Vai al contenuto
Home » Politica » Pagina 85

Politica

Così la politica lascia annegare 60 bambini (e 200 adulti). Il video.

Il sempre bravo Fabrizio Gatti, per l’Espresso (qui):

Nave Libra, il pattugliatore della Marina italiana, è ad appena un’ora e mezzo di navigazione da un barcone carico di famiglie siriane che sta affondando. Ma per cinque ore viene lasciata in attesa senza ordini. Il pomeriggio dell’11 ottobre 2013 i comandi militari italiani sono preoccupati di dover poi trasferire i profughi sulla costa più vicina. Così non mettono a disposizione la loro unità, nonostante le numerose telefonate di soccorso e la formale e ripetuta richiesta delle Forze armate maltesi di poter dare istruzioni alla nave italiana perché intervenga.

Il peschereccio, partito dalla Libia con almeno 480 persone, sta imbarcando acqua: era stato colpito dalle raffiche di mitra di miliziani che su una motovedetta volevano rapinare o sequestrare i passeggeri, quasi tutti medici siriani. Quel pomeriggio la Libra è tra le 19 e le 10 miglia dal barcone. Lampedusa è a 61 miglia. Ma la sala operativa di Roma della Guardia costiera ordina ai profughi di rivolgersi a Malta che è molto più lontana, a 118 miglia.

Dopo cinque ore di attesa e di inutili solleciti da parte delle autorità maltesi ai colleghi italiani, il barcone si rovescia. Muoiono 268 persone, tra cui 60 bambini. In questo videoracconto “Il naufragio dei bambini”, L’Espresso ricostruisce la strage: con immagini inedite, le telefonate mai ascoltate prima tra le Forze armate di Malta e la Guardia costiera italiana, e le strazianti richieste di soccorso partite dal peschereccio. In quattro anni, dopo le denunce dei sopravvissuti, nessuna Procura italiana ha portato a termine le indagini¢

L’impiccato e la bambina morta nel sacchetto

Mi si perdoni se non mi accodo alla vittoria francese del tecnocrate contro la fascista e se non spendo queste poche righe per sottolineare come Renzi, proclamato segretario del Partito di Renzi, abbia accusato il governo di “avere rifatto il CNEL” (pronunciato esattamente così) dimenticando di essere al governo. A me, da ieri, non riesce ad andare via dalla testa la bambina morta a Trieste e il ragazzo impiccato ai bordi dei binari della Stazione Centrale di Milano.

Lei era in una busta di plastica del supermercato, ai piedi di un muro sgarruppato, ed è stata segnalata da alcuni passanti che hanno allertato i soccorsi. Dicono che sia arrivata in ospedale in condizioni gravissime. Il certificato di morte dice che è mancata alle 19.58.

Il ragazzo invece ha qualcosa come venticinque o trent’anni, non ci è dato di sapere. Non ha documenti. Scrivono “probabilmente di origine africane”. Un continente intero. E non si sa altro. Il corpo appeso era in via Ferante Aporti al numero civico 81. Quello è il suo approdo.

Nessuno dei due ha un nome. Lei perché la disperazione (degli altri) l’ha affossata prima ancora che scoprisse la speranza e lui perché rientra in quell’umanità che in Europa è il percolato di quella normale, istituzionale. Io non so voi ma a me, due storie così nello stesso giorno, mi spezzano il fiato.

(continua su Left)

Due anni dopo. Quando Pippo mi disse che sarebbe uscito dal PD.

(scritto per i quaderni di Possibile qui)

Io me lo ricordo bene, il 6 maggio del 2015, quando Pippo (Civati) di mattina presto è arrivato in redazione per dirmi che sarebbe uscito dal PD. E per me non è un ricordo solo politico ma, in fondo, era anche il cerchio che si chiudeva dopo tutti quegli anni che avevamo passato insieme sfregando la nostra idea (che la politica sia terribilmente importante e bella) contro le croste di un Partito Democratico usurante per chi cercava un’architettura di uguaglianza, solidarietà e giustizia sociale. Mi ricordo bene anche la matematica certezza di scontare quella scelta con la chirurgica indifferenza di chi sminuisce tutto ciò che non è vincente e vittorioso. Eravamo già un Paese ammaestrato a spargere la bava del padrone e anche oggi, due anni dopo, il servilismo è tremendamente “pop”.

