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Politica

Conoscere per deliberare: l’ordinanza d’arresto dei Laudani (LIDL e vigilantes). Operazione Security.

Ecco qui. C’è dentro anche qualche politico, noto. Cercate bene.

(questo l’articolo di Repubblica Milano)

MILANO – Le mani del clan catanese Laudani sulla società di vigilantes che lavora in tribunale a Milano, ma anche sulla catena dei supermercati Lidl e sugli appalti nelle scuole. E’ il bilancio dell’ultima operazione del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del pm Paolo Storari, che ha fatto finire ai domiciliari anche una dirigente del Comune di Milano, Giovanna Rosaria Maria Afrone, responsabile del Servizio gestione contratti trasversali. “A Milano la corruzione è un fenomeno dilagante”, dice Boccassini.

I soldi alle famiglie del clan. Le ordinanze di custodia cautelare sono 15 – sono firmate dal gip Giulio Fanales – e parlano di associazione a delinquere, favoreggiamento e corruzione. “Sono stati seguiti i passaggi di denaro – precisa Boccassini – il denaro raccolto a Milano veniva consegnato alla famiglia Laudani, ritenuta il braccio armato di Nitto Santapaola”. La presunta associazione per delinquere avrebbe funzionato “da serbatoio finanziario del clan”: i soldi delle attività al Nord servivano per aiutare economicamente le famiglie dei detenuti, cui veniva chiesto di sottoscrivere “una ricevuta”.

Gli arrestati. Cinque imprenditori di origine siciliana, da anni residenti al Nord, avevano creato consorzi di cooperative nel settore della logistica e della vigilanza privata, alle quali la Lidl Italia ha appaltato commesse per gli allestimenti e la logistica dei punti vendita sia al Nord sia in Sicilia, e che avevano vinto gare per gestire la sicurezza anche del tribunale di Milano. In carcere, in particolare, sono finiti Luigi Alecci, Giacomo Politi e Emanuele Micelotta, titolari del consorzio Sigi Facilities da 14 milioni di fatturato nel 2014 (poi Sicilog srl), che aveva vinto una serie di gare con il colosso della grande distribuzione tedesco. In manette sono finiti anche i fratelli Nicola e Alessandro Fazio, titolari del gruppo Securepolice, che oltre a lavorare con Lidl, si era anche aggiudicato ad esempio  il contratto con il Comune di Milano per la sorveglianza del tribunale.

I supermercati. In particolare sono state poste in amministrazione giudiziaria quattro direzioni generali della società di grande distribuzione Lidl – una in Lombardia, due in Piemonte e una in Sicilia, a Misterbianco – cui afferiscono circa 200 punti vendita. La società non risulta indagata e il meccanismo dell’amministrazione giudiziaria punta a ripulirla da infiltrazioni mafiose. Nell’ordinanza il gip Fanales parla di “stabile asservimento di dirigenti Lidl Italia srl, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza con grave nocumento per il patrimonio delle società appaltante”. Precisa Boccassini: “Sapevano quali fossero le persone giuste da corrompere, pescavano in un laghetto sicuro”.

La società dei vigilantes del tribunale. Nel mirino degli investigatori della Dda ci sarebbero anche alcune società del consorzio che ha in appalto la vigilanza privata del tribunale di Milano, si tratterebbe di società che forniscono i vigilantes del Palazzo di giustizia. La società è indagata per la legge 231. Sarebbero emersi stretti rapporti tra alcuni dirigenti delle società coivolte (e messe, anche in questo caso come per le 4 sedi Lidl, in amministrazione giudiziaria) e alcuni personaggi ritenuti appartenenti alla famiglia dei Laudani. Le indagini della Dda non avrebbero, allo stato, pregiudicato la sicurezza del Palazzo di giustizia o delle sue attività. Parlando del provvedimento di amministrazione giudiziaria preso nei confronti della società, i magistrati hanno precisato: “Abbiamo chiesto l’amministrazione giudiziaria proprio per tutelare i 600 dipendenti”.

I contatti con la politica. Tra i filoni dell’inchiesta ce n’è anche uno che riguarda un ex dipendente della Provincia di Milano, Domenico Palmieri, con una lunga esperienza nella pubblica amministrazione. Per i pm, sarebbe stato lui a mettere a disposizione dei referenti del clan Laudani una serie di rapporti con esponenti di amministrazioni pubbliche. Il compenso si aggirava intorno ai mille euro al mese. Proprio lui aveva contattato la funzionaria del Comune di Milano Giovanna Afrone, che oggi è finita agli arresti domiciliari.

La dirigente del Comune ai domiciliari. La dirigente, si legge in un passaggio del provvedimento del giudice, si sarebbe impegnata ad aggiudicare agli imprenditori coinvolti, tramite la procedura di affidamento diretto, la gara da 40mila euro per le pulizie degli edifici scolastici comunali, per avere in cambio un posto di lavoro presso il settore bilancio della Provincia di Milano nonché il trasferimento della cugina al settore informatico sempre di Palazzo Marino. Giovanna Afrone, 53 anni, entrata in Comune nel 2003, ha una carriera tutta interna fino all’attuale ruolo di funzionario nella Direzione facility management come responsabile della gestione amministrativa e contratti.

