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Politica

Mafia, antimafia, politica e calcetto: una mia piccola intervista

Mirco Sirignano mi ha intervistato qualche giorno fa per Italianews24. Ecco qui:

Giulio Cavalli, “per brevità chiamato artista”. È un attore, scrittore, regista, giornalista e politico, da anni impegnato soprattutto nel raccontare le mafie al nord. Dopo un suo spettacolo, nel 2009, gli viene assegnata la scorta. Ma questa per lui è solo una delle “caratteristiche meno interessanti poiché non è un pregio, non è un vizio o un difetto ma solo una conseguenza”. Ha pubblicato di recente il suo ultimo romanzo, Santamamma (Fandango Libri).

Giulio Cavalli, scrittore, attore, regista, politico impegnato soprattutto contro le mafie. Ne parla nei tuoi libri, nei suoi spettacoli. A che punto è il suo racconto?

Se parliamo di risultati, io credo che abbiamo fatto passi da gigante. Senza fare filosofia, vivo in un territorio in cui dicevano che la mafia non esistesse e finisco sotto scorta perché minacciato dalla mafia (quindi per una cosa che non c’è). Poi però, in quello stesso territorio (Lombardia, nda), mi capita spessissimo di andare nelle scuole, che ritengono l’educazione alla legalità, la conoscenza dei temi mafiosi e antimafiosi, davvero indispensabile. E quindi secondo me uno scatto c’è stato. L’aspetto triste della vicenda è che, ancora una volta, lo scatto è stato solo sociale. Tutto ciò che politicamente è stato fatto, nasce sulla spinta di un movimento sociale che ha obbligato la politica a prendere, o simulare di prendere, posizione. E questo è un pessimo segnale.

Ecco, storicamente al nord le mafie non sono percepite come un problema serio e reale. E’ cambiato il vento?

Sicuramente un’evoluzione c’è stata. Il problema è che ancora oggi il tema mafia non si riesce a declinarlo. Mi sembra incredibile che la politica non capisca che parlare di diritti significa parlare anche di mafie. E parlare di crescita economica, di sviluppo del mondo del lavoro, significa anche parlare di mafie. Invece molto spesso il tema è chiuso in un angolo. È solo una delle bandierine che tutti i movimenti politici vogliono avere.

Qual è il ruolo che gioca il teatro nel racconto delle mafie?

La politica prende decisioni quando semplicemente è troppo impopolare far finta di niente. E quindi il mio ruolo è quello di rendere pop (nel senso pulito del termine) l’indignazione e la pretesa di un’azione politica. Credo soprattutto nel mezzo teatrale, perché ci permette di avere un’attenzione di ascolto che molti altri mezzi non hanno. Oggi il teatro è lo spazio dell’approfondimento.

Già da qualche anno ha intrapreso un percorso politico. Per Lei è stato un passaggio naturale, quello dell’impegno politico, oppure è stato sofferto? Perché magari chi come Lei proviene dal mondo della cultura, sui due binari, quello della politica e quello (appunto) della cultura, si viaggia a velocità diverse.

Il mio è un lavoro molto politico. Perché alla fine, sia che avvenga su un palcoscenico, con un romanzo o con un articolo giornalistico, le mie attività auspicano sempre un cambiamento generale. E le trasformazioni sociali sono politiche. Dal punto di vista dell’esperienza istituzionale, credo di avere fatto molta più politica con la mia professione che da consigliere regionale. Ma questo perché sono convito che ci siano dei meccanismi di scelta della classe dirigente che per me non sono assolutamente potabili. Richiedono compromessi che a me risultano molto difficili. Ma l’impegno poi politico lo ritengo assolutamente indispensabile. Anche la vicinanza a Pippo (Civati, nda) e a Possibile, penso che sia naturale.

La mafia e la corruzione, in un connubio ormai indistinguibile, generano soprattutto ingiustizie e ineguaglianze. Ecco, crede che la sinistra di oggi stia facendo abbastanza?

Mi dispiace, ma sono sconvolto dalla mancanza di responsabilità da parte della sinistra. Prima di tutto perché una parte del popolo è assolutamente analfabeta del tema. Ecco, l’alfabetizzazione di fenomeni così gravi, dovrebbe essere un obbligo per i partiti. Siamo passati dall’avere partiti con una funzione anche pedagogica (Pio La Torre era quello che raccontava la mafia a contadini, questo era il PCI), a sperare che gli stessi partiti “fingano” di imparare. C’è stato un periodo storico in cui la sinistra sul tema delle mafie ha dimostrato una responsabilità superiore. Oggi invece noto un totale distacco.