Uscire dal PD allora significava prendersi la responsabilità di sapere che ciò che serve per racimolare un po’ di consenso immediato difficilmente è ciò che serve al Paese e significava prendersi la responsabilità di coltivare uno sguardo lungo anche se tutto intorno gli altri stavano piegati sul consenso fast food e sui pruriti più pelosi. Due anni fa si intravedeva già che sarebbe finita così: la riforma Boschi, il Jobs Act, le larghe intese e lasvolta a destra sui temi di immigrazione e sicurezza non sono le improvvise svolte di un momento ma l’approdo naturale dell’involuzione di un centrosinistra che ha deciso di cambiare riferimenti sperando di simulare sempre gli stessi connotati.

Abbiamo passato anni al limite della potabilità provando a cambiare un processo irredimibile, ci hanno apostrofato come “troppo curiosi”, “guastafeste”, “rompipalle” e “signor no” per arrivare ad oggi. Ora si accorgono di avere perso voti, elettori e fiducia. Eppure questi due anni non sono solo i tentativi di erosione e esclusione subiti e non sono nemmeno la sterile soddisfazione di averci visto giusto. Non lo sono per niente. Sono due anni di elaborazione politica sui diversi temi in cui si è provato a costruire un pensiero senza inseguire le urgenze (spesso solo percepite o costruite ad arte) e ostinatamente non occuparsi dello storytelling ma dedicandosi ai contenuti.

Come scrive Pippo “bisogna essere liberi per diventarlo” e ci vuole coraggio e costanza. Perché non si realizzano solo gli sfaceli. Poi viene il tempo delle proposte che si scoprono al passo del futuro.

#unlibroalgiorno Giorgiana Masi, 40 anni dopo

Su ‘Repubblica c’è un estratto dal libro di Concetto Vecchio “Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano” (Feltrinelli). In questo capitolo parla per la prima volta Giovanni Santone, uno dei poliziotti in borghese su cui si concentrarono le polemiche dopo il delitto di Giorgiana Masi, uccisa da un colpo di pistola alla fine di una manifestazione indetta dai Radicali. Il libro, come tutti quelli che secondo noi vale la pena leggere, lo trovate nella nostra piccola Bottega dei Mestieri Letterari qui.

Passarono molti mesi prima che mi decidessi a contattare Giovanni Santone, il poliziotto con la borsa Tolfa e la pistola in pugno contro cui si erano scagliati i Radicali nelle settimane e nei mesi seguenti all’ uccisione di Giorgiana. Le sue foto, finite sulle pagine dei giornali, erano rapidamente assurte a simbolo della repressione attuata da Cossiga: il simbolo tout court del 12 maggio. Che ne era stato di lui? (…) Lo incontrai un venerdì di febbraio del 2016 al Gran Caffé Mazzini, a Roma. (…)

«Il 12 maggio finì tutto per me. Tutto!» Santone bolliva di rabbia. «E pensare che io di politica non capivo niente. La sera prima mi dissero che mi sarei dovuto aggregare alla Digos, che avrebbe prestato servizio a margine della manifestazione dei Radicali. Me lo chiese il mio dirigente, Alfredo Balassone, il capo della sezione antirapine, la sesta sezione della questura di Roma.

Scelsero me e altri due o tre. “Fatti trovare là, all’ una”, fu l’ ordine. Mi ritrovai assegnato alla sezione politica diretta da Umberto Improta senza avere chiaro cosa dovessi fare. Abitavo al Pigneto, presi l’ autobus, e intorno a mezzogiorno mi recai in centro». Fece una pausa, come per pesare il suo resoconto. «Guardi che quelli erano dirigenti di polizia eccezionali, sbirri veri, oggi è facile fare le inchieste con tutta questa tecnologia. Prima dei computer senza intelligenza investigativa eri perso. Serviva una tenacia spaventosa, la capacità di consumare le suole delle scarpe».

Sì, ma perché eravate in borghese?, provai a frenare la sua digressione.