Gli altri coinvolti. Figure di spicco per facilitare gli appalti della Sigi logistica, controllata attraverso prestanome dal boss Orazio Salvatore Di Mauro, sarebbero stati Orazio Elia e Domenico Palmieri, “associati” all’organizzazione e “soggetti già facenti capo della pubblica amministrazione sanitaria e provinciale”. I due, secondo l’accusa della Dda e del pm Storari, “sfruttano a pagamento, le proprie relazioni con esponenti del Comune di Milano, di sindaci e assessori, al fine di ottenere commesse e appalti da proporre ai propri clienti”. Tra i nomi elencati nell’ordinanza dal gip vengono elencati i presunti contatti dei due. I nomi sono – oltre a quello di Afrone – quelli di Alba Piccolo, settore Servizi generali del Comune di Milano, Graziano Musella, sindaco di Assago, rieletto con Forza Italia nel 2014, Angelo Di Lauro, consigliere comunale a Cinisello Balsamo e, infine, Franco D’Alfonso, “consigliere comunale in Comune a Milano”, ex assessore della giunta Pisapia, che non sarebbe comunque nell’elenco degli indagati.

Quella sottile tirannia dei diritti rivenduti come privilegi

C’è qualcosa di marcio seppur invisibile in alcuni modi che in questi ultimi anni hanno preso piede nel senso comune e nella politica: convincerci che alcuni diritti siano le generose regalie dei potenti è il modo migliore per eroderli dall’interno, senza nemmeno dovere aprire un dibattito o una discussione.

Nelle parole della Presidente della regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, ad esempio, si dice tra le righe che uno straniero debba essere grato per l’essere accolto, dimenticando che l’accoglienza è un diritto stabilito da severe norme internazionali oltre che pessime leggi italiane. Non si tratta quindi di centrare il punto sui reati o sul rispetto della legge: insistono nel provare a convincerci che ciò che ci spetta (molto di ciò che ci spetta) non sia dovuto ma sia piuttosto frutto di una loro elargizione.

E non si tratta solo dei discorsi sui stranieri poiché la modalità è la stessa che sottintende ai numerosi proclami in cui ci invitano ad essere sazi di avere un lavoro senza rompere troppo sui diritti connessi; ci invitano a non ammalarci troppo e troppo spesso o a invecchiare troppo a lungo poiché la sanità è gratuita ma va usata con economia; ci rimproverano se puntualizziamo le mancanze del trasporto pubblico presentandoci il conto; chiedono alle donne di non alzare troppo la voce accontentandosi delle migliorie nella loro condizione rispetto a un secolo fa; redarguiscono i dipendenti pubblici confrontandoli con i disoccupati privati e poi redarguiscono i disoccupati blaterando di meritocrazia; paiono mal sopportare il voto (che sia per un’elezione o per un referendum) come se fosse un passaggio obbligato ma barboso. E così via.

 

(continua su Left)

Ecco chi lucra sui migranti: gente da terraferma (amica di Angelino Alfano)

Impeccabile Giovanni Tizian (qui):

C’è un’inchiesta antimafia che fa tremare i signori dell’accoglienza. Descrive nei dettagli le origini di un impero fondato sul business dei migranti. Con la ’ndrangheta protagonista, infiltrata nelle pieghe dell’emergenza. Pronta a lucrare sulla pelle dei rifugiati. Un crinale, quello dell’accoglienza, in cui si intersecano interessi diversi. Capi bastone, imprenditori e politici. Ognuno con un ruolo ben determinato. Ecco perché l’indagine sull’accoglienza dell’antimafia di Catanzaro fa paura a molti. E crea imbarazzo a quei politici, ministri, sottosegretari e prefetti che negli ultimi anni hanno avuto a che fare con Leonardo Sacco, il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, satellite calabrese della storica Confraternita delle Misericordie, che ha visto la luce nel lontano 1244 e oggi conta su 800 cellule sparse per l’Italia. Sacco ha ricoperto peraltro la carica di vicepresidente nazionale della Confraternita.

Ora è presidente della federazione Basilicata-Calabria, che partecipa al Consorzio “Opere di Misericordia”. L’indagine in realtà va avanti da tempo. La prima informativa reca la data del 2007. Sono trascorsi dieci anni. Un’eternità, che ha permesso al sistema su cui il Ros dei Carabinieri aveva acceso un faro di sopravvivere serenamente e di continuare a fare incetta di appalti, da Crotone a Lampedusa. Sacco può contare su amicizie trasversali, dal centrosinistra al centrodestra. Nel tempo ha costruito una rete di rapporti diplomatici con le istituzioni che si occupano dell’emergenza immigrazione.

ACCOGLIENZA E’ POTERE

Sacco è tante cose. Imprenditore di successo, spazia fino al noleggio di imbarcazioni. Manager della solidarietà. Presidente della squadra di calcio locale che milita in Eccellenza. Ma mister Misericordia è soprattutto un personaggio abile nel tessere relazioni istituzionali. Per capire meglio la sostanza di questi rapporti è utile ricordare un’immagine scattata nel febbraio di tre anni fa alla convention dei vertici calabresi del partito del Nuovo centrodestra convocata a Cosenza. In quell’istantanea c’è Leonardo Sacco in posa con il ministro Angelino Alfano, all’epoca numero uno del Viminale. Il ministero con competenza diretta nell’emergenza sbarchi.