Quello che sembra mancare è la credibilità. Come la sinistra (o comunque, in generale, chi governa) può essere credibile se poi quando si deve votare su particolari casi (tipo Minzolini, l’ultimo in ordine cronologico) si tirano i remi in barca? Poi le politiche nascono viziate dal pregiudizio della gente.

Esattamente. Tieni conto che essere antimafioso significa essere contro il reato di mafia. Pippo Fava lo raccontava benissimo. Il reato di mafia è sostanzialmente un grumo di egoismo che insegue degli interessi particolari, piuttosto che gli interessi generali. E per essere antimafioso bisogna essere sostanzialmente solidali. Bisogna essere disponibili anche a perdere diritti particolari, se questo permette di raggiungere una crescita dei diritti di tutti. La credibilità si costruisce così.

Manca il senso della collettività.

Certo, la cosa che mi preoccupa non è tanto il federalismo salviniano, che è pittoresco e pericolosissimo, per carità. Però mi sembra assolutamente minoritario. Quello che mi preoccupa è quel federalismo per cui anche molte persone di sinistra sono convinte di dover curare la propria sopravvivenza, di doversi adoperare per le persone più vicine a loro, piuttosto che avere una visione generale.

Mi ha fornito un assist su Salvini. Perché è come se si fosse ribaltata anche l’assunzione delle responsabilità. Parliamo di un partito che negli ultimi venti anni ha governato e tanto. Però quando scende giù a Napoli e la città protesta, Salvini rinfaccia alla gente di protestare solo contro di lui, e non contro la camorra. Quando poi è soprattutto la politica a non ritenere prioritario il contrasto alla criminalità organizzata, che è un tema sistematicamente fuori dal dibattito.

Questo perché dietro il perbenismo, molto spesso, si nascondono le proprie responsabilità. Negli ultimi anni si è abbastanza sbriciolato anche il concetto di lotta. Una parola nobilissima. La storia del movimento antimafia in Italia è una storia di lotta, di scioperi, di recriminazioni, a volte alzando la voce per affermare i propri diritti. Tutte quelle modalità che hanno spinto il movimento antimafia sono improvvisamente divenute fuori moda, se non addirittura osteggiate, anche dalla sinistra. I benpensanti ci dicono che dobbiamo essere collaborativi.

Però c’è anche da dire che negli ultimi anni il movimento antimafioso non gode proprio di ottima salute. C’è stato, forse, anche un po’ di autolesionismo? Mi viene in mente, per esempio, il caso di Maniaci. Crede ci sia, ormai, una mancanza di fiducia anche verso il movimento antimafioso?

È colpa del movimento antimafia o è colpa di un Paese che, a un certo punto, ha pensato che più lunga era la scorta e più credibile era l’antimafioso? Perché Pino Maniaci è diventato, anche a livello internazionale, il profeta unico dell’informazione antimafiosa? Di chi sono le responsabilità?

Certo è un’attitudine tutta italiana quella di delegare ai singoli le massime responsabilità. È successo più o meno lo stesso, almeno dal punto di vista mediatico, con Raffaele Cantone, divenuto ultimo baluardo per il contrasto della corruzione e del malaffare.

Personalmente vorrei un paese in cui Raffaele Cantone (in quanto “Raffaele Cantone”) non esista, ma che tutto il grumo che gli è stato caricato sulle spalle, sia condiviso con i lavoratori pubblici, impiegati bancari, tassisti, eccetera. Da questo punto di vista, a mio avviso l’antimafia ha delle grosse responsabilità. Perché a un certo punto è diventata molto televisiva, ne ha seguito i canoni della comunicazione. Si è molto “mondadorizzata”.

Per concludere, Lei di solito con chi gioca a calcetto?

(Ride)

Come ha interpretato la metafora di Poletti?

Siamo in un paese in cui alle domande “chi sei?” e “che cosa sai fare?” si è sostituita la domanda “chi ti manda?”. Ma questo ben prima di Poletti. Il ministro non è il problema, ma l’effetto. Ogni tanto qualcuno mi accusa di essere troppo vicino alla politica. E la cosa che mi fa sorridere è che sono gli stessi che poi accusano Pippo Civati di essere una percentuale infinitesima nel panorama politico. Quindi diciamo che, da amico di Pippo, da tifoso del Torino, da persona di sinistra, probabilmente ho sviluppato una affezione per l’essere “minoritario”. Per cui ho giocato a calcetto sempre nel campetto sbagliato.

Restando sempre nella metafora, quale partita sta giocando adesso il nostro Paese? Quali sono le due squadre in campo?