«Ma io non lavoravo con la divisa! Camilla Cederna scrisse un lungo articolo per denunciare che eravamo degli infiltrati tra i manifestanti, una fesseria colossale. Eravamo guardie di pubblica sicurezza e come tali non obbligati alla divisa». Lo guardai con diffidenza. «Mi creda,» disse Santone. Venne montato ad arte uno scandalo inesistente».

Eravamo arrivati al centro della nostra chiacchierata. Insistetti: allora perché fecero così scandalo quelle presenze in borghese? Perché Santone venne descritto da tutti come un poliziotto travestito da extraparlamentare? Si alzò di scatto in mezzo alla sala. Gli altri avventori lo guardarono incuriositi.

«Mi vede? Ho più di 60 anni e vesto sportivo. Porto i jeans. Un maglioncino sotto la giacca. Proprio come allora. Mai messa una cravatta in vita mia. Ero un ragazzo che seguiva la moda del momento. Come avrei dovuto vestirmi? La borsa Tolfa, su cui ricamarono all’ infinito, mi serviva come portasigarette – fumavo due pacchetti al giorno – e per infilarci la carta igienica, i gettoni, il portafoglio.» Si sedette infervorato, passandosi la mano tra i capelli. Aveva detto, parola più parola meno, le stesse cose del prefetto Parlato nell’ intervista a Repubblica del maggio 1977. Un discorso teso a minimizzare, difensivo.

Si fece grave: «Se la presero con Cossiga, ma sbagliarono. Cossiga fu il più grande ministro dell’ Interno di sempre, non ha nessuna responsabilità per l’ ordine pubblico di quel giorno. Non sapeva niente».

Poi, con studiato calcolo, buttò lì: «Giorgiana fu uccisa dal fuoco amico ». «Fuoco amico», vergai sul mio taccuino. (…) Santone seguitava a raccontare. «Dopo il 12 maggio mi ritrovai ogni giorno sui giornali. A un certo punto Pannella fece tappezzare i muri di Roma con dei manifesti con la mia foto e la scritta “Disarmiamoli con la non violenza”. La sera tornavo a casa e mi fermavo basito a guardare quei poster.

Mi chiamò allarmato mio cugino, che studiava all’ università di Bologna: aveva partecipato a un’ assemblea nella quale avevano proposto di spararmi. Ricevevo telefonate minatorie in ufficio. Era quasi sempre una donna, mi dava del “pezzo di merda”, io le rispondevo “ti aspetto qua fuori, puttana!”, poi mettevo giù e mi prendeva una gran paura. Mi chiamò il mio dirigente, Giovanni Carnevale, e mi informò che mi trasferivano per motivi di sicurezza a Napoli, in un ufficio del ministero. Ma dopo pochi giorni si accorsero che a Napoli spadroneggiavano i Nuclei Armati Proletari, allora mi fecero tornare indietro. “Devi andare a Isernia”, disse Carnevale. “A fare cosa?” gli chiesi.

“Lavorerai allo spaccio della questura.” Non volevo crederci. Mi ribellai. Invece davvero mi seppellirono a Isernia, a fare il salumiere. Presi le mie cose e andai. Roma non era più un posto sicuro per me. Ho viva la mortificazione di quel trasferimento. I colleghi mi trattavano con fastidio, mi sentivo un lebbroso. Avevo dentro di me una spaventosa voglia di vita e invece ora affettavo panini dietro a un bancone di una caserma di provincia. Di cosa ero colpevole? Non c’ entravo con il delitto di Giorgiana, avevo solo fatto il mio dovere, eseguendo un ordine. Nel tempo libero rimanevo disteso sul letto con un fascio di giornali che parlavano di me.

Piangevo. Il sabato prendevo la macchina e tornavo tra mille precauzioni a Roma, per stare con mia moglie, viveva a Torre Spaccata: era nato mio figlio. Volevo sentirmi vivo almeno nel weekend, ma una mattina mi intimarono di non farlo più. In un covo delle Brigate Rosse avevano rinvenuto una mia foto nella quale tenevo in braccio il bambino. Mi si gelò il sangue. Mi avevano pedinato. Ero finito in cima a una lista di bersagli. Oramai fumavo ottanta sigarette al giorno, quando uscivo mi guardavo in giro in continuazione. Mi avrebbero scovato e ucciso, era solo questione di tempo».

