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Politica

Per ragionare sulle ONG vale la pena leggere Manconi (i tifosi rimarranno delusi)

(Luigi Manconi, oggi, su Il Manifesto)

Tra i tanti fattori indecenti di questo scandalo del posticcio scandalo delle Ong, ne voglio sottolineare due.

L’immagine, così frequentemente utilizzata, dei «taxi del Mediterraneo» (Luigi Di Maio) appartiene a un immaginario dozzinale e a una misera sottocultura che ha già prodotto la definizione di «hotel di lusso» (Roberto Castelli) a proposito degli istituti penitenziari italiani. E rimanda a un’angustia mentale, a una concezione immancabilmente sordida delle attività umane, a una voluttà di anticonformismo straccione, indirizzato contro il «buonismo» così come contro la globalizzazione, contro le politiche universalistiche e contro tutto ciò che trascende il perimetro del giardino di casa.

E a quel sottofondo oscuro di pulsioni profonde che è il collante principale di settori dell’elettorato di Lega e Cinquestelle: un rancore sociale che arriva a vedere nei migranti – così come nei detenuti – i concorrenti di una competizione giocata sulle macerie dei sistemi di welfare e delle culture solidaristiche.

C’è poi, in questo quadro, un secondo elemento almeno altrettanto offensivo. Ed è rappresentato da quel Dottore Carmelo «forse» Zuccaro che rovescia d’un colpo solo il già traballante codice di comportamento della categoria, mortificando ogni regola, umiliando ogni stile di condotta e infrangendo ogni vincolo di ruolo. In una incontinente e a tratti persino esilarante performance oratoria, il Dottore Carmelo «forse» Zuccaro annuncia prima di «aver aperto» e, dopo un mese, di «voler aprire un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti delle Ong». E poi è tutto un rovinoso e logorroico precipitare: «Ho evidenze che tra alcune Ong e i trafficanti di uomini ci sono contatti diretti», «alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti», ma «non sappiamo ancora se e come utilizzare processualmente queste informazioni».

Il procuratore disegna così un vero e proprio progetto criminale che potrebbe avere tra le sue finalità – alla lettera – «la destabilizzazione dell’economia italiana». E denuncia l’esistenza di un piano capace di minacciare gli interessi italiani e la stessa sicurezza nazionale. Ma, alla prima richiesta di verifica, quella articolata e dettagliata narrazione si disgrega e si sfalda sotto una sequenza di avverbi di dubbio (forse, innanzitutto; e poi: probabilmente, quasi, eventualmente…), di tempi al condizionale e di periodi ipotetici. E il Dottore Carmelo «forse» Zuccaro candidamente dichiara di non avere «alcuna prova» e che, tuttavia, è suo dovere segnalare «il fenomeno». Va detto – per amor di verità – che ormai da trent’anni una parte, numericamente ridotta ma irresistibilmente loquace, della magistratura ci ha abituato a simili mitologiche rappresentazioni: «senza alcuna prova».

E tuttavia qui si rischia davvero di toccare il fondo di un comportamento che disonora la stessa magistratura e ne deforma fino alla caricatura la funzione.

Sia chiaro: certamente vanno indagate le possibili ombre che l’attività di soccorso può suscitare, va incentivata la massima trasparenza e vanno stabilite regole condivise: non contro le organizzazioni, ma a loro stessa tutela. Ma qui si è fatto l’esatto contrario. Qui si è allestita la più velenosa campagna di denigrazione e manipolazione contro le politiche per l’immigrazione e l’asilo: una campagna che, per ragioni molto serie e preoccupanti, è penetrata fino in fondo alle culture tradizionalmente considerate della solidarietà (riconducibili alla sinistra, e non solo).

E pensare che tutto ha avuto inizio con un rapporto di Frontex che accenna ad alcune conseguenze non volute (unintended consequences), ad effetti involontariamente avversi che coinvolgerebbero la presenza delle navi militari e di quelle delle Ong e il loro aumento nel corso del 2016, a poche miglia dal limite delle acque libiche. Effetti che porterebbero entrambe queste categorie di navi (quelle militari e quelle delle Ong) a essere l’obiettivo più agevolmente raggiungibile da parte dei migranti. Tutto qui. E senza che venisse posto in discussione il fatto che il cosiddetto pull factor, di cui si è parlato fin dai tempi di Mare Nostrum, viene considerato dagli stessi soggetti militari un elemento secondario rispetto a quel push factor, ben maggiore e inarrestabile, che induce migliaia e migliaia di persone a lasciare la propria terra.

Tanto è vero che a tutto questo improbabile castello di accuse hanno risposto puntualmente non solo i rappresentanti delle Ong, ma soprattutto gli alti ufficiali responsabili delle diverse missioni italiane ed europee nel Mediterraneo.

E, finalmente, giovedì scorso anche le istituzioni dell’Unione europea si sono fatte sentire. Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, ha affermato che «non c’è alcun tipo di prova che le Ong lavorino con organizzazioni criminali» e, ancora, che quelle stesse Ong «sono un asset prezioso perché fanno quello che i governi per ragioni politiche non sono in grado di fare».

Ecco, questo è il punto: le Ong surrogano una politica europea o totalmente deficitaria o drammaticamente irresponsabile.

