incarna un nuovo fascismo? È sicuro di ciò che sostiene?

È una definizione grossolana. Ha degli elementi in comune con il fascismo ma anche aspetti diversi: per esempio la capacità di intercettare un malcontento sociale della classe operaia francese. Cosa che non fu per il fascismo al suo sorgere: Mussolini, appoggiato dalla Corona, vinse contro la classe operaia. La situazione era diversa. Non vengo intimidito dalle formule dei giornaloni e dico che il lepenismo è una specifica realtà francese che dà voce ad una parte dei francesi che verrà calpestata da Macron e dalle sue banche.

Sì, ma fomenta razzismo e guerra tra poveri. Prende i voti della classe operai al grido «prima i francesi»…

Se l’Europa dei Macron fosse in grado di salvaguardare il welfare, e anzi fosse in grado di estenderlo alle masse impoverite che vengono dai barconi, sarei il primo a dire «viva la Bce». Ma non avviene questo. In Italia abbiamo visto come Renzi col Jobs Act ha destrutturato lo Stato Sociale per poi tacciare di populismo chi invece vuole difenderlo. L’uguaglianza è come la fame, è un bisogno permanente. E Marine Le Pen si rivolge a quelle classi subalterne abbandonate dalla sinistra.

In realtà in Francia il candidato Melenchon ha ottenuto al primo turno il 17% prendendo i voti, in primis, dei ceti sociali più deboli. Non crede possa esistere una terza via, tra i Macron e i Le Pen?

L’unica speranza è questa. E devo dire che, per fortuna, in Europa esistono alcune forze di sinistra alternativa. Ad esempio si parla troppo poco della Linke in Germania, è un modello molto interessante.

Beh, penso a Podemos e al suo “populismo di sinistra”. Così è stato bollato anche Melenchon. Su questo che idea si è fatto?

Respingo in toto la categoria del populismo. È ridicola dal punto di vista lessicale e non ha alcun valore concettuale né pratico. Populisti sarebbero tutti quelli che si richiamano al popolo, e allora lo sono tutti a partire da Giuseppe Mazzini? Altrimenti chi sono? Castro era populista? Il partito popolare, che parlava di “popolo” e rifiutava la nozione di “lotta di classe”, era populista? Lenin era populista? Salvini è populista? Dunque Garibaldi, Lenin, Sturzo tutti populisti? È un termine che viene utilizzato per squalificare coloro che non sono d’accordo col sistema dominante vigente: uno strumento volgare di lotta contro qualcuno.

Quella marcia è bellissima. Ma politicamente è un imbroglio.

Quindi Milano ancora una volta (e per fortuna) ci ha mostrato il lato “umano” di un Paese che continua a gorgogliare tra le sabbie molli di una classe dirigente che strumentalizza la paura. Bello, bellissimo sapere che nonostante il vento che va per la maggiore esistano migliaia di persona disposte a metterci la faccia contro i razzismi più o meno sottili che imperversano sotto al nostro cielo.

Ma, perdonatemi, quelle persone che sanno tenere ancora la barra dritta nonostante la merda buttata addosso a ONG, rifugiati e stranieri di ogni sorta, noi le abbiamo in mente da un bel po’. E le teniamo a mente sempre. Quello spirito solidale che Milano ha tentato di rappresentare (e un po’ di “lisciare”) c’è in decine di mozioni e proposte di legge in Parlamento, è in centinaia di organizzazioni che ogni giorno si prendono la responsabilità di praticare accoglienza, sta scritto in decine di studi e saggi che (per fortuna) vengono scritti e discussi in giro per il Paese e sta nelle parole e nelle azioni di tanti che non si arrendono alla xenofobia di questo tempo.

Ma la nobilissima marcia di Milano politicamente è un imbroglio. È un imbroglio perché se si marcia contro la sottocultura alimentata dalle politiche di governo e se chi marcia è parte del gruppo dirigente allora c’è qualcosa che non torna. Passare dalla Turco-Napolitano alla Minniti-Orlando e passare dai Cpt ai Cpr per poi invocare la discesa in piazza è una truffa. Se Milano vuole essere capofila della solidarietà allora rifiuti l’applicazione del decreto Minniti, pubblicamente, ad alta voce. Se dentro il PD qualcuno pensa (giustamente) che anche tra i democratici ci sia una malsana idea di sicurezza allora attacchi frontalmente il suo segretario, il suo Ministro dell’Interno oppure esca a costruire l’alternativa.

Il partito che sta al governo non organizza marce contro se stesso: compie atti politici, di governo. Il resto, anche se bellissimo, è una truffa. Una truffa bellissima e profondamente umana, ma una truffa. Perché siamo arrivati a Renzi, mi permetto di ricordare, anche per tutte quelle volte che abbiamo pensato che “nel PD ci sono anche persone che la pensano come noi”. E ci siamo tenuti Renzi.

“Internet non funziona più”: cosa dice il fondatore di Twitter

Sul Corriere è uscito un interessante articolo che riprende un’intervista a Evan Williams, fondatore di Twitter: i suoi giudizi sullo stato di salute di internet non lasciano spazio a molte interpretazioni e meritano di essere lette perché, finalmente, riflettono soprattutto sulla qualità delle persone che abitano (anche) la rete uscendo dalla banalizzazione di chi crede che internet sia il male piuttosto che un sintomo:

Eccola, dunque: «The Internet is broken», Internet non funziona più. Williams ne è convinto da anni (e per questo ha fondato Medium), ma «le cose continuano a peggiorare». Facebook usata per trasmettere omicidi; Twitter in preda a orde di troll; la diffusione di «fake news» con modalità e rapidità inedite. «Un tempo pensavo che, se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore. Mi sbagliavo».