Questa quindi era la storia del poliziotto Santone che per quattro decenni era stato soltanto una fotografia.

Renzi e Treu che sguazzano nella palude

Dice Renzi che la legge sulla “legittima difesa” (perché la trovo sbagliata culturalmente oltre che politicamente l’ho scritto qui per il mio buongiorno sul Left) «per fortuna verrà rivista in Senato» e così, in un secondo, crolla un’ala del castello di bugie che ci propinavano quelli per cui il Senato era solo un inutile peso, Renzi in testa e volevano abolirlo con una riforma costituzionale (per fortuna) sonoramente bocciata dal referendum dello scorso 4 dicembre.

Al Cnel intanto viene nominato presidente l’ex ministro Tiziano Treu, una delle firme prestigiose dell’appello che avrebbe voluto abolire il Cnel, sempre con quella famosa pessima riforma.

Dicevano che l’eventuale vittoria del No al referendum avrebbe lasciato l’Italia nella palude. E ora nella palude ci sguazzano con il costumino da bauscia.

Pennac, gli anni novanta e noi come siamo stati

Un articolo di Rivista Studio che parla di Pennac ma soprattutto di una generazione:

Se si dovesse provare a spiegare, racconteremmo l’Italia di quegli anni così: l’Unione Sovietica era appena crollata, e la sinistra italiana si ritrovava a domandarsi quale diamine fosse la sua identità, ovvero, come si diceva allora, il suo grande album di famiglia. Dal punto di vista strettamente politico, si salvavano solo i fuoriusciti, gli esclusi: Gramsci e Guevara, poco altro. Ma, dato che a destra regnava già Silvio (identificato come una sorta di vuoto pneumatico intellettuale), e dato che molto del passato non poteva più essere utilizzato come modello, né pratico né esplicito, nacque una smania identitaria che andava a pescare da lidi curiosi. Dalla commedia all’italiana e dal teatro. Dal Piccolo Principe o da La casa degli spiriti. Dal Messico di Cacucci o da Francesco De Gregori unplugged. Dai vhs di Easy Rider e del Grande Freddo di Veltroni, e dal Gabbiano Jonathan Livingston, e dalla Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. E c’era il giallo di provincia, c’era il bar sport, l’Emilia Romagna. E Caracas. Così, per la media borghesia italiana, anche i romanzi di Daniel Pennac – un po’ come i primi Camilleri, o come la nascita del Benigni d’autore – non rappresentavano soltanto dei libri piacevolissimi, ironici, fantasiosi e garbati (questo erano, e sono), ma una questione di appartenenza, una speranza, e un manifesto. Si trattava, in sostanza, della domanda: «Chi siamo?», e la risposta solare diceva: “Lettori”. Oppure: “Fruitori culturali”. Ma vasti. Lettori contro ciò che sembrava un attacco al passato, una tabula rasa di valori, di principi, di cinquant’anni di storia d’Italia: l’uomo nuovo, la seconda Repubblica… Però lettori leggeri, minimalisti, ironici, d’intrattenimento. Non era più ai grandi ideologi che si guardava, ma ai narratori, ai giallisti, ai comici. Ecco, sì, questa era la nostra cultura. Questa la nostra identità.

Il punto non erano le opinioni politiche dei diretti interessati. Certo, gli anni Novanta (e forse i primi del Duemila) furono gli ultimi a riproporre con forza il ruolo dell’intellettuale engagé. Parlare di politica, dire la propria su Berlusconi e l’Italia, era qualcosa di richiesto a qualsiasi scrittore internazionale, dal portoghese Saramago, ai maestri francesi, cileni, tokyensi, mentre i Democratici candidavano alle europee autori come Tahar Ben Jelloun (ma perché?). Piuttosto, la cosa interessante era come la cultura fosse recepita da parte del pubblico bene e medio-intellettuale. Se analizziamo lo spirito di questo strano pantheon che si era venuto a creare, ci accorgiamo della sua contraddittorietà, della sua vaghezza, retta soltanto dalla poetica della Grande Chiesa che andava fino a Madre Teresa: l’ecumenismo, ma a vanvera. Sinistra era l’India di Siddartha. Sinistra era l’epopea familiare sudamericana. Sinistra era il realismo magico brasiliano. Sinistra era la provincia della piadina, o l’ispettore Carvalho, o la poetica della fuga in Marocco. Non aveva molto senso, ovviamente. Non poteva certo essere un manifesto programmatico: e di cosa?