E guai se non ci fossero le Ong.

Ma l’indignazione (giusta) per le donne dell’est dov’è finita con Dell’Utri in prima serata?

Ma tutte le voci contro Paola Perego (e i suoi autori) per quell’abominevole slide di luoghi comuni sulle donne dell’Est dove sono finite oggi dopo una delirante intervista che Sky Tg24 ha concesso a Marcello Dell’Utri (amico di mafiosi per conto terzi) permettendogli di infilare una serie di castronerie già smentite da un regolare processo e dalla Storia?

Abbiamo sopportato il figlio di Riina che ha incensato cotanto padre da un imbarazzante Bruno Vespa che si fingeva imbarazzato, un capo di governo che per anni ha attaccato i magistrati a reti unificate, un ministro che ci consigliava di “convivere” con la mafia, sindaci che ne negavano l’esistenza e tutta una serie di inesattezze, superficialità e false litanie.

Ora, di nuovo, torna Dell’Utri che dichiara impunemente: “Che io sia qui per un fatto politico mi pare che sia nelle cose. Non ho niente da spiegare, ho già detto tutto in lunghissimi interrogatori ai giudici, spiegato quale era il mio contatto con la mafia. Aver conosciuto Vittorio Mangano che poi fu fattore ad Arcore è stata la base dell’accusa per cui mi hanno ristretto qui, ma non ho niente da spiegare. È una guerra politica, non mi sento neanche un capro espiatorio. L’unico rammarico è che il processo è durato tanto, per cui sono qui in tarda età. Se fossi stato qui in età minore avrei superato meglio la detenzione”.

Ma niente sdegno stavolta. L’antimafia non è pop. I mafiosi, invece, terribilmente sì.

(per chi volesse farsi un’idea sulle mistificazioni di Marcello Dell’Utri abbiamo un libricino scritto apposta, lo trovate qui)

Piccole meschinerie dei trafficanti di consenso sulle ONG

Ma davvero qualcuno crede che tutto questo ciarlare di rifugiati, Mediterraneo e ONG sia davvero figlio di un reale interesse per le sorti dei soldi e delle persone da parte di questi quattro tirapiedi che cavalcano un’inchiesta (conoscitiva, tra l’altro) per riuscire a solleticare un po’ di razzismo travestendosi da “responsabilmente preoccupati”?

Ma davvero è così difficile capire che massimizzare il profitto dei dubbi del Procuratore di Catania (che tra l’altro ieri dopo essersi goduto un giorno di celebrità televisiva ha già cominciato a smussarsi e a bisbigliare che è stato “frainteso”) significa soprattutto buttare a mare (appunto) il lavoro umanitario di chi sulle nostre coste si occupa del salvataggio di vite?

Il giochino è semplice, quasi banale: bisogna riuscire a drenare voti a destra fingendosi “umani” e progressisti e qualsiasi minuscola possibilità di dare addosso allo straniero giocando di sponda è un’occasione imperdibile. È l’eterno gioco di chi in politica non prende posizioni nette per accattare voti da destra a sinistra. Come quelli che non pronunciano la parola antifascismo e il 25 aprile sfilano in blu questi indossano i panni dei paladini della legalità per rimestare nel fango e concedere un’idea di “mancato soccorso” in nome della legge. L’indagine di Catania, i documenti Frontex e le testimonianze degli operatori in realtà sono solo strumentali.

Qui siamo oltre: dal lucrare sui morti siamo passati al lucrare su chi salva i vivi. Sognano di essere Salvini, insomma, ma non ne hanno nemmeno il coraggio.

Buon venerdì.

(continua su Left)

137 giorni. Zero legge elettorale. Producono veleno e lo chiamano populismo

Alla fine sono riusciti a svegliare anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, costretto a sgridare i presidenti di Camera e Senato urlandogli in faccia di sbrigarsi per non finire dietro alla lavagna con le orecchie d’asino: sono passati 137 giorni dall’insediamento di un governo che a detta di quasi tutti avrebbe dovuto fare in sciolta fretta una legge elettorale per poi correre al voto. Dico, ve lo ricordate? Tutti: Salvini, Grillo, Berlusconi e soprattutto Renzi. Tutti. Tranne ovviamente Angelino Alfano che è disposto a diventare sottosegretario alla cacio e pepe pur di fare una settimana di governo in più.

Sono passati 137 giorni. La legge elettorale che doveva essere più bella del mondo (sembra passato un secolo eppure lo dicevano quelli che oggi sono ancora lì) aveva il piccolo intoppo di essere incostituzionale, poi sembravano quasi tutti d’accordo sul Mattarellum, poi hanno voluto aspettare la Consulta e quando la Consulta li ha bocciati hanno detto che avrebbero voluto leggere le motivazioni, poi hanno letto le motivazioni e hanno promesso che se ne sarebbe parlato in Parlamento nei primi mesi di quest’anno (e intanto è quasi finita la scuola) e intanto hanno depositato qualcosa come una trentina di proposte. Epici.