All’evento era presente anche Giuseppe Scopelliti: un mese dopo sarà condannato in primo grado e darà le dimissioni da presidente della Regione. Quella sera con Leonardo Sacco, al fianco di Alfano, c’era anche un sorridente Antonio Poerio, che fino al 2011 ha gestito il servizio catering all’interno del centro di accoglienza crotonese. Fino a quando la prefettura non gli ha revocato la certificazione antimafia. Poerio è l’imprenditore che il Ros già nel 2007 definiva in contatto con alcuni personaggi del clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Qualche mese dopo la foto di rito tra Alfano, Sacco e Poerio, l’associazione Misericordia ottiene un’importante commessa. La prefettura di Agrigento, con procedura negoziata e d’urgenza, gli affida la gestione del centro di prima accoglienza di Lampedusa. Per dirigere la struttura viene scelto Lorenzo Montana. Travolto, però, dalle polemiche per la sua parentela con il fratello del ministro dell’Interno. Infatti la moglie di Alessandro Alfano è la figlia di Montana. Messo alle strette il prescelto ha poi deciso di rinunciare all’incarico.

Ora, però, l’Espresso è in grado di ricostruire la vicenda. Fu la Misericordia a fare il suo nome, come Montana stesso ha ammesso. Risulta tuttavia che il curriculum del suocero di Alfano junior non fosse adatto a quel ruolo. Lui, in fondo, proveniva dall’Agenzia delle Entrate e con l’immigrazione non aveva mai avuto a che fare. Ma il dato rilevante è un altro: quella nomina e la successiva bufera mediatica hanno mandato su tutte le furie il prefetto Mario Morcone, capo dell’Immigrazione del Viminale, che con Leonardo Sacco è in contatto continuo. I bene informati riferiscono di un Morcone decisamente irritato per la mossa ritenuta un vero azzardo. E di un Leonardo Sacco che avrebbe persino sollecitato l’intervento della sottosegretaria ai Beni culturali Dorina Bianchi. Con l’obiettivo di far capire ad Alfano che non era sua intenzione metterlo in difficoltà con la nomina di Montana.

L’episodio è tra quelli che gli investigatori dell’antimafia stanno rileggendo alla luce di quella sbiadita informativa di dieci anni fa, in cui il nome di Sacco e Poerio veniva accostato al potente clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Dorina Bianchi, 50 anni, è molto vicina al ministro fresco di nomina agli Esteri. La storia politica della parlamentare è costellata da cambi di casacca: in quindici anni sette partiti. Democristiana di base con alcune puntate nel centro sinistra, Pd incluso, per poi tornare a destra, Pdl prima e Ncd dopo con il collega Alfano. Bianchi è in ottimi rapporti con il governatore Sacco. La parlamentare d’altronde è di Crotone. E qui ha corso come candidata a sindaco nel 2011. Era la parentesi berlusconiana.

Il Cavaliere in persona chiuse la campagna elettorale della sottosegretaria. Non bastò, perché perse al ballottaggio. Dorina l’alfaniana, tuttavia, si è distinta anche per un’altra battaglia che stava molto a cuore a Leonardo Sacco: l’aeroporto di Crotone. Sacco, infatti, è stato nel Cda della società di gestione. Per questo nell’onorevole Bianchi ha sempre cercato un appoggio, anche solo per sollecitare l’intervento dell’allora ministro Ncd Maurizio Lupi. Che in effetti volerà nel crotonese per rassicurare gli interessati. Insomma, Sacco aveva trovato in Bianchi una chiave per parlare ai ministri della Repubblica. Eppure, per quanto il governatore calabrese della Misericordia cercasse di presentarsi come un paladino della legalità, organizzando convegni sulla mafia insieme a illustri ospiti, le ombre e i sospetti sulla sua figura erano noti da tempo. Dicevamo della trasversalità politica di Sacco. Ha, infatti, ottimi rapporti con alcuni Democratici renziani. Alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato alla presidenza della Regione, ha fatto il tifo per Gianluca Callipo, sindaco di Pizzo Calabro di rito renziano e membro dell’Assemblea nazionale del Pd assai quotato tra gli eletti del giglio magico. Il governatore dell’accoglienza ha poi avuto la grande fortuna di conoscere Matteo Renzi, poco prima che diventasse premier. Era il 2012 e Sacco, ai tempi numero due della Confraternita, ha incontrato l’allora sindaco di Firenze durante un evento pubblico sul volontariato. Alle buone relazioni politiche, si aggiungono poi quelle col mondo cattolico ed ecclesiastico. L’enfant prodige dell’accoglienza calabrese è l’allievo di don Edoardo Scordio: il parroco fondatore della Misericordia di Isola, e in contatto con i vertici dei padri Rosminiani, ordine a cui appartiene il sacerdote.