(lo potete leggere intero qui)

Il PD, le pistole, la rana e lo scorpione

Il vero danno di questa ultima legge sulla “legittima difesa” non è tanto nel codice penale (che, bene o male, garantiva, ha sempre garantito, protezione per le vittime) ma nello sfacelo culturale di un Partito Democratico che ormai non è più un cortocircuito con corsia preferenziale verso destra ma un maldestro attuatore dei conati che arrivano dappertutto.

Invischiato nell’ombra senza corpo di un governo che alla chetichella infila le stesse porcate di prima (mettendo i bulli dietro le quinte e il secchione a fare da paravento) quello che fu il Partito Democratico ha smesso di fare politica diventando prima il catetere del suo padroncino e poi, negli ultimi mesi, mettendosi a scodinzolare dietro i rutti peggiori del populismo. La cosiddetta “legge sulla difesa personale” è il regalo al populismo peggiore, quello che dibatte su ciò che non esiste ma che “si percepisce” perché fa comodo ad alcuni.

E qui il PD riesce a commettere addirittura due errori: innanzitutto prova a essere sceriffo slavato come se non si rendesse conto che l’emorragia di consensi sarà sempre superiore al guadagno elettorale (ma davvero qualcuno crede che un leghista si possa convertire all’adorazione di Renzi o Minniti?) e, soprattutto, innalza a temi politici (e contenuti di riforma) i deliri di chi ha bisogno di un allarme al giorno per meritarsi qualche prima pagina.

Così se prima si poteva dire che da quelle parti i modi erano di centrodestra (il culto del capo, la derisione degli sconfitti e la servitù ai potenti) ora davvero la destra si pratica davvero: muscoli a forma di poliziotti, armi come soluzioni di ordine pubblico, sicurezza fatta col digrignar di denti e un fastidio nemmeno troppo nascosto per partigiani e lavoratori.

Missione compiuta, amici del PD: avete osato lì dove non avevano osato nemmeno i protofascisti e i berlusconiani prima di voi. Avete riempito la pancia degli istinti peggiori. E, l’aspetto che fa più ridere, vi siete sforzati di fare il solletico ai vostri nemici giurati.

(continua su Left)

La bella idea di confiscare i beni anche ai corrotti

Tra le buone leggi che ci teniamo a mente e di cui possiamo andare fieri in giro per il mondo la legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni ai mafiosi forse è una delle più splendenti per la sua funzione di manifesto senza mediazioni del contrasto alla criminalità organizzata.

Pare, da queste parti, che compito il compito di certa politica sia quello di imbellettarsi in occasione della commemorazione di La Torre e di sfoderare una certa retorica per magnificare il passato.  Nel 1982, quando la politica decise che le ricchezze guadagnate con il sangue fossero illegali e quindi da ritornare allo Stato, la svolta legislativa fu anche l’inevitabile inizio di un sferzata culturale e morale sul tema delle mafie. Uno di quei dibattiti che, nel bene o nel male, impedisce ai protagonisti di chiamarsene fuori.

Tra le impolverate carte del Parlamento giace da tempo una proposta di legge che chiede di estendere la normativa antimafia di sequestro dei beni anche ai casi di corruzione.

(continua su Left)

Le false percezioni dei fenomeni sociali (e le pericolose conseguenze)

(di Fabrizio Tonello, Docente di Scienza politica presso l’università di Padova, dove insegna, tra l’altro, un corso sulla politica estera americana dalle origini ad oggi)

Quest’anno ho due insegnamenti a Comunicazione, uno nel corso di laurea triennale e l’altro nel corso magistrale: in totale circa 120 studenti. Come sempre, il primo giorno ho fatto un test (anonimo e privo di valutazione) per avere un’idea del livello medio dei frequentanti; quest’anno, però, ho aggiunto alle domande sulle materie di studio una piccola ricerca sulla “dieta informativa” dei ragazzi, per capire se usano la televisione o Facebook, il quotidiano locale o Twitter. E, soprattutto, per capire cosa ricordano di ciò che vedono o leggono.