E ora? Ora basta il sussulto di Mattarella perché tutti fingano di non riuscire a dormirci la notte. “Ha ragione il presidente della Repubblica sulle due priorità, non so per la politica ma certo per il Pd. Sin da oggi ci preoccuperemo in conferenza di capigruppo di calendarizzare entrambe le questioni, sulle quali peraltro la presidente Boldrini è sempre stata sensibile e attiva”, dice il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato.

(continua su Left)

A che punto siamo con l’inchiesta Consip (e perche il padre di Renzi aveva paura di essere arrestato)

ANDREA ORLANDO: “CONTRO I MAGISTRATI, RENZI SI CERCHI UN ALTRO MINISTRO”

Estratto dell’intervista di Fabrizio D’Esposito per il “Fatto quotidiano”

[…] Renzi, meglio, qualche renziano pretendeva un’ attenzione maggiore (sul caso Consip).

Precisiamo: qualche renziano. Io non ho girato la testa dall’ altra parte, ho scritto al procuratore generale per eventuali anomalie nell’ attività della polizia giudiziaria: non ho azionato l’ attività ispettiva perché non emergevano profili disciplinari. Tutto questo, come sempre, l’ ho fatto senza alcun carattere intimidatorio. Se i renziani che mi hanno criticato pensavano che utilizzassi i poteri ispettivi come una clava contro l’ autonomia della magistratura hanno sbagliato persona.

I VERBALI DEL SINDACO DI RIGNANO: «”TEMO CHE MI ARRESTINO” MI CONFESSÒ BABBO RENZI»

Giacomo Amadori per “la Verità”

Anche se Matteo Renzi nei giorni scorsi, scortato dalla fanfara entusiastica dei giornali, sembrava aver già assolto suo padre Tiziano Renzi dalle accuse di traffico di influenze illecite nella vicenda Consip, gli inquirenti romani stanno preparando il secondo round. In particolare nella prossima fase i pm della Capitale potranno far conto sulle perquisizioni e sugli interrogatori svolti a marzo, prima che scoppiasse il caso dei presunti falsi del capitano del Noe, Gianpaolo Scafarto, che hanno fatto calare il sipario mediatico sull’ inchiesta.

Infatti, a quanto risulta alla Verità, qualche buona cartuccia contro Renzi senior è rimasta in tasca ai magistrati. In particolare viene considerata rilevante la testimonianza del sindaco di Rignano sull’ Arno, Daniele Lorenzini, ritenuto sino a quelle dichiarazioni un renziano di oro zecchino. Così renziano da difendere babbo Tiziano in ogni occasione. Ma non al punto da mentire davanti ai pm, mettendo a rischio la propria fedina penale. Venerdì 3 marzo è stato sentito in due tornate dal pm di Roma, Mario Palazzi, e da quello di Napoli, Henry John Woodcock.

Nell’ occasione ha confermato quanto già svelato dalla Verità il 6 novembre scorso sulle fughe di notizie, ma vi ha aggiunto un particolare clamoroso. Ha detto che nell’ autunno scorso «Tiziano Renzi aveva paura di essere arrestato». Il verbale è stato compilato da Palazzi e riletto a Daniele Lorenzini dallo stesso pm.

Renzi senior aveva convocato Lorenzini nel suo ufficio e lo aveva reso partecipe della sua preoccupazione per un’ inchiesta napoletana «riguardante una persona che avrò visto una volta». Il personaggio in questione era Alfredo Romeo, poi arrestato per corruzione lo scorso 1 marzo su richiesta della procura di Roma. Lorenzini ha riassunto così con la Verità il passaggio cruciale del suo verbale: «Mi parlò della Procura di Napoli senza fare il nome del pm Woodcock e mi disse con tono angosciato “mi stanno controllando” o qualcosa di simile, tanto che mi fece lasciare il telefonino in ufficio. Ci recammo a parlare nel piazzale esterno, quello che si affaccia sul fiume». Per Lorenzini quel giorno l’ amico «era preoccupatissimo». Insomma l’ inchiesta, che ora per tutti i giornali è una semplice bolla di sapone, tra settembre e ottobre scorso aveva agitato a tal punto babbo Renzi da fargli temere le manette.

Per un inquirente contattato dalla Verità questo non è un dettaglio trascurabile, visto che tradirebbe la coscienza non proprio pulita dell’ indagato. «Tiziano Renzi aveva paura che, se la notizia dell’ inchiesta fosse uscita prima del referendum, il figlio avrebbe perso la consultazione», ha aggiunto Lorenzini con i magistrati. A mettere ansia al babbo dell’ ex primo ministro erano anche le continue fughe di notizie a suo favore effettuate da investigatori infedeli. La prima sarebbe avvenuta a settembre, quando l’ apprendista faccendiere Carlo Russo, inquisito nell’ inchiesta insieme con Renzi senior, rinviò con Romeo «l’ accordo quadro» che avrebbe dovuto garantire a babbo Tiziano 30.000 euro al mese e 5.000 bimestrali allo stesso Russo per il loro lavoro di lobbing nei confronti dell’ amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni.