Secondo me in campo c’è un pezzo di politica, che nonostante i sondaggi, sta cercando di giocare con la formazione della coerenza, augurandosi che torni prepotentemente di moda. Dalla parte opposta invece centrodestra e centrosinistra giocano insieme (al massimo si dividono le fasce) con il catenaccio, per l’autopreservazione. L’arbitro di questa partita è la Costituzione. E direi che sta funzionando anche abbastanza bene, nel senso che il più grande oppositore politico dei governi degli ultimi dieci anni è stata la Carta.

Forse per questo hanno cercato di “influenzare” l’arbitro.

Che Renzi, alla Moggi, abbia cercato di chiudere nello spogliatoio la Costituzione, mi ha preoccupato fin da subito. Ma è andata bene.

Torturati ad avere ragione. Ma senza reato di tortura.

Non è una vittoria il risarcimento che l’Italia ieri ha dovuto riconoscere giocoforza a sei ricorrenti presso la Corte Europea dei Diritti Umani. No. Quei 45.000 euro (comprensivi delle spese legali oltre ai danni morali) nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001 sono la paghetta buona per sbolognarsi quello che qui da noi in molti considerano un semplice “incidente di percorso” se non addirittura una comprensibile eccesso di difesa da parte di un nugolo di forze dell’ordine degne dei sultanati che si finge di condannare in giro per il mondo.

La verità “giudiziaria” sui sanguinosi giorni di Genova, della Diaz e Bolzaneto è scritta nelle sentenze che in questi 16 anni: lì c’è tutto quello che si dovrebbe sapere (e si è saputo poco e male), tutto ciò che avrebbe dovuto aprire il dibattito (che ancora sedici anni dopo è mero tifo) e lì c’è tutto quello che sarebbe servito alla politica per fare politica. Chi ha seguito i processi non può accontentarsi di un “la verità, finalmente” che torna ciclicamente.

(continua su Left)

Se anche la politica è fake

Questa volta il messaggio si è evoluto. Niente tweet “stai sereno” e nemmeno rassicurazioni sorridenti come successe per Letta; ora il disarcionamento del Presidente del Consiglio (pur di sfamare le ambizioni personali di Renzi e compagnia) avviene con un logorio più sotto traccia, sottile: la sconfitta del candidato PD Pagliari ieri alla presidenza della Commissione Affari Costituzionali a favore dell’alfaniano senatore Torrisi è solo uno de tanti granelli infilati nel governo per provocarne lo stallo.

Un ballo dei pupi in piena regola. Il sempiterno Alfano ha il coraggio di dire che «l’elezione di Torrisi a presidente della commissione Affari Costituzionali è senz’altro un segno di stima da parte dei colleghi per il lavoro svolto in questi anni», come se non sapesse che il suo partito è stato utile e apprezzato come un muro quando si gioca di sponda e niente di più.

 

(continua su Left)

Il tifo sui morti? No, grazie, la solidarietà non russa

La ferocia come legittima difesa? No. Grazie. Vale dentro un piccolo bar di campagna, vale dentro la tabaccheria rapinata, vale a San Pietroburgo, vale ovunque dove ci siano vittime che non hanno nulla a che vedere con le guerre che si giocano sopra le loro teste o sotto i piedi.

Alla notizia dell’esplosione nella metropolitana di San Pietroburgo (11 morti finora, all’ora in cui scrivo) insieme alle ovvie farneticanti felicitazioni di terroristi e paraterroristi si è dispiegata anche una certa malcelata soddisfazione per la punizione che quei morti indirettamente avrebbero compiuto nei confronti di Putin.

È il solito giochetto di chi convinto delle proprie ragioni crede di avere diritto a una ferocia, chissà perché, più nobile della ferocia degli altri. Quando il dramma succede per quelli che politicamente o umanamente sentiamo più vicini diventiamo ipersensibili alle ombre della solidarietà troppo timida o simulata mentre se accade per qualcuno che non amiamo allora lasciamo spuntare le unghie e affiliamo i canini.

No, grazie. Grazie, no. Sarò banale e buonista nel ricordami che morire per una bomba sia terribilmente crudele e ingiusto in qualsiasi nazione. Sarò miope nel credere ancora, ed esserne fermamente convinto, che un rivolo di sangue non abbia mai giustificazioni. Mai.

Buon martedì.