I risultati sono questi: il 90% ha una pagina Facebook ma la usa principalmente per i contatti con gli amici. Il 25% ha guardato un telegiornale la sera precedente. Il 10% ascolta la radio (ma solo per la musica). Lo 0% ha comprato un quotidiano. Non è un refuso: dalle risposte risulta che su 120 iscritti a un corso di Comunicazione (e quindi presumibilmente interessati a una carriera nel settore) nessuno acquista un quotidiano.

Poi, scavando più a fondo, si scopre che qualcuno ha risposto di non aver comprato il giornale ma lo legge al bar, o a casa se lo comprano i genitori. Qualcun altro legge le versioni on line di Repubblica piuttosto che del Fatto quotidiano ma la sostanza non cambia: per la generazione dei ventenni italiani dell’anno 2017 la stampa tradizionale è come se non esistesse.

Questo non è di buon augurio per le imprese editoriali ma ce ne occuperemo un’altra volta: penso sia più urgente riflettere su come può funzionare una democrazia se la maggioranza dei cittadini è indifferente alle notizie che incidono sulla qualità della loro vita.

Per esempio, la criminalità. Basta guardare un telegiornale o aprire un quotidiano locale per trovare titoli sul “degrado”, il “Far West urbano”, le “violenze del branco”, quando non veri e propri “massacri”. Un crescendo di allarmi che dietro hanno quasi sempre fatti di modesta entità, o comunque inevitabili in una società industrializzata: per esempio, quel modello di serietà e precisione che è il Sole-24 ore titolava qualche mese fa: “Italia, più di 7500 reati al giorno. Scopri le province criminali” (16 ottobre 2016). Era solo leggendo con attenzione il testo dell’articolo, basato sui dati diffusi dal ministero dell’Interno, che si scopriva che“nel complesso la situazione appare migliorata”, visto che “il totale dei delitti denunciati all’autorità giudiziaria è diminuito del 4,5%” e che “l’arretramento delle denunce interessa quasi tutte le tipologie di reati”.

I titoli, le locandine, le fugaci immagini del telegiornale non sono innocenti: creano impressioni durevoli, sensazioni amplificate dai casi clamorosi che periodicamente vengono proposti alla nostra attenzione. Nel gergo degli studiosi di comunicazioni di massa, i media creano la “salienza” di avvenimenti o temi che, in sé, non sono né più né meno importanti di altri fenomeni. Il terrorismo è stato imposto da Donald Trump al- l’attenzione degli americani benché il numero di vittime di attentati sia insignificante rispetto al numero di vittime di omicidi di altro tipo, o di incidenti stradali, o di incidenti sul lavoro.

I miei studenti non sono del tutto disinformati: evidentemente l’attenzione ossessiva che dedicano ai loro smart phone dà qualche risultato: per esempio la grande maggioranza di loro concorda sul fatto che gli omicidi in Italia non sono aumentati negli ultimi anni. Però, chiedendo loro quante sono le vittime di uccisioni si incontrano solo sguardi vuoti. Insistendo, e proponendo delle cifre, si ottengono risposte vaghe, fino a che uno di loro (tra i migliori del gruppo) azzarda: “Cinque o seimila?”.

Gli omicidi nel 2015 sono stati 469, quindi la percezione che molti ragazzi hanno del fenomeno è che le sue dimensioni siano oltre dieci volte quelle reali. Per dare un minimo di contesto: l’Italia non ha mai avuto più di 2.000 omicidi, neppure negli anni peggiori delle stragi di mafia e di camorra, il picco fu raggiunto nel 1992 e da 25 anni il trend è regolarmente in discesa.

Un’altra scoperta interessante del test è che ne ho discusso i risultati l’8 marzo, mentre fuori dalle finestre dell’aula risuonavano le musiche e gli slogan dei cortei. Oltre a chiedere il numero complessivo di omicidi, ho chiesto qual era, secondo gli studenti presenti, la ripartizione per genere delle vittime: metà e metà? Due terzi-un terzo? La maggioranza dei fatti di sangue riguardava gli uomini o le donne?
Risposta praticamente unanime: la maggior parte delle vittime sono donne.