Il punto, spiega, è che Internet «premia gli estremi. Se vedi un incidente mentre stai guidando, ovviamente lo osservi: e tutti, intorno a te, lo fanno. Internet interpreta un comportamento simile come il fatto che tutti vogliano vedere incidenti: e fa in modo che gli vengano forniti». «Il problema», continua, è che «non tutti siamo persone perbene. Gli umani sono umani. Non è un caso che sulle porte delle nostre case ci siano serrature. E invece, Internet è iniziato senza pensare che avrammo dovuto replicare questo schema, online».

Le implicazioni di queste riflessioni sono immense. Per il mondo della politica, ad esempio: «Trump ha detto che senza Twitter non sarebbe stato presidente? Se così fosse, mi spiace. Davvero». Un seguito, in fondo, di quanto detto all’Università del Nebraska, pochi giorni fa: «La Silicon Valley si percepisce come Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dèi e lo ha consegnato ai mortali. Quel che tendiamo a dimenticare è che Zeus se la prese così tanto con Prometeo che lo incatenò a una roccia, così che gli uccelli potessero mangiarne le viscere in eterno. Qualcuno potrebbe ora dire che è quello che ci meriteremmo, per aver consegnato a Trump il potere dei tweet».

(continua qui)

Moretti lascia Leonardo-Finmeccanica e si prende 9,4 milioni di euro. I famigliari delle vittime di Viareggio intanto aspettano.

Mauro Moretti riceve da Leonardo “un’indennità compensativa e risarcitoria” pari a 9,26 milioni di euro, oltre alle competenze di fine rapporto. L’annuncio giunge dallo stesso gruppo, che sottolinea come “a tale indennità si aggiunge un importo di 180.000 euro a fronte di rinunce specifiche effettuate da Moretti nell’ambito della risoluzione del rapporto”. Gli importi saranno erogati entro 40 giorni dalla formalizzazione degli atti di cessazione del rapporto.

Una buonuscita da 9, 4 milioni di euro

“Tale attribuzione è stata determinata in linea con le disposizioni di legge e di contratto applicabili, nonché in conformità ed in coerenza con quanto indicato nella politica di remunerazione adottata da Leonardo con il coinvolgimento del Comitato per la Remunerazione”, spiega Leonardo nella nota, aggiungendo che il compenso è stato illustrato nella Relazione sulla remunerazione “approvata dal Consiglio di Amministrazione in data 15 marzo 2017 e sottoposta, con esito favorevole, al voto consultivo dell’Assemblea degli Azionisti tenutasi in data 16 maggio 2017”.

Per Moretti nessun vincolo di non concorrenza

Moretti, condannato in primo grado a sette anni per la strage di Viareggio per il suo ruolo di amministratore delegato di Rfi, ha lasciato la guida di Leonardo ad Alessandro Profumo, che si è insediato col nuovo Cda martedì scorso. Stando a quanto evidenziato nel documento redatto dalla società, attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, per Moretti “non è previsto alcun vincolo di non concorrenza successivo alla cessazione del rapporto e, pertanto, nessun corrispettivo sarà dovuto a tale titolo”.

Moretti: “Periodo fruttuoso”

Si è detto soddisfatto del rapporto anche l’ex Ad. Tre anni “belli, intensi e molto fruttosi”. L’ex amministratore delegato ricorda che “tre anni fa l’azienda era completamente diversa da quella che oggi potete valutare. Ci sono tutti gli elementi per vedere i grandi cambiamenti, trasformazioni e risultati raggiunti”. “Tre anni fa l’allora Finmeccanica era un’azienda impossibile da governare con le tante differenze e disarticolazioni che la caratterizzavano”, ha detto Moretti indicando le direttrici che hanno guidato il processo di riorganizzazione del gruppo con la rifocalizzazione sul core business dell’aerospazio, difesa e sicurezza e la ricostruzione della governance di un modello operativo e organizzativa “da azienda moderna e in grado di competere sul mercato”.

(fonte)

Un 2×1000 Possibile

Si scrive S36 e non è la sigla di una strada e nemmeno una casella da battaglia navale: è il codice per sostenere Possibile nella vostra dichiarazione dei redditi. Sono, per essere chiari, le risorse con cui abbiamo messo in campo il Tour RiCostituente che ci ha portato a infilarci in ogni angolo d’Italia per spiegare i motivi del nostro No alla pessima riforma costituzionale, sono le energie con cui parliamo di Carbon Tax (e vedrete quando fra qualche mese diventerà di moda e fingeranno tutti di averne sempre parlato) oppure con cui raccogliamo le proposte dei talenti migliori che malsopportano la politica tutta tweet e dicerie.

È il codice, S36, con cui stiamo preparando le nostre tappe per riportare la questione mafiosa lì in alto nell’agenda politica, dove dovrebbe stare, nonostante sia d’intralcio a più di qualcuno; è il codice con cui pubblicheremo prossimamente un libro per smascherare tutti i rivoli di razzismo che qui dalle nostre parti è comodo chiamare “populismo” per sorriderci sopra. E poi molto altro. Tantissimo altro.

Se volete tutte le istruzioni le trovate qui. È facile.

E se volete attivarvi ancora di più, beh, allora venite in piazza con noi. Le nostre leggi di iniziativa popolare sono qui.

Tornerà di moda essere seri, prima o poi.