(continua su Left)

«Gli immigrati non rubano il lavoro a nessuno»: lo dice l’INPS

Un articolo de La Stampa che vale la pena leggere (prima di commentare):

Quante volte l’avete sentito dire? Quante volte vi siete fatti irretire dalla rassicurante convinzione che gli immigrati rubano lavoro e futuro? Lo sospetta persino Bakari, uno dei giovani africani che ogni mattina pulisce le strade di Roma Nord nel timore di essere arrestato. Non ha bisogno di molto: una ramazza, una paletta, due pezzi di cartone con cui – quasi scusandosi per il disturbo – chiede in italiano qualche centesimo e una manciata di dignità. A Roma l’inefficienza dell’Ama ha raggiunto un livello tale da trasformare truppe di irregolari nel più straordinario spot a favore dell’integrazione. Bakari si aggira attorno a una grande struttura della Polizia, e nessuno sente il bisogno di distoglierlo dalla rimozione meticolosa delle ortiche ai lati di un marciapiede più simile a quelli di Accra che di una capitale europea. Meno male che Bakari c’è: secondo la più classica delle regole del mercato, colma la domanda inevasa di decoro di una città sull’orlo perenne del collasso finanziario.

Gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani, né – se regolari – spingono al ribasso i salari. Non è l’opinione parziale di un romano o di anime belle. Lo dice con dati inoppugnabili una recente ricerca di tre studiosi: Edoardo di Porto dell’Università Federico II di Napoli, Enrica Maria Martino del Collegio Carlo Alberto di Torino e Paolo Naticchioni di Roma Tre. Non è l’unico studio sul tema, ma è il primo che censisce un intero campione di immigrati. Lo hanno fatto grazie ad una borsa VisitInps, il progetto voluto dal presidente Tito Boeri che mette a disposizione della ricerca l’enorme mole di dati dell’Istituto di previdenza. I protagonisti dello studio sono i 227mila lavoratori di 107.000 imprese private (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella decisa a settembre 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò 650mila persone. Le due sanatorie successive furono drasticamente inferiori: nel 2009 furono accolte 222mila richieste su 295mila, nel 2012 passarono appena 60mila richieste su 134mila. Il numero di extracomunitari in rapporto alla popolazione in Italia è volato in quindici anni: dall’1,7 per cento del 1998 all’8 del 2012. Oggi quella crescita è azzerata o quasi: gli immigrati censiti in Italia sono poco più di cinque milioni, due terzi dei quali extracomunitari. In Francia sono 4,3 milioni (ma con un altissimo numero di immigrati di seconda e terza generazione), in Germania i residenti stranieri sono ben sette milioni e mezzo.

Il crollo

Se una volta gli immigrati si fermavano in Italia per cercare fortuna, oggi la gran parte di loro si spinge verso nord. Fra il 2008 e il 2013 i permessi di soggiorno per lavoro sono passati da 738mila a 1.442mila, ma negli ultimi anni la progressione è calata fino ad azzerarsi: nel 2013 sono stati appena lo 0,46 per cento in più dell’anno precedente. Chi non ha potuto avere il rinnovo annuale del permesso è lentamente scivolato nel lavoro irregolare. Danesh Kurosh del dipartimento immigrazione Cgil spiega che la progressiva chiusura dei decreti flussi sta ingrossando il sommerso: oggi quelli che lavorano senza una regolare posizione contributiva sono almeno 500mila.

Cosa accadeva quando l’Italia era invece fra i principali Paesi di destinazione e accettava di buon grado le regolarizzazioni? La novità della ricerca Inps è nella precisione dei dati a disposizione: la sanatoria di fine 2002 imponeva alle imprese di assegnare a ciascun lavoratore emerso un codice rimasto negli archivi dell’Istituto.

I numeri  

A fine 2003, appena un anno dopo, nove di quei dieci immigrati lavoravano ancora in Italia. Dopo cinque anni erano ancora l’85 per cento. Ma la cosa ancora più sorprendente è che dopo due anni solo il 45 per cento di quel campione era impiegato nella stessa impresa, dopo cinque più di un lavoratore su tre aveva cambiato provincia. «I dati suggeriscono che queste persone erano e sono disposte ad una mobilità che gli italiani non hanno mai avuto», spiega Di Porto. Per intenderci: la probabilità di cambiare impresa per un lavoratore italiano negli ultimi trent’anni è stata appena del 15 per cento. Inoltre «la persistenza nel mercato italiano associata al rapido cambiamento di impresa e residenza dimostra un eccesso di domanda insoddisfatta per mestieri a bassa qualifica». Questi numeri confermano una tendenza che si noterà anche negli anni della crisi. Linda Laura Sabattini dell’Istat ha fatto notare che mentre i posti scendevano nell’industria, nell’edilizia, nel commercio, gli occupati stranieri aumentavano comunque nei servizi alle famiglie e nella ristorazione: riecco la domanda inevasa. L’evidenza dei numeri Inps non solo conferma l’utilità della forza lavoro immigrata, ma smonta un altro falso mito, ovvero la presunta spinta al ribasso dei salari. Nei dati il fenomeno emerge solo nei primi tre mesi: le retribuzioni medie degli emersi fanno scendere di circa il 16 per cento il salario delle imprese che li regolarizzano. Ma in meno di un anno quel gap si chiude. La sanatoria della Bossi-Fini produsse l’emersione di due-tre lavoratori a impresa nell’arco di tre mesi. Sei mesi dopo il numero degli occupati era lo stesso, a dimostrazione che la gran parte delle aziende, se nelle condizioni di farlo, non aveva interesse ad occupare irregolari.