Il 7 dicembre l’ ex autista del camper di Matteo Renzi alle primarie, Roberto «Billy» Bargilli, telefona a Russo e gli dice con tono d’ intesa: «Scusami ti telefonavo per conto di babbo mi ha detto di dirti di non chiamarlo e di non mandargli messaggi». Nell’ audio (anche se Bargilli in una conferenza stampa aveva dichiarato trattarsi di un sms) il tono di Billy è amichevole e Russo dà l’ idea di intendere al volo il senso del messaggio, annuisce e attacca. Fughe di notizie gravi quasi quanto i reati contestati che avrebbero chiaramente potuto portare a un arresto per inquinamento probatorio.

Per questo probabilmente Tiziano già a ottobre aveva esternato all’ amico e medico personale Lorenzini le sue palpitazioni. Oggi il sindaco è stato espulso dalla cerchia ristretta degli amici del Giglio magico per presunto alto tradimento, dopo che, secondo babbo Renzi, era diventato «il problema». Ma le soprese potrebbero non essere finite. Infatti nei prossimi giorni il capitano dei carabinieri del Noe, Gianpaolo Scafarto, accusato di falso dalla Procura di Roma, consegnerà la sua memoria difensiva che potrebbe ribaltare alcune sentenze già scritte dai giornali, garantisti con babbo Renzi, ma colpevolisti nei confronti del militare «nemico» della famiglia dell’ ex presidente del Consiglio.

Infatti, a quanto risulta alla Verità, l’ ufficiale spiegherà in modo circostanziato come siano stati possibili i due errori inseriti nell’ informativa finale del 9 gennaio scorso, quella in cui veniva attribuita a Romeo una frase del suo consulente, Italo Bocchino, e la presunta pista farlocca dei servizi segreti. Proprio sul ruolo degli 007 nelle possibili fughe di notizie, l’ investigatore del Noe sarebbe pronto a fare nuove rivelazioni.

Intanto Tiziano Renzi e Carlo Russo continuano a impegnarsi in politica. Quest’ ultimo è interessato alle primarie del Pd e sebbene abbia smesso di scrivere su Facebook, ha inserito tra gli eventi da non perdere proprio la consultazione del 30 aprile e il confronto tv tra Matteo e i suoi contendenti. I gruppi di cui fa parte non lasciano dubbi su chi gli faccia battere il cuore: si va da «In cammino con Matteo Renzi» al «Popolo del Sì», da «Primarie sempre e comunque» a «Informazione libera con Renzi e il Pd» a quelli intitolati a «Matteo presidente» in tutte le sue declinazioni.

Unico nemico, i grillini: «Contro Movimento 5 stelle lotta democratica» è uno dei gruppi selezionati. Anche Tiziano è indaffarato ad allestire la campagna elettorale contro l’ ex amico Lorenzini per la poltrona di sindaco di Rignano. In paese sono attesi i comizi del ministro Maurizio Martina e dello stesso Matteo Renzi. Ma se Tiziano è concentrato sulla sua vendetta, i magistrati continuano a indagare, nonostante l’ indifferenza dei media, su di lui, sui suoi vecchi collaboratori e su alcune aziende con cui è stato in affari. Nessun giornalista ha ritenuto interessante che babbo Renzi nel 2014 abbia provato a cedere l’ azienda di famiglia a una società il cui socio occulto era in quel momento un suo coindagato per bancarotta fraudolenta.

Non ha suscitato curiosità neppure l’ inchiesta della Procura di Cuneo su un’ altra bancarotta e su una presunta truffa ai danni dell’ Inps contestate, tra gli altri, a due stretti collaboratori di Tiziano Renzi, Mirko Provenzano ed Erika Conterno, soci e compagni di vita. La Eventi 6 della famiglia Renzi, attraverso le società della coppia, la Direkta Srl (per il cui crac procede la Procura piemontese) e la Kopy 3, veicolò ricchi prestiti a una società in dissesto finanziario, «operazione fatta risultare – scrivono i pm – come “affitto azienda” dalla Web & press edizioni Srl di Firenze», l’ azienda che aveva incamerato finanziamenti per le campagne elettorali di Matteo Renzi, compreso quello di Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita condannato a 7 anni per appropriazione indebita.

Nell’ inchiesta piemontese è coinvolta pure Miriam Mammoliti, storica organizzatrice della Leopolda renziana: la donna è sospettata per lo «sbianchettamento» dei bilanci della Direkta e della Kopy 3. Ebbene, nei giorni scorsi un sottufficiale del nucleo operativo del fruppo Firenze 2 della Guardia di finanza ha chiesto al curatore fallimentare cuneese Alberto Peluttiero le carte sugli scambi commerciali tra Direkta e Kopy 3 (le società di Provenzano e Conterno).

Che cosa c’ entrano queste due aziende piemontesi con Firenze? Forse la richiesta è legata agli affari intercorsi con la Eventi 6? Scambi così interessanti che nel procedimento della Procura di Cuneo i pm hanno depositato anche le intercettazioni tra Conterno e i genitori di Matteo Renzi, Tiziano e Laura. L’ ennesima notizia che sugli altri giornali non ha avuto nemmeno l’ onore di una breve in cronaca.