I SOLITI SOSPETTI

Tornando al rapporto dei detective di dieci anni fa, dal contesto descritto dai carabinieri del Ros poco o nulla è cambiato. Fatta eccezione per qualche sigla aziendale. Di quell’informativa dettagliata, tuttavia, si sono perse le tracce. Già allora gli investigatori gettavano un’ombra inquietante sulla gestione del centro di accoglienza crotonese. L’ipotesi mai tramontata è che il clan Arena di Isola Capo Rizzuto si fosse inserito nel business dell’accoglienza. Grazie proprio alla fornitura dei pasti all’interno della struttura dello Stato. Non deve sorprendere, del resto questa ’ndrina è dotata di uno spiccato fiuto per gli investimenti di nuova generazione. È accaduto, per esempio, con il boom delle energie alternative. Gli Arena hanno riempito di pale eoliche le campagne circostanti, in combutta con società estere. Il capostipite è il boss Nicola Arena. Il nipote, Carmine, fu ucciso nel 2004 a colpi di bazooka mentre si trovava nella sua auto blindata. Le nuove leve continuano a dettare legge.

DAL VENTO AI MIGRANTI

Che siano pale eoliche, rifiuti o immigrati, agli imprenditori delle cosche interessa relativamente. Per il semplice fatto che dove girano quattrini il clan locale mette il naso ed entrambe le mani. Nel documento investigativo del 2007, letto dall’Espresso, un’intercettazione rafforza il sospetto che i boss abbiano mangiato una fetta della torta milionaria dell’affare: «Questi neri girano per Isola Capo Rizzuto… di conseguenza tutto ciò che li riguarda è competenza nostra». Il sistema lo spiegava Antonio Poerio, altro grande protagonista dell’accoglienza calabrese che compare nello scatto insieme ad Alfano e all’amico governatore delle Misericordia. Poerio è un imprenditore noto nel settore del catering. Nell’informativa del Ros già veniva indicato come in contatto con una famiglia della ’ndrangheta locale. Fino al 2011 con la sua impresa – la Vecchia Locanda- riforniva ufficialmente la struttura d’accoglienza gestita dalla Misericordia. Pasta, patate, riso, pollo e verdure entravano nel centro a bordo dei mezzi targati Vecchia Locanda. Questo fino a quando la prefettura di Crotone non è intervenuta sospendendo il certificato antimafia alla società di Poerio. Un incidente di percorso che ha obbligato la Misericordia a rescindere il contratto. Al suo posto è subentrata la Quadrifoglio Srl. Il proprietario si chiama Pasquale Poerio, cugino del Poerio della Vecchia Locanda. Insomma, l’affare è rimasto in famiglia. Tuttavia l’azienda di Pasquale gode di referenze molto in alto: la società Quadrifoglio, infatti, aveva stipulato con la prefettura una convenzione per fornire il servizio di mensa ai poliziotti della questura crotonese. Un curriculum, perciò, al dì sopra di ogni sospetto. Il titolare, Pasquale Poerio, è anche consigliere comunale di Isola Capo Rizzuto, area centrodestra, e appoggia l’attuale sindaco. Due anni fa Sacco, rispondendo a un articolo pubblicato sull’Espresso definiva l’associazione che rappresenta «il braccio dello Stato» nell’accoglienza. Al pari, in pratica, dei colossi legati a Comunione e liberazione e di Legacoop che hanno trasformato l’accoglienza in un business, come mafia Capitale ha insegnato.

IL PADRINO

Alcune foto raccontano la vita pubblica di Sacco. Altre invece ne rivelano il lato più controverso. Come lo scatto che lo immortala al battesimo del figlio di un personaggio del clan Arena. Sacco è lì in veste di padrino. Un indizio, è la tesi dei detective, della vicinanza di Sacco alla criminalità organizzata. La foto è stata sequestrata per caso nel 2010, durante il blitz dei carabinieri di Modena che ha portato all’arresto di Fiore Gentile in un’indagine dell’antimafia di Bologna su un giro di riciclaggio tra Calabria, Emilia e Svizzera. Sacco versione padrino di battesimo assume ancora più importanza agli occhi degli investigatori se legato a un’altra immagine fino ad allora poco valorizzata. Si tratta di una riunione del 2005 tra importanti personaggi del clan Arena. Tra i presenti c’era Pasquale Tipaldi, che verrà ucciso la vigilia di Natale dello stesso anno. Davanti al bar dove gli uomini degli Arena si erano riuniti, al fianco di Tipaldi, i carabinieri riconoscono Leonardo Sacco. Un legame solido, quello tra Tipaldi e il governatore della Misericordia di Isola. A tal punto che la protezione civile della Misericordia utilizza il capannone che fu di Paquale Tipaldi, oggi intestato a suoi parenti. È lo stesso fabbricato dove viene ucciso il 24 dicembre di dodici anni fa dai killer della cosca avversaria.