Raccontare con dovizia di dettagli la storia di ieri aiuta a capire cosa fare oggi e domani. Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller stima che dall’Italia solo quest’anno potrebbero transitare fino a quattrocentomila persone, il doppio dell’anno scorso, venti volte quelle sbarcate nel 1997. La mera chiusura delle frontiere rischia di scaricare decine di migliaia di Bakari sulle strade italiane. Il ministro Marco Minniti propone di utilizzare i richiedenti asilo nei Comuni e per lavori di pubblica utilità, ma in mezzo a quelle decine di migliaia di persone ci saranno molti migranti economici. Dimenticate per un momento l’esodo di cinque milioni di siriani, o la tragedia della Libia orfana di Gheddafi. Sui barconi che dal Mediterraneo si spingono lungo le cose siciliane ci sono anzitutto migranti in cerca di fortuna. Giovedì scorso a Pozzallo sono arrivate su una nave 428 persone: più di trecento erano marocchini.

Gli emersi dalla sanatoria 2002 erano quasi per la metà (il 45 per cento) dipendenti in due settori, manifattura e costruzioni. Dopo cinque anni quella percentuale era salita al 60 per cento: una conferma in più della tendenza degli immigrati a compensare la scarsa offerta di manodopera. Liliana Ocmim è peruviana, vive in Italia da 25 anni, ha tre figli e fa la presidente del dipartimento immigrati Cisl: «Come è possibile che i giovani italiani all’estero siano disponibili ai lavori umili che qui rifiutano?» La risposta è amara, e dice molto dei problemi del Belpaese.

Immigrati mobili  

Negli anni della crisi la salvezza di quegli immigrati è stata ancora una volta la mobilità: «Molti sono rientrati nel proprio Paese dove hanno trovato il lavoro che qui avevano perso», racconta Mohamed Saady, edile e presidente della Anolf-Cisl. Ocmim allarga le braccia: «Questi numeri confermano quanto siano sbagliate le politiche di chiusura. Più il lavoro è irregolare, più aumenta la concorrenza al ribasso». La ricerca dice una cosa chiara: la sanatoria della Bossi-Fini non fu un regalo a persone poi tornate nell’illegalità, ma un riconoscimento a chi già lavorava in Italia ed è rimasto a lavorare in Italia.

Uno dei luoghi comuni sugli immigrati vuole che siano un salasso per lo Stato. E invece è vero il contrario. Pochi giorni fa a Biennale Democrazia Boeri ricordava che i lavoratori stranieri residenti in Italia versano otto miliardi di contributi sociali all’anno e ne ricevono tre in prestazioni. Vero è che molti di loro domani avranno una pensione, ma non tutti: l’Inps calcola che sin qui gli immigrati hanno regalato al sistema previdenziale 16 miliardi di contributi. Spiega Boeri: «Chiudere le frontiere produce solo tre risultati: più evasione contributiva, schiaccia i salari, aggrava i problemi sociali. Per far sopravvivere l’Europa occorre una politica comune dell’immigrazione, una gestione del problema dei rifugiati e la revisione della convenzione di Dublino. Ma è possibile crederci con i populisti al potere in cinque Paesi dell’Unione?».

(fonte)

L’editore del libro di Riina Jr? Fallito. Nonostante Bruno Vespa.

Spiace sempre per il fallimento di una casa editrice ma non si può non essere felici del fatto che la mafia (e il favoreggiamento culturale alla mafia) non funzioni in libreria. Ecco cosa scrive La Tribuna di Treviso:

La storia della Edizioni Anordest di Villorba, breve ma assai movimentata, si è chiusa con la sentenza di fallimento emessa dal Tribunale di Treviso. La casa editrice di Mario Tricarico era balzata agli onori delle cronache un anno fa, quando pubblicò il contestatissimo libro di “Salvuccio” Riina, figlio del “capo dei capi” di Cosa Nostra Totò Riina. Duemila copie sufficienti a scatenare una polemica nazionale, con decine di librerie in tutta Italia che si rifiutarono, per ragioni etiche, di vendere il libro pubblicato a Villorba, con conseguenze, prima di tutto, sui bilanci della Edizioni Anordest.