Cosa ci dicono i dati del ministero dell’Interno? Che nel 2016 le donne uccise sono state 107, in diminuzione del 3% rispetto all’anno precedente. Quindi, le vittime di sesso femminile sono circa il 23% del totale, meno di una su quattro. La campagna di sensibilizzazione “Non una di meno” è meritoria, e dal punto di vista comunicativo è stata certamente efficace: gli studenti ne hanno tratto l’impressione che la violenza contro le donne sia un’epidemia dilagante. La realtà è che sono diminuite le lesioni (-11%), le percosse (- 19%), le minacce (-16%), le violenze sessuali (-13%), i maltrattamenti in famiglia (-6%) e lo stalking – atti persecutori (-11%).

Le percezioni distorte di fenomeni sociali rilevanti, come la criminalità, l’immigrazione, la disoccupazione, sono un problema perché inducono i cittadini ad appoggiare, o a non ostacolare, politiche che vanno contro i loro interessi. Per esempio, l’Italia ha un numero abnorme di addetti alle sicurezza. Abbiamo quattro corpi distinti: la polizia di stato, i carabinieri, la guardia di finanza, la polizia penitenziaria, a cui vanno aggiunti la guardia costiera, i corpi forestali, le polizie provinciali e quelle locali. Senza contare i reparti dell’esercito impegnati nell’operazione “strade sicure”.

Questa militarizzazione del territorio non è obiettivamente giustificata né dalle minacce terroristiche, né dalle dimensioni della criminalità organizzata: è un retaggio della lotta alla mafia e al terrorismo che nessun governo ha il coraggio di rimettere in discussione. Il costo di questo apparato imponente potrebbe essere ridimensionato e i risparmi potrebbero essere impiegati diversamente, per esempio per il diritto allo studio, l’edilizia scolastica, il miglioramento degli stipendi degli insegnanti o l’integrazione dei rifugiati. Queste politiche vengono invece sacrificate a “superiori” ragioni di bilancio che dipendono da percezioni infondate.

Naturalmente il problema di impressioni superficiali ed errate riguarda la cittadinanza nel suo complesso ma è particolarmente grave che un gruppo più scolarizzato e, teoricamente, più informato degli altri (in fondo l’università è una condizione privilegiata rispetto a quella della casalinga di Voghera) sia così distante dalla realtà e quindi incapace di scelte razionali in politica.

Vendiamo armi e produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra.

Parlano di “dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero…” e, a leggerla così, sembra l’apertura di un depliant confezionato per decantare le virtù italiche nel campo dell’artigianato o dell’arte. E invece si parla di armi. Meglio: sono le parole che il governo usa per declamare i successi di un 2016 che ha visto impennare l’export degli armamenti verso (anche) regimi tutt’altro che democratici. Gli stessi regimi che provocano guerra, gente in fuga e rifugiati sulle nostre coste.

Produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra. 

La Relazione consegnata dal Governo sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazione di armi per il 2016 sottolinea con entusiasmo che le esportazioni italiane di sistemi militari hanno superato i 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. Certo incide molto la commessa di 28 Eurofighter della Leonardo al Kuwait del valore di 7,3 miliardi di euro ma vale la pena sottolineare come l’export globale italiano nel quinquennio 2010-2014 si è attestato mediamente intorno ai 3 miliardi di euro, ma già dal 2015 era giunto ad 8 miliardi di euro.

Ma c’è un punto che sanguina vergogna, su tutto: a chi vendiamo?  Tra gli altri al Kuwait (per 7,7 miliardi), l’Arabia Saudita (427,5 milioni, più degli USA), poi Qatar (341 milioni) e Turchia (133 milioni). La legge 185 del 1990 dice che «l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato» in contrasto con le direttive Onu, «verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione» e verso i Paesi «responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Ma la legge, evidentemente, non vale quando si tratta di incassare.

Il caso dell’Arabia Saudita poi è emblematico.

(continua su Left)