UN LAVORO PULITO

Un tempo Crotone era la Torino del Sud, oggi di quell’industrializzazione sono rimaste solo le scorie velenose. Il merito di Sacco, perciò, è aver trasformato la solidarietà in un’industria moderna dell’accoglienza. Il centro per migranti è gestito almeno a partire dal 2007 da mister Misericordia. L’ indotto attorno è strepitoso: i cibi da preparare, giovani operatori da assumere, lavanderie industriali per pulire lenzuola e tovaglie. Subappalti, posti di lavoro, forniture. Tuttavia sarebbe stato semplice per i controllori (Prefettura e Viminale) bloccare l’infiltrazione denunciata dal Ros ormai 10 anni fa. Si sarebbe potuto evitare se solo quel fascicolo col timbro del 2007 avesse avuto una fortuna diversa. Intanto Leonardo Sacco ha coronato un successo dietro l’altro. Da tre anni ha ottenuto anche i finanziamenti per la gestione di due Sprar, in pratica gli appartamenti in cui i rifugiati alloggiano una volta ottenuto il riconoscimento. Ulteriori somme che entrano in cassa: gli enti locali sborsano 35 euro al giorno per i maggiorenni, 54 per i minori. E poi ci sono le due gare vinte. L’appalto del centro crotonese, 12 milioni e mezzo, e quello di Lampedusa, 4 milioni all’incirca, da dividere con la Croce Rossa. Quest’ultimo è stato assegnato nell’ottobre scorso: a gestirlo sarà il raggruppamento formato da Croce Rossa e Consorzio Opere di Misericordia, struttura della confraternita di cui fanno parte solo alcune realtà territoriali, tra queste la federazione Basilicata-Calabria presieduta da Leonardo Sacco. Il direttore, questa volta, non ha parenti ingombranti e proviene dalla Croce Rossa. Non vale per il catering: fornito sempre dalla Quadrifoglio, come del resto, è avvenuto negli anni scorsi, a partire dal 2014 quando a Lampedusa lavorava soprattutto la Misericordia di Capo Rizzuto. Nella forma nulla da eccepire: Il subappalto è previsto nel capitolato d’appalto. Tutto nella norma, dunque, se non fosse per quel filo che lega Lampedusa al lato più oscuro di Isola Capo Rizzuto.

«Supermercati che sono solo soldi camuffati da supermercati»: ora tocca al clan Laudani

È un passaggio del mio spettacolo “Mafie maschere e cornuti” e ogni volta che lo recito in scena dalla platea arrivano cenni di approvazione. Ovviamente si tratta di un’iperbole drammaturgia ma la questione della grande distribuzione e dell’infiltrazione mafiosa è qualcosa di terribilmente serio che forse andrebbe analizzato con coraggio. E così, dopo tre giorni di spettacoli in giro per l’Italia, escono notizie così:

Le mani del clan catanese Laudani sulla società di vigilantes che lavora in tribunale a Milano, ma anche sulla catena dei supermercati Lidl. E’ il bilancio dell’ultima operazione del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del pm Paolo Storari. Le ordinanze di custodia cautelare sono 15 – sono firmate dal gip Giulio Fanales- e parlano di associazione a delinquere, favoreggiamento e corruzione.

I supermercati. In particolare sono state poste in amministrazione giudiziaria quattro direzioni generali della società di grande distribuzione Lidl – una in Lombardia, due in Piemonte e una in Sicilia, a Misterbianco – cui afferiscono circa 200 punti vendita.La società non risulta indagata e il meccanismo dell’amministrazione giudiziaria punta a ripulire la Lidl da infiltrazioni mafiose. Nell’ordinanza il gip Fanales parla di “stabile asservimento di dirigenti Lidl Italia srl, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza con grave nocumento per il patrimonio delle società appaltante”.

La società dei vigilantes del tribunale. Nel mirino degli investigatori della Dda ci sarebbero anche alcune società del consorzio che ha in appalto la vigilanza privata del Tribunale di Milano, si tratterebbe di società che forniscono i vigilantes del Palazzo di giustizia. La società è indagata per la legge 231. Sarebbero emersi stretti rapporti tra alcuni dirigenti delle società coivolte (e messe, anche in questo caso come per le 4 sedi Lidl, in amministrazione giudiziaria) e alcuni personaggi ritenuti appartenenti alla famiglia dei Laudani.

I rapporti con la politica. Figure di spicco per facilitare gli appalti della Sigi logistica, controllata attraverso prestanome dal boss Orazio Salvatore Di Mauro, sarebbero stati Orazio Elia e Domenico Palmieri, “associati” all’organizzazione e “soggetti già facenti capo della pubblica amministrazione sanitaria e provinciale”. I due, secondo l’accusa della Dda e del pm Storari, “sfruttano a pagamento , le proprie relazioni con esponenti del Comune di Milano, di sindaci e assessori, al fine di ottenere commesse e appalti da proporre ai propri clienti”. Tra i nomi elencati nell’ordinanza dal gip vengono elencati i presunti contatti dei due, in Alba Piccolo, settore Servizi generali del Comune di Milano, Giovanna Afrone, “responsabile gestione contratti”, “Graziano Musella, sindaco di Assago”, “Angelo Di Lauro, consigliere comunale a Cinisello Balsamo”, e infine “Franco D’Alfonso, consigliere comunale in Comune a Milano”, ex assessore della giunta Pisapia, che non sarebbe comunque nell’elenco degli indagati.