«Quel libro mi ha rovinato» dice oggi, senza mezzi termini, l’ormai ex amministratore Mario Tricarico. Anche lui, un anno fa, finì nell’occhio del ciclone per la scelta di pubblicare il libro di Riina, dal titolo “Riina Family Life”, scritto dopo l’uscita dal carcere Due Palazzi di Padova nel quale era da tempo rinchiuso dopo la condanna a quasi nove anni per associazione mafiosa. Contro la pubblicazione insorse il mondo della politica e della cultura, oltre alle associazioni in ricordo delle vittime di mafie, e anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso Paolo, giudicò sconveniente il contenuto, finché molte librerie arrivarono a esporre il cartello “Qui non si vende il libro di Riina”. Per l’editore di Villorba che aveva scommesso nella pubblicazione del libro fu un pessimo ritorno di immagine. «Quella polemica mi ha ucciso», racconta oggi Tricarico, «non abbiamo più venduto nulla. Ho percepito una forte ostilità da parte delle librerie, mi sono arrivate anche delle minacce, gli addetti ai lavori si sono lasciati influenzare dalla polemica. Sono rammaricato soprattutto dal fatto che nessuno ha letto quel libro». Il “flop” con la pubblicazione di Riina non è in realtà l’unica causa del fallimento arrivato ieri: «Però è stato un tassello importante», commenta ancora Tricarico, «su quel libro avevamo investito tanto».

 

TAP: l’Espresso racconta la mafia dietro il progetto e il consorzio promette querela

Paolo Biondani e Leo Sisti sono due professionisti seri. Oggi sull’online de l’Espresso raccontano degli interessi mafiosi dietro il progetto TAP (annunciando il prosieguo dell’inchiesta nel cartaceo in edicola da domani). Ecco cosa scrivono:

All’origine del super-gasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento c’è una storia nera. Un intreccio di manager in affari con la mafia, valigie di contanti, oligarchi russi, affaristi italiani legati alla politica, casseforti anonime con la targa offshore. Gli scheletri nell’armadio del Tap.

Un’inchiesta de “l’Espresso” – in edicola da domenica – svela i retroscena del maxi-progetto partendo dagli interrogativi alla base delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 olivi: chi ha scelto l’attuale tracciato? Perché è un consorzio privato svizzero a gestire un’opera dichiarata strategica dalle autorità europee? E’ davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate?

Il Tap è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che parte dall’Azerbaijan. Il costo preventivato è di 45 miliardi. In Salento, a Melendugno, sono iniziati gli scavi del tunnel in cemento autorizzato dal ministero dell’Ambiente per passare sotto la spiaggia. Da lì sono previsti altri 63 chilometri di condotte fino a Mesagne. Il consorzio Tap Ag prevede di dover trapiantare, in totale, circa diecimila olivi.

L’Espresso ha potuto esaminare documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora ignota: l’azienda che ha ideato il Tap. Si chiama Egl Produzione Italia, ma è controllata dal gruppo svizzero Axpo. Le carte, richieste dall’organizzazione Re:Common, dimostrano che Egl ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. Gli ultimi fondi pubblici sono arrivati nel 2009. I ricercatori avevano chiesto altri atti, ma la Commissione li ha negati «per rispettare segreti industriali, sicurezza e privacy» delle multinazionali interessate.
In copertina, il gioco degli scacchi che oppone i ‘democratori’ Putin ed Erdogan, spalleggiati da Trump, in campo contro l’Europa: un dossier di grandi firme per capire che speranze e opzioni ha il nostro continente per resistere a chi vuole indebolirlo. Tra gli altri servizi, l’inchiesta di Paolo Biondani e Leo Sisti sul “mafiodotto”: nel contestato maxi-progetto per portare il gas dall’Azerbaijan in Puglia spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti di offshore #domenicaEspresso

In questa Egl, la società-madre del Tap, anche l’amministratore delegato è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, un manager che in Italia ha lavorato anche con il gruppo Erg. Tornato in Svizzera, ha lanciato la finanziaria Viva Transfer. Che un’indagine antimafia ha additato come una lavanderia di soldi sporchi. Intervistato dalla tv svizzera italiana, il pm Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso».