«Scriverlo è stato salvifico»: una mia intervista su #Santamamma (e non solo)

(di Erika Pucci per VersiliaToday, fonte)

Sabato 22 Aprile lo scrittore e regista teatrale Giulio Cavalli ha incontrato i lettori alla libreria “La Vela” di Viareggio presentando per la prima volta in assoluto il suo ultimo libro “Santamamma” (Fandango, 2017). Un libro autobiografico in cui l’autore racconta la propria storia di figlio adottivo, bambino prodigio, “eroe” della legalità, gli anni della scorta fino al ritrovamento del proprio fratello. Condivisione e identità sono i due grandi temi di una storia appassionante e onesta. Il pubblico de “La Vela” ha accolto con calore, interesse e emozione l’autore. Prima dell’incontro ho rivolto a Giulio alcune domande per i lettori di Versilia Today.

“Santamamma” a differenza di altri tuoi libri, ha la crudeltà dell’autobiografia. Quanto ti è costato scrivere questo libro e quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a farlo?

Scrivere il libro non mi è costato, è stato salvifico, anche se sembra spigoloso e feroce per me è stato confortevole, prima di tutto. Perché sono nato come racconta storie e non come autore da inchiesta: con “Santamamma” sono tornato a fare il mio lavoro. Ho la fortuna di avere un pubblico che è molto più sensibile di me a ciò che mi riguarda, pertanto questo romanzo non è una risposta ma una domanda. Per esprimerlo con una citazione

” si vive soltanto nei momenti in cui si rivive qualcosa che si è vissuto nell’infanzia”.

Il tuo sito è uno spazio ben organizzato e efficace delle molteplici attività in cui sei impegnato, soprattutto emerge in modo deciso e convincente l’assoluta simbiosi tra parole e azioni nei vari temi in cui hai combattuto battaglie in prima linea: attraverso il tuo lavoro teatrale e di scrittore e giornalista, cosa significa impegno civile?

In un momento della mia vita mi hanno fatto credere che la mia complessità fosse un problema e io sono sempre stato innamorato della complessità. Sfogo nel giornalismo abusivo ciò che non riesco a esprimere nel palcoscenico così come nella scrittura di romanzi. Tra le azioni di cui sono fiero c’è quella di rivendicare la mia complessità. Il sito è lo spazio più libero da questo punto di vista. La scrittura è ciò che mi fa stare bene, è prendermi cura di me.

Recentemente il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, con cui avevi scritto il monologo “L’isola che c’è“, ha ricevuto il premio Unesco per la pace. Che valore ha oggi la politica dell’accoglienza, ribadita dal riconoscimento, per il nostro Paese e per l’Europa?

L’Italia avrebbe potuto essere un avamposto culturale come è stata nei secoli, il tema non è l’accoglienza ma l’ umanità, quello che ritengo prioritario è un’impermeabilizzazione morale per gli stenti di questi tempi. Un grande intellettuale del nostro tempo ebbe una grande intuizione, Vittorio Arrigoni, e mi chiedo come racconterebbe questo tempo “restando umani”? Il premio a Giusi è importante, ci dovrebbe costringere a riflettere sulla cordialità nel senso letterale del termine ossia di sentire col cuore. Giusi ne è l’ultima testimone.

A seguito del fermo in Turchia del giornalista Gabriele del Grande sei stato tra i primi a prendere una posizione netta sul tema con un articolo in cui sottolineavi che la liberazione di Gabriele e il suo lottare per essa riguarda tutti. Perché?

C’è un aspetto personale in questa mia scelta ossia l’ enorme lutto che ho vissuto per Vittorio Arrigoni, conosciuto al grande pubblico da morto e infangato. Vittorio, Gabriele sono troppo poco ottundibili: l’ho vissuto sulla mia pelle che in certe circostanze sei preda dei cannibali non per quel che sei o che hai fatto ma per quel che ti è successo. E questo capita spesso quando scrivi, lavori fuori dai circuiti “istituzionali”: da questo l’ urgenza di scrivere subito di Gabriele, scrivere significava frenare i meccanismi che si erano attivati con Arrigoni e Baldoni. Fuori dai circuiti istituzionali: l’ urgenza di scrivere significava frenare subito i meccanismi che si erano attivati con Arrigoni e Baldoni. La fidelizzazione col pubblico.

Come sai qui a Viareggio siamo a pochi passi da S. Anna di Stazzema, luogo di eccidio nazista e famosa anche per gli incartamenti finiti nell’armadio della vergogna. Sulla tua bio ti definisci “Partigiano”: cosa significa oggi per te questo?

Partigiano oggi è colui che decide esattamente da che parte stare, che è uno dei vizi che ci chiedono di non frequentare. Essere partigiani significa non pensare che esistono storie o cose su cui non abbiamo diritto di parlare. Scegliere, dire la propria significa perdere ogni volta una parte di pubblico. A seguito della scorta che mi è stata assegnata mi sono ritrovato un grande pubblico, come accadde a Saviano che stimo ma di cui non condivido le ultime scelte. La fidelizzazione del pubblico è importante per chi sceglie da che parte stare.

Fra le varie attività che porti avanti c’è l’assiduo contatto con le generazioni più giovani attraverso gli interventi nelle scuole. Di cosa hanno “fame” i ragazzi che incontri?