(fonte)

La ‘ndrangheta dietro al CARA di Isola Capo Rizzuto. Ma va?

 Ecco l’articolo di Alessia Candito:

Il Cara più grande d’Europa era in mano alla ‘Ndrangheta. Da dieci anni. Su 103 milioni di euro di fondi Ue, che lo Stato ha girato dal 2006 al 2015 per la gestione del centro dei richiedenti asilo di Crotone, 36 sono finiti alla cosca degli Arena. Questo racconta l’ultima inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, in base alla quale questa mattina sono state fermate 68 persone, molte appartenenti appunto al clan Arena.

BUFERA SULL’UOMO DELLE MISERICORDIE. Agli arresti sono finiti anche Leonardo Sacco, presidente della sezione calabrese e lucana della Confraternita delle Misericordie, organizzazione che da dieci anni gestisce il Cara di Isola Capo Rizzuto, ed il parroco del paese, don Edoardo Scordio, entrambi accusati a vario titolo di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dalle finalità mafiose. Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dai carabinieri del Ros, guidati dal generale Giuseppe Governale, in collaborazione con i finanzieri della Tributaria di Crotone, Sacco avrebbe stretto accordi con don Scordio, parroco di Isola di Capo Rizzuto e tra i fondatori delle Misericordie, per accaparrarsi tutti i subappalti del catering e di altri servizi. Grazie a Sacco la ‘ndrangheta sarebbe riuscita a mettere le mani sui fondi girati dal governo non solo per la gestione del Cara calabrese e di due Spraar aperti nella medesima zona, ma anche per quella dei centri di Lampedusa.  Un affare da 30 milioni di euro: i cibi da preparare, gli operatori chiamati a lavorare nel centro, le lavanderie industriali per pulire lenzuola e tovaglie. Tutto in mano ai clan.

“IL SISTEMA DI SFRUTTAMENTO DEL PARROCO”. In tale quadro, una somma consistente veniva distribuita indebitamente al parroco della Chiesa di Maria Assunta, a titolo di prestito e pagamento di false note di debito: solo nel corso dell’anno 2007, per servizi di assistenza spirituale che avrebbe reso ai profughi, ha ricevuto 132 mila euro. Don Scordio, ritenuto il gestore occulto della Confraternita della Misericordia, è emerso quale organizzatore di un sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi, riuscendo ad aggregare le capacità criminali della cosca Arena e quelle manageriali di Leonardo Sacco al vertice della citata associazione benefica, da lui fondata.

Sotto la lente degli investigatori la Quadrifoglio srl di Pasquale Poerio, cugino del presidente della ditta ‘la Vecchia Locanda’ che fino al 2011 si occupava del catering per i migranti ospiti del Cara. Un contratto rescisso in fretta e furia quando i contatti del presidente Fernando Poerio con uomini della ‘ndrangheta locale hanno indotto la prefettura a sospendere il certificato antimafia alla società. A sostituirla – e forse non a caso – con quella del cugino. Ma questi non sarebbero gli unici rapporti “imbarazzanti” del presidente Sacco. Per gli investigatori, non è per nulla casuale che il capannone della protezione civile della Misericordia sia quello un tempo appartenuto a Pasquale Tipaldi, uomo di spicco del clan Arena ucciso nel 2005, e oggi ancora in mano ai suoi parenti.

LE “AMICIZIE” CON ALFANO E BIANCHI. Rapporti che per lungo tempo Sacco sarebbe riuscito a tenere sotto traccia, mentre non esitava a mostrarsi in compagnia di politici e uomini delle istituzioni. Considerato vicino alla parlamentare Dorina Bianchi, come alla famiglia dell’attuale ministro degli Esteri, Angelino Alfano, qualche anno fa Sacco è finito nell’occhio del ciclone per aver indicato Lorenzo Montana, cognato del fratello di Alfano, per dirigere la struttura di Lampedusa. Un incarico che l’uomo, funzionario dell’Agenzia delle Entrate, dunque senza esperienza per quel ruolo, non ha ricoperto per molto. Si è dimesso poco dopo a causa delle polemiche.

Anche in Calabria però Sacco ha sempre goduto di stima, protezione e potere, tanto da entrare – in quota politica – all’interno del Cda della società che per lungo tempo ha gestito l’aeroporto di Crotone.

Obama a cena con i bolliti dell’imprenditoria italiana

(Ne scrive Fabrizio Patti per Linkiesta qui)

Attovagliati alla cena, presso la sede dell’Ispi, con Matteo Renzi, Mario Monti e i vertici dell’istituto di studi di politica internazionale, c’era per esempio Luca Cordero di Montezemolo, uno che di discese in campo “per aiutare i giovani” ne ha annunciate diverse nel corso degli anni. E che però, lasciata la Ferrari e Confindustria, a Obama si sarà trovato a raccontare il suo nuovo lavoro: quello di risanatore di compagnie aree (leggi Alitalia), di gestore di banche (Unicredit) e di organizzatore di olimpiadi assieme a Giovanni Malagò. Con i risultati mesti che tutti sappiamo.