Tutto inizia nel 2014, quando la Guardia di Finanza scopre un presunto clan di narcotrafficanti collegati alla ’ndrangheta. Il gruppo, capeggiato dal calabrese Cosimo Tassone, è accusato di aver importato oltre mezza tonnellata di cocaina. E viene intercettato mentre deve versare un milione e mezzo di euro ai narcos sudamericani. I calabresi reclutano un promotore toscano e i suoi due figli, che accettano di «portare quei soldi in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer», come confermano le confessioni degli stessi corrieri poi arrestati. A ricevere i pacchi di banconote è «Raffaele Tognacca in persona». Proprio il manager che ha tenuto a battesimo il Tap.

Tra sudamericani e calabresi scoppia anche una lite: i narcos hanno ricevuto mezzo milione in meno. Tassone sospetta dei corrieri toscani: «Gli spacco la testa!». Un figlio del promotore viene sequestrato in Brasile. Finché il clan si convince che è Tognacca ad aver incamerato una parcella di oltre 400 mila euro («il 35 per cento!»). Quindi scattano gli arresti. Al processo, in corso a Roma, i pm hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. E hanno chiesto ai magistrati svizzeri di indagare sulla parte estera. Tognacca si è difeso pubblicamente dichiarando di «non essere stato oggetto di nessuna misura penale». Per i pm italiani il reato resta assodato. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari mister Tap pensava di aiutare onesti evasori.

Dopo aver ottenuto i fondi europei, la Egl è stata cancellata e assorbita da Axpo. Questo spiega perchè oggi il gruppo svizzero è azionista della Tap Ag con l’inglese Bp, l’italiana Snam, la belga Fluxys, la spagnola Enagas e l’azera Az-tap.

L’articolo integrale de l’Espresso racconta molti altri retroscena. Come un accordo segreto per favorire un oligarca russo rappresentato da amici di politici italiani. E le tesorerie offshore, documentate dai Panama papers, dei manager di Stato in Azerbaijan e Turchia.

Da parte sua il consorzio internazionale Trans Adriatic Pipeline promette querela scrivendo:

«E’ arbitrario, infondato ed evidentemente inaccettabile l’accostamento di TAP Ag e del progetto del gasdotto transadriatico alla parola mafia effettuato con un suggestivo titolo sul numero in uscita domani del settimanale l’Espresso. TAP provvederà nelle prossime ore a sporgere querela contro gli autori e il direttore del giornale, riservandosi la facoltà di adire anche il tribunale civile per il risarcimento del gravissimo danno reputazionale, annunciando fin d’ora che esso sarà devoluto all’associazionismo antimafia. TAP è impegnata con verificabile e verificata coerenza nella più rigorosa applicazione delle leggi e dei regolamenti italiani ed europei nella attribuzione di appalti e subappalti ed ha da tempo sottoposto alla Prefettura di Lecce un protocollo antimafia che garantisca la massima trasparenza della conduzione dei lavori.»

Solo che qui, a sensazione, tra i due litiganti non gode nessuno. Vedrete.

 

Alatri: l’omertà non si cura con le fiaccole

Avviso agli omertosi che si confondono con i dispiaciuti: l’omertà non è cera. Non si consuma accendendola e scendendo in piazza con fare sacerdotale fingendosi contriti per la morte di un concittadino. L’omertà è quella spigolosa caratteristica che spinge il comandante dei carabinieri a chiedere in conferenza stampa che “chi sa parli”. Ad Alatri ci sono altri protagonisti oltre al corpo martoriato di Emanuele (che ci riporta alle esecuzioni di un terzo mondo che sta qui fuori, appena in periferia) e oltre alle due brutte facce di quei due vigliacchetti bulletti: qualche decina di persone ha assistito al pestaggio mortale preoccupandosi di non rovesciare il Mojito piuttosto che intervenire.

 

 

(continua su Left)

Rodotà e il vizio della raccomandazione (a proposito del calcetto)

Era 34 anni fa quando Stefano Rodotà, parlamentare della Sinistra indipendente, organizzò con il Pci il convegno “La raccomandazione, uno scandalo da eliminare”. Ieri Repubblica ha rivelato il catalogo della spintarella, conservato all’ Archivio di Stato.

Professore, ma dal punto di vista “tecnico”, la raccomandazione che cos’ è?

«È una forma di relazione sociale e ha un radicamento lontano. In un mio saggio, anni fa, citavo Ruggiero Bonghi, che nel 1868 scriveva, con grande consapevolezza politica e culturale del suo tempo: “Non un impiego conferito senza raccomandazione di deputati, non una promozione accordata senza visto dell’ interesse politico, non un contratto stipulato dal governo senza che la stipula non venga presentata da un deputato”».