Hanno fame di autenticità e incontrare i ragazzi soprattutto delle scuole professionali è il modo migliore per testare te stesso. Loro non ci cascano, con loro non puoi barare. Le scuole di frontiera mi piacciono. Spesso sono frequentate da alunni provenienti da altri paesi, da altre storie e strade che credono ancora nell’istruzione perché vedono l’ usibilità del sapere, cerco, se possibile, di evitare i licei classici.

Per finire tornando al libro: “Santamamma” è edito da Fandango, che è anche una casa di produzione cinematografica importante, è previsto un film tratto dal tuo romanzo?

Il romanzo drammaturgicamente si presta a diventare un film.

Sono quasi le 18,00, l’ora di andare in libreria. Per tutto il tempo dell’intervista gli occhi di Giulio Cavalli hanno brillato di onestà a confermare con lo sguardo ogni parola detta. Per tutto il tempo dell’intervista mentre muoveva le mani nel raccontarsi le parole “Stay Human “ tatuate sul suo polso ci hanno accompagnato così come nell’intenso incontro che Giulio ha avuto col suo pubblico in libreria. Forse sono proprio quelle parole, tatuate anche oltre la pelle, che rendono i suoi libri, le sue chiacchierate, i suoi monologhi, i suoi articoli, le sue parole così penetranti e necessari.

La «Resistenza culturale» in una lettera di Giaime Pintor (un bigino per gli “intellettuali” timidi dei nostri tempi)

Nel novembre del 1943 Giaime Pintor scrive una lettera al fratello Luigi, pochi giorni prima di morire. Ed è una lettera attualissima da tenersi in tasca. Per tutte le Resistenze future.

Napoli, 28 novembre 1943

 “Carissimo,

parto in questi giorni per un’impresa di esito incerto: raggiungere gruppi di rifugiati nei dintorni di Roma, portare loro le armi e le istruzioni. Ti lascio questa lettera per salutarti nel caso che non dovessi tornare e per spiegarti lo stato d’animo in cui affronto questa missione. I casi particolari che l’hanno preceduta sono di un certo interesse biografico, ma sono troppo complicati da riferire: qualcuno degli amici che è da questa parte vi potrà raccontare come nella mia fuga da Roma sia arrivato nei territori controllati da Badoglio, come abbia passato a Brindisi dieci pessimi giorni presso il Comando Supremo e come, dopo essermi convinto che nulla era cambiato fra i militari, sia riuscito con una nuova fuga a raggiungere Napoli.

Qui mi è stato facile tra gli amici politici e i reduci dalla emigrazione trovare un ambiente congeniale e ho contribuito a costituire un Centro Italiano di Propaganda che potrebbe avere una funzione utile e che mi ha riportato provvisoriamente alle mie attività normali e a un ritmo di vita pacifico. Ma in tutto questo periodo è rimasta in sospeso la necessità di partecipare più da vicino a un ordine di cose che non giustifica i comodi metodi della guerra psicologica; e l’attuale irrigidirsi della situazione militare, la prospettiva che la miseria in cui vive la maggior parte degli italiani debba ancor peggiorare hanno reso più urgente la decisione. Così dopo il fallimento, per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, di altri progetti più ambiziosi ma non irragionevoli, ho accettato di organizzare una spedizione con un gruppo di amici. È la conclusione naturale di quest’ultima avventura, ma soprattutto il punto d’arrivo di un’esperienza che coinvolge tutta la nostra giovinezza.

In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la «generazione perduta » che ha visto infrante le proprie «carriere»; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza.

Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.

Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l’ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva «disponibile», che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento.

Questo vale soprattutto per l’Italia. Parlo dell’Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell’America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine: filosofi e operai che sono all’avanguardia d’Europa. L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all’Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza.

Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent’anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l’impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.

Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza e che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che morti seppelliscano i morti. Anche per questo ho scritto a te e ho parlato di cose che forse ti sembrano ora meno evidenti ma che in definitiva contano più delle altre. Mi sarebbe stato difficile rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la loro presenza sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un’altra grande ragione di felicità è stata l’amicizia, la possibilità di vincere la solitudine istituendo sinceri rapporti fra gli uomini.

Gli amici che mi sono stati più vicini, Kamenetzki, Balbo, qualcuna delle ragazze che ho amato, dividono con voi questi sereni pensieri e mi assicurano di non avere trascorso inutilmente questi anni di giovinezza.”

Giaime

(fonte)

Buon 25 aprile. Alla faccia dei professionisti della desistenza.

Come accade tutti gli anni hanno già detto tutto loro. In questo caso Piero Calamandrei:

«Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo. […] Finita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli «scrittori della desistenza»: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.
Sono questi i segni dell’antica malattia. E nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo […]

(continua su Left)

Mafia: confiscati 15 milioni di euro a “sua Sanità” Pino Giammarinaro

È una confisca importante perché parliamo di un personaggio che conta. Ne ha fatto un bel ritratto TP24:

Come abbiamo raccontato ieri per “sua sanità” Pino Giammarinaro è scattata la confisca dei beni per oltre 15 milioni di euro e un provvedimento di sorveglianza speciale per cinque anni disposto dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Trapani. I beni sottoposti a confisca erano già sotto sequestro preventivo cinque anni fa dopo l’inchiesta coordinata da Giuseppe Linares, e dalla Guardia di finanza. La storia personale e pubblica di Giammarinaro è una fra le più singolari della provincia di Trapani, perché l’ex carpentiere di Salemi di strada ne ha fatta sia in politica che nella sanità. Per anni è stato uno dei politici più influenti della Sicilia occidentale.

Il provvedimento di ieri rientra nell’ambito dell’operazione antimafia “Salus Iniqua”, con la quale la Divisione Anticrimine della Questura di Trapani e dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Trapani, hanno accertato i rapporti politico-affaristici in cui Giammarinaro si è mosso beneficiando di sostegno politico per ottenere finanziamenti pubblici regionali, e il condizionamento di importanti settori della vita politica specie del Comune di Salemi, dove Giammarinaro ha sostenuto Vittorio Sgarbi quando divenne sindaco di Salemi.

CURRICULUM POLITICO GIUDIZIARIO – Al lungo curriculum nell’ambito lavorativo e politico, Giammarinaro ha affiancato anche quello giudiziario. E’ stato, infatti, già sotto indagine per mafia e già sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. Dal 1985 al 1990 è stato a capo dell’Asl 4 di Mazara del Vallo e dal 1991 al 1995 parlamentare regionale. Nel ‘91 – l’anno in cui al Palagranata di Trapani arrivarono per sostenerlo, Giulio Andreotti e Salvo Lima – il politico salemitano, legato a Ignazio Salvo (secondo le dichiarazioni di Birrittella) fu eletto all’Ars con un voto plebiscitario, con oltre cinquantamila preferenze. In seguito fece perdere le proprie tracce per sottrarsi alle ordinanze di custodia cautelare in carcere del 21 gennaio 1995 per associazione a delinquere contro la pubblica amministrazione e del 23 giugno 1995 per associazione mafiosa.

Il 12 ottobre 1996 decise di costituirsi; condannato il 24 marzo 1998 per peculato e concussione, e’ stato assolto il 12 ottobre 2000 per associazione mafiosa. Benche’ sottoposto alla misura di prevenzione, nel 2001 lanciò il partito del Biancofiore, per poi confluire nell’Udc, ottenendo 9.277 preferenze alle elezioni regionali del 2001. Per anni l’ex democristiano più influente in provincia di Trapani, la sua influenza riguardava soprattutto la sanità. Nell’inchiesta Salus Iniqua gli inquirenti raccontano che negli anni le nomine dei primari non si facevano se Giammarinaro non dava l’ok.

Nel 2015 è stato indagato con l’ipotesi di reato di appropriazione indebita aggravata in concorso, assieme ad altre cinque persone, tra cui anche la moglie, Giovanna Calistro, di 57 anni. Secondo l’accusa, i sei protagonisti della vicenda si sarebbero appropriati di notevoli somme (complessivamente, circa un milione e 240 mila euro) attinte dalle casse di centri medici e di fisiokinesiterapia di cui Giammarinaro, per gli investigatori, sarebbe stato “amministratore di fatto”, mentre gli altri erano amministratori o soci sulla carta. Il nome di Giammarinaro era tornato alla ribalta anche per gli affari che riguardano l’accoglienza ai migranti anche se ha smentito ogni suo coinvolgimento.

SOSTEGNO E APPROVAZIONE DEI BOSS – Ma Giammarinaro oltre ad avere un sostegno sconfinato da tantissimi cittadini della provincia di Trapani che lo votavano puntualmente alle elezioni, aveva il sostegno di tanti uomini d’onore. C’era quasi una sorta di benedizione ad esempio del boss Vincenzo Virga a spianare la strada politica di Giammarinaro. Il boss aveva consapevolezza del “valore” del politico e lo testimoniò con le sue parole. Di strada, il carpentiere di Salemi, ne aveva già fatta, visto che era stato nominato, prima presidente dell’ospedale di Salemi e nel 1985 a capo dell’USL n°4 di Mazara del Vallo comprendente anche le città di Salemi e Castelvetrano. Nel 1991 in occasione delle elezioni regionali, che vedevano Pino Giammarinaro candidato, ci fu un incontro tra l’allora capomafia di Trapani, che commentò così: “Questo è un picciotto sperto che farà strada”, riferendosi a Giammarinaro.

Questi i contenuti delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia ed ex patron del Trapani Calcio, Nino Birrittella, durante un’udienza del procedimento per l’applicazione delle misure di prevenzione nei confronti dell’ex deputato della Dc.
Secondo quanto sostenuto da Birrittella, dunque, la mafia, che, fino a quel momento, aveva appoggiato la candidatura di Francesco Canino, decise di puntare su Giammarinaro per avere un contatto all’assemblea siciliana. “Canino sosteneva un clientelismo di piccolo cabotaggio, Giammarinaro garantiva accesso a grandi finanziamenti”, avrebbe detto Virga motivando la scelta di sostenere quest’ultimo.

DICHIARAZIONI COLLABORATORE DI GIUSTIZIA FONDACARO – Ma negli ultimi tempi a parlare di Pino Giammarinaro e dei suoi rapporti con i mafiosi ci ha pensato anche il collaboratore di giustizia Marcello Fondacaro, un colletto bianco di Gioia Tauro vicino alla ndrina dei Piromalli-Molè, che con le sue dichiarazioni ha mostrato di sapere un sacco di cose sulla Sicilia e sulla provincia di Trapani in particolare. Fatti emerse con forza in occasione del procedimento penale per l’applicazione della sorveglianza speciale e la confisca dei beni a carico di Giammarinaro.

Fondacaro racconta il sistema Giammarinaro e le sue connessioni con la mafia. Nomi, cognomi e circostanze che coprono un periodo di tempo abbastanza ampio, dai primi del 1990 fino a pochi anni fa. Il collaboratore di giustizia sa molte cose sulla sanità in Sicilia, ha aperto diversi laboratori di analisi. Secondo le deposizioni di Fondacaro, gli avrebbe detto: “Tu vieni a Mazara del Vallo e non chiedi il permesso prima di comprare una cosa, non sai se interessa a qualcun altro”.
“Quando ho capito come stavano le cose – racconta il pentito – ho detto: ‘Va bene, se vi interessa ve lo cedo subito’. Infatti fui autorizzato ad aprire un altro laboratorio sempre dal medico provinciale (Giovanni Gentile), da Pino Giammarinaro e da Totò Cuffaro, perché allora era il direttore medico dell’Ispettorato alla Sanità della Regione Siciliana, insieme a Nino Dina che fece i controlli e fece le varie autorizzazioni, fu autorizzato il trasferimento e l’acquisto del laboratorio A.C.C. diverso dal laboratorio Amabili; quello Amabili l’ho venduto, dopo tanti anni l’ho venduto dopo il ’99. Quindi Pino Giammarinaro non sopportava l’idea che avesse perso questa piccola parte della sanità locale importante per lui perché significava voti, significava altro”.

Ma è da Giovanni Gentile, il medico provinciale, che il collaboratore di giustizia apprende molte cose. Originario di Campobello di Mazara, ha un fratello architetto ed è titolare di un laboratorio di analisi cliniche a Mazara del Vallo.
“Giovanni Gentile mi parla dei suoi interessi nell’ambito sanitario – dice Fondacaro – e dei suoi rapporti con Pino Giammarinaro e con la famiglia Denaro prima, cioè in pratica con l’anziano padre, Francesco Messina Denaro… Erano, diciamo, compaesani, perché si può dire che Francesco Messina Denaro era più su Campobello che su Castelvetrano”.

La figura di Gentile spunta in molte operazioni fatte da Giammarinaro. “Gentile è socio della clinica Morana insieme a Pino Giammarinaro. Giammarinaro non risulta socio diretto – continua Fondacaro – Lui cosa fa? Sa che devono aprire, per esempio, un laboratorio o una palestra di fisioterapia o una struttura convenzionata per quanto riguarda la riabilitazione? Benissimo, allora il medico va ad aprire una cosa del genere, prima di andare a fare le istanze alla Regione, sa che deve parlare con Pino Giammarinaro e lui gli dice quanto deve entrare in percentuale con lui. Sia pure informalmente lui è proprietario anche di una minima quota della società che dovrà essere convenzionata e accreditata. Così come il centro di emodialisi nella provincia di Trapani e tutti i centri di fisioterapia e riabilitazione della provincia di Trapani, Mazara, Marsala, Alcamo, fino ad Alcamo da Mazara fino ad Alcamo sono tutti riconducibili a Pino Giammarinaro”.

Il potere di “sua sanità”, secondo il pentito Fondacaro, risiederebbe nella capacità di muovere decine di migliaia di voti.
Ma a dare l’autorizzazione definitiva per l’apertura di centri sanitari era la mafia: “Giammarinaro non faceva nulla se non c’era il placet mafioso anche della famiglia dei Messina Denaro – racconta il pentito – Prima con il padre Francesco e poi con il figlio Matteo. I suoi ambulatori, poliambulatori e tutto il resto, che sono gestiti da prestanome, vengono aperti solo dopo autorizzazione della mafia”.
Un meccanismo di interscambio fatto anche di posti di lavoro: “Lui prende i voti e fa sistemare le persone – afferma Fondacaro – per esempio negli ospedali le assunzioni le determinava tutte il Pino Giammarinaro dal ’90 fino ad oggi, perché i referenti della Direzione della ASL di Trapani li nomina Pino Giammarinaro, quindi il direttore generale viene nominato da Pino Giammarinaro. Quello al consiglio regionale quindi è Pino Giammarinaro che lo determina […] Un’associazione medica ufficialmente di professionisti nell’ambito sanitario che però si muove in funzione di quello che decidono le associazioni mafiose del posto, le famiglie di mafia del posto. Della provincia di Trapani, perché so che Giammarinaro, oltre ad avere interessi nelle nomine dei direttori per quanto riguarda le sistemazioni dei suoi elettori, determina anche gli acquisti di farmaci, approvvigionamenti per le ASL”.

E su Giammarinaro, oltre ai già citati collaboratori di giustizia, ci sono anche le dichiarazioni rese in udienza dal collaboratore Angelo Siino. Anche il ministro dei Lavori Pubblici di cosa nostra parlò del sostegno elettorale a Giammarinaro della mafia nel 1991, “me lo disse mastro Ciccio (Francesco Messina), mafioso di Mazara”, le parole di Siino.

(Fonte)