C’era anche Diego Della Valle, fustigatore dei salotti buoni, socio di Montezemolo in Ntv e nel fondo Charme che vendette Poltrona Frau agli americani di Hawort, che avrà forse glissato sugli ultimi scivoloni della sua Tod’s (nel cui cda a lungo si è seduto lo stesso Montezemolo e siede Luigi Abete). Ma avrà raccontato alcune delle ultime battaglie anti-sistema: come la vana resistenza in Rcs alla cordata di Urbano Cairo, sulla scorta dei buoni risultati del precedente patto di sindacato targato Pirelli, Mediobanca, UnipolSai.

C’era anche, forse a ribadire i concetti su Rcs, Marco Tronchetti Provera, attuale ad di una Pirelli targata ChemChina (forse il male minore in un mercato globale degli pneumatici superconsolidato) e un passato non da incorniciare (leggi: tre miliardi di minusvalenza) in Telecom Italia, anche per l’opposizione in nome dell’italianità a un’aggregazione internazionale portata avanti dal premier del 2008 Romano Prodi (che sempre smentì coinvolgimenti nel piano Rovati).

Montezemolo non era l’unico ex presidente di Confindustria alla tavola – comunque apprezzata da Obama, che ha continuato a parlarne nei suoi “remarks” . Vicino a lui c’era Emma Marcegaglia, attuale presidente di Eni, che invece avrà raccontato delle scelte che hanno negli anni (lei lasciò Confindustria nel 2012) portato ai risultati del Sole 24 Ore di cui i 28 milioni di perdita appena registrati nel primo trimestre del 2017 sono solo l’ultimo capitolo.

E sì che Confindustria, se proprio da lì si voleva attingere, di imprenditori capaci davvero di navigare nei mercati globali ne ha avuti, uno su tutti Alberto Bombassei di Brembo. Oppure, se si voleva rappresentare un’imprenditoria italiana sana, si potevano chiamare imprenditori non certo lontano da Renzi, come Nerio Alessandri di Technogym o Federico Marchetti di Yoox Net a Porter. O anche uno dei vari manager italiani di grandi multinazionali, seguendo il mood che ha portato alla nomina di molti Ceo solo di quelle realtà già nella squadra della nuova dirigenza di Assolombarda.

I rifiuti non sono nei cassonetti. Ma bruciati nel camper

Questa cosa dei volontari del Pd in maglietta gialla che faranno i netturbini per un giorno su Roma con la speranza di incastrare Virginia Raggi e di rimbalzo il Movimenti 5 Stelle mi manda fuori di testa. Davvero. Mi lascia perplesso ferocemente anche che il vetero-neo-segretario del Pd Matteo Renzi abbia il tempo di preoccuparsi del giallo delle divise da spazzini e delle pelose quisquilie romane, mentre un Paese intero galleggia pericolosamente nelle acque della disillusione politica; questo ieri faceva il Fonzie di fianco a Obama e oggi si occupa dei sacchetti dell’umido. Quindi.

Forse a Roma, o meglio nel Lazio, o meglio ancora in Italia, il problema non sta nella foglia di lattuga lasciata sul marciapiede ma piuttosto nell’umanità disperata delle ragazze madri che abbandonano come pacchi o nei camper in cui bruciano tre sorelle di undici figli accampati sotto l’insegna di un ipermercato. Oppure forse “la crisi” sta proprio nell’incapacità di parlare delle persone, tutti presi dalle “cose” e dai bilanci.

Quando qualcuno decide di abbassare la politica ai sacchetti dell’umido mentre tutto intorno la gente affoga, brucia o si dispera forse si è perso il punto centrale: si è leader quando si ha il coraggio di sfidare l’avversario sulle vette più complesse del dibattito.

 

(continua su Left)

Onorare Peppino? Con il dovere della curiosità.

(scritto per i Quaderni di Possibile)

Chiariamoci per favore, almeno adesso che sono passati quasi 40 anni: Peppino Impastato non era un baldanzoso giovanotto impegnato nel perculare il mafioso di quartiere e nemmeno un aspirante uomo di spettacolo incappato in una brutta storia. Peppino Impastato è stato un pensatore, un attivista. In poche parole un politico. Un politico che, tra l’altro, su un tema così complesso e endemico come era (com’è) la criminalità organizzata.

E se oggi qualcuno ancora prova a “festeggiare” Peppino Impastato come un “pittoresco eroe” di altri mondi si sbaglia: Peppino Impastato ha insegnato il dovere della curiosità come antidoto alle mafie. Curiosità appuntita, continua: Peppino Impastato ha indicato la mafia simulata nelle curve stradali disegnate per soddisfare la fame dei possidenti mafiosi, ha denunciato gli interessi criminali travestiti da documenti politici, ha additato con nomi e cognomi i personaggi che intrattenevano pericolose frequentazioni e ha urlato alla gente la bellezza sottratta dalla mano criminale. Peppino Impastato s’è fatto carico di una politica che rivendica il proprio “primato” perché decide di arrivare prima.

Quella mafia che Peppino ha denunciato (quella stessa che ha avuto bisogno di ucciderlo per zittirlo) è la stessa che oggi si mimetizza nelle urbanizzazioni selvagge delle città in cui abitiamo: le case che si continuano a costruire e non hanno bisogno di essere vendute, gli ipermercati che avanzano selvaggiamente nonostante il settore sia in calo, i PGT che a prima vista appaio insensati, i ristoranti e bar che sembrano non avere bisogno di clienti e le strade che nessuno ha interesse a percorrere sono i sonori “aeroporti di Peppino”, nidi di interessi osceni che modificano il nostro panorama confidando nella disattenzione generale.

Ecco. Onorare Peppino significa riappropriarci anche del dovere di essere curiosi per difendere la nostra terra. Città per città, paese per paese, quartiere per quartiere non stancarsi di porre le domande giuste e non accontentarsi delle risposte sbagliate. Oggi, subito. Incontrarsi, discutere, formulare le domande, ascoltare le opinioni, analizzare le risposte. Così onoriamo Peppino. E la politica, appunto.

Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.

(Salvo Vitale, da Radio Aut, saluta Peppino Impastato. Anche se in realtà Radio Aut quel giorno rimase chiusa per problemi tecnici il discorso fu pronunciato realmente)

Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.
Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni. Peppino non c’è più, è morto, si è suicidato. No, non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri, il magistrato lo dice. Dice che hanno trovato un biglietto: “Voglio abbandonare la politica e la vita”.
Ecco questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione. E lui per abbandonare la politica e la vita che cosa fa? Se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari.

Suicidio.
Come l’anarchico Pinelli, che vola dalle finestre della questura di Milano. Oppure come l’editore Feltrinelli, che salta in aria sui tralicci dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante. Il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto. Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia? Ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato? Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino.

Domani ci saranno i funerali: voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura: perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace! Noi siamo la mafia! E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso! Tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente!

Gli errori Macronscopici sulle elezioni francesi di certa sinistra simulata

E niente, l’analisi di Pippo dice tutto:

Capisco l’entusiasmo per un candidato di centro che vince (momento di sincerità e quasi verità per chi ancora pensa che il partito del governo voglia collocarsi a sinistra), ma su Macron è partita in Italia una speculazione politica dettata solo dal provincialismo e dalla disinformazione.

Chi rimpiange l’Italicum e il suo ballottaggio con premio sappia che è stato dichiarato incostituzionale proprio perché la Repubblica italiana è una repubblica parlamentare, non presidenziale né semipresidenziale.

Il ballottaggio con premio peraltro è stato dichiarato incostituzionale a prescindere dal risultato referendario e lo schema dell’Italicum, come già nell’edizione precedente, è uno schema proporzionale, quindi distante anche dal sistema elettorale francese del doppio turno di collegio.

La riforma boschiva peraltro faceva confusione e non prevedeva certo una riforma della struttura stessa della Repubblica (anzi, molti commentatori allora ci spiegarono che la forma di governo non sarebbe cambiata, respingendo le accuse di volerlo fare senza dirlo).

Che il professor D’Alimonte scriva così: «I francesi hanno eletto un Presidente della Repubblica incostituzionale. Così dice la nostra Consulta.» fa abbastanza impressione.

E secondo me c’è dell’altro, sotto il profilo politico.

Ve lo dico senza polemica: state facendo casino. Perché Trump, Le Pen, i seminazisti tedeschi e il M5s non sono la stessa cosa. E non solo perché i sistemi elettorali sono diversi, ma perché sono diverse le offerte politiche e le loro constituency.

Del resto, il principale responsabile del fallimento della riforma costituzionale è il blocco che governa il Paese (prima attraverso il premier, ora attraverso il commissario, anzi la commissaria Boschi, con cabina di regia che fa molto secolo scorso). Le Costituzioni non si riformano per un disegno di potere o per un calcolo elettorale. Né si può pensare di dividere il Paese sulla Costituzione senza pagarne un qualche scotto. Anche clamoroso.

Così come è responsabilità di quel blocco aver rotto – culturalmente e politicamente – con interi mondi, a cominciare da quelli tradizionalmente di centrosinistra, come quello della scuola e quello del lavoro (e del sindacato, oggetto di pesanti caricature e insomma svilito esattamente come fa la destra).

Così come è responsabilità di quel blocco aver dato una certa immagine del (proprio) potere, mettendosi dalla parte dell’establishment sulle partite più significative del tempo in cui viviamo: dalle banche alle grandi aziende multinazionali.

Così come è responsabilità di quel blocco aver fatto una crociata al tempo delle trivelle (vedi alla voce della transizione ecologica, negletta e rinviata) e avere rilanciato cose d’altri tempi, fino a spingersi fino al ponte sullo Stretto.

Così come è responsabilità di quel blocco aver fatto del populismo da quattro soldi (termine tecnico) sull’Europa (proprio come Macron, uguale).

Così come è responsabilità di quel blocco aver usato il linguaggio dell’arroganza e del fastidio verso il mondo della cultura e della sinistra in generale.

Così come è responsabilità di quel blocco avere fatto ricorso a bonus di ogni sorta, a scelte tutt’altro che progressive, arrivando tardi e con poche risorse ad affrontare la questione gigantesca della povertà e della marginalizzazione sociale.

(continua sul blog Civati qui)