La raccomandazione è un male per antonomasia?

«Non la dobbiamo necessariamente leggere in una maniera del tutto critica. In molti casi è o era semplicemente la richiesta di poter godere di un diritto negato. Adesso le cose sono cambiate, spesso sono fenomeni marginali ma di tipo più corruttivo ».

Anche a sinistra si facevano le raccomandazioni?

«In certi casi segnalare una persona è un dovere. Ho fatto il parlamentare per tre legislature, eleggevamo i giudici costituzionali: non solo era un diritto, ma anche un dovere quello di proporre personalità di livello per certi ruoli. Così come, senza omertà, uno si poteva spendere contro una candidatura considerata non all’ altezza».

Ma le hanno mai chiesto un raccomandazione più spicciola, diciamo?

«Io sono stato eletto in Calabria, quindi conosco bene certe realtà e anche le richieste che potevano essere fatte. Le mie risposte erano improntate sulla massima trasparenza e infatti dopo un po’ capirono che non valeva la pena chiedere: “Se hai un diritto vediamo qual è il modo per farlo valere”. Se tu mi chiedi una cosa che non si può fare, non solo ti dico no ma anzi devo impedirti che questa scorciatoia possa essere proposta ad altri politici più compiacenti».

Ma facciamo un esempio pratico. La richiesta di una casa popolare per un proprio conoscente da parte del politico, era una raccomandazione buona o una cattiva?

«Dipende, perché non tutti possono avere una persona influente che interviene a proprio vantaggio. In un caso del genere, anche se c’è un diritto, l’interessamento crea disuguaglianza. Il confine è sempre molto labile, come vede». Comunque attraverso queste segnalazioni la politica creava consenso, è evidente.

C’ erano approcci differenti in questo tra Dc e partiti satelliti e il Pci?

«C’ era molta differenza. Penso ad esempio a Giulio Andreotti, alla sua presenza capillare nel proprio territorio, con la mitica segretaria che distribuiva pacchi di pasta e pagava le bollette ai “questuanti”. Oppure al Psdi, grande collettore di consenso attraverso pratiche ambigue: non a caso il ministero delle Poste era il più ambito perché, aggirando i concorsi, si potevano fare assunzioni su larga scala. In Calabria i deputati della Dc riuscivano a piazzare decine di persone. Le quali magari venivano spedite a Sondrio, perché lì comunque c’ era bisogno, e si lamentavano: non avevano neanche un cappotto per coprirsi…».

La sinistra invece?

«Nel Pci generalmente non c’ era la raccolta di voto clientelare, ma il tutto si basava su un’adesione alla linea politica molto forte. Anche in questo c’era il rovescio della medaglia però. Qual era il margine oltre il quale il “seguire la linea” cozzava con la propria libertà di pensiero?».

Prova un po’ di nostalgia?

«Non lo so se si stava meglio prima, però i grandi partiti facevano selezione di domande politiche e anche di persone. E queste persone, anche le più umili, dalla politica trovavano comunque delle risposte. Voglio dire che allora la politica non si astraeva dalle situazioni reali, dal vissuto comune. In alcune situazioni, in alcuni luoghi, quella tra Dc e Pci era una benefica concorrenza. La presenza sul territorio dava un rapporto continuativo tra eletti ed elettori, il consenso veniva raccolto attraverso una relazione stabile».

È mai stato raccomandato?

«In un certo senso sì. Una sera ci trovavamo in Liguria, io e mia moglie, in una piccola cittadina. Non trovavamo un albergo. Allora dissi, “andiamo alla sezione del Pci, vediamo se ci danno una mano”. La sezione naturalmente era aperta e i compagni ci trovarono l’ albergo».

la Repubblica, 21 marzo 2017

Le piroette della Bellanova: da candidata diceva No Tap e ora “tutto deciso”

In questa immagine c’è tutto. Come scrive sul suo profilo Facebook Antonio Sicilia:

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+++ 19 febbraio 2013 +++
La candidata PD alla Camera Teresa Bellanova:
“Il gasdotto non può approdare a San Foca”

+++ 29 marzo 2017 +++
Il viceministro PD allo Sviluppo Teresa Bellanova:
“Il procedimento è chiuso, il gasdotto Tap si farà a San Foca”

Una battaglia politica difesa quando era candidata e rinnegata una volta diventata viceministra. Giocano con la nostra terra, con le nostre radici per difendere posizioni di potere.

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Non serve nemmeno